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Vedi alla voce 'Ndrangheta

27 novembre 2010
dalle carte della Procura distrettuale antimafia
quinta parte
Attenti a quei due

Nell'ottobre 2009 il sindaco Cattaneo nomina Valerio Gimigliano suo rappresentante nel Cda di Asp, così come si augurano Carlo Chiriaco e Dante Labate. Ma il sodale di Labate è incompatibile per via di una causa con l'ente, e decade. Coerentemente, ora Cattaneo detto Pupo il calabrache, per quel posto si appresta a nominare Alberto Conti (altro componente la “banda dei quattro”; a quanto sembra, dirotteranno Gimigliano nel Cda di Pavia Acque) con Arcuri detto Peppino tenuto in panchina, in attesa di una cadréga presso la Fondazione Cnao. La "ritrovata serenità" nella maggioranza sta tutta qui.

Nelle scorse settimane ci siamo soffermati sull'analisi dell'espansionismo al nord della 'Ndrangheta così come lo ha letto l'antimafia. Dalle carte dei magistrati abbiamo poi ripreso le biografie di Pino Neri, Carlo Antonio Chiriaco e Francesco Bertucca. Vediamo ora come Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Paolo Storari e Salvatore Bellomo raccontano alcuni politici pavesi, nelle pagine scottanti in cui viene descritta l'invasiva colonizzazione della politica da parte della criminalità organizzata: pagine su Pavia.

Labate, come un fratello

Per l'avanzo di galera Carlo Antonio Chiriaco il consigliere comunale nonché presidente della Commissione Territorio Dante Labate era «come un fratello». Labate favorito dalla 'Ndrangheta? In una intercettazione ambientale del 7 novembre 2009 Chiriaco rivela che il capo dei capi Pino Neri «è incazzato con Dante [Labate] perché [proprio lui] aveva contribuito, la prima volta a farlo eleggere, poi chisto cane, probabilmente chiedeva cose… cose non fattibili…»
La «prima volta», ovvero alle elezioni amministrative 2005. A quanto riferiscono gli investigatori, «Dante Labate è stato eletto grazie ai voti portati da Pino Neri», suo socio in affari nella Immobiliare Vittoria. Candidato nelle liste di Alleanza nazionale, Labate aveva ottenuto 184 voti di preferenza, primo assoluto davanti al locale leader postfascista Carlo Nola, oggi deputato. Insomma, missione compiuta.
Che i rapporti tra i due fossero molto stretti lo si ricava anche da una conversazione del 24 febbraio 2010. Neri chiama il consigliere comunale per ringraziarlo della solidarietà dimostrata verso il padre. Labate: «…Ohhh!!! Pinuccio… mi ha detto mio padre che vi siete sentiti ieri…» Labate e il padre di Pino Neri commentano anche l'arresto nel luglio 2007 di Massimo Labate, fratello di Dante, consigliere comunale a Reggio Calabria, processato e infine assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (nonostante i frequenti contatti tra Massimo Labate detto “Baccheggio” e Antonino Caridi, genero del boss Domenico “Mico” Libri): secondo gli investigatori, «appariva estremamente evidente che tra i due vi fosse una risalente amicizia, estesa a tutta la famiglia Labate, nei confronti della quale, a giudicare dalle parole di Neri, la giustizia italiana si era accanita (“…perché c'è un assurdo logico e giuridico in tutti i campi… ma no… ma io me lo auguro… ed è una piena rivalutazione da un punto di vista… [politico)] perché se lo merita e glielo devono tutti… tutto l'ambiente…”)».
Luglio 2009. Il direttore sanitario dell'Asl pavese Carlo Chiriaco vuole che Labate appoggi la candidatura di Rosanna Gariboldi – moglie di Giancarlo Abelli – alla Regione Lombardia (candidatura sfumata dopo l'arresto della Gariboldi, il 20 ottobre 2009), certo che l'amico non avrebbe rifiutato. Secondo l'antimafia, «Tra coloro che, con ampio margine di probabilità, avrebbero dato appoggio, veniva infatti indicato Dante Labate, sul quale facevano affidamento perché, a dire di Chiriaco e di Gariboldi, dava garanzia, con il suo entourage, di almeno 6.000 voti, ed al quale, in cambio, poteva essere concessa una delega all’Asl di Pavia», così come emerge da una intercettazione. Chiriaco a Rosanna Gariboldi (8 luglio 2009): «Dante [Labate] se piglia un impegno si ammazza ma lo mantiene… allora io a tuo marito gliel'ho detto… dico se c'è un posto all'Asl tuuu… proponiloooo… e siccome… ne avanzava uno… un potenziale di 6.000 (seimila) voti! …perché sono tutti massimalisiti… eh! i voti maggiori lui li ha presi da lì! a Musolino… è una persona seria! [Antonio Musolino, medico, candidato da Labate, siede ora nel cda di Line spa] meno veemente di coso…». In altre occasioni Chiriaco si abbandona a giudizi poco lusinghieri, definendo l'amico troppo esoso nel pretendere poltrone: «In particolare Labate aveva chiesto che al suo gruppo politico venisse concessa una doppia delega, e cioè quella relativa all’ospedale San Matteo ed all’Azienda per i Servizi alla Persona (Asp)». Chiriaco a Neri (1° luglio 2009): «Se chiedi quelle due cose lì vuoi litigare… Il San Matteo e l'Asp per uno dei suoi… gli abbiamo dato un assessore e ora lui gli dà anche l'Asp a coso [a Gimigliano]… Dante è fuori di testa completo… perché Abelli… come dire… è perplesso, dice ma che cazzo di comportamenti sono questi… guarda, con quello che mi costa lui io pago tutti gli altri e lui se ne fotte, questo mi ha detto… vuole il San Matteo per lui, poi vuole che si tiene l'Aler… sì… poi vuole l'Asp vuole». E Neri a Chiriaco: «Si tiene l'Aler pure… cazzo… ma è pazzo… ma completamente».
Quale fosse per Labate il suo reale gruppo politico “di riferimento” lo si è compreso nel settembre 2010 – a inchiesta rivelata – quando, insieme a Giuseppe Arcuri detto Peppino, a Carlo Alberto Conti (che nel 2008 si oppose agli emendamenti antimafia al Pgt) e a Valerio Gimigliano (insieme a Conti, arrivò a definire «superflui» più approfonditi controlli antimafia sugli appalti) l'amico fraterno di Chiriaco e Neri assunse un comportamento ricattatorio nei confronti del sindaco Cattaneo e della maggioranza consiliare.
Dei quattro, ritroviamo lo stesso Gimigliano citato in una conversazione tra Chiriaco e il fantomatico Peppino (Chiriaco: «il Consiglio di amministrazione [dell'Asp] me lo sono scelto io… Vinzetti [Giovanni Guido Guizzetti]… Gimigliano [Valerio Gimigliano]… ehh… Lachedino [Mauro Danesino]… quindi…»); lo stesso Gimigliano che nel 2007, dopo una lettera di Elio Veltri al Consiglio comunale (lettera in cui si denunciava la presenza delle cosche in città), invitò l'allora sindaco Capitelli di centrosinistra «a richiedere un parere legale per accertare se» in quella missiva o nei testi citati da Veltri sussistessero «gli estremi della diffamazione o altro per la valutazione di una eventuale azione legale con la conseguente costituzione di parte civile del Comune» (interpellanza del 26 novembre 2007). Tutto questo, scrisse Gimigliano, «a tutela del nome della città e/o dell'amministrazione cittadina».
Dunque, confortando Chiriaco e Labate, nell'ottobre 2009 il sindaco Cattaneo nomina Gimigliano come suo rappresentante nel Cda di Asp. Ma il sodale era in causa con l'ente, e decade. Coerentemente, al suo posto ora il sindaco calabrache si appresta a nominare Alberto Conti (altro componente la “banda dei quattro”) e, a quanto sembra, ritroveremo Gimigliano nel Cda di Pavia Acque, con Peppino Arcuri tenuto in panchina, in attesa di una cadréga presso la Fondazione Cnao. La ritrovata serenità nella maggioranza sta tutta qui.

Con Chiriaco, a parlare di banconote

Veniamo ora a Pietro Trivi e alla corruzione elettorale di cui è accusato. Il 20 maggio 2009 l'avvocato è sorpreso in conversazione con Chiriaco a parlare di banconote da inserire in una busta. Dalla conversazione tra il futuro assessore al Commercio e l'uomo delle cosche si «desume che i due debbano consegnare la somma di 2.000 euro a qualcuno, discutendo sul taglio delle banconote». A chi è destinata quella somma? In serata, intercettato in conversazione con il cugino Rodolfo Morabito (impresario edile, è tra gli indagati) Chiriaco lo informa di averli consegnati a Cosimo Galeppi, infermiere presso l'ospedale San Matteo. Secondo l'antimafia i soldi sono serviti per «“comprare” preferenze elettorali, quantificate in 150 voti circa, di cui quest’ultimo è in possesso». Chiriaco a Morabito: «stamattina ho avuto la certezza che Galeppi sta con noi e non con lui… eccome, si è fregato i soldi che gli ho dato, duemila euro… la busta no… perché con Mimmo ho sempre fatto così… allora quanto valgono duemila euro? …venti euro a voto, cento euro sono cinque voti, mille euro sono cinquanta voti, duemila euro sono cento voti… in questo caso valgono un po’ di più, va bene… secondo me, ma sì… dieci euro a voto… io credo che centocinquanta voti, lui li porta»
Sempre secondo gli inquirenti, «una volta eletto, Trivi asseconderà le direttive di Chiriaco, spesso indirizzate a soddisfare gli interessi della 'Ndrangheta».
Come leggiamo, «Il buon esito delle elezioni amministrative ha dato a Chiriaco l’occasione per iniziare a intraprendere una serie di progetti imprenditoriali». Ne riferisce lui stesso a Pino Neri (13 settembre 2009): «ora lui ha ripreso, sul giornale, praticamente tutto il progetto che io gli avevo fatto a Trivi, cioè quello che parte dall'Idroscalo e va a finire al Gasometro, per fare una seconda città, una città alternativa, ti spiego: lì stiamo parlando di circa dieci ettari di terreno, no? Allora, tu prova ad immaginare? Il Gasometro che diventa, sostanzialmente, un parcheggio a più piani. Recuperi la piscina, per eventi che non sono solo sportivi ma anche mondani. Che cazzo so? Puoi fare degli afterhours, gli aperitivi eccetera, eccetera… la, la pista ciclabile, no? …In attesa di fare il quarto ponte, tutto il cazzo che vuoi, cioè, la spesa prevista sono dodici, quindici milioni di euro, che non cacceresti tu come Comune; li caccia la Comunità Europea! [...] Questa città, che io avevo lanciato sul coso chiamandolo quartiere Europa, proprio perché si chiamava quartiere Europa in origine. Sottotitolo: Pavia che vive. Questo! Allora lui l'ha ripreso e se incominciano a lavorarci su e lo realizzano, questi per i prossimi vent'anni…».
Si tratta di «progetti immobiliari «con l’intervento di Trivi, assessore di nuova nomina alle politiche del commercio, artigianato, attività produttive, Chiriaco ed il suo entourage programmavano il riutilizzo della vecchia area [...] tale da sfruttare, in un arco di tempo stimato in un ventennio, i benefici ricavabili da 15-20 milioni di euro che sarebbero dovuti provenire dalla Comunità Europea».
La caccia all'appalto scatena una guerra per bande, così come emerge alle pagine 1767-70 delle Richieste: «Al preciso intento di ostacolare le imprese “nemiche” si accompagna la volontà di aiutare in ogni modo le imprese da considerarsi vicine agli interessi di Chiriaco». Uno dei beneficiari è il cugino Morabito, amministratore di Tecnogest Service srl, «a cui l'odontoiatra ha intenzione di affidare appalti pubblici, tra cui la ristrutturazione dell’ostello della gioventù, come emerge da una conversazione con l’assessore al commercio Pietro Trivi» (13 settembre 2009).
Nella fondamentale intercettazione del 13 settembre Chiriaco prospetta a Neri un’operazione colossale, legata alla società Enel Spa, a suo dire perfezionabile insieme «ad un architetto suo amico», l'architetto Franco Varini di Mortara, «il quale mi ha detto… Se tu qui riesci… io condivido con te questa esperienza… metà a te e meta io!»
Il 1° aprile 2010, transitando con l'auto in via Damiano Chiesa, Chiriaco ne parla alla moglie Emilia Noè come «l’operazione della vita… l’ultima che faccio… l’hanno già messa sul Pgt… costo 5 milioni di euro… lo vedi questo palazzo, quello beige… ci sono tutti quei capannoni… quello giallo… sì tutta l’area… faccio io… Varini ha la metà … io la mia la devo dividere con coso… Introini».
Varini e Chiriaco in colloquio sono nuovamente intercettati il 10 aprile. Varini: «Io lunedì mattina ho da me i funzionari dell’Enel… abbiamo stabilito in 5 milioni di euro l’acquisto dell’immobile… rapportato con 5.000/6.000 mq si superficie lorda di pavimentazione gli si dà 100.000 euro, 50.000 euro… lo posso fare io».
Come scrivono gli inquirenti, «l'operazione avrebbe dovuto coinvolgere non solo i due interlocutori, ma anche Trivi e Labate». Varini e Chiriaco avevano pensato di rifondere al presidente della Commissione territorio Dante Labate una “provvigione” pari al 20 per cento («è chiaro che ci ricorderemo di te… gli diamo il 20 per cento»): «La stessa percentuale i due prevedevano di assegnare al medesimo consigliere laddove avessero altresì concluso la compravendita di un’altra area, di circa 6.000 mq, suddivisa tra loro stessi (per una parte estesa per circa 3.800 mq), il cugino di Chiriaco, Morabito Rodolfo (che avrebbe la disponibilità di altri 2.800 mq confinanti), insistente nel comune di Pavia, sulla quale costruire un hotel usufruendo dei fondi dell’ Expo 2015 (“Sono 3.800 mq, mio cugino ne ha altri 2.800 mq, possiamo fare un Motel… Aspetta, possiamo fare un hotel e usufruire dei fondi Expo2015”). Infine, sempre in relazione al progetto correlato all’area dell’Enel, emerge ancora la figura del vice direttore della Cassa Rurale ed Artigiana di Binasco, Alfredo Introini, che a dire di Chiriaco avrebbe dovuto avere il ruolo di finanziatore della sua parte (di Chiriaco) poiché socio nelle attività immobiliari del medico (“una parte ce la potrebbe fare anche il Credito Cooperativo… è il mio socio nelle attività immobiliari”)».
Un'altra brutta storia racconta un oscuro traffico di lauree false in odontoiatria. Il 6 ottobre 2009 Chiriaco chiama Trivi, per chiedere la data del dissequestro dello Studio di Anna Cangianiello di Cesano Boscone («lei è riuscita a prendersi un cazzo di diploma… a farselo riconoscere una laurea»). La conversazione continua il 12 ottobre, a bordo dell'auto di Chiriaco. Trivi chiede all'amico se conosce il dentista “beccato” qualche giorno prima a Certosa, «con chiaro riferimento a soggetto denunciato per esercizio abusivo della professione. In tale contesto, Trivi aggiunge di aver inizialmente pensato che quel dentista fosse la Cangianiello» e vuole sue notizie. Chiriaco allora informa che la Cangianiello «qui ha una laurea riconosciuta dal Ministero… Ordine dei Medici di Milano», laurea che ha comprato «in Bulgaria attraverso la 'Ndrangheta. Quelli là hanno dei giri, ha mandato tutti i documenti». Trivi: «e quindi se l'è comprata… la laurea?». Il direttore sanitario dell’Asl risponde categorico: «…comprata.. va bene! Comprata!». Un traffico di lauree false gestito dal clan dei Sergi di Buccinasco. Non risulta che l'ex poliziotto nonché assessore nonché avvocato nonché pubblico ufficiale Pietro Trivi sia poi corso in Procura per la doverosa denuncia.

La piovra alla pavese

19 novembre 2010
Claudio Micalizio intervista Giovanni Giovannetti

http://www.telepavia.tv

Ancora su Saviano

16 novembre 2010
di Giovanni Giovannetti

Ci risiamo. Nella seconda puntata di Vieni via con me nuovamente Saviano allude ed elude. Dice anche fesserie (come Carmelo Novella anche Pino Neri avrebbe coltivato il pensiero di una 'Ndrangheta lombarda autonoma dalla Calabria quando è vero il contrario: dopo l'uccisione di Novella, Neri torna alla Regola e alla subalternità con la terra "madre") o, senza batter ciglio, elude il corpo centrale della recente inchiesta antimafia: anche il nord registra l'assalto della 'Ndrangheta alla politica, un assalto riscontrabile a Pavia ben più che a Rho o a Bollate o a Buccinasco.
Pavia, città in cui l'interesse privato – criminale o semplicemente illegale – vince su quello pubblico; città in cui le decisioni sono prese fuori dalle sedi istituzionali; città in cui certa massoneria sembra il collante tra criminalità, speculatori e politici (e magistrati? E altri servitori dello Stato?). Città in cui il consigliere comunale Dante Labate era in affari nell'immobiliare Vittoria con il capo dei capi Pino Neri; città in cui Carlo Antonio Chiriaco, il direttore sanitario dell'Asl incarcerato, più che medico si rivela immobiliarista.
Ieri sera Saviano ha citato Pavia, senza tuttavia fare nomi, né analisi, né riflessioni, nulla. Nulla sull'assalto al sistema sanitario lombardo (all'ospedale San Paolo di Milano ci è anche scappato il morto “suicidato”, quel Pasquale Libri residente a Pavia e parente del boss Rocco Musolino). E quando allude a un politico lo scrittore cita senza nominarlo Angelo Ciocca della Lega nord, uno che – stando alle carte – figura molto meno coinvolto dei Labate, dei Trivi, dei Greco, dei Bobbio Pallavicini, dei “Peppino”, dei Filippi e degli Artuso (sono assessori, consiglieri comunali, rappresentanti del Comune nei cda delle municipalizzate), per tacere di innominati o innominabili come quell'avanzo di galera di Chiriaco, dell'onorevole Giancarlo Abelli, o del consigliere regionale Angelo Gianmario.
Capisco, il tema della politica e delle sue articolazioni massonico/affaristiche traffichine e criminali è assai spinoso e scivoloso, e tuttavia facile da raccontare, specie a Pavia, città dove qualcuno ha abbassato la guardia già prima del 2009 (dopo 14 anni di governo del centrosinistra, nel 2009 la spunta il centrodestra).
In conclusione: quanto paga l'antimafia che si fa spettacolo? Vediamo forse lievitare la civile indignazione ravvivata dalla percezione del pericolo? Vediamo forse meno isolati i pochissimi tra noi che localmente fanno controinformazione o se ne stanno occupando?
Ribadisco: a Pavia mille persone per Saviano, poche decine agli altri incontri, quasi nessuno al Consiglio comunale aperto di lunedì 8 novembre dedicato alle infiltrazioni mafiose nella politica e negli appalti, ovvero la mafia che più ci riguarda, quella sottocasa. Per citare Gaber: è partecipazione? oppure è star sopra un albero ad autoassolversi con l'antimafia delegata a Saviano. Lo scrittore benedetto sia da Fini che da Bersani; lui, ecumenico, al punto da non disturbare la massoneria e il Pdl (coinvolti), da attaccare blandamente la Lega (meno coinvolta), da tacere i nomi.

(qui Saviano)

Tutti a casa, alé

23 ottobre 2010
La conferenza stampa delle sinistre
per ribadire la richiesta di scioglimento del Consiglio comunale di Pavia

 

A nome di un ampio schieramento di forze politiche e sociali, nel luglio scorso il Consigliere comunale Paolo Ferloni (Insieme per Pavia) ha invitato il Prefetto Ferdinando Buffoni ad avviare la procedura per lo scioglimento del Consiglio comunale. Tre mesi dopo, due assessori e un rappresentante del Comune in Asm (Luigi Greco, Antonio Bobbio Pallavicini e Luca Filippi) sono ancora a piede libero politico: l'assessore ai Lavori pubblici figura tra i prestanome di Chiriaco, nonché suo socio in affari; l'assessore alla Mobilità si incontrava a Marina di Gioiosa ionica con il capo della 'ndrangheta lombarda Pino Neri; il terzo lo hanno sorpreso in temerarie conversazioni con l'arcinoto ex direttore sanitario dell'Asl. Per tacere dei Labate e di tutti quelli che – secondo l'antimafia – sono stati favoriti dal voto della lobby 'ndranghetista, i portatori d'acqua elettorale (inquinata) ad Alessandro Cattaneo, il Sindaco che cita Falcone e Borsellino ma tralascia di praticarne il dettato. E infatti gli amici dei mafiosi se li mantiene in Giunta e dintorni. Da molto tempo sono venute meno le condizioni minime (morali e politiche prima ancora che penali) per questa discussa maggioranza di continuare ad amministrare Pavia. Per il bene della città il Sindaco deve dimettersi, consentendo così ai cittadini pavesi di eleggersi nuovi amministratori, fuori da ogni sospetto di pericolosi intrecci con il malaffare e la malavita organizzata.

Federazione della Sinistra
Lista civica Insieme per Pavia
Movimento 5 stelle
Sinistra Ecologia e libertà
Circolo Pasolini
Comitato Città e Legalità

Alcune indicazioni
alla Commissione d'accesso prefettizia
che indaga sull'Asl pavese 


«Qua trattiamo tutto… il medico di base… il medico di famiglia… li paghiamo noi… li gestiamo noi. Questo è il centro di potere più grosso della provincia perché da noi dipendono tutti gli ospedali della provincia… tutti i medici di medicina generale… i cantieri… quindi noi andiamo a verificare i cantieri, li chiudiamo… la veterinaria…gli ospedali … Siamo noi che diamo i soldi, siamo noi che controlliamo… mi sono fatto un culo così per un anno e mezzo… poi mi sono organizzato… ora c'ho la squadra che funziona a meraviglia […] in questi sette anni c'è la possibilità di costruire un centro di potere».
Lo ha detto il direttore sanitario dell'Asl pavese Carlo Chiriaco, la cinghia di trasmissione tra la politica e la 'Ndrangheta, attualmente ospite delle patrie galere. Non è il delirio di un mitomane, ma la descrizione di un lucido progetto politico di attacco alla democrazia e al pubblico interesse, che punta al controllo delle maggiori realtà operative della provincia: Asl, Azienda ospedaliera, Policlinico San Matteo, Provincia, Comune…
Ad esempio l'Asl: dalla sua poltrona, Carlo Chiriaco controllava ospedali, case di riposo, cantieri e pubblici esercizi (per le cosche rappresentano il business del futuro) e chi non era organico al progetto veniva avversato, isolato, emarginato e a volte minacciato (Neri a Chiriaco: il direttore generale dell'Asp «sono anni che lo avete sul groppo. Perché non ve lo togliete di torno?»). La costituzione del Centro di Potere è uno degli argomenti trattati da Chiriaco con il fantomatico Peppino (ancora nell'ombra) un personaggio che dimostra notevoli entrature nel sistema sanitario pavese, quasi che operasse al suo interno, su cui occorre fare luce al più presto. I due parlano di persone di fiducia da collocare nei posti chiave, in sostituzione di chi non è organico al costituendo «Centro di Potere».
Se queste erano le regole, allora è bene che la Commissione d'accesso prefettizia incaricata di indagare sull'Asl, provveda a verificare la legittimità delle nomine di quanti figurano citati da Chiriaco nelle intercettazioni, a partire dai componenti il Cda dell'Asp (Mauro Danesino, Giovanni Guizzetti e Valerio Gimigliano – Chiriaco: «me li sono scelti io»), proseguendo poi con altri funzionari e dirigenti: Barbara Russo, alto dirigente medico Asl, che ritroviamo accanto a Chiriaco nella Carribean International Company, società usata dall'ex direttore sanitario Asl «per organizzare congressi scientifici ai Caraibi, lucrando sull’organizzazione dei viaggi circa 500 euro a partecipante» (come risulta da una intercettazione ambientale 20 ottobre 2009); Giancarlo Iannello, direttore sociale dell'Asl pavese (riveste incarichi di controllo e di istruttoria per l'accesso alle case di riposo), più volte menzionato nelle Richieste dell'Antimafia (le intercettazioni lo dipingono come persona al servizio di Chiriaco). Di altri è nascosta l'identità: oltre a «Peppino» nulla sappiamo su «Gigi» (Luigi Camana?) chiamato da Chiriaco ad ammorbidire i controlli sui locali pubblici gestiti da amici come Luca Filippi.
Fra le tante cariche di Chiriaco si segnala quella nel Cda della Dental Building – fortemente voluta da Abelli e Formigoni, era una partecipata dell'ospedale milanese San Paolo – presso cui Pasquale Libri ha lavorato come funzionario amministrativo. Il 19 luglio scorso il trentasettenne Libri muore cadendo dall'ottavo piano giù nel vano scale: suicidio o suicidato? Dopo la chiusura della fallimentare Dental Building, Libri lo ritroviamo dipendente al San Paolo, di cui è direttore generale il pavese Giuseppe Catarisano (altro componente del Cda di D.B., già direttore amministrativo del San Paolo), padre del consigliere comunale di Pavia Armando Catarisano. Sua moglie ha mantenuto quote della Azzurra srl (settore costruzioni) insieme a Rosanna Gariboldi (moglie di Giancarlo Abelli, incarcerata il 20 ottobre 2009 per riciclaggio di denaro sporco, ha patteggiato una pena di due anni di reclusione con la condizionale e il risarcimento di 1,2 milioni di euro) e Barbara Magnani, moglie del chirurgo Pier Paolo Brega Massone, quest'ultimo dietro le sbarre per lo scandalo delle operazioni facili al Santa Rita. Azzurra è ormai in liquidazione; venne costituita nel dicembre 1997, quando Abelli era assessore regionale alla Sanità.
Come ammette Chiriaco, la sua squadra funziona a meraviglia. Pasquale Libri era parente del boss Rocco Musolino e in contatto con le cosche di Platì. Alla San Paolo era l'incaricato degli appalti. Non è forse per caso se nei mesi scorsi la Dia ha richiesto alla direzione del milanese Pio Albergo Trivulzio i documenti sulla ristrutturazione dell'ospizio: un filone di ricerca legittimato da alcune intercettazioni. Giova qui ricordare che un'altra inchiesta della Dda sta verificando le «possibili infiltrazioni della 'Ndrangheta negli appalti di tre strutture del San Matteo di Pavia, una delle quali, a Pinarolo Po, avrebbe dovuto ospitare i bambini ammalati di leucemia. Come è emerso poi anche dalle indagini del pm Bocassini – scrive Davide Carlucci su "la Repubblica" – i lavori li avrebbe dovuti svolgere la Makeall spa, una società di Milano considerata nella totale disponibilità della 'Ndrangheta per lavori di ogni tipo» (11 agosto 2010).
Altro punto cruciale, la questione delle lauree false in odontoiatria. Nel 2003 Chiriaco viene di nuovo indagato – e infine condannato nel 2007 – per concorso in esercizio abusivo della professione medica. Dalle intercettazioni emerge anche un oscuro traffico di false lauree in medicina con la Bulgaria. Gli investigatori focalizzano sul rapporto tra Chiriaco e Anna Maria Cangianello, Georgita Lupu detta Carmen e Gesualdo Abenavoli, tre “colleghi” che hanno esercitato abusivamente la professione di medico dentista, ora indagati per abusivo esercizio di professione, lesioni personali e truffa. Conversando con l'indagato Pietro Trivi, il 12 ottobre 2009 Chiriaco precisa che la Cangianiello «qui ha una laurea riconosciuta… dal Ministero… Ordine dei Medici di Milano… si è comprato in Bulgaria attraverso la 'Ndrangheta… dice quelli là hanno… dei giri… ha mandato tutti i documenti». Trivi chiede: «e quindi se l'è comprata… la laurea?»; e il direttore sanitario dell’Asl pavese: «comprata.. va bene! Comprata!». Aggiunge che il «traffico di lauree false» era gestito dalla «famiglia Sergi di Buccinasco». E l'assessore Trivi? che fa l'avvocato (nonché pubblico ufficiale, nonché ex poliziotto)? Lui ascolta e tace.
Con queste credenziali nel 2008 Chiriaco otterrà dal direttore generale Simona Mariani (già consigliere regionale di Forza Italia dal 1995 al 2000) la direzione sanitaria dell'Asl pavese, un'azienda con un budget di 780 milioni l'anno.
La Commissione dovrà altresì appurare come mai non si segnalano inchieste dell'Asl sulla presenza alla Maugeri del boss della 'Ndrangheta (e del narcotraffico) Ciccio Pelle “Pakistan”, ricoverato con false generalità e false cartelle cliniche: insomma una truffa bella e buona a danno del sistema sanitario nazionale!

*  *  *

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Estratto dalla Richiesta per l'applicazione di misure cautelari

 

«Peppino»

pp. 1729-80

Intercettazione ambientale in data 18.8.09

Carlo: "Io sono stato a cena con TOTO' , ma lo vedo male, cazzo. Depresso"

Peppino: "Depresso?…Ma adesso non so, cosa sta facendo?"

Carlo: "Lui ha ripreso a lavorare. E' al Beato Matteo a Vigevano (..) ma lui appena sanno che è libero lo chiamano tutti….Poi ha un carattere di merda e li manda a fan culo, anche per questioni… di etica, no? Perché gli chiedono cose (inc.) fare, su marchette…E al Sant'Ambrogio, sempre il gruppo però è lo stesso, Gruppo ROTELLI (…) quello di Città di Pavia…."

Peppino: "Si, si, si"

Carlo: "Questo qua…questo è una potenza..PEPPINO ROTELLI è una potenza a livello..nazionale.

 

p. 1755

In una conversazione intercorsa con tale Peppino in data 18.8.09 Chiriaco riferiva in ordine ad alcuni posti da lui promessi presso la ASL di Pavia, di cui uno riguardante l’incarico di dirigente, dove avrebbe dovuto sistemare la moglie di LIBRI Pasquale, e quello di coadiutore amministrativo; per tali incarichi aveva chiesto ed ottenuto il benestare di Camillo Pietra, direttore amministrativo della ASL di Pavia – ‹‹…e io ho chiesto due cose…ho chiamato PIETRA…anzi prima mi ha messo in difficoltà…perché è un pezzo di merda…Direttore Amministrativo.. no? Dopo di che lui stesso mi ha detto senti: ma tu che esigenze hai….Io ho due esigenze…una è la moglie di LIBRI…Dirigente, perché ci sono tre posti lì…l'altro mi serve un posto di ….Coaudiatore Amministrativo…..Ha detto va bhè non c'è problema…››.

 

pp.1764-66

Dalle intercettazioni emerge con estrema chiarezza che Chiriaco approfitta dei propri poteri in seno alla p.a. per sfavorire imprenditori a suo dire ostili ai suoi progetti politici. Tra questi vi sono l’immobiliarista Carmine Napolitano, a cui fa capo al C.N. Costruzioni Edile e Bruno Silvestrini. Molto eloquente la conversazione ambientale in data 18.8.09 (dopo lo svolgimento delle elezioni amministrative a Pavia) nella parte in cui Chiriaco senza mezzi termini afferma che SILVESTRINI prima lo si manda a fare in culo e meglio è. Nel corso del colloqui Chiriaco ricorda l’episodio in cui avrebbe storto denaro a Silvestrini dopo l’arresto di Neri e Pizzata . L’obiettivo di Chiriaco è chiaro: “ in questi sette anni c'è la possibilità di costruire un Centro di Potere..”.

Carlo: "..cazzo ABELLI l'ha beneficiato come non poteva …(inc.) per una cazzata.perché questo gli ha messo a posto la casa di cui (inc.) "

Peppino: "Chi?"

Carlo: "NAPOLETANO"

Peppino: "Carmine ? Eh!!"

Carlo: "Lui gli ha dato..praticamente …l'accreditamento…alla Casa di Riposo…che vale oro..quella è una miniera è…perché questo stronzo di NIUTTA ha lucrato su tutto…Ora però …lo mandiamo via anche dalla…….L'ho puntato con VITO

ABELLI, il Consiglio di amministrazione me lo sono scelto io…VINZETTI…GIMIGLIANO….ehh…la CHEDINO (oppure LACHEDINO – (fon.)….quindi…..Per ora ripeto, insomma ..io sono esterrefatto dall' (inc.) proprio

Peppino: "Eh. però vedi che ogni tanto lo vanno a visitare, lo vanno a trovare…"

omissis

Carlo:"Io guarda…Se mi riesce bisogna sostituire l'attuale….gruppo dirigente, tra virgolette, che c'è a Pavia con…..Siccome ho fatto un ipotesi….di durata di ABELLI almeno di ancora 6-7 anni..perché lui è legato a doppio filo a FORMIGONI…FORMIGONI si ricandida per la quarta volta, quindi lui non è un problema…Noi abbiamo lanciato la candidatura della…ROSANNA…"

Peppino: "e..ma vedi che"

Carlo:"Ha avuto pure questo problema ma… sabato ci siamo parlati ..15 giorni fa…la candidatura resta in piedi…lui dice di avere un accordo con ALPEGGIANI….io gli credo…..ABELLI ….gli darà il sindaco di Voghera e la testa di POMA……E, e,e…in questi sette anni c'è la possibilità di costruire un Centro di Potere… come non si è mai visto…sostituendo appunto i vari … NAPOLETANO, SILVESTRINI (inc.)…."

Peppino:"Ma soprattutto… è la viscidità, la meschinità di (inc.)"

Carlo:"SILVESTRINI…(ride) è una merda…però cazzo"

Peppino:"E' una persona veramente viscida"

Carlo:"Io ..ieri ….facendo un pò d'ordine nel garage…ho trovato.. l'accordo.. che avevamo fatto con…..TOTO' quando io gli avevo ceduto le quote che mi avevano arrestato…Mi ricordo che fin quando c'è stato TOTO'…poi fino a quando c'è stato PINO NERI …io problemi non ne ho avuti (inc.)..Siccome io mi ero dovuto accollare…….Praticamente noi avevamo un mutuo con la CARIPLO….io (inc.) con il 15% (inc.) ero assolutamente minoritario…Però questi della CARIPLO a un certo punto mi aveva chiamato..mi aveva chiamato…tale CASTELLANI..era il capo area..mi ha detto: sà…dice noi ..il…il funzionario l'ha fatto uscire, mi ha fatto uscire un (forse si capisce: un controllo – ndr) ..c'erano 400 milioni…..Dice ..siccome ..l'unico soggetto solvibile è lei per noi…che l'altro era PINO..io non so per quale motivo loro… probabilmente TOTO' aveva un pò di (inc.)….Ho detto va bè, non c'è problema…io ho parlato con TOTO', ho parlato con PINO …mi hanno detto non c'è problema …fai un Piano di Rientro…di 25 milioni …non erano soldi (inc.) a parte la mia cessione di quote (inc.) che io quando mi hanno arrestato…. ho capito che a un certo punto ci volevano….inculare, no?! In maniera feroce….Per cui avevo mandato a dire a TOTO' se era disposto a rilevare la mia quota. Lui non ha detto di si e quindi…ma lasciamo perdere la trattazioni no? E poi non è andata a buon fine per i fatti che sono sopravvenuti..non importa….Minchia. Questo qua ..quando hanno arrestato PINO… già dal mese successivo faceva fatica …..a darmi i soldi ..con tutto quello che incassavate (inc.) lui"

Peppino:"Lui chi?"

Carlo:" SILVESTRINI"

Peppino:"No. Ma..SILVESTRINI ha incominciato a gestire il tutto quando….."

Carlo:"Se lo sono mangiato TOTO'"

Peppino:"Quando PIZZATA è andato in galera"

Carlo:"Si. Se lo mangiarono"

Peppino:"Allora…Quando….lui è stato preso ed è andato a finire in galera….(inc.) che lui aveva detto..la moglie con il nipote…fatto intervenire il GIUSEPPE…per …. tutte le cose che ci (ndr- forse dice: in casa)….sua moglie..e suo nipote..all'epoca avevano deciso di fare intervenire (inc.)…..A me non è mai stato detto niente. Questo l'ho saputo.."

Carlo:"Se lo sono mangiato"

Peppino:"Oh..Gli ha fatto..perché il problemi di PIZZATA (inc.) va bene prima, soprattutto quando poi lui è uscito e non ha fatto più niente (inc)"

Carlo:"Comunque. Io guarda..dopo due mesi (inc.) ascolta una cosa"

Peppino:"Con tutti questi cantieri che aveva..a..eh …Vidigulfo"

Carlo:"VIDIGULFO"

Peppino:"Vidigulfo"

Carlo:"Comunque io sono andato a trovarlo…l'ho minacciato…(inc) … guarda:- la prossima che mi dicono….che tu vai dicendo in giro di me…intanto tu i soldi me li dai, perché..non sono soldi….di una trattazione eccetera. Io mi sono accollato il debito per tutti…quindi la prossima volta ti vengo a trovare…nella migliore delle ipotesi ti mando in ospedale..nella peggiore ti sotterro. E lui allora…ha (inc.) no? Comunque un pezzo di merda unico…….Ora gliel'ho detto ad ABELLI….vediamo se glielo dice a STALLI (fon.) di non dargli più un Euro di, di lavoro…..Non abbiamo un impresa buona….che fa le cose che fa lui?"

Peppino:"Impianti (inc.) ..si?"

Carlo:"Certo"

Peppino:"Certo"

Carlo:"Fammela conoscere"

Peppino:"Certo"

Carlo:" (inc.)"

Peppino:"Persona seria….ma veramente!"

Carlo:" (inc.)"

Peppino:"SILVESTRINI prima lo si manda a fare in culo e meglio è"

(….)

 

Barbara Russo

p. 1762

La seconda società di cui Chiriaco detiene quote, seppur in modo occulto, è la Carribean International Society srl. I soci formali sono Brega Alberto, Chiriaco Eva, Quadrelli srl e Artcom srl.
L’intento di Chiriaco è di usare questa società per organizzare congressi scientifici ai caraibi, lucrando sull’organizzazione dei viaggi circa 500 euro a partecipante.
Intercettazione ambientale 20.10.09: Carlo poi racconta di aver costituito una società, "CARIBBEAN INTENATIONAL COMPANY" (fonetico), e che sta preparando un congresso. Carlo spiega che in questa Società il 50% delle quote è della ARTCOM di Milano, che è una società di comunicazione addetta alla vendita dei pacchetti ed altro, e il 50% è del "GRUPPO CHIRIACO", indicando come soci la Roberta Quadrelli, Alberto e la figlia, e che poi c' è il gruppo in cui c'è la RUSSO ed altre tre o quattro persona: l'idea di Chiriaco è quella di organizzare quattro / cinque congressi l'anno nei Caraibi e con la scusa del congresso portare giù trecento persone con una quota partecipativa cadauna di 2000/2200 euro ciascuna. Carlo dice che per ogni partecipante potrà guadagnare circa 500 euro perché loro ( la ARTCOM ) si occuperanno di confezionare il prodotto mentre lui si occuperà di creare il prodotto a livello scientifico e con la gestione operativa da parte della Roberta ( ndr Roberta Quadrelli) .

 

Giancarlo Iannello

pp. 1690-91

Il pieno coinvolgimenti di Neri e della sua compagine nell’ambito delle elezioni regionali emergono in due conversazioni ambientali in data 30.1 e 1.2.2010. Nella prima Chiriaco prspetta a Neri un progetto imprenditoriale attinente ad una casa di riposo e che dovrebbe passare attraverso il sostegno elettorale di Gianmario.

CHIRIACO …io ora sai che faccio, sta roba qui la faccio mediare dal direttore amministrativo del San Paolo, che è quello interessato…

NERI ….guarda…, organizziamo qualcosa, no …inc… sta storia qua deve costare…

CHIRIACO …basta che lui si fa guidare …no ti spiego io come funziona

ANTONIO…(11.37.35 circa) se piglia il coso, il Fatebenefratelli… (ndr -Chiriaco dice un nome, si capisce solo la fine) ..UCCIO(fon).., io son già pagato…

DIENI …allora ..

NERI …inc…

DIENI …noooo, lu fa quello che dico io

CHIRIACO …lui sai che puo fare, se fosse intelligente dovrebbe coinvolgere INTROINI dentro, ….gli fai cacciare la pila ( gli fai scucire i soldi) a INTROINI (ndr. Introini Alfredo, già generalizzato); lui vi garantisce tutta la parte finanziaria, se entra INTROINI…

NERI …tu e lui…vi prendete tutto ..inc….la dovete impostare per bene…

CHIRIACO …intanto vediamo se è fattibile…

NERI ..esatto…

CHIRIACO se è fattibile ..inc..

NERI …si, si è fattibile.

DIENI …inc…

CHIRIACO .. perché, perché…sai chi riempe la casa di cura di NAPOLETANO….sai chi la riempe… ANTONIELLO…NAPOLETANO fu furbo che si prese ANTONIELLO come direttore Sanitario, ANTONIELLO non ha chiesto neanche l'autorizzazione e NIUTTA lo tiene per i coglioni per

questo….ANTONIELLO che gestisce la lista d'attesa del PERTUSATI (casa di riposo

di Pavia ndr) li dirotta là

NERI : perché …non vi togliete dai coglioni questo NIUTTA, sono anni che l'avete sul groppo. Perché non ve lo togliete di torno? Oppure non potete?

CHIRIACO …. se .. c'è il contratto .. allora, trannne che se no n è gestita da cani., il margine… …, deve/devono prendere i soldi e basta …inc… proprietario della struttura…

 

poi CHIRIACO spiega come funziona il meccanismo, e la Regione copre il 60% della spese con la quota, che è il contratto …da un minimo di 36 euro ad un massimo di 60 euro ….più e grave …, più la Regione ti dà, come contributo…. tu capisci che se hai 120 posti letto ed hai una media di 45/50 euro al giorno…fai 50 per 120 …quanto …., sono 7500 euro al giorno….poi tu stabilisci che la retta deve essere di 100 euro al giorno, la differenza te la dà il privato che nella maggior parte dei casi è un pensionato, quindi la pensione …

DIENI ….700, 800 li ha….

CHIRIACO …l'altro prezzo lo integrano i familiari…e se non ha i familiari.., te lo

integra addirittura il comune.., hai capito?… funziona così…allora, è chiaro che tui…se c'è l'hai contrattualizzato e hai i giusti canali

DIENI …soldi sicuri…

CHIRIACO ..i giusti canali … io per esempio ricevo 7, 8 richieste la settimana di ricovero…e poi io glieli passo a IANNELLO, che telefona alle varie case di riposo …ecc… poi il meccanismo, è se tu hai un circuito di conoscenze di medici bravi e incominci a fare consulenze esterne.., allora e ci metti un affitto tu ….

 

poi CHIRIACO dice a NERI di andare a parlare con il direttore amministrativo (sembra Bardolini), 11.44.00 circa –

CHIRIACO "allora il discorso quale….che tra breve incontro BARDOLINI e gli dico ascolta, io sta roba la sto facendo per te, per aiutarti per fare il direttore generale…ti spiego il 31.12.2010 vengono praticamente rinnovate tutte le Direzioni Strategiche di quasi tutta la Lombardia, quindi vengono nominati i nuovi direttori generali, direttore amministrativo ecc, lui ambisce a fare il direttore generale, e l'unico che gli può garantire questa posizione è GIANMARIO…giusto?.., io gli avevo consigliato di .. come dire andare con la LEGA, però lo doveva fare 2 anni fà,

ora è tardi, ora anche i Legasti si stanno attrezzando, perché moltissimi di quelli che ..inc… sono leghisti, poi hanno capito i Legasti non hanno personale, non hanno ..inc…, in ogni caso … io a GIANMARIO gliel'ho già detto, lo faccio perché LUIGI me lo ha chiesto ecc., ecc., però se questo qua non vede che attraverso di te ci sono i contatti, voti , ecc., ecc., dico poi non è motivato…se tu ti crei in giro la fama di uno che 500/1000 voti, se non ti nomina GIANMARIO, può star certo che ad un certo unto trovi un Leghista che ti …. – squilla il telefono di CHIRIACO (risponde, e MARCO – si mettono d'accordo per prendere un aperitivo) – riprende il discorso ….allora …questo qui, potrebbe diventare il direttore generale del San Paolo, perché…perché ad ABELLI non gli interessa più un cazzo di Milano, quindi per non perdere Pavia potrebbe barattarla con la LEGA, allora, potrebbe anche darsi che la LEGA sapendo che questo qua è uno vicino a loro ecc., glielo fà fare in carica a Forza Italia..e dice vabbé.., noi siamo disponibili per esempio rinunciamo ad uno, se al San Paolo và questo no?.., per far questo però devi essere conosciuto come uno che ha voti…, io perché sono lì, e ho il potere di andare dove cazzo voglio, perché ormai anche a Milano riconoscono che io ad un certo punto.. valgo da un punto di vista elettorale tot..,no, io a Pavia vengo accreditato di 1500 voti, in tutta la Provincia, quindi di fatto sono il più grosso elettore che c'è in questa Provincia…., allora se noi riusciamo a fare a percepire a quello là.

NERI …inc…

CHIRIACO …no, lui deve essere il referente vostro…senza passare da me, perché è su Milano, e se lui…e sennò ad un certo punto non cambia un cazzo lui, capisci, perché dice che i voti sono sempre di CARLO, e che cazzo …inc…la cosa che lui non capisce è proprio questa, è lui che deve diventare visibile agli occhi dei vari COLUCCI, di quelli che hanno aspirazioni anche future, di prendere voti, lui deve apparire come uno che ha 500 voti, almeno, io gli ho messo …CUBA SERVICE a disposizione attraverso …inc…., è chiaro che quando lui deve fare una cortesia, va bene, deve essere disponibile, per questo va bene LIBRI, perché lui sà come trattare…

NERI .. noi dobbiamo rompere i coglioni quest'anno eventualmente, anche perché io

 

pp. 1728-29

In data 30.1.10 intervine un’importante conversazione tra Dieni, Chiriaco e Neri,

dove i tre parlano di progetti imprenditoriali che potrebbero essere sviluppati grazie

al determinante ausilio di Chiriaco

 

CHIRIACO: (…) su ALBUZZANO (comune), allora io mi informo meglio perché…son chiuese…

NERI: eccolo qua dov'è… (inteso arriva DIENI)…(provvedono a suonargli con il clacson)…

CHIRIACO: perché son chiuse… i contratti per la sanità …ma non per l'assistenza, quindi… le case di riposo probabilmente ancora a Pavia c'è lo spazio per qualche centinaio di…duecento/trecento per tutto il distretto di Pavia..

NERI: è caso che fate una proposta!

CHIRIACO: ora io me ne posso interessare… va bene… per vedere se a un certo punto…lì ovviamente ci deve essere due…il sindaco è d'accordo?

NERI: siii…è d'accordo, gliel'ho sponsorizzata…tutto…però ditemi una quota…(inc)…

CHIRIACO: non mi interessa…

NERI: siii

CHIRIACO: no, sai che cosa è?

NERI: no, no, lui ….ora non vuole…

CHIRIACO: sai cosa mi interessa invece?

NERI: non vuole come…perché… (poi parla al telefono con DIENI per dirgli che sono dietro di lui)…

CHIRIACO: perché ha parlato con voi?

NERI: così…è un vita che …l'ho chiamato …

CHIRIACO: io, io dopo…

NERI: all'inizio gli dissi…e non vi fidate…

CHIRIACO: e lui pure da voi stava!

NERI: si,…ma non so perché … mi è uscito la prima volta…

CHIRIACO: (breve disturbo sulla linea)…dopo trant'anni…inc… (entra in macchina DIENI Antonio)…

DIENI: buongiorno!

NERI: buorgiorno..

CHIRIACO: ciao 'Ntoni…ciao 'Ntoni…allora ascolta Antonio… dunque io ti ho detto ieri una mez… una, una cosa non vera… nel senso che…no c'è l'accreditamento in contratto per la sanità…però c'è…loro vogliono fare una casa

di riposo, no!…

DIENI: si

CHIRIACO: su questo credo che sia ancora margine.. va bene…ora lunedì ne parlo con IANNELLO (inteso Giancarlo IANNELLO – direttore sociale dell'ASL Pavia)…che lui c'ha in mano sta roba, no, e gli dice questa me la devi fare… sennò su cazzi toi!…

NERI: no, devi mettere il costo sul tavolo, perché te lo dico io Carlo, lui vuole così!…non è…

CHIRIACO: devo mettere?

NERI: il costo sul tavolo…

CHIRIACO: che vuol dire il costo?

NERI: nel senso che la vasellina se la deve prendere…inc…ehhh…una quota…

CHIRIACO: noo… no, no…

NERI: no… (si accavallano le voci)…

CHIRIACO: ti dico…ti dico…no… no…ci complichiamo…ci complichiamo la vita…invece gliela dai a gestire che poi ti facilita…il… percorso…al Consorzio

FATEBENEFRATELLI… è potentissimo!…

NERI: Milano?

CHIRIACO: a Milano e a Roma…a loro non gliene fotte un cazzo… la proprietà te la tieni tu… e gli dai la gestione… significa, sostanzialmente, se c'è…gli infermieri… sti cosi qua…

DIENI: si, si, no, ma infatti quello è…però il passaggio, tu gliel'hai detto alla banca, il discorso…

NERI: eh, no…c'è il problema del…lui ha finito un finanziamento… e finché…

DIENI: praticamente… lui ha fatto il mutuo lì da I.S.M.I. (p.d.c.)…

CHIRIACO: ma questa casa di riposo è sulla carta o è iniziata?

DIENI: il comune ha deliberato…mio fratello gli ha dato già…ehhh… la caparra per il terreno e tutto…quella cascina che c'è lì ad ALBUZZANO viene grossissima…

CHIRIACO: ora andiamo a vederla

DIENI: viene grande

CHIRIACO: ora andiamo a vederla

DIENI: allora cosa è successo…

CHIRIACO: le cascine non vanno bene!… meglio se era terreno imberbe…

DIENI: no, ma eh, ma come si dice… solo una parte…perché il resto il comune gliel'abbatte …. settimana scorsa … è sceso mio fratello giù è c'è scritto, un privato vuole fare la… casa… ora il problema qual'è ….lui ha fatto apposta per fermarlo mio fratello, no… e ha fatto il mutuo… con la Banca lì a Binasco… e i discorsi li ha seguiti…inc…gli aveva dato i soldi per la costruzione sia delle ville e sia degli appartamenti e gli aveva detto, poi, quando finisci questa operazione ti finanziamo poi la rata… adesso lui, questa qua l'ha finita…l'ha venduto… gliel'ha consegnato già…

 

«Gigi»

p. 1764

I “favori” alla famiglia Filippi Filippi

Già in sede di analisi delle consultazione elettorali si è visto quale sia stato il rapporto tra Chiriaco e la famiglia Filippi Filippi Peraltro Chiriaco si presta a fare numerosi favoritismi (oltre a quelli già analizzati)

In data 20.7.09 Ettore Filippi Filippi chiede un posto di lavoro per il cugino: va bene, ma piuttosto mio cugino quando comincia a lavorare?… tuo cugino inizia a lavorare a settembre…›› -. Nell’agosto 2009 Filippi Filippi Luca la ASL esegue un controllo nel locale del primo: Filippi contattava immediatamente Chiriaco – ‹‹…mi hai rotto i coglioni !… tutti i giorni mi mandi l'ASL nei locali…››-, chiedendo, com’è evidente, un suo intervento risolutivo, che tra l’altro non si faceva neanche attendere giacché il medico, subito dopo, contattava un individuo foneticamente noto con il nome di Gigi, rintracciato su un’utenza radiomobile intestata alla Asl Provincia di Pavia, al quale rappresentava la necessità che il controllo in danno di Filippi fosse eseguito con una certa morbidezza, perché costituiva un problema politico – ‹‹…Gigi ascolta… oggi quelli devono andare lì no…gli dici di andare con ….molta benevolenza…. il problema è anche di carattere politico … nei limiti della… decenza.

I dolori del non più giovane Valdes

22 ottobre 2010
di Giovanni Giovannetti

Il progetto del mega-centro commerciale “Factoria” di Borgarello reca la firma dell'ingegner Beppe Masia, un consulente del Comune. Lo stesso ingegnere era tra i componenti la commissione che, il 16 gennaio 2010, ha assegnato alla Pfp di Chiriaco l'appalto per l'edificazione dell'area Peep di Borgarello, che ha portato in carcere il sindaco Giovanni Valdes, il Salvatore Paolillo prestanome di Chiriaco e il suo finanziatore Alfredo Introini.

A Giovanni Valdes, il ciellino sodale di Abelli e Formigoni, i nostri articoli non hanno portato bene: rileggiamo l'ultimo, uscito su questo blog una settimana fa: «…Borgarello, comune di 2.600 abitanti tra Pavia e la Certosa che vede il sindaco Giovanni Valdes (Pdl) indagato dall'antimafia: avrebbe truccato un'asta per favorire la Pfp, società immobiliare della costellazione Chiriaco, l'ex direttore sanitario dell'Asl pavese ora in carcere. I due si conoscono da tempo. E infatti l'ex vice presidente locale della Compagnia delle Opere Giovanni Valdes siede anche nel Cda dell'Ospedale pavese Mondino». Tutto vero, fatto salvo un dettaglio: l'indagato non è più indagato. Da giovedì 21 ottobre Valdes è forzato ospite delle patrie galere, ammanettato su richiesta dei magistrati antimafia Boccassini, Storari e Dolci «in relazione ad un concorso in turbativa d'asta per l'assegnazione in diritto di superficie di un lotto del Piano di zona per l'edilizia economica e popolare del comune di Borgarello, con l'aggravante, per il sindaco, di aver commesso il fatto nella sua veste di preposto alla gara stessa». Tutto questo in concorso con Carlo Chiriaco (incarcerato il 13 luglio scorso), con l'amministratore della Pfp Salvatore Paolillo (che in realtà sarebbe un prestanome di Chiriaco) e di Alfredo Introini, l'ex vicedirettore del Credito cooperativo di Binasco dispensatore di fondi per Chiriaco.
Introini figura come legale rappresentante della Argenta Sas, proprietaria di alcuni immobili a Pavia in via Mirabello 91 e 93. Il 5 febbraio 2010 il Comune di Pavia ha approvato l'ampliamento dell'«edificio residenziale in via Mirabello n 91». Secondo gli investigatori, una parte di questa operazione immobiliare «è da ricondurre a Chiriaco».anche se sarebbe stata «portata avanti da Introini e Rodolfo Morabito [il costruttore di Borgarello cugino di Chiriaco, attualmente indagato] per mezzo dellla Argenta Sas».
Valdes, Introini e Paolillo sono ora in carcere a Monza, a Voghera e a Milano Opera. Secondo gli inquirenti, «in concorso tra loro, mediante accordi fraudolenti, consistiti nel presentare in comune due offerte – una sola delle quali destinata ad essere usata a seconda di quanti e quali partecipanti avessero concorso all'appalto – pre-assegnavano alla Pfp srl (società con sede in Novi Ligure, in via Cavallotti 118) la gara per l'affidamento in diritto di superficie di area in zona Peep nel comune di Borgarello in Borgarello il 19 gennaio 2010».
Subito dopo la prima ondata di arresti (quella del 13 luglio 2010), Valdes aveva annunciato le sue dimissioni, salvo poi ripensarci, inducendo il Gip Andrea Ghinetti a metterlo ai ferri, per evitare il pericolo della reiterazione del reato.
Uomo avvisato mezzo salvato? Come il Gesù, Valdes avrebbe potuto passare là dove l'acqua era bassa, camminandoci sopra. Tornando in carica si è invece ritrovato a fare i conti con l'onda anomala (da ben altri conti era affascinato), quella che lo ha sospinto oltre le sbarre.
Diciamolo: col senno di poi, Valdes avrebbe potuto meditare più attentamente le esternazioni dei magistrati antimafia che, già nell'estate scorsa, la raccontavano così: «Pfp srl vede come socio unico Eva Chiriaco, figlia dell’indagato e come amministratore Salvatore Paolillo. Peraltro Paolillo riveste una carica meramente formale, come attestato da Chiriaco in data 16 aprile 2010 (“avevo bisogno di una testa di legno e lui si era dichiarato disponibile”) e 10 aprile 2010 (“l’abbiamo pagato 3.500 euro in nero per fare l’amministratore e non fa un cazzo”). La Pfp è risultata aggiudicataria di un’area di terreno nel comune di Borgarello a seguito di gara pubblica. Dalle conversazioni telefoniche emergono situazioni connotate da scarsa chiarezza nei rapporti tra Chiriaco e il sindaco di Borgarello, Giovanni Valdes. Nell’operazione sarebbe coinvolta anche la Convertedil scrl [società cooperativa, in liquidazione dal marzo 2006] che vede come commissario liquidatore l’avvocato Santo Sciarrone».
Dopo aver rese note alcune intercettazioni (Valdes: «È un po' sporca ma la facciamo»), i tre magistrati antimafia così concludono: «Ovviamente il procedimento amministrativo inerente la gara di appalto indetta dal Comune di Borgarello andrà opportunamente approfondito quando la presente indagine potrà essere disvelata». Un messaggio tanto chiaro quanto inascoltato sia da Valdes che dai suoi pessimi consiglieri.
E chissà quali altri messaggi contiene la bottiglia lasciata dai magistrati alle porte di Pavia, proprio nelle campagne sopra cui si prevede l'apertura del cantiere per il discusso Centro commerciale “Factoria” di Borgarello (un enorme supermercato e un albergo alto 14 piani nelle vicinanze della Certosa di Pavia, il monumento più celebre della Lombardia), il cui piano di lottizzazione curiosamente viene adottato dal Consiglio comunale il 12 luglio 2010 (8 voti favorevoli, 1 contrario, 2 astenuti), solo poche ore prima della retata antindrangheta.
Inutile sottolineare l'impegno del Valdes nel promuoverne l'adozione, nonostante la scarsa trasparenza sulle fonti di finanziamento. Come ammette lui stesso, certe porcherie «le sto facendo per tutti» (intercettazione del 20 gennaio 2010).
Reiterazione del reato anche per il Centro commerciale? Sono cose già sentite: le ricordiamo a Pavia, nel 2007, dalle parti dell'iperspeculazione Carrefour lungo la Vigentina, in pieno parco Visconteo, a cento passi da Borgarello. Vediamola.
Una storia nata male e finita peggio. Nata male perché il terreno agricolo limitrofo all’area Fiat sul quale ora sorge il Carrefour venne acquistato nel dicembre 2001 da Pietro Guagnini – già membro della commissione edile – dal commercialista Augusto Pagani e da Arturo Marazza (soci nella “Vernavola Srl”) per pochi milioni di lire e rivenduto subito dopo alla società GS per 830 milioni, sempre in lire: una speculazione.
Finita peggio perché il 10 gennaio 2008 (poche settimane dopo l'inaugurazione) Carrefour ha venduto i negozi della galleria alla tedesca Union Investment per 74 milioni (questa volta in euro!), soldi solo passati per Pavia: una iperspeculazione, benedetta da politici, amministratori e faccendieri, che vede le merci sugli scaffali trasformarsi nel sottoprodotto del business vero: quello della variazione di destinazione d'uso dei suoli, della compravendita il cui costo lievita a ogni passaggio di mano, e muove denaro di non sempre limpida provenienza.
Ma facciamo un salto indietro di qualche anno, per raccontare un’altra storia: una storia di insospettabili untori, di “politici” corrotti, di dirigenti a libro paga, di fatture taroccate, di conti lussemburghesi e di società costituite ad hoc per movimentare il “nero” delle tangenti, quello proveniente dalle sovra-fatturazione da parte di aziende d'area. Insomma, un nostro “Golaprofonda” – uno che se ne intende – ammette che nemmeno ai tempi di Tangentopoli si erano viste porcherie così sfacciate. Tuttavia a beneficiarne non sono i partiti, ma singole persone molto addentro alle trame cittadine.
Il business funzionava così: alcune ditte compiacenti emettevano fatture apportando un cospicuo sovrapprezzo, il 20 per cento del quale andava ad arricchire il tesoretto a disposizione di… di un insospettabile intermediario il cui potere di corruzione è impressionante, un uomo cerniera con vistose entrature nella massoneria locale.
Facciamo un secondo passo indietro. Dopo una articolata denuncia di Vittorio Pozzi e Franco Maurici (marzo 2004, Giunta Albergati), la Guardia di Finanza ha consegnato al sostituto procuratore Luisa Rossi una meticolosa indagine sull’affaire Carrefour: movimenti in denaro da un conto lussemburghese alle tasche “giuste”, passando per società di consulenza e intermediari per l'appunto “insospettabili”.
Insomma, la più grande speculazione immobiliare mai vista a Pavia (forse qualcosa di più) maldestramente aggiustata con alcune varianti di Giunta in corso d’opera.
Subito dopo l’esposto in Procura di Maurici e Pozzi la Regione Lombardia aveva congelato il suo benestare. Ma denuncia e dossier della Guardia di Finanza finiscono presto ‘insabbiati’ dentro qualche cassetto polveroso, e la macchina, nuovamente ben oliata, ritorna a pieni giri.
Nell’agosto 2006 Giampaolo Calvi è nominato progettista nonché direttore dei lavori (640mila euro di onorario, oltre a 100mila euro per i collaudi). Soprattutto riprendono i lavori, i depistaggi e le ‘bolle di sapone’, come i 100 nuovi posti di lavoro annunciati dall’assessore all’urbanistica Franco Sacchi: non si avrà poi nessun nuovo assunto, se non per i quindici giorni delle festività di fine anno. Il 19 novembre 2007 la Giunta approva la seconda variante alla lottizzazione e aumenta il parcheggio a terra; il 25 novembre si rilasciano i permessi a costruire; il 5 dicembre il centro commerciale viene inaugurato; il 10 gennaio 2008 la Union Investment comunica l’acquisto dei negozi della galleria. Una velocità mai vista. Ne sanno qualcosa i cittadini che vogliono apportare piccole modifiche alle loro abitazioni: tempi lunghissimi e multe salatissime a chi vìola le norme edilizie.
Quanto a Borgarello, sfogliando rapidamente la convenzione tra il Comune e la “Progetto commerciale srl”, leggiamo di «parcheggi pubblici – a spese del lottizzante – per complessivi mq. 53.700 da approntarsi in massima parte all'interno ed entro la sagoma del complesso», ovvero funzionali all'ipermercato; di un'area verde di rispetto (obbligatoria) qui chiamata parco pubblico tematico “del Navigliaccio” (32.700 mq), parco da realizzare «integralmente a propria cura e spese e successivamente da cedere a titolo gratuito» al Comune, salvo poi stornare questi costi dagli oneri di urbanizzazione secondaria («Atteso, peraltro, che il valore complessivo dell'opera di urbanizzazione secondaria dedotta a scomputo – pari ad euro 865.933,02 – è inferiore agli oneri di urbanizzazione secondaria dovuti – pari ad euro 1.164.600 – la lottizzante si impegna a corrispondere al Comune la relativa differenza»). Ma la chicca è l'impegno «a mettere a disposizione dell'Ente il complessivo importo di euro 8.945.000», 6.500.000 dei quali destinati all'«approntamento di nuovo tratto di strada» a sostanziale uso e consumo dell'iper e – come sembra – senza alcun collegamento con la tangenziale pavese. Se malauguratamente la lottizzazione andasse a buon (buon?) fine, chi dovrà infine provvedere a completare l'”opera”? A quali costi? Costi a carico dei privati lottizzanti o della pubblica amministrazione?
Interesse pubblico? No, grazie. E si bara anche sul possibile riverbero occupazionale. La Convenzione evidenzia «l'impegno della lottizzante ad assumere (ovvero a far assumere) il 30 per cento degli addetti del nuovo centro commerciale in progetto con contratti di lavoro a tempo indeterminato full time/part time, riservando il 50 per cento di dette assunzioni a soggetti residenti nel Comune di Borgarello, ed il restante 50 per cento a soggetti residenti nei Comuni ad esso contermini, precisandosi che la suddetta quota di assunzioni è da intendersi riferita per almeno il 50 per cento a personale femminile», ecc. Tutto molto cheap, se non fosse che un solo posto di lavoro all'iper ne costerà 3 o 4 nei negozi di vicinato destinati a chiudere i battenti entro un raggio di 10 chilometri! (In Provincia di Pavia 8 comuni ne sono ormai privi, e in altri 32 sono in via di estinzione).
Cala l’occupazione e aumentano i disagi, soprattutto per le persone anziane. Un comitato d’affari ramificato sta rovinando il nostro territorio (un bene non riproducibile) peggiorando radicalmente il tessuto socioeconomico di Pavia, cambiando la nostra vita, con l’inutile costruzione di ipermercati e quartieri dormitorio, con lo scempio delle continue varianti al Piano regolatore, che hanno trasformato in suolo edificabile centinaia di migliaia di metriquadri di terreno agricolo: «Per il boom edilizio non posso che essere felice», dichiarò infelicemente nel giugno 2007 l’ex sindaco di Pavia Piera Capitelli.
A Borgarello il vecchio Pgt prevedeva la parallela costruzione di un albergo e di alcuni mini alloggi dentro al parco Visconteo. Ora i proprietari dell'area hanno chiesto la trasformazione da ricettivo-turistico a residenziale. Reiterazione del reato anche per la lottizzazione dentro il parco Visconteo?
Centro commerciale “Factoria” e Carrefour pavese: troppe simmetrie. Caso vuole che il progetto del mega-centro commerciale di Borgarello rechi la firma dell'ingegner Beppe Masia, un consulente del Comune: Controllore o controllato? Lo stesso ingegnere era tra i componenti la commissione che il 16 gennaio 2010 ha assegnato alla Pfp di Chiriaco l'appalto per l'edificazione dell'area Peep di Borgarello in via Di Vittorio, quello che ha portato in carcere il sindaco Valdes, il Salvatore Paolillo prestanome di Chiriaco e il suo goffo finanziatore Alfredo Introini.

Coso

21 ottobre 2010
di Giovanni Giovannetti

Hanno arrestato Fabio Diani, appuntato pavese delle Fiamme Gialle, pizzicato navigare 1340 volte nell'archivio Ser.Pi.Co. (la riservatissima banca dati della Guardia di Finanza) per poi passare le informazioni a Giacomo Amadori, giornalista di “Panorama”, il settimanale della Mondadori di Berlusconi.
Rimane tuttavia a piede libero chi, nell'autunno 2009, avvertì Carlo Antonio Chiriaco di stare in campana, perché il suo telefono era sotto controllo. E infatti a pagina 3283 delle Richieste antimafia si legge che «il 16 novembre 2009, a bordo del veicolo in uso a Chiriaco Carlo, veniva captata una conversazione tra quest’ultimo e Quadrelli Roberta di Stradella, alla quale confidava di essere venuto a conoscenza che qualche organismo investigativo eseguiva delle mirate attività di intercettazione telefonica sul suo conto a causa della sua partecipazione al ricovero presso strutture ospedaliere pavese di soggetti calabresi in stato di latitanza: “mi ha detto coso che ho il telefono sotto controllo, che avevo il telefono sotto controllo tre mesi fa. Perché venivo sospettato di essere in Questura quello che fa ricoverare i mafiosi”. Nell’occasione Chiriaco si riferisce all’arresto del latitante Pelle Francesco avvenuto in data 17 novembre 2008 mentre era ricoverato sotto falso nome presso la Clinica Maugeri».
E chi è “coso”? In una conversazione del 17 novembre 2009 «Chiriaco riferiva che a fornire la notizia delle indagini era stato tale Lepri Luciano».
Lepri lo conoscono in molti. Manager della Fedegari (settore autoclavi per strutture sanitarie) è stato consigliere comunale di Forza Italia, al Mezzabarba dal 1999 al 2005 (sindaco Albergati). Oggi è assessore alla sicurezza, polizia locale e protezione civile presso il Comune di Albuzzano, paese che da qualche anno vede un impetuoso sviluppo urbanistico, compreso l'annuncio dell'ennesimo mega-centro commerciale (ettepareva).
«E io da chi lo avrei saputo?», commenta Lepri il 18 luglio scorso, cinque giorni dopo l'arresto di Chiriaco («conosco Chiriaco da quarant'anni»). Ce lo domandiamo anche noi, perché una cosa è certa: Chiriaco sapeva. Allora com'è possibile che Lepri (e se non lui, altri al posto suo) avesse accesso a notizie tanto riservate?

Vedi alla voce 'Ndrangheta

16 ottobre 2010
dalle carte della Procura distrettuale antimafia
quarta parte
L'insospettabile “Franco di Pavia”

Franco Bertucca, un insospettabile imprenditore di San Genesio rivestiva la carica di capo della 'Ndrangheta pavese. Suo figlio Antonio è assessore presso il Comune di Borgarello, 2.600 abitanti e un'alta presenza mafiosa: nel novembre 2009, in un appartamento accanto alla farmacia, vengono arrestati il costruttore edile Carmine Vittimberga, sua moglie Graziella Manfredi e il nipote Luigi Manfredi accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, estorsioni e traffico d'armi. Vive a Borgarello anche Rodolfo Morabito (indagato per associazione mafiosa e cugino di Carlo Chiriaco), mentre il sindaco Giovanni Valdes (indagato) avrebbe truccato un'asta per favorire la P.F.P., società immobiliare in quota a Chiriaco.

Se pochi erano a conoscenza della caratura e dei precedenti criminali di un Pino Neri (ai vertici della 'Ndrangheta lombarda), ancora meno si sapeva di Francesco (Franco) Bertucca, il capo della 'Ndrangheta a Pavia. Come rilevano gli inquirenti, «si tratta di un soggetto sostanzialmente incensurato, anche se i Carabinieri di Pavia nel 1997 lo proponevano per l’applicazione di una misura di prevenzione. L’indagato, infatti, risultava essere stato per alcuni anni molto vicino a Salvatore Pizzata (arrestato nell’indagine “La notte dei fiori di San Vito”) al quale è legato dal vincolo del “San Gianni” che nel contesto calabrese ha un importante significato. Inoltre, in una vecchia indagine per stupefacenti erano emersi contatti telefonici con Antonio Papalia [di Buccinasco, ai vertici della 'Ndrangheta in Lombardia]».

Nato a Careri (Reggio Calabria, ma già dal 1965 residente in Lombardia), Bertucca «svolge l’attività di imprenditore edile ed è socio in alcune società del settore». Il 13 luglio scorso lo hanno arrestato nella sua casa di San Genesio.

Suo figlio Antonio ricopre la carica di Assessore alla Pubblica istruzione a Borgarello, comune di 2.600 abitanti tra Pavia e la Certosa che vede il sindaco Giovanni Valdes (Pdl) indagato dall'antimafia: avrebbe truccato un'asta per favorire la P.F.P., società immobiliare della costellazione Chiriaco, l'ex direttore sanitario dell'Asl pavese ora in carcere. I due si conoscono da tempo. E infatti il vice presidente locale della Compagnia delle Opere Giovanni Valdes siede anche nel Cda dell'Ospedale pavese Mondino.
Ancora a Borgarello, venerdì 27 novembre 2009, in un appartamento accanto alla farmacia, nell'ambito dell'operazione “Pandora” vengono arrestati l'imprenditore edile Carmine Vittimberga, sua moglie Graziella Manfredi e il nipote Luigi Manfredi con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, estorsioni e traffico d'armi. I tre appartengono alla cosca dei Nicoscia di Capo Rizzuto, coinvolta in una sanguinosa faida con la cosca rivale degli Arena, un tempo guidata dal boss Carmine Arena, ucciso nel 2004 a colpi di bazooka sparati contro la sua auto blindata. Vittimberga e Manfredi vivevano a Borgarello da sei anni. La cosca Arena ha ramificazioni fino a Stoccarda e Francoforte. A loro si era rivolto nel 2008 il senatore Nicola Paolo Di Girolamo (l'esponente politico Pdl a libro paga del boss Gennaro Mokbel) per ottenere i voti degli italiani in Germania – decisivi per la sua elezione a Palazzo Madama – a testimoniare la rilevanza sovranazionale delle mafie in generale e della 'Ndrangheta in particolare.
Abita a Borgarello anche Rodolfo Morabito, il costruttore edile cugino di Carlo Chiriaco indagato per associazione mafiosa. Sua moglie Monica Fanelli era tra i prestanome di Chiriaco nella Melhouse srl, proprietaria del ristorante La Cueva (Il covo) insieme all'assessore pavese ai Lavori Pubblici Luigi Greco, il
«titolare apparente, in quanto i reali soci sono Chiriaco e Giuseppe Romeo». Quest'ultimo è il nipote di Salvatore Pizzata, condannato nel 1996 per associazione mafiosa e nel 1998 per narcotraffico, ai vertici della 'Ndrangheta pavese negli anni Settanta e Ottanta.
Quanto a Franco Bertucca, il padre dell'assessore era a
«capo della Locale con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni, delle strategie; si incontra con Carmelo Novella [detto “compare Nuzzo”, il capo dei capi, alla guida della “Lombardia”, rivendicava una maggiore autonomia dalle cosche madri in Calabria. Verrà ucciso da due sicari il 14 luglio 2008 in un bar di San Vittore Olona] richiedendo un suo intervento finalizzato a porre termine a un tentativo di scissione dal locale di Pavia da parte di alcuni affiliati che unitamente a Pietro Brancatrisano, Giovanni Gattellari [esponente di spicco della Locale di Oppido Mamertina, provincia di Reggio Calabria] e Biagio Scriva [con la dote di padrino, apparteneva alla Locale di Bollate] intendeva creare un nuovo locale a Voghera».

Bertucca emerge come figura di vertice «solo dopo che Giuseppe Neri era stato designato dalle cosche calabresi come loro emissario per trovare un accordo con le Locali lombarde sulla riorganizzazione della “Lombardia”[l'apice 'ndranghetista al nord]. Era naturale che dopo che le attenzioni investigative si erano concentrate sulla realtà di Pavia emergesse lo stretto contatto Neri/Bertucca, indicato nelle conversazioni come il capo del Locale di Pavia».
Il 2 maggio 2008 Bruno Longo (capo della Locale di Corsico), Giosofatto Molluso (affiliato alla Locale di Corsico) e Francesco Bertucca («Franco di Pavia»), si recano presso l’abitazione di Carmelo Novella. Il giorno successivo gli investigatori possono ricavare gli argomenti trattati, quando “Franco” esprime «lamentele circa la gestione della “Lombardia” nel periodo antecedente la scarcerazione di Novella. Tenuto presente che Molluso e Bertucca sono operativi nel settore del movimento terra (così come il figlio di Novella) non è da escludere che uno dei motivi dell’incontro fosse anche una qualche spartizione nel settore dei lavori di edilizia».

Francesco Bertucca è considerato uno degli “ anziani” della “Lombardia”, «al punto che Mandalari ipotizza addirittura che possa essere designato lui come nuovo capo», o almeno così risulta da una intercettazione (6 settembre 2009) tra Panetta, Mandalari e Lucà: di ritorno da Pavia dopo essersi incontrati con Neri, i tre ipotizzano la candidatura di Franco Bertucca per la guida della “Lombardia” (carica in dote a Neri, momentaneo reggente, dopo la morte di Carmelo Novella) anche se – ammette Mandalari – «in Lombardia Bertucca non è nessuno».
In un'altra intercettazione del 21 settembre 2009 Giuseppe Neri e Giorgio De Masi «transitando in zona Borgarello di Pavia, Neri diceva testualmente: “…Borgarello! Qua ci sono pure tanti paesani, Franco Bertucca non lo conoscete? Volevo che voi… [inc.]”, lasciando chiaramente intendere che sarebbe sua intenzione farglielo conoscere». Poco più tardi Neri «esprimeva ancora la volontà di presentargli “Franco”; alla domanda di De Masi [autorevole esponente della Provincia (le tre sub-strutture – Jonica, Tirrenica e Città – in cui è divisa la 'Ndrangheta in Calabria)] su quanti anni avesse e da dove provenisse, Neri risponde che F
ranco ha 55-56 anni, che è di Careri; aggiungeva che Franco è solito recarsi in Calabria e incontrarsi con Petru "‘U Quagghia" [Pietro Commisso, esponente di primo piano della 'Ndrangheta]. Neri afferma che sono molto amici, che ha la dote del Padrino».

Economia sommersa, illegale e criminale

15 ottobre 2010
di Franco Archibugi, Alessandro Masneri, Giorgio Ruffolo e Elio Veltri

La classificazione congiunta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Ufficio di Statistica della Commissione europea (Eurostat) distingue le varie componenti dell’economia non direttamente osservabile in: economia sommersa (economia legale che sfugge al controllo e alle rilevazioni della pubblica amministrazione a causa dell’evasione fiscale – il cosiddetto “sommerso d’impresa” – nonché della mancata osservanza della normativa previdenziale e giuslavoristica, ovvero il “sommerso di lavoro”); economia illegale e criminale (attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle norme penali ovvero svolte da personale non autorizzato); economia informale (attività legali svolte su piccola scala con rapporti di lavoro basati su relazioni familiari o personali e scarsa divisione dei fattori produttivi, capitale e lavoro).

L'economia sommersa

La dimensione dell’economia sommersa in Europa viene stimata fra il 7 per cento e il 16 percento del Prodotto interno lordo (PIL) degli stati membri (dal 5 per cento dei paesi scandinavi e dell’Austria al 20 per cento dell’Italia e della Grecia).
La stima più contenuta dell’economia in nero viene fornita dall’ISTAT che la valuta per l’anno 2006 tra il 15,3 e il 16,9 del PIL con un’evasione fiscale di circa 110 miliardi di euro e contributiva di circa 50 miliardi, e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che indicava il gettito delle imposte perdute pari al 7 per cento del PIL, l’evasione contributiva al 10 per cento ed il valore aggiunto dell’economia sommersa al 18 per cento. Altri – come il professore Friedrich Schneider, economista dell’Università di Linz – la valutano, in linea con il Fondo Monetario Internazionale, pari al 26,2 per cento circa del PIL.
Il Fondo Monetario Internazionale ha analizzato per gli anni 1999-2001 l’incidenza del sommerso sul PIL in 84 paesi. Tra i paesi dell’OCSE l’Italia occupava il secondo posto con un incidenza del 27 per cento, dopo la Grecia, a fronte di paesi come gli USA, Austria, Svizzera la cui incidenza non superava il 10 per cento, di altri come Russia, Bulgaria collocati tra il 30 e 40per cento e Nigeria, Thailandia, Bolivia con oltre il 70 per cento. Rispetto ai paesi OCSE, nei quali negli ultimi 10 anni il sommerso è stato pari al 15-20 per cento del PIL, il sommerso italiano supera la media di oltre il 60 per cento.
L’Eurispes nel 2007 dava valori ancora più elevati: 549 miliardi di euro equivalente alla somma del PIL di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld), con una integrazione in “nero” del reddito familiare pari a circa 1.330 euro mensili e ne individuava la cause nella insufficienza e permissività dei controlli, nell’eccesso di burocratizzazione e regolamentazione, nella struttura industriale fatte di piccole e micro-aziende.
Il 19 dicembre 2007 in una videoconferenza nazionale, Mario Notaro, chiamato a Roma nel 2004 da Roberto Maroni (allora Ministro del Welfare) per rimettere in sesto il servizio ispettivo del ministero, ha dichiarato: «Dal 2005 al 2007 sono state ispezionate 846 mila aziende e oltre 522 mila sono risultate fuori regola con oltre il 61 per cento di irregolarità; sono stati trovati 534 mila lavoratori sotto-inquadrati, 337 dei quali in nero».
Il 12 aprile 2010 Sergio Rizzo cita una stima di Kris network of business ethics pubblicata nel corso del 2008 che valuta l’evasione fiscale italiana in 300 miliardi di euro, una quarantina dei quali ascrivibili alla criminalità organizzata, «compatibili con le gigantesche proporzioni dell’economia sommersa del nostro Paese».
L’ultimo aggiornamento è dell’Ufficio Studi della Confindustria, coordinato da Luca Paolazzi. I ricercatori dell’CSC nello studio pubblicato il 13 Settembre 2010 scrivono: «C’è una parte dell’economia italiana che non ha subito recessione: il sommenso». In effetti di tratta di un incremento di almeno tre punti di PIL rispetto ai dati Istat con un balzo che raggiunge nel 2010 il 20 per cento del Prodotto interno lordo e una pressione fiscale effettiva ben oltre il 54 per cento del PIL, pari a più di 125 miliardi di euro, l’evasione più elevata in Europa.

Conseguenze

Secondo uno studio della Banca d'Italia, «L’uscita dall’economia legale delle imprese determina una riduzione delle entrate dello Stato, il quale a sua volta dovrà decurtare i servizi pubblici ovvero aumentare la pressione fiscale, riducendo ulteriormente l’incentivo a permanere nell’economia legale. Il sommerso contribuisce al non corretto funzionamento dei mercati di beni e servizi e del lavoro, introducendo una distorsione della concorrenza all’interno del paese e tra i paesi e favorisce i legami tra attività criminali e attività legali. Nuoce ai lavoratori coinvolti, che rimangono privi di protezioni e garanzie…» (Roberto Zizza, Metodologie di stima dell'economia sommersa: un'applicazione al caso italiano, dicembre 2002).
In effetti, dal momento che una parte consistente della ricchezza prodotta sfugge a qualsiasi controllo dello Stato, è necessario distinguere tra pressione fiscale “apparente” e pressione fiscale effettiva. La distinzione, necessaria, è tra l’enorme quantità di economia sommersa “legale” che viene computata nel PIL dei singoli Paesi e quella illegale e criminale che ne resta fuori perché, essendo la valutazione molto difficile, rischierebbe di stravolgerne i dati effettivi. Rischio che l’Europa non vuole correre perché i contributi dei singoli Paesi all’Unione sono calcolati sul PIL.
Ora, mentre la pressione fiscale “apparente” si aggira sul 42 per cento ed è nella media europea, la pressione fiscale effettiva – dovuta all’economia sommersa e a quella criminale – per chi le tasse le paga è superiore di circa 8-10 punti percentuali.
Secondo il Centro Studi Investimenti Sociali (Censis) nel 2006 la prima oscillava tra il 40 e il 44 per cento come in Francia ed in Germania, la seconda era pari al 50,4 per cento e cioè la più alta in Europa. Secondo le stime 2007 dell’Eurispes «a fronte di una pressione ufficiale tra il 42 per cento ed il 43 per cento, si sarebbe avuta una pressione effettiva, sui contribuenti che versano regolarmente le imposte, oscillante tra il 52 per cento ed il 53 per cento».
La stima dell’Eurispes è confermata da Francesco Giavazzi il quale sul “Corriere della Sera” del 26 agosto 2009 scrive che la «pressione fiscale effettivamente subita da chi non evade è maggiore di quella ufficiale di circa 11 punti».
Per cui, nel mettere mano alla riforma del fisco, sembrerebbe necessario e doveroso tenerne conto, affrontando contestualmente il problema di circa un terzo della ricchezza prodotta che non rispetta le leggi dello Stato o, come quella criminale, viola il codice penale.

Le opinioni degli italiani

Secondo l’indagine campionaria condotta nel 2004 dall’Eures, tra i principali motivi che portano il cittadino ad evadere le tasse vengono indicati: l’elevato livello di imposizione fiscale (60 per cento); la scarsa cultura della legalità fiscale e contribuiva (35,3 per cento); i controlli troppo blandi degli organi competenti (33,6 per cento); i condoni fiscali (16,4 per cento).
Come si vede sono tutte indicazioni di carattere politico e quindi gli interventi non possono essere tecnici. Il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a sua volta sottolinea che tra le cause dell’evasione fiscale c’è anche «l’asimmetria tra una economia largamente diffusa sul territorio e una macchina fiscale che è invece totalmente accentrata» (“Il Sole 24 Ore”, 24 maggio 2008).

Dimensioni dell’economia criminale-mafiosa

Il metodo più usato per calcolare le dimensioni dell’economia criminale-mafiosa è il Currency demand approach, che calcola il rapporto tra il denaro circolante e le transazioni che avvengono in contanti.
In un recente articolo de “Il Sole 24 Ore” il sommerso complessivo in Italia equivale a 420 miliardi di fatturato, di cui 170 riguardano l’economia mafiosa e al suo interno, al primo posto, il ricavo del traffico di stupefacenti. D’altronde, il Return of Investiment (ROI) della cocaina è di 1 a 3. E cioè su 1.000 euro di cocaina la prima settimana se ne guadagnano 3.000, la seconda 9.000, la terza 27.000, ecc. Nessuna attività imprenditoriale ha guadagni di questo tipo. Il volume dei traffici di droga è in costante espansione a causa dell’aumento contestuale dell’offerta dovuta all’aumento della produzione e della domanda dei cittadini-consumatori, che in Italia superano il milione. Gli arresti e i sequestri di ingenti quantità di droga non cambiano la situazione perché – afferma il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – «il ricambio dei trafficanti è assicurato con prontezza, le cosche dispongono di personale umano inesauribile, non necessariamente associato, anzi, preferibilmente esterno e sfuggono quasi sempre i meccanismi e le procedure di pagamento, gli intermediari di cui si servono, i canali di riciclaggio dei profitti» (25 febbraio 2010).
Pietro Grasso, sottolinea che «l’attenzione è puntata sul reato di detenzione della droga, sicché l’operazione si ritiene conclusa con il sequestro delle quantità di droga detenute da uno o più spacciatori, con il loro arresto, mentre poca o nessuna attenzione viene dedicata alla ricerca della “rete” degli organizzatori, finanziatori, fornitori». Invece, sarebbe necessario «individuare i canali di rifornimento, individuare e neutralizzare i canali del riciclaggio e tutto ciò a livello internazionale o quanto meno europeo».
Il fatturato annuo delle mafie italiane, valutato da organismi diversi, si aggira all’incirca sui 170-180 miliardi di euro ed è uguale alla somma del PIL di Estonia (25 mld), Romania (97 mld), Slovenia (30mld) e Croazia (34 mld).
Un rapporto del Censis (realizzato per la Commissione Parlamentare Antimafia) rileva in quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Calabria) presenza mafiosa in 610 comuni con una popolazione di 13 milioni di abitanti pari al 22 per cento della popolazione italiana e al 77 per cento della popolazione delle 4 regioni. A questo 22 per cento corrispondono il 14,6 per cento del PIL nazionale, il 12,4 per cento dei depositi bancari ed il 7,8 per cento degli impieghi. Nel 2007 il PIL pro capite delle quattro regioni interessate era il più basso del mezzogiorno mentre il tasso di disoccupazione era il più alto. I dati smentiscono l’ipotesi, ancora caldeggiata, secondo la quale la mafia, investendo il denaro illecito nel Sud, ne favorirebbe lo sviluppo. Nella relazione a commento dell’indagine Censis, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Giuseppe Pisanu, ha sottolineato che «In Italia a 150 anni dall’unificazione nazionale, il divario Nord e Sud, invece di attenuarsi, aumenta. Mentre Berlino risorgeva come una splendida capitale, Napoli affogava nell’immondizia». Inoltre, «nelle aree svantaggiate della Germania e della Spagna gli investimenti pubblici complessivi sono stati in tutti questi anni costantemente superiori a quelli delle aree più dinamiche».
Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni, a margine di un convegno organizzato da Aspen Institute a Milano ha affermato: «Il Fondo Monetario Internazionale stima che l'attività di riciclaggio del denaro mafioso sia in Italia di 118 miliardi di euro. Il denaro pulito, al netto della spesa di riciclaggio, è di circa 90 miliardi di euro» (3 maggio 2010).
La mafia S.p.a. è la prima azienda italiana per fatturato e utile netto e una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro anno. Così ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160.000 euro al minuto.
La mafia è diventata una grande impresa multinazionale che opera nell’economia globale esattamente come una qualsiasi multinazionale. Non ha più bisogno di uccidere perché corrompe e compra.
In periodi di crisi economico-finanziaria – quale quello che stiamo vivendo – «le imprese hanno difficoltà a stare in piedi e ci sono situazioni di difficile accesso al credito» mentre, osserva il Presidente di Confindustria Sicilia, «le organizzazioni mafiose trovano un terreno fertile e possono entrare in una relazione devastante con gli imprenditori. In un momento di crisi, di restrizione di credito (credit crunch), a maggiore ragione tutti noi dobbiamo vigilare con molta attenzione, perché queste condizioni rendono più facile l'accesso delle imprese mafiose alle imprese legali».
Negli ultimi tempi in molte città italiane del centro e del nord sono stati sequestrati beni per decine di milioni di euro. Il caso più significativo è quello di Modena dove il Procuratore della Repubblica, Vito Zincani, rivolto ai modenesi ha dichiarato: «Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l’avrei rovinata».
A Modena 600 aziende sono in odore di mafia. E a Milano? In una mappa pubblicata dal “Corriere della Sera” la città appare circondata da cosche della 'Ndrangheta di cui è certamente la capitale.
In uno studio condotto dal Senatore John Kerry con la collaborazione dell’Università di Pittsburgh, diventato successivamente un rapporto al Congresso degli Stai Uniti e poi un libro (The new war. The web of crime that threatens America's security, ignorato in Italia), l’ex candidato alla Casa Bianca esamina il rapporto mafia-economia e mafia-democrazia delle cinque mafie più potenti del mondo (cinese, giapponese, russa, italiana, sudamericana) e conclude affermando che esse costituiscono la terza potenza economica mondiale, capaci di stravolgere le regole del mercato e di condizionare fortemente l’economia legale e la democrazia. Per quanto riguarda le mafie italiane (indicate come mafia) Kerry sottolinea che «per assicurarsi protezioni ad alti livelli i mafiosi italiani si concentrano sui politici, comprano numerosi ufficiali di grado elevato e corrompono politici di altri paesi. Inoltre sono rispettate perchè hanno fornito alle altre il know how».
Il 30 maggio del 2008, prima di lasciare la Casa Bianca, George Bush ha inserito la 'Ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni “canaglia” istituita con il Kingpin Act del 1999. La notizia è clamorosa ma anch’essa ignorata in Italia.
Secondo i dati accertati da una società olandese, la Inter Risk Management, che si occupa di riciclaggio, all’inizio del terzo millennio il PIL della criminalità organizzata ha toccato i 1.000 miliardi di dollari, cifra superiore ai bilanci di 150 paesi membri dell’ONU.
«La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà, anzi una guerra di liberazione». L’affermazione è del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu, il quale aggiunge: «Ogni anno si riversano sul paese fiumi di danaro sporco che inquinano l’economia, insidiano la vita pubblica e infangano la nostra reputazione nel mondo. Non a caso ci troviamo in posizioni umilianti nelle graduatorie mondiali sulla corruzione, le libertà economiche e gli investimenti stranieri». I beni consolidati delle mafie italiane vengono stimati 1.000 miliardi di euro. La loro confisca risolverebbe il problema del debito pubblico. Ma i sequestri vanno a rilento e costituiscono il 10 per cento dei patrimoni mafiosi e di questi solo la metà arriva a confisca. Il che significa che finora è stato confiscato solo il 5 per cento dei patrimoni, di cui una parte consistente non è stata nemmeno assegnata. Per cui «è evidente la sproporzione fra la ricchezza e la complessità delle leggi e i risultati effettivamente raggiunti sul terreno nevralgico della repressione delle accumulazioni finanziarie illecite e della loro utilizzazione a fini di infiltrazione dell’economia legale» (Pietro Grasso). Volendo essere più chiari si può affermare che «la ricchezza di elaborazione normativa sembra quasi inversamente proporzionale alla dimensione dei risultati concretamente conseguiti». Come sempre, la moltiplicazione delle leggi è inutile e dannosa e non consegue gli obiettivi. L’approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e il funzionamento a pieno ritmo della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” potranno dare un contributo positivo alla soluzione del problema.
Confesercenti informa che nel 2009 sono state sequestrate 595 aziende di cui 9 al nord, 19 al centro, 42 nel Lazio e le rimanenti nelle regioni meridionali.
Secondo un’opinione diffusa, la mafia italiana rimane un problema del Sud. Questo è il più grande errore che si possa commettere. Il fenomeno mafioso ormai si è esteso a tutto il territorio nazionale ed ha invaso l’Europa. La capitale della mafia è indiscutibilmente Milano: non a caso più di un terzo delle segnalazioni sospette di riciclaggio degli operatori finanziari (5695 su 14.500) sono state eseguite in Lombardia, mentre le segnalazioni dei professionisti in tutto il Paese ammontano a 139.
Dal 1992 al 2008 secondo la Confesercenti sono stati sequestrati beni per 6,7 miliardi di euro circa e ne sono stati confiscati per 1,4 miliardi di euro circa. L’associazione, alla luce dei ritrovamenti di pizzini, libri mastri e files fornisce un’informazione dettagliata anche degli stipendi mensili ai vari livelli: capo clan (amministratore delegato) 10.000/40.000 euro; capo zona (direzione e progettualità) 5/10.000 euro; vice capo zona (direzione e progettualità) 3/5-6.000 euro; autori attentati e omicidi (operatività) 2.500/25.000 euro; esattore (operatività) 1.500/2.000; pusher (operatività) 1.500/2.000, se minorenne 1.000 euro; sentinella/palo (operatività) 1.000/500 euro.
A sua volta il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha fornito alla Commissione Antimafia i seguenti dati: i beni sequestrati dal 7 maggio 2008 al 20 marzo 2010, suddivisi per categorie, sono 15.490 per un valore complessivo di 7.829.539.406,65 euro; i beni confiscati dal 7 maggio 2008 al 20 marzo 2010 sono 4.228, per un controvalore di 1.965.740.252,00 euro.
Secondo il Ministero della Giustizia, i beni complessivi sequestrati sono stati 51.793 e i 28.959 relativi agli ultimi cinque anni evidenzia una costante che si mantiene nel tempo: gli immobili (15.868 nel 2005-2009) sono sempre più della metà dei beni oggetto di indagine, mentre i beni mobili registrati (5.184) sfiorano il 20 per cento; i beni mobili (3.399) si mantengono al di sopra del 10, soglia non raggiunta singolarmente dai beni finanziari (2.480) e dalle aziende (2.028). I beni immobili confiscati e assegnati sono 3.441 di cui 506 assegnati allo Stato e 2.935 ai comuni.
Nonostante questo ancora tanto deve essere fatto se «nella più gran parte degli uffici giudiziari e di polizia italiani non è dato rilevare alcuna applicazione delle misure preventive patrimoniali del sequestro e, soprattutto, della successiva confiscaii» e se viene lamentato dal Procuratore Grasso che «da tempo il mio ufficio segnala che le indagini patrimoniali a fini di sequestro e di confisca degli enormi profitti del narcotraffico hanno uno sviluppo limitato connesso alla perdurante riluttanza degli apparati giudiziari e di polizia ad investire le risorse disponibili in attività tanto onerose ed ardue quanto essenziali alla tenuta di ogni ambizione di effettività dell'azione di contrasto così come sottolineato nelle raccomandazioni de Consiglio dell'Unione Europea» (Pietro Grasso).
Come si vede, inoltre, i numeri variano da una banca dati ad un’altra e il problema si potrà risolvere solo quando la “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” funzionerà a pieno ritmo e con personale qualificato. In ogni caso, rispetto alle stime riportate si tratta veramente di poca cosa.
In conclusione, la globalizzazione ha reso evanescente la dicotomia tra economia e criminalità, favorita dalla caduta delle frontiere e dalle nuove tecnologie come internet oltre che dalla mancanza di organizzazioni internazionali con poteri necessari per fare rispettare le leggi ed il diritto, che rimane confinato entro le frontiere degli Stati nazionali. Per cui si combatte contro iniziative e interessi globali con armi spuntate.
Questo vale in particolare per il riciclaggio di denaro sporco che trova nei paradisi fiscali, spesso irraggiungibili, i luoghi adatti per le transazioni e il lavaggio in modo che possa entrare nel circuito dell’economia e della finanza legale.
A questo si aggiunge l’inadeguatezza della legislazione italiana che esclude la responsabilità per reato di riciclaggio di chi ha compiuto o concorso a realizzare il reato presupposto, per il quale spesso sono previste pene inferiori a quella per riciclaggio. I processi per riciclaggio che arrivano a sentenza definitiva sono pochissimi. Eppure, ogni giorno nel mondo viene ripulito più di 1 miliardo di dollari e l’Italia vi concorre in maniera determinante fungendo da canale riciclatore per almeno l’80 per cento dell’intera somma.

Riciclaggio e paradisi fiscali

Secondo il Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale (GAFI) il riciclaggio si articola in tre fasi: collocamento (placement stage) con il quale ci si “sbarazza” del denaro contante proveniente dalle attività criminali, con trasformazione del contante nella “moneta scritturale”, rappresentata da saldi attivi dei rapporti costituiti presso intermediari finanziari; completamento del camuffamento del denaro (layering stage) ed eliminazione delle tracce contabili del denaro “sporco” tramite ulteriori trasferimenti; inserimento nel mercato legale del denaro “centrifugato” (integration stage).
La prima fase avviene regolarmente nei paesi off-shore, cosiddetti paradisi fiscali, agevolata dallo sviluppo della rete informatica, formidabile strumento di promozione del commercio e di circolazione della “moneta elettronica” in grado di assicurare anonimato, convertibilità, trasferibilità, economicità ed efficacia senza precedenti. Con il sistema delle garanzie – costituite da titoli come primary bank guarrantees, prime bank notes, prime bank stand-by letters of credits, ecc. – che sfugge a qualsiasi controllo, i capitali sporchi restano immobili mentre si muovono le garanzie tramite triangolazioni fra istituti bancari ai quali intermediari e mafiosi chiedono anche prestiti garantiti.
Tutto ciò evidenzia che senza interventi europei e mondiali sui paradisi fiscali, a cominciare dalla rottura delle relazioni economiche e finanziarie e da embarghi finanziari, limitati per ora alle buone intenzioni e alle affermazioni di principio nei meeting dei capi di governo, non si va da nessuna parte. Si calcola che le società off-shore presenti nei paradisi fiscali sono 680.000 e le banche 10.000. Ma esistono anche sistemi bancari paralleli che operando al di fuori dei sistemi ufficiali, sfuggono anche agli obblighi formali e agli strumenti di vigilanza e di controllo delle autorità competenti. Vale la pena ricordare che il paese che conta più “paradisi” è l’Inghilterra, e lo Stato più impenetrabile è la Città del Vaticano nella quale opera l'Istituto per le Opere di Religione (lo IOR, la banca vaticana), al riparo da qualsiasi controllo internazionale. Non si sa quante siano le rogatorie richieste ma è certo che nessuna di esse è stata concessa dallo Stato del Vaticano.

La memoria corta dell'indagato Pietro Trivi

19 settembre 2010
da Pavia, Giovanni Giovannetti

A noi pavesi piace essere presi per il culo. Dopo la manifestazione antimafia con a capo gli amici dei mafiosi incarcerati Carlo Chiriaco e Pino Neri, ora ci tocca Pietro Trivi (uno dei principali indagati dalla Procura antimafia) che, dal quotidiano locale, rivendica la primogenitura della proposta di una commissione prefettizia che indaghi sulle infiltrazioni mafiose al Comune di Pavia.
1° dicembre 2008: in Consiglio comunale si discute l'istituzione di una commissione antimafia. C'è chi non vede motivo di allarme (Luca Filippi, quello intercettato il 17 giugno 2009 a conversare con Chiriaco di «un bel sistema da gestire»), chi la ritiene superflua (Valerio Gimigliano, membro del Cda dell'Asp: come affferma Chiriaco, «quel consiglio di amministrazione me lo sono scelto io…») e chi – Pietro Trivi – diffida della Commissione antimafia richiesta da Campari e Veltri proponendo un più blando «osservatorio».
La mattina del 13 luglio scorso la casa di Trivi è stata perquisita dagli agenti della Guardia di Finanza. L'anno prima, nel corso della campagna elettorale per le Comunali 2009, in una intercettazione ambientale l'ex consigliere di minoranza (poi assessore al Commercio) viene sorpreso a mercanteggiare con Chiriaco voti a pagamento, e deve dimettersi. In un'altra intercettazione (2 ottobre 2009) Chiriaco confida all'amico Trivi – un pubblico ufficiale – notizie di reato relative a un traffico di lauree false tra l'Italia e la Bulgaria: «la Cangianiello qui ha una laurea riconosciuta… dal Ministero… Ordine dei Medici di Milano… si è comprato in Bulgaria attraverso la 'Ndrangheta… dice quelli là hanno… dei giri… ha mandato tutti i documenti …». Trivi chiede: «e quindi se l'è comprata… la laurea?»; e il direttore sanitario dell’Asl pavese: «…. comprata.. va bene! Comprata!». Aggiunge che il «traffico di lauree false» era gestito dalla «famiglia Sergi di Buccinasco». Non risulta che Trivi sia poi corso in Procura (né al quotidiano locale) per la doverosa denuncia. Così come non si trova traccia nella sua lettera alla "Provincia Pavese" dei motivi che lo hanno indotto, il 1° dicembre 2008, a caldeggiare un osservatorio piuttosto che la commissione. In realtà Trivi ne parlò, ma tralascia di riferirlo ai lettori.
Cosa dimentica lo smemorato ex assessore amico di Chiriaco? Come disse, se «è preoccupante il fenomeno mafioso, altrettanto preoccupante» è il rischio «che qualcuno possa essere sbattuto sui giornali, magari come presunto protettore di persone che vengono ricoverate presso la clinica Maugeri», accuse rivolte a persone «che occupano ruoli nelle istituzioni pubbliche a livello comunale e anche a livello provinciale». Trivi portò ad esempio la cattura di Ciccio Pelle “Pakistan”, il boss della 'Ndrangheta sorpreso due mesi prima alla clinica Maugeri di Pavia: «Un giornale locale ha preteso di costruire tutta una rete di protezione a tutela della latitanza di questo “Pakistan”, con notizie assolutamente infondate e non verificate, notizie che hanno gravemente danneggiato l'attività di un personaggio pubblico pavese». Il «personaggio pubblico» cui l'indagato Trivi alludeva ha un nome e un cognome: Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell'Asl pavese, da cui dipendono i ricoveri.
Letto con il senno di poi, Trivi sembra preoccuparsi che una commissione comunale antimafia arrivi a "vedere" ciò che, dopo il 13 luglio 2010, è emerso con l'indagine "Infinito" della Procura. Meglio allora evitare la fuga di notizie, meglio che non lo si dica troppo in giro, per non «danneggiare gravemente» quelli come Chiriaco.
Nel consiglio comunale del 1° dicembre 2008 in difesa di Chiriaco interviene anche Dante Labate (al solito, senza mai nominarlo – per Chiriaco, Labate è come un «fratello»): «Associare il suo nome a questo Ciccio Pelle è una cosa vergognosa. Non per niente, il giornale che ha scritto una cosa del genere è stato querelato, e l'avvocato del querelante è Pietro Trivi, che giustamente si è arrabbiato» (dopo l'arresto alla Maugeri del boss calabrese del narcotraffico, avevo tirato in ballo Chiriaco che, assistito da Trivi, mi querelò). Secondo l'antimafia si sarebbe trattato di un favore alle cosche di San Luca con l'intermediazione del mammasantissima Cosimo Barranca, il capo della Locale milanese.
Come dicevo, a noi pavesi piace essere presi per il culo. E lo sa Trivi, così come sembra noto anche a “La Provincia Pavese”, quando mette in pagina le sue opinioni, separandole dai fatti. A questa amministrazione, al quotidiano locale e a molti altri (affittacamere, banche, immobiliaristi, ecc.- ovvero il mondo degli affari e della rendita parassitaria) la città sembra piacere così com'è: silente e preoccupata, sì, ma dell'inchiesta. Sempre più preoccupata, sempre meno indignata.

Le mafie invisibili

31 agosto 2009
di Roberto Scarpinato *

Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando. Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?

Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi. Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) – Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi – elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio… Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra – quella degli assassini – e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo. Un’altra storia che racconta l’osceno di questo Paese, quel che è avvenuto ob scenum, mettendo a nudo un fuori scena affollato di una moltitudine di sepolcri imbiancati che hanno armato la mano dei killer o li hanno protetti con il loro silenzio complice.

Che racconta come gli assassini arrivino sulla scena per buon ultimi, quando i sepolcri imbiancati hanno fallito nel fuori scena tutti i tentativi necessari per convincere la vittima ad ascoltare, per il suo bene e quello della sua famiglia, i consigli degli amici, sicché, come sono solite fare le persone istruite e timorose di Dio, allargando sconsolati le braccia ripetono: “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere…”. Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive. Una storia-matrioska nel cui ventre si celano centinaia di storie accertate con sentenze definitive, che sembrano fatte apposta per la felicità di qualsiasi sceneggiatore e regista che volesse prendersi la briga di narrarle. Vogliamo provare a raccontarne solo una tra le tante? C’era una volta…, anzi… mi correggo. Ci fu per una volta, e per un breve periodo, in un’isola di assolata e bruciante bellezza, un Presidente della Regione che si chiamava Piersanti Mattarella, notabile democristiano figlio di un ex Ministro, il quale si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica. Iniziò quindi a promuovere leggi per controllare il modo in cui erano spesi i soldi della collettività, e a disporre ispezioni straordinarie per accertare come venivano assegnati gli appalti pubblici. Gli amici gli consigliavano di lasciar perdere, ma lui non recedeva dai suoi propositi. Lentamente, giorno dopo giorno, cominciò a trovarsi sempre più solo. Frequentarlo significava rischiare di restare impigliati dentro la «camera della morte». Così viene chiamata in Sicilia l’enorme e invisibile rete costruita sott’acqua per imprigionare i tonni, che, quando riemergono in superficie dal fondo della rete, si trovano circondati dalle barche disposte in cerchio e vengono finiti a colpi di arpione nel corso delle mattanze: bagni di sangue che evocano antichi rituali sacrificali dove vita e morte si confondono, giacché l’una si nutre dell’altra. Quando Mattarella percepì attraverso il linguaggio mutigno dei gesti degli “amici” – i loro sguardi costernati, i loro silenzi imbarazzati – che il rullo dei tamburi di morte si faceva sempre più vicino, tentò di salvarsi la vita chiedendo aiuto a Roma ad alcuni vertici del suo partito e al Ministro degli Interni. Al ritorno dalla sua trasferta romana, confidò alla sua segretaria che se gli fosse accaduto qualcosa la causa sarebbe stata da ricercarsi in quel viaggio romano. Mentre Mattarella volava a Roma, un altro aereo si alzava segretamente in volo dalla Capitale verso la Sicilia.

A bordo si trovava uno degli uomini più potenti del Paese, personificazione stessa del potere statale: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventidue volte Ministro. Dove andava Andreotti in gran segreto? Partecipava a un incontro con i capi della mafia militare e quelli della mafia dei colletti bianchi: l’onorevole Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo. In quel qualificato consesso si discuteva del “problema Mattarella”, quel democristiano anomalo che si ostinava a non ascoltare i buoni consigli degli “amici” e stava compromettendo gli interessi del sistema di potere mafioso. Il 6 gennaio 1980, Mattarella fu ucciso sotto casa da un commando mafioso. Giulio Andreotti tornò segretamente in Sicilia e all’interno di una villa incontrò alcuni dei mafiosi assassini di Mattarella che, com’è sacramentato in una sentenza definitiva della Repubblica italiana, avrebbe coperto con il suo silenzio complice per il resto dei suoi giorni, garantendo così la loro impunità e alimentando il senso di onnipotenza della mafia ¹. Che ve ne pare? Non vi sembra una storia inventata apposta per un film? Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via. Un album di famiglia di “intoccabili”, che nel loro insieme ricompongono il segreto ritratto di Dorian Gray di una componente irredimibile della nostra classe dirigente: ministri, capi dei servizi segreti, vertici di polizia, parlamentari, alti magistrati, alti prelati, banchieri, uomini a capo di imperi economici. Storie scomode perché chiamano in causa responsabilità collettive, costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese e sul passato e sul futuro… o sulla mancanza di futuro di un’Italia ancora troppo immatura per fare i conti con la propria storia e verità, e quindi condannata a vivere all’interno di una tragedia inceppata, destinata ciclicamente a ripetersi, pur nelle sue varianti storiche. Storie scomode che dimostrano quanto sia fuori dalla realtà continuare a raccontare il come e il perché della mafia come una sorta di opera dei pupi dove vengono messi in scena solo eroi solitari – Orlando e Rinaldo – che guerreggiano contro turpi saraceni: Riina, Provenzano, ecc. Dinanzi a tutto ciò, come spiegare il silenzio, la distrazione – che talora sembrano sconfinare nell’omertà culturale – di tanti sceneggiatori e registi? Induce a riflettere come tale omertà appaia perfettamente speculare a quella che caratterizza il discorso pubblico sulla mafia e sulla criminalità del potere, e come l’una e l’altra celino sotto il velo della retorica le piaghe della nazione.

Che pensare dinanzi a tante pellicole che, pure di ottima fattura, si rivelano tuttavia depistanti nel loro raccontare un universo mafioso quasi completamente decorrelato nella sua genesi e nelle sue dinamiche dal sistema di potere di cui è espressione e sottoprodotto? L’equivalente di raccontare la storia dei bravi di manzoniana memoria come un sottomondo autorefenziale, tagliando il cordone ombelicale con il sopramondo dei Don Rodrigo. L’equivalente di raccontare il Fascismo ascrivendone la responsabilità solo a un manipolo di esaltati gerarchi, e non già come l’autobiografia di una nazione. La storia di questo Paese ricorda a tratti quella di certe famiglie che nel salotto buono mettono in bella mostra per gli ospiti le glorie e il decoro della casata, e nello scantinato nascondono la stanza di Barbablù che gronda sangue. È lecito dubitare che la rimozione, alla quale ho accennato, sia solo frutto di distrazione o sottovalutazione? Si può ipotizzare che costituisca la “fisiologica” declinazione dell’essere la mafia una delle forme in cui si è storicamente manifestata la criminalità del potere in Italia? Il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni». Questa massima riassume in modo magistrale l’esigenza di condizionare la costruzione del sapere sociale in modo da impedire al popolo di comprendere i segreti della macchina del potere, tra i quali i suoi crimini. Proprio per questo motivo, da sempre il sistema di potere ha falsificato il sapere sociale sulla mafia. Prima per decenni ne ha negato ostinatamente l’esistenza, poi, sino alla metà degli anni Ottanta, l’ha banalizzata a mera criminalità comune e, infine, dopo le stragi del 1992 e 1993, ha giocato la carta – sinora vincente – di ridurla a una storia di “mostri”, di orchi cattivi… Poiché, dunque, il sapere sociale non è mai innocente, viene da chiedersi sino a che punto la rimozione e l’adulterazione che caratterizza la rappresentazione filmica della mafia sia condizionata non solo dalle autocensure di chi ritiene sconveniente raccontare storie sgradite al potere, ma anche da un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti nel senso che contribuiscono a cristallizzare nell’immaginario collettivo i dogmi e le superstizioni tanto cari ai Mazzarino di ieri e a quelli di oggi. Comunque sia, quel che accade – o meglio che non accade – chiama in causa la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema.

C’è una storia collettiva che attende ancora di essere raccontata e salvata dall’oblio organizzato, per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire adulto. Portarla alla luce in tanti processi è costato un altissimo prezzo: alcuni sono stati assassinati, altri – magistrati, poliziotti, semplici testimoni – segnati per il resto della vita. Ora tocca a qualcun altro fare la sua parte. E se ciò non dovesse avvenire, tra qualche anno dovremmo purtroppo fare nostra l’amara considerazione di Martin Luther King: «Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici». ¹ Nella motivazione della sentenza n. 1564 del 2.5.2003 della Corte di Appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

* procuratore aggiunto di Palermo  ("Il Corriere-Palermo", 27 agosto 2009)

Mafia Pulita

9 luglio 2009
intervista a Elio Veltri

Mafia Pulita è un libro che nasce da un ragionamento comune tra due professionalità, il frutto di un lavoro intenso e approfondito in cui Elio Veltri e Antonio Laudati hanno messo la loro conoscenza del fenomeno mafioso in Italia.

Sappiamo che tu hai molto apprezzato il libro di Saviano Gomorra,  che ha parlato di camorra ed è diventato un best-seller. Il vostro libro in cosa è diverso?

Gomorra parla di una frazione della camorra, i casalesi. Noi parliamo delle tre mafie e lo facciamo attraverso cinque storie che sono vere perché tratte da atti ufficiali. Saviano parla di Casal di Principe e pur dicendo che i casalesi agiscono anche «in giro per il mondo», il radicamento profondo di questi è nel perimetro è la loro città.
Il perimetro delle cinque storie è il mondo, anche fisicamente. Palazzolo, protagonista della prima storia, vive ora in Sud Africa, e ha operato in tutta Europa come riciclatore dei denari di cosa nostra; Bruno Fuduli è un giovane broker, poi collaboratore di giustizia, che trattava alla pari partite di cocaina da due tonnellate per miliardi di euro con i narcos colombiani… è insomma un personaggio a metà tra un ministro degli esteri di un paese importante e un grande manager.
Gomorra è efficace poiché parla dell’ambiente violento e della violenza quotidiana prevaricatrice ed evidente. Noi parliamo di soldi e di movimenti bancari, di miliardi che si muovono rapidamente con internet. La ‘ndragheta sembra specializzata nell’uso di internet…
Saviano fa un attacco alle complicità della politica senza però fare i nomi; in Mafia Pulita si fanno, i nomi, ad esempio sulla questione della monnezza a Napoli dove gli sprechi e la gestione dissennata che ha portato alla emergenza hanno dei responsabili, con nomi e cognomi.
In Mafia Pulita i protagonisti sono persone insospettabili, spesso professionisti, avvocati come Chianese che, quando non indossava la toga da penalista in tribunale, si arricchiva smaltendo i rifiuti in maniera illegale. Oppure dentisti che trafficavano in cocaina come si legge nella storia dedicata all’ Ortomercato di Milano nel nostro libro, con la complicità di una parte della Pubblica Amministrazione, funzionari corrotti che chiudevano un occhio come ha dimostrato l’indagine della Magistratura.

Secondo te, alla luce delle tue conoscenze, cosa è importante colpire, nella lotta alla mafia, e quale ruolo può svolgere la società civile in questa che sembra una lotta eterna?

La prima cosa è colpire i beni, la roba, i capitali che ormai le mafie gestiscono in modo moderno e pulito. È fondamentale confiscare le proprietà, i beni, e venderli e vigilare sugli investimenti che le cosche fanno in tutto il mondo poiché l’orizzonte dell’azione dell’economia mafiosa è diventato globale. Beni ed investimenti sono valutati intorno ai 1000 miliardi di euro, e confiscandoli e vendendoli potrebbero risolvere il problema del debito pubblico e dei servizi del Paese. Teniamo presente che il fatturato delle mafie è di oltre 170 miliardi di euro, tre volte quello della Fiat.
Abbandonare dunque la visione folckloristica di mafie che agiscono solo con la violenza delimitata al sud Italia , ma cominciare a vedere il vero pericolo nella globalizzazione dei traffici illeciti.
Quanto alla società civile, noi crediamo che si debba ragionare su come essa sia coinvolta nel malaffare e come essa dovrebbe cominciare a reagire rifiutando i servizi ed i beni che la mafia fornisce, come la cocaina, la prostituzione, i prodotti contraffatti, la tratta di esseri umani. La mafia usa schiere di avvocati e commercialisti in modo da non compromettersi. Il dovere della società civile è evitare il silenzio e la conseguente correità.
Abbiamo scelto dunque di responsabilizzare attraverso il racconto della infiltrazione nella quotidianità degli affari mafiosi la società tutta, che non può limitarsi a manifestare sdegno ed indignazione ma dovrebbe cominciare a scegliere di non essere complice, sia pur inconsapevolmente

Chi  sono le prime vittime della mafia (cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra) nel nostro Paese e nelle democrazie più in generale?

Le prime vittime sono l’economia legale e di mercato e la democrazia. le storie raccontate in questo libro dimostrano chiaramente come la mafia si infiltra nell’economia legale e come se ne impossessa. Nell’ultimo capitolo parliamo dei rapporti mafia-democrazia fornendo i dati dei consigli comunali, delle ASL, delle banche sciolte per mafia. Ma anche dei magistrati indagati per collusioni con la mafia. D’altronde, un rapporto del senatore Kerry candidato sconfitto alla Casa Bianca, al Congresso degli Stati Uniti, parla delle cinque mafie più potenti del mondo, tra cui quella italiana, come la terza potenza economica mondiale e il presidente degli Stati Uniti con un decreto presidenziale ha incluso la ndrangheta nella lista delle organizzazioni canaglie. Sapete con quali motivazioni? È pericolosa per l’economia e la democrazia americana. Ma in Italia di questi documenti, non a caso, non  ne ha parlato nessuno.

Chi ha paura della commissione antimafia?

28 maggio 2009
da Milano, Gianni Barbacetto

Quando, fra dieci o vent’anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l’Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all’unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l’eutanasia. Questa commissione non s’ha da fare. Bocciata, lo stesso giorno in cui i giornali riportano la cronaca dell’ultimo morto ammazzato di mafia, davanti al Bar Quinto di Quarto Oggiaro.
Perché bocciata? Perché non ha poteri, è inutile – spiega il centrodestra. L’ha detto anche il prefetto. Ci sono già i magistrati e le forze di polizia: è compito loro indagare sulla mafia. Eppure c’è un precedente, anzi due: la commissione comunale antimafia presieduta dal professor Carlo Smuraglia nel 1990 fece un ottimo lavoro; la commissione sulla corruzione nel commercio presieduta dal professor Nando dalla Chiesa nel 1995 ebbe buoni risultati. Certo, magistratura e polizie fanno le indagini, mentre una commissione comunale non può avere poteri giudiziari d’inchiesta. Ma anche l’amministrazione pubblica può (anzi deve) avere un ruolo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose: può monitorare le situazioni a rischio, può aumentare la trasparenza nelle procedure, può alzare barriere amministrative alle infiltrazioni dell’illegalità. La sola presenza di una palese, decisa e proclamata attività amministrativa antimafia darebbe coraggio ai funzionari onesti che si oppongono a procedure illegali e scoraggerebbe i deboli con la tentazione di cedere… I giudici arrivano a cose fatte, come il chirurgo che asporta l’organo malato; la politica e l’amministrazione possono (e devono) arrivare prima, prevenendo l’estendersi della malattia.
Ma la maggioranza che governa Palazzo Marino non l’ha capito, o non l’ha voluto. Forse teme che troppo parlar di mafia infanghi l’immagine della città, che deve mostrare solo il suo volto scintillante – moda, design, soldi e finanza – e tenere nascosto il suo lato oscuro, che esiste fin dai tempi di Sindona, fin dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli, fin dall’insediamento nell’hinterland delle cosche calabresi. E oggi, dice il magistrato antimafia Vincenzo Macrì, «Milano è diventata la capitale della ‘Ndrangheta».
O forse la politica teme che l’antimafia diventi un’arma politica, brandita da una parte contro l’altra. Il centrodestra a Palazzo Marino teme che il centrosinistra impugni l’antimafia come una clava contro la maggioranza? Peccato, perché le organizzazioni criminali, a Palermo come a Napoli, a Reggio Calabria come a Milano, cercano sempre rapporti con la politica, a destra o a sinistra non importa: l’illegalità è generosamente bipartisan. Non sempre lo è il contrasto all’illegalità. Eppure l’antimafia non è né di destra né di sinistra. Certo, chi è al governo, a Roma come a Milano, ha più possibilità di essere assediato e infiltrato dagli uomini delle cosche. Ma proprio per questo sarebbe stato più bello e più forte che Pdl e Lega e Udc avessero puntato con chiarezza sulla commissione antimafia: avrebbero così tutelato non solo la città, ma anche i loro stessi partiti, dai rischi futuri di indagini che – Dio non voglia – dovessero finire per sfiorare qualche loro esponente. Avrebbero isolato preventivamente eventuali “mele marce” e avrebbero potuto dire ai cittadini: vedete? noi siamo dalla parte della legalità. Così finisce invece per prevalere una difesa a oltranza della politica, anche nelle sue espressioni meno difendibili. Difesa in nome dell’appartenenza, invece che in nome della legalità condivisa.
A questo punto tocca alla città: continui il lavoro morto prima di cominciare, costituisca una commissione antimafia, non di parte, non strumentale, non contro i partiti, ma realizzata con chi ci sta della politica e della pubblica amministrazione, della cultura e dell’economia. Il meglio di Milano è già pronto a impegnarsi.

http://antimafiepavia.splinder.com/

Capitani coraggiosi 8

10 marzo 2009

«Abbiamo creato un orrore di società, è questo il nostro essere diversi?»
Pina Grassi, moglie di Libero
Imprenditore che si è opposto al “pizzo”

Parliamo di Libero. Libero si prende la sua brava licenza liceale. Antimilitarista convinto, cerca di non farsi richiamare né dagli italiani, né dai tedeschi, né dagli americani, che ci hanno provato tutti quanti. La sua famiglia, in periodo bellico, si era trasferita a Roma. Roma era una città meno bersagliata delle altre e Libero, come tanti altri giovani che non volevano fare la guerra, fu ospitato nel convento di Santa Maria della Minerva, a fare il seminarista. Lì incontrò tanti giovani, tra cui Vittorio Gassman, che avevano il suo stesso intento, gente che chiaramente non aveva alcuna vocazione e che però doveva fare la vita del seminarista a tutti gli effetti perché la chiesa cattolica, ipocrita come sempre, faceva finta di credere che quella vocazione l’avessero davvero. Libero, che era un tipo dall’intelletto sempre sveglio, ne approfittò per studiare i testi sacri, per documentarsi e quando la situazione si sbloccò, buttato il saio scappò, come tutti gli altri, perché non aveva altra alternativa. (more…)

Capitani coraggiosi 7

26 febbraio 2009

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«Non pagare paga»

Giuseppe Catanzaro

imprenditore che si è opposto al “pizzo”

 

 

Non sono stato tra i primi imprenditori della provincia di Agrigento a denunciare, e non so spiegarmi perché il mio caso è più conosciuto di altri. Dal 2000 a oggi, infatti, diversi imprenditori agrigentini hanno denunciato, ci conosciamo tutti e siamo in contatto tra noi. Un carissimo amico, Salvatore Moncada, il famoso “imprenditore dell’eolico”, anni fa passò da me e mi disse in privato «che si accingeva a fare una scelta forte, impegnativa»; era evidentemente preoccupato e, anche se le sue parole non erano state esplicite, capii benissimo che stava andando a denunciare. C’è un altro imprenditore che lavora da oltre quarant’anni e che non ha avuto la possibilità di andare a scuola ma ha saputo sopperire a ciò con la sua straordinaria intelligenza. È uno di quelli che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori. Un giorno gli chiesi: «Come ti senti adesso che i tuoi estorsori hanno finito di scontare la pena e sono fuori?». La sua risposta mi sorprese positivamente: «Come mi ha abituato mio padre, con la carina dritta, quando li incontro li guardo bene in faccia». Poi gli chiesi se aveva paura e lui commentò: «Sono loro a doversi preoccupare di me, ormai ho visto come funziona. La denuncia paga». Proprio così, non pagare paga!

La mattina degli arresti dell’operazione mi chiamò il funzionario di polizia che si era occupato del mio caso e mi disse: «Tutti quelli che avrebbero potuto concorrere a reiterare gli abusi a suo danno sono stati appena accompagnati in cella di sicurezza, in conformità all’ordine che il giudice ha impartito». Quella notizia mi ha reso un cittadino normale. Un cittadino che vuole continuare a produrre e che si è affrancato da un danno subito. Credo che oggi, ad Agrigento come nel resto della Sicilia, i ruoli si siano di molto invertiti: conosco e parlo con tutti gli imprenditori che dal 2000 a oggi hanno denunciato, i loro estorsori sono stati arrestati e condannati.

Ad Agrigento gli imprenditori aderenti a Confindustria Agrigento hanno cercato di svolgere anche attività più inerenti alle associazioni antiracket: molte volte abbiamo accompagnato gli imprenditori a confrontarsi con i carabinieri, la polizia di Stato o la Guardia di finanza. Sovente gli appartenenti al sistema criminale si fanno assistere da un unico avvocato, per ovvie considerazioni di strategia difensiva. Ebbene, in occasione del processo Marna, gli imprenditori interessati si sono fatti rappresentare da un unico avvocato, l’onorevole Scozzari, il quale ha avuto il mandato di rappresentare quale parte civile anche Confindustria Agrigento. Spero di non perdere il rapporto di stima che ricevo e conservo nei confronti dell’uomo Scozzari ma avverto il dovere di profittare della circostanza per rendere pubblico che l’avvocato Scozzari non solo non ha voluto alcun compenso per il suo ruolo di avvocato di parte civile di Confindustria ma ci ha comunicato di essere orgoglioso di poter sostenere gratuitamente la giusta causa degli imprenditori di Confindustria, che con i valori dell’impresa concorrono a generare normalità per la nostra terra. Racconto tutto ciò per mettere in evidenza che, oggi, in Sicilia, sono in tanti ad adoperarsi in prima persona per renderla una terra semplice, normale. La stessa ragione per cui in molti abbiamo deciso di compiere un gesto civile: denunciare. Desideriamo semplicemente un futuro di normalità.

È importante che, anche in questa intervista, emerga bene il nocciolo della questione che ci vede impegnati: noi imprenditori non desideriamo essere etichettati come eroi dell’antimafia o dell’antiracket, aspiriamo solo a essere dei liberi imprenditori e come tali vogliamo essere considerati. Io ero, sono e voglio rimanere semplicemente un uomo che ha scelto di fare l’imprenditore e che vuole lavorare rispettando le regole di una sana competizione. È lo Stato che deve essere “anti” rispetto alle forme di criminalità organizzata. è lo Stato con le sue articolazioni che deve – oggi più che mai – agire in concreto sul territorio. Io, in quanto cittadino, ho un dovere civico: denunciare i miei estorsori, punto. Dopodiché deve entrare in gioco lo Stato con i suoi uomini che devono assistere il cittadino nelle diverse fasi successive alla denuncia, quindi l’arresto e la condanna di coloro che il giudice avrà ritenuto essere colpevoli. Oggi, lo Stato in Sicilia è fatto di tanti uomini che agiscono concretamente e i risultati li conosciamo tutti, parlano da soli.

Perché le cose in Sicilia possano realmente cambiare, dobbiamo avere tutti maggiore rispetto per la democrazia e le sue regole, prima fra tutte quella che statuisce che chi viene eletto rappresenta il popolo. Quando mi fu chiesto se volevo diventare parlamentare mi sono imposto di fare questa considerazione: la democrazia si può aiutare solo con il nobile e rilevante ruolo di parlamentare della Repubblica o anche rappresentando, attraverso Confindustria, gli interessi dello sviluppo economico della nostra nazione? Sono giunto alla conclusione che, avendo avuto l’onore di diventare presidente di Confindustria, quello era il canale che dovevo privilegiare per servire e sostenere la crescita di imprese che siano strumento capace di creare benessere nelle democrazie contemporanee. Credo che bisognerebbe affermare con maggiore determinazione che non possiamo continuare a guidare un motore – quello dell’economia – sempre con la seconda ingranata. Abbiamo necessità di farlo usando la quinta o la sesta. E la stragrande maggioranza degli imprenditori siciliani stanno operando in questa direzione per fare questo salto di qualità. Quando torno in Sicilia, dopo essere stato all’estero, registro con piacere che il prodotto Sicilia è molto cambiato. C’è da sperare che la nostra terra si affranchi al più presto da quell’altro binomio, purtroppo diffuso, di cui certo non andiamo fieri: Sicilia uguale mafia.

Ricordo le considerazioni di un avvocato inglese che mi disse: «Io associo alla Sicilia two things: smile and sun ma queste due grandi attrattive della vostra isola voi siciliani non siete capaci di trasformarle in ricchezza». Bisogna sfatare questo luogo comune, perché oggi più che mai la comunità siciliana, fatta di uomini e donne normali tra cui cresce il rifiuto della presenza del crimine organizzato, rigetta i facili stereotipi che hanno ormai fatto il loro tempo. Le istituzioni e la società nel suo complesso devono sostenere con forza i processi di cambiamento che si rendono per tutti indifferibili.

Un dato simbolico: da tempo registriamo l’arrivo di cittadini africani, ne importiamo le difficoltà, ne subiamo le conseguenze più o meno temporanee. Per fronteggiare un’emergenza che può durare ancora anni, le istituzioni del Paese hanno sempre trovato le necessarie risorse economiche attraverso provvedimenti urgenti e contingenti. Viene spontaneo chiedersi: perché finanziare, in regime di emergenza, le strutture che ricevono i cittadini africani e non aumentate invece le somme destinate alle forze dell’ordine preposte alla repressione del crimine organizzato che da decenni è una reale emergenza? È mai possibile che una provincia come quella di Agrigento, che in diversi casi da autorevoli addetti ai lavori, viene definita «lo zoccolo duro del malaffare», deve accontentarsi di una prefettura con un organico insufficiente, di gran lunga inferiore a quello di tante altre aree normali del Paese? Perché invece di finanziare solo le “emergenze” non ci poniamo il problema di affrontare strutturalmente la lotta al crimine organizzato? Speriamo che a partire da queste semplici riflessioni, Parlamento, governo e istituzioni producano atti concreti per la normalizzazione del Mezzogiorno e della Sicilia.

Abbiamo calcolato che i compensi annuali erogati nella sola provincia di Agrigento ad amministratori, consulenti, consiglieri di amministrazione ecc. raggiungono la cifra di dieci milioni di euro. A fronte di ciò, sapere che chi sviluppa le indagini è in troppe occasioni, chiamato a fruire dello straordinario dopo diverso tempo perché mancano le risorse, costituisce un elemento di problematica oggettiva. C’è uno Stato che parla di sicurezza e per contro retribuisce in ritardo il lavoro (peraltro mal pagato) di chi è chiamato ad assicurare la sicurezza e le garanzie democratiche di tutti noi. Non voglio fare parte di coloro che accusano caste, direi che ho altre abitudini, ma non posso fare a meno di chiedermi se non sia urgente una riflessione sull’uso delle risorse pubbliche.

Gli imprenditori di Confindustria Agrigento hanno fatto, in tal senso, un’azione concreta: di comune accordo e con il sostegno e la guida della prefettura, hanno finanziato una rete di videosorveglianza in un’area industriale che la Regione non ha potuto finanziare. Non abbiamo fatto polemiche. Ci siamo dati da fare in silenzio. Ecco un esempio innovativo e concreto di interazione tra cittadini e Stato nella ricerca della normalità. Sarebbe proprio così impensabile che parte delle risorse destinate ai compensi dei pubblici amministratori sopra citati, in un lasso temporale di almeno cinque anni per almeno un milione di euro all’anno, fossero destinate alle forze di polizia per rafforzare, in forma sistemica, l’azione repressiva nei confronti delle attività illegali? Bisogna che ciascuno di noi smentisca con i fatti il luogo comune dell’imbattibilità del crimine organizzato, e si faccia testimone di valori e azioni di supporto, anche per onorare, come meritano, coloro che hanno pagato un tributo inestimabile solo per aver servito lo Stato, cioè tutti noi. La mafia non è affatto imbattibile. Oggi abbiamo nelle nostre mani, tutti, la possibilità per consentire allo Stato di batterla definitivamente. Per raggiungere questo obiettivo occorre l’apporto di tutti noi, senza deleghe né deroghe. Ciascuno deve fare un semplice gesto di normalità: il proprio dovere fino in fondo.

 

No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea a cura di Gabriella De Fina (Thor Editrice)


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