Il braccino che spunta dalla fossa

by
di Teo Lorini

Più di dieci anni sono passati dal 1997 in cui Bollati Boringhieri mandò nelle librerie la prima parte delle Lettere a nessuno. In quel volume ormai raro era raccolto l’epistolario di uno scrittore totalmente e pervicacemente inedito. Un epistolario, s’è detto, «esploso e sotterraneo». Esploso perché formato d’una congerie disparatissima di materiali annotati su quaderni, agendine, risvolti di libri e perfino biglietti del tram. Ci sono abbozzi, frammenti, progetti, riflessioni e naturalmente le lettere che Antonio Moresco ha scritto nell’arco di dieci anni, dal 1981 al 1991, tanto consapevole della loro inutilità da non spedirle neppure, e nello stesso tempo, proprio per questo, incapace di astenersi dal dialogo con interlocutori muti, immaginati, a volte persino inventati. Ecco dunque la componente sotterranea: Moresco ha steso le sue Lettere durante il periodo lunghissimo in cui è rimasto del tutto inedito, sprofondato, al buio, come nell’agghiacciante favola dei Grimm in cui il braccino di un bimbo sepolto spunta ostinato dalla fossa. Allo stesso modo Moresco, che non esiste per nessuno, che viene ignorato, respinto, liquidato in fretta e furia, continua ostinato a scrivere e a farsi avanti, a proporre i suoi inediti, come dal fondo di una caverna, schiacciato sotto la pressione di tonnellate di roccia e fango ma non ancora arreso.

Nel magma delle lettere dal sottosuolo, ora ristampate come prima parte del volume einaudiano, ribollono molti temi. C’è la dimensione autobiografica del privato (come la lettera straziante in morte della madre della sua compagna, Renata) e del collettivo, con squarci folgoranti sull’esperienza di militante politico negli anni Settanta (si pensi alla sferzante missiva ad Aldo Brandirali, narcisissimo ex leader di Servire il Popolo, ed ennesimo riciclato in Forza Italia, via CL). Ma naturalmente prevale la riflessione, non sconfitta né disperata, a tratti anzi persino velata di un sorriso amaro, sulla macchina editoriale, le sue conventicole, le sue meschinerie e soprattutto lo stato di assoluta prigionia all’idea che la letteratura sia esausta, che lo slancio e la forza creatrice di cui sono capaci gli esseri umani siano spenti o ridotti a bagliori che agonizzano senza più bruciare, nell’eterna ripetitività dei prodotti fatti in serie o delle ricombinazioni di fattori arcinoti. E a lamentarsene, con altissimi lai, sono i vari Fofi, Corti, Raboni, Pontiggia, cioè proprio i tanti Nessuno a cui per anni Moresco scrive inascoltato, a cui sottopone -sempre respinto- libri possenti, nuovi, illuminanti come Clandestinità, come Gli esordi

E poi?

La seconda, inedita parte di Lettere a Nessuno riprende dal momento in cui il cerchio finalmente si spezza e Giulio Bollati pubblica Clandestinità. Il Moresco emerso non è meno intenso di quello sotterraneo. Anzitutto perché nemmeno la pubblicazione modifica il problema della sua irriducibilità in categorie prefissate. Anzi: il destino dei suoi testi maggiori è paradossale. Sia Gli esordi, esaurito e mai ristampato da Feltrinelli, sia soprattutto Canti del caos, pubblicato a pezzi, da due editori diversi e da entrambi abbandonato, sono libri fondamentali che, a dispetto della loro ricchezza, dell’entusiasmo e del fervore critico tuttora in corso, muoiono dal punto di vista editoriale poco dopo essere apparsi, segno eloquente della prostrazione in cui è imprigionata l’industria culturale italiana.

In speculare opposizione rispetto alla prima parte, le nuove Lettere arrivano (quasi) sempre ai loro destinatari: scrittori, critici, funzionari editoriali o politici, compagni di strada. Che però rimangono Nessuno proprio perché immutato rimane il loro mutismo, il loro scantonamento rispetto all’urgenza, alla caparbia purezza dei problemi posti da Moresco. Che in queste nuove pagine racconta sé stesso e il nostro Paese attraverso dieci anni di scrittura e impegno in modo, se possibile, ancora più spericolato, vertiginoso, commovente. Ma attenzione: qui non c’è il calcolo, il rancore mascherato d’ingenuità, il candore posticcio di chi finge d’ignorare come va il mondo. Moresco lo sa, decenni di buio ed esclusione gliel’hanno insegnato. La cosa straordinaria è che quei decenni non l’abbiano piegato. Allo stesso modo in cui non ha accettato di smorzare la sua scrittura, d’immiserirla in forme codificate e accettabili, Moresco s’ostina a credere nella possibilità d’uno scarto, d’una differenza anche da parte di chi gli sta accanto. Persino la bruciante lettera a Giuseppe Genna, assunto a emblema di questo immiserimento culturale e umano, non s’esaurisce nello smascheramento puntuale (e impressionante) delle tattiche d’adulazione, del trasformismo ipocrita d’un cortigiano, ma vibra dell’autentico dolore di chi ancora si fida e s’aspetta qualcosa da parole paurose e radicali come amicizia, purezza, lealtà, coerenza. Di chi è il primo a pretenderle da sé stesso.

Sembra lecito allora evocare il nome di Leopardi per questo libro di speranza non doma il cui più grande dono, come ha giustamente detto Marco Rossari, è il coraggio che ci infonde.

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