Hora di fine estate

by
di Nicola Cocco
 
 
Studente di medicina, apolide, Nicola Cocco è nato a Venosa 25 anni fa. Sta scrivendo la sua tesi di laurea (una ricerca sulla situazione sanitaria degli immigrati a Pavia) e vorrebbe occuparsi di malattie dimenticate e di povertà. Il poemetto che qui pubblichiamo è stato scritto in Kenia – dove ha svolto attività di volontariato – seguendo «su una connessione internet scassata» la diaspora dei Rom cacciati da Pavia nell’agosto 2007: «uno scorcio “corale” della vicenda (da cui l’idea di utilizzare una forma di danza), che ne mostrasse un po’ la complessa tridimensionalità e, soprattutto, lo sgocciolìo di umanità bistrattato dal potere e dalla “gente comune”».
 
 
Čvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.

kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.
[1]

(Fabrizio De Andrè, Khorakhané, in Anime Salve)
 
…essi che vissero come assassini sotto terra,
essi che vissero come banditi in fondo al mare,
essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo…
(PPP, Profezia, in Alì dagli occhi azzurri)
 
 
I
 
Il sole scalcina nel piatto
della campagna pavese.
Victor calcia una pietra
solleva un pugno di polvere
davanti alla cascina.

 
In paese, un ragazzino sbraccia
tra le grida dell’oratorio
– Tira, Piero! – Calcia il pallone
collopiede imperfetto, alto
sulla traversa. Fischi.
Piero stringe il pugno,
coltiva una pietra
nel palmo rosa tenero.
 
A sera, un sindaco
la faccia seria
il contegno severo abbarbicato
tra le rughe della fronte
dietro la frangetta.
Stira il tailleur bianco
davanti al televisore.
 
Rit.
E allora io tocco il sindaco
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
II
 
Pungola l’idea del domani
incastro di firme ruspe e fondi
il festival dei saperi e delle cazzate
le critiche interne alla maggioranza…
Il sindaco scioglie gli occhi
e nel ribollio di pentole
pensa a quant’era più facile prima,
le assemblee in Cattolica
e il credersi ancora puri,
il lavoro coi bambini
e le maestre isteriche.
Era più facile
lo stesso ribollio
dell’acqua.
 
Anche Victor ricorda
dietro ai pentoloni vocianti
dei volontari,
non era facile neanche prima
in una delle tante Slatina
scivolate tra Balcani
e Carpazi, tra riflessi
d’alluminio e vecchi
lattonieri rom.
Non era facile,
la citroën del ’95
travestita da taxi
per 50 euro al mese.
 
Il nonno di Piero
gli allunga un kinder bueno
e uno scappellotto;
oggi è in pensione
dopo le sbarre di rayon
lunghe vent’anni
tra i reparti chimici
del miracolo Snia Viscosa;
poi gli anni Ottanta
e la crisi del nylon
e la cassa-integrazione
e chili di cambiali
e di rancore.
 
Rit.
E allora io tocco Piero
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
III
 
Ma Piero non capisce
un passato
senza porte usb,
una notte senza un tetto.
Il problema è
finire i compiti per le vacanze
il mucchio sordo di fogli
di “qual è il tuo rapporto con il “diverso”?”
di “qual è l’area del poliedro che…?”
 
Quale sorriso indossare
per il convegno coi filosofi?
Quale freddezza inamidare
per i consiglieri di minoranza?
Quale pietà inventare
per i poveri cristi zingari
rintanati nella carcassa
del capodoglio industriale?
Essere un equilibrista,
il sindaco lo sa
il compito del politico
pragmatico
equilibrista sulla voragine
del proprio passato
del substrato cattolico
e del rimbombo
sinistra… istra… istra…
 
Per ora Victor placa
gli interrogativi
la mente costretta
tra due branche di tenaglia:
la febbre del bambino, il più piccolo
(sciamano parole… “è solo la paura…”
“forse un’influenza…” “no, ma quale scuola…”
“attenti…” “etcì!” “un po’ di tosse…”
“e se fosse tbc?”)
e la partita iva
chiesta quasi un anno fa,
gli undici mattoni
su cui ricostruire,
undici caratteri
preziosi più di un nome.
 
Rit.
E allora io tocco Victor
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
IV
 
Che senso ha poi un nome
per Victor il rinnegato?
Il padre, rom “moderno”,
alla partenza sputò
sulla sua sedia:
– Va’, fai il “nomade”, lo “zingaro”
insegui il vento e il pane morbido
rinnega il sangue sudato
per una baracca senza ruote
rinnega il primo piatto di mămăligă [2]
senza vergogna di tua madre…
Vai, zingaro, spalanca
la mano di tua moglie
per i culi e i cellulari
che leccavi sullo schermo… –
E i gadže [3] lo chiamano “zingaro”
oppure “amico rom”,
sospetto e compassione…
che senso ha più un “Victor”,
rispetto a IT *** *** *** **…
 
Piero invece l’ha imparato
fin da piccolo
il pacchetto di equazioni
zingari=ladri
zingari=accattoni
zingari=scansafatiche
zingari=sporchi
zingari=incapaci
zingari=rompipalle
distribuito da parenti e amici,
dal nonno vecchio comunista,
dal padre consigliere
che “io non sono razzista, ma…”
Poi, per fortuna, a scuola
gli hanno insegnato
che è sbagliato, è offensivo
chiamarli “zingari”,
– Si dice “Rom”, ragazzi… –
rom=ladri
rom=accattoni
etc. etc.
 
Il “cultural clash” tra vento
e sedentarismo, l’“alienazione
televisiva”, la “destrutturazione
sociale”… Il sindaco
queste cose le sa bene,
o almeno deve mostrare
di saperle, e poi
un esame di sociologia non manca
nel libretto tutti trenta;
sa chi è vittima e chi è carnefice
sa le armi e le armerie;
ma sa molto bene anche
i borborigmi della gente
(lo dice pure il ministro…)
sa la mano tesa
dell’imprenditore amico…
E allora affila sullo specchio
le sue dichiarazioni:
“I Rom si disperderanno…”
“I Rom non esistono più…”  
“È una strumentalizzazione politico-mediatica…”
“Io ho chiuso un campo abusivo…”
“Legalità e sicurezza…”
(lo dice anche il ministro,
il pacchetto, sul Corriere…)
 
Rit.
E io tocco il ministro
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
V
 
Il sudore si raggruma
tra le gambe dell’illustre
primo cittadino.
Pioggia calda cola
sulle mura del comune.
Suda l’inguine del sindaco
il busto è teso e scarica
verso cinque dita umide
verso la penna roller
che ha firmato l’ordinanza
dell’annunciato sgombero.
Ora aspetta, il sindaco
e suda, aspetta
le reazioni degli zingari
dei politici perbene
la stampa nazionale
il gioco al rialzo
della crème industriale…
 
Le ruspe squarciarono
lo sguardo di Victor
con ruggito grigio
d’ippopotamo.
Ora s’addensano silenziose
le gocce appiccicose
d’agosto attorno al collo
ispido della ciminiera.
Alexandra e Nita spostano
un materasso verso
la piazzetta,
pare un cadavere di sposa.
C’è già chi parla d’andare
al comune, chi afferma
deciso: – Sciopero della fame! –
Qualcuno prepara manifesti
con dei cartoni slabbrati
“Siamo cristiani anche noi”
Victor ne prende uno
pensa a quanti
in questo stesso momento
lasciano Slatina
inseguendo lo stesso
folle vento…
– Cristo almeno ebbe la colpa
d’essere figlio di Dio,
ebbe lo straccio d’un processo… –
– Chi ha parlato? –
I poliziotti scrutano
l’arrivo del tendone
per la notte
– Dotto’, e mo’ ’ndo’ li mettono? –
Due spalle si scrollano
un po’ di pioggia.
 
A cena, il tg regionale
parla dello sgombero. Piero
li osserva, “quelli” coi cartelli
sgrammaticati e sporchi
“quelli” tutti marroni
che “invadono” la piazza…
Piero accartoccia
il pugno, due zie intanto
cicalecciano:
Chisà indè ch’al la mataran
tüt cal barlafüs…
Sperùma luntàn
da chi… sü, sü,
ciàma i carabigné, và là,
che quai lì i pön rivà
a tüt i ur… – [4]
 
Rit.
E io tocco il carabiniere
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
VI
 
Poi, l’addentrarsi
tra i capelli della notte
intrisi di zanzare;
Piero, con i cugini grandi
lo zio e un pacco di petardi
si trascina
paura e adrenalina,
non sa nemmeno il senso
del cerchio con la croce
disegnato a pennarello
sulla maglietta bianca,
proprio sotto il crocifisso.
Non sa, ma mentre s’avvicina
alla cascina, una rabbia
monta in corpo, dura
come un’erezione,
la pietra gli sboccia in mano,
un boleto d’odio.
Ièn la drenta, Piero,
in tla tana me di rat
chi làdar bastàrd…
dag suta, Piero, dag suta! – [5]
e bum!, crash! e “föra di ball”!
un po’ di terra cade
sul bicipite contratto
e nel sudore scioglie
una lacrima marrone;
poi la corsa in mezzo ai campi
il fiatone e le risate
e un uccellaccio strappa
il fondo di grilli e foglie
rotte; anche se forse
è solo un pianto.
 
Bum!, crash! e “föra di ball”!,
Victor raccoglie un masso
tra schegge di vetro e rabbia.
Un pianto inonda l’aria,
condensa tra fumo e feci.
E Victor freme, vorrebbe
slegare le gambe
dall’impotenza
rincorrere quei gadže maiali
contagiarli col suo male
slogarsi i polsi
sulle loro facce…
Ma il sasso gli si infonde
nelle vene delle dita,
negli occhi, nelle giugulari,
pensa a quando i padri
raccontavano dei Mulè [6]
dei loro assalti notturni,
pensa a quel mulè bambino
con la maglietta bianca…
 
I poliziotti mostrano
le foto delle pietre
e della notte;
il sindaco s’arruffa
la frangetta
“Tutta gentaglia” pensa
“zingari straccioni,
popolani ignoranti,
razzisti perbene
poi pure i rompicoglioni
dell’archeologia industriale…
cercare ogni giorno un alibi…
e un colpevole…
(scosta un faldone
tra penne e fogli insopportabili)
gentaglia i giornalisti
che sanno sempre cosa è giusto
e quanto tu hai sbagliato
gentaglia questa giunta
di pupazzi brava gente
e io il mostro, lo sceriffo…
Ma coi guanti non governi
caro amico benpensante…
e oggi che mi invento…”
Un consigliere sfoglia
il giornale, e sottovoce
– Calma e sangue freddo…
Son bravate di ragazzi…
I criminali sono loro
mica i nostri figli
che vanno in chiesa, all’oratorio… –
 
Rit.
E tocco il  padre consigliere
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
VII
 
Il sindaco torna a casa
la sera ha già imbandito
sugli schermi il suo menù
di santi e cosce lunghe.
È esausto, il sindaco,
il mondo è sottosopra,
carabinieri gentili
che ascoltano e offrono
sigarette ai poveri cristi;
rispettabili cittadini
imbarbariti e imbarazzanti
che si accaniscono
sui poveri cristi;
solo loro restano al loro posto
i poveri cristi
che se la storia è un mare
loro sono sempre in bonaccia
anche quando credono
d’inseguire il vento…
È esausto, il sindaco
ma ora c’è da cucinare
e preparare il prossimo
spettacolo,
il consiglio comunale.
 
Piero è già a letto
circondato da poster
dei simpson e della nazionale;
fissa la finestra, le imposte
il vetro spesso, il davanzale.
Ne capisce ancora poco e niente
i discorsi della gente
le croci celtiche
l’impasto gridato di
“camere a gas!”
e “noi paghiamo le tasse!”
e poi tutto il lerciume
degli “sporchi zingari!”
degli “sporchi comunisti!”
non sa Piero se lo sporco
è sempre quello,
e “quei coglioni della caritas”
che poi sono anche i catechisti
e il don, che alla domenica
si deve salutare con un “buongiorno!”,
non capisce gli sbuffi
degli adulti sui giornali,
s’impappinano in assurde formule
“tolleranza zero”
“dialogo inflessibile”
“questione umanitaria”
NIMBY, anzi, BANANA!” [7]
Piero fissa la finestra
immagina
il terrore di un sasso
che buca i doppi infissi
per tornare a ficcarsi
nella sua mano tenera.
Non capisce, Piero,
ora la rabbia è sfumata
resta la paura
e qualcos’altro in gola.
 
Non più un Kalderash [8]
non mai un gadžo
Victor non sa più che essere,
uno dei “nuovi
cittadini europei”,
uno dei tanti “problemi urbani”,
magari una partita iva.
Ora, davanti al fuoco stanco,
gli piacerebbe abbandonarsi
ai ricordi sussurrati
in lingua romanì,
i racconti d’orrore del nonno
sulle zanne silenziose
del Porajmos [9],
il Paciv salutato
con bicchieri di čuču [10],
vorrebbe disegnarsi in sogno
la zelfya [11] rossa
in cui nacque suo padre,
partire alla ricerca
del tamburello sfiorato
dal sangue di sua moglie [12]
perduto chissà dove
nell’inverno slovacco…
Ma ora fanno solo male
ricordi troppo morbidi:
c’è da pensare al domani,
il posto a scuola per i figli
da strappare con denti
e artigli, un tetto
che non sia
un palazzetto dello sport
o un casolare sotto assedio
e poi il lavoro, il lavoro
benedetto lavoro
che, per i gadže e tutto il cerchio
degli altri figli di Eva [13]
che nemmeno immaginano
l’amore con il vento,
è l’unica via d’accesso all’onore
allo status di “persone”…
 
Rit.
E tocco tutto il cerchio
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
VIII
 
In tutto questo squallore
impolverato ed umido,
mentre il Paese gioca
coi suoi savonarola on-line
e coi cluedo di provincia,
i veri protagonisti
restano le pietre,
un paesaggio morale
lunare;
le pietre più dei problemi
più dei pugni chiusi
le pietre come causa,
soluzione e scusa,
perché ormai sentiamo
soltanto con il tatto,
gli occhi sordi al dolore
degli altri,
la mente infagottata
di cuffie e palinsesti
non ascolta i pianti
e il tic-tac dei meccanismi
che creano l’odio,
l’ingiustizia, la povertà
e tutti gli scomparti di realtà
che abbiamo comodamente
riposto nel vano
“insolubili banalità”…
Annuiamo sordi al
casa-regole-scuola-lavoro
casa-regole-scuola-lavoro
casa-regole-scuola-lavoro
e a tutti gli altri sacrosanti
mantra di un mondo alternativo…
Ma se le vostre pietre estive
sono rivolte ai Rom,
agli zingari, ai nomadi
marroni cani vagabondi,
allora lanciatele anche
contro il loro vento
che scorre nella musica
di Liszt [14], di Bregović
che “ci piace tanto”,
lanciate pietre contro
la chitarra di Django
Reinhardt, lapidate
il teatro Fraschini
al prossimo concerto
di flamenco o Johannes Brahms;
lanciate le vostre pietre
sui resti di Auschwitz-Birkenau,
dove il loro vento dondola
ancora, dimenticato
da film e documentari;
e conservate qualche pietra
per chi, anche se gadžo
e senza pelle scura
cerca e insegue il vento
anche ora, mentre grida
sulle mura dei vostri occhi,
scagliate la vostra pietra
contro una finestra notturna
sempre accesa in Via Tasso,
a Pavia, città accogliente
e sicura di sordi,
pietre, e gran cultura.
 
Rit.
E allora io tocco il vento
e si comincia a girare,
lo tocco col mio dito banale:
a chi serve tutto questo dolore?
 
 
 
Fonti e mari:
– E. Grasso, Snia Viscosa anno zero – Storia e futuro della più grande area dismessa di Pavia (tesi di laurea),
http://www.unipv.it/osp/docs/osp_ra02d_buchineri_tesigrasso.pdf, 2005;
– A. Mangano, Il vento e l’orologio, http://www.terrelibere.it/vento.htm, 2002;
– C. McCann, Zoli – Storia di una zingara, Rizzoli, 2007;
circolopasolini.splinder.com/
[1] Versione in lingua romanes–khorakhané di Giorgio Bezzecchi, rom harvato (trad. italiana: «Poserò la testa sulla tua spalla / e farò / un sogno di mare / e domani un fuoco di legna / perché l’aria azzurra / diventi casa / chi sarà a raccontare / chi sarà / sarà chi rimane / io seguirò questo migrare / seguirò / questa corrente di ali»). 
[2] Polenta tipica delle aree rurali povere della Romania.
[3] Termine con cui i Rom identificano i sedentari (singolare gadžo, lett. “contadino”).
[4] Dialogo in dialetto pavese: – Chissà dove lo metteranno / tutto quel ciarpame… – / – Speriamo lontano / da qui… va’ va’ / chiama i carabinieri, va’, / che quelli possono arrivare / ad ogni ora… –
[5] – Son là dentro, Piero, / in tana come sorci / quei ladri bastardi… / dagli sotto, Piero, dagli sotto! –
[6] Nella tradizione religiosa rom, spiriti dei morti che tormentano i vivi.
[7] Il NIMBY (Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”) e il più estremo BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, “Non costruire assolutamente nulla vicino a qualsiasi cosa”) indicano il sempre più diffuso atteggiamento di intolleranza nei confronti di operazioni di interesse pubblico (tra cui anche la sistemazione delle minoranze “difficili”) che possano inficiare l’interesse individuale.
[8] Uno dei principali sottogruppi di Rom (lett. “calderaio”).
[9] Termine romanì che indica lo sterminio nazista del popolo rom (lett. “divoramento”).
[10] Il termine Paciv presso i Rom indica il valore del rispetto, spesso utilizzato in formule rituali e di saluto (il čuču è un liquore di frutta fermentata).
[11] Grande pezza di stoffa usata dalle donne rom.
[12] Per i Rom, come per altre culture mediterranee e mediorientali, il tamburello è una rappresentazione del ventre e dell’imene femminili; dopo la consumazione del matrimonio, le lenzuola macchiate di sangue vengono conservate proprio in un tamburello cerimoniale.
[13] Una leggenda vuole che gli zingari sarebbero i discendenti di Adamo con una prima moglie antecedente ad Eva, la qual cosa li renderebbe liberi dal peccato originale ed esonerati dall’obbligo del lavoro (“tu guadagnerai il pane col sudore della fronte…” etc.).
[14] Giusto a titolo d’esempio dell’influenza culturale Rom, Des Bohemiens et leur musique en Hongrie è il titolo del libro che Franz Liszt dedicò alla musica zingara.
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3 Risposte to “Hora di fine estate”

  1. parOLAdiTea Says:

    e noi…
    quelli che poco -ma almeno un po’- c’eravamo “sporcati le mani”
    …dopo questo piccolo poema
    torniamo a ri-pensare con una sorta di malinconia a quelle facce che erano diventate “nostre”
    torniamo a ri-pensare con una sorta di rancore a tutti quelli che non hanno mosso un passo

    oggi penso anche che
    le mani me le sono “lavate” coi sorrisi di tutti quei ragazzini
    e che
    mi è bastata una matita colorata per entrare in comunicazione con un mondo “altro”

    ringrazio Nicola per tutte queste profonde suggestioni

  2. linodigianni Says:

    la poesia è molto ben scritta, con parole che si muovono nell’acqua come salmoni che risalgono le correnti.
    E’ un mantra colletivo che recitiamo per esorcizzare i fantasmi di Weimar.
    Grazie a chi l’ha scritta, grazie a chi l’ha pubblicata

  3. circolopasolini Says:

    La poesia di Nicola Cocco è stata pubblicata per la prima volta nell’ottobre 2007 da circolopasolini.splinder.com Grazie ancora Nicola, Irene

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