Informazione zingari pregiudizio

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Il caso Pavia
quarta parte
di Nicola Signorini

Il corpus di articoli in questione è molto ampio, il primo articolo è datato ottobre 2006, gli ultimi sono usciti a fine settembre dell’anno successivo. Per ragioni di spazio, ne ho scelti  alcuni, a mio parere significativi in quanto caratterizzati dalla presenza di uno spostamento del focus, che passa attraverso l’accostamento di determinati significanti sul piano dell’espressione i cui relativi significati, non vanno dati per scontati. Questa caratteristica è una presenza quasi continua – cui non mancano alcune eccezioni – all’interno del materiale analizzato. Nello specifico, ho estratto dal corpus diciannove articoli dei quali almeno quindici (tredici usciti su “La Provincia Pavese” e due estratti da “Il Punto”) pongono come valori notizia la posizione sociale e l’appartenenza ad una particolare ‘etnia’, quella rom. Ritengo che questa rappresenti la condizione base per rendere la stampa concausa nella costruzione di una chiave di lettura stereotipata degli avvenimenti.
In ordine cronologico, il primo articolo selezionato risale al 6 febbraio 07. Nella sezione ‘cronaca’ de “La Provincia Pavese” troviamo un’intervista in cui il sindaco di Pavia (Piera Capitelli Ds) afferma: «Siamo di fronte […] anche a gravissimi problemi di ordine pubblico». L’articolo continua dando la parola al Presidente della Provincia Vittorio Poma: «[…] credo che soprattutto il tema vada affrontato ripristinando la legalità». Mi interessa far notare come entrambi gli esponenti politici siano concordi nell’affermare che la natura del problema sia relativa alla sicurezza ed all’ordine pubblico. Il 5 aprile “La Provincia Pavese” titola «Pavia, cresce l’insicurezza tra i cittadini». Da un sondaggio effettuato dalla società Publica Res su un campione di 500 cittadini e 200 commercianti emerge una classifica dei soggetti che fanno più paura ai pavesi. Al primo posto troviamo un generico «delinquenti – teppisti», al secondo posto «extracomunitari», al terzo posto «nomadi». All’ultimo posto si ‘piazzano’ gli «sfruttatori della prostituzione», mentre «spacciatori», «criminalità organizzata» e «rapinatori» sembrano non spaventare così tanto i cittadini, almeno non quanto le categorie che si sono conquistate il podio.
Di fianco all’articolo del sondaggio troviamo un trafiletto «La gente ammette: i tempi cambiano e qui si sta peggio». Ho cominciato a leggere credendo di trovare i pareri di persone spaventate, quantomeno anche dalla presenza dei rom nell’area Snia, considerato che i «nomadi» stanno al terzo posto nella classifica dei soggetti «di cui aver paura». Invece, tre delle intervistate (tutte donne) non si dichiarano troppo preoccupate Il Settimanale Pavese 8feb07dalla presenza di stranieri sul territorio – anche se la titolare di un bar segnala i furti subiti «fino a quando non mi sono decisa a mettere l’antifurto», mentre un’altra sostiene che «La paura è giustificata perché sono gli stranieri stessi che si sono creati una cattiva reputazione: da quando sono aumentati, è aumentato il numero delle rapine». Soltanto uno dei soggetti dichiara «vedevo troppe facce poco raccomandabili, e sono anche una donna, avevo paura che mi potesse accadere qualcosa», mentre i due restanti dichiarano addirittura di essere infastidite maggiormente dai ‘nostri’ e di avere «maggiore fiducia negli stranieri». In basso troviamo il terzo articolo, con il quale si chiude la pagina, titolato «In fiamme una delle baracche dei disperati dell’ex Snia».
Mi sembra che la costruzione della pagina, attraverso l’accostamento dei due articoli relativi al sondaggio sulla sicurezza e la notizia dell’incendio alla Snia (causato peraltro da un cortocircuito) contribuisca ad accostare l’idea della presenza di insicurezza tra la popolazione alla presenza dei rom.
Il 12 aprile 07 “La Provincia Pavese” titola: «Minori sfruttati, la svolta del Mezzabarba». Il comune emana una direttiva per contrastare lo sfruttamento dei bambini allo scopo di impietosire i passanti nell’atto di chiedere l’elemosina. I soggetti preposti, spiega l’assessore ai Servizi sociali, dovranno contattare i senza fissa dimora ed informarli delle possibilità offerte dal Comune e dal volontariato. Vedremo più avanti come uno dei punti di dibattito tra l’amministrazione comunale, e chi sosteneva un operato errato dell’amministrazione stessa in relazione alla vicenda, sia proprio l’inserimento dei

Il Settimanale Pavese 26apr07
Il Settimanale Pavese 31mag07

bambini all’interno del sistema scolastico pavese.
Il 29 aprile, ancora “La Provincia Pavese” titola «L’ombra della prostituzione. Pavia, nell’inferno dell’ex Snia. I racconti di chi vive lì vicino». Quello che più mi ha colpito, pur essendo venuto a conoscenza dell’effettiva presenza del fenomeno prostituzione, è il fatto che sulla stampa è stata data molta importanza allo sfruttamento dei minori per la questua ed al ruolo che alcuni rom (in realtà non più di una ventina di soggetti su un totale di 222) hanno avuto negli episodi accaduti, ma nessuno si è preso carico di dare un giudizio morale sui vecchi pavesi che compravano per pochi soldi il corpo di bambine-madri, in molti casi costrette alla prostituzione come unica altra fonte di sostentamento oltre all’elemosina. Il 6 maggio, in un articolo titolato «Un’invasione di mendicanti» si legge che «i soldi finiscono nelle tasche degli adulti che difficilmente li spenderanno per i loro figli […] Non li mandano a scuola perché è più redditizio tenerli sulla strada a chiedere l’elemosina», e pochi giorni dopo il sindaco ribadisce che «il problema sicurezza è competenza della questura […] nell’area non esiste un’emergenza igienico sanitaria, ma solo un problema di sicurezza». La proposta infatti è un finanziamento di 300.000 € per l’installazione di un impianto di videosorveglianza.
Rom Horror Picture ShowNon solo per evitare l’invito ad una lettura di parte, ma anche per continuare a sottolineare la presa di coscienza da parte di chi scrive della presenza di alcuni episodi di microcriminalità, riporto la notizia comparsa su “Il Punto” del 7 maggio relativa ad un tentativo di furto all’Iperdì da parte di un diciannovenne che viveva alla Snia: «Ha cercato di mettere a segno un furto all’Iperdì della Vigentina ma è stato scoperto e arrestato dai Carabinieri. M.S. […] è uno dei duecento disperati che da mesi vivono nei capannoni dimessi dell’ex Snia […]» L’articolo era titolato «Pavia, assalto all’Iperdì. Arrestato rumeno della Snia». Anche qui il problema ritengo che non sia il tentativo di furto, quanto il fatto che esso è ‘degno’ di pubblicazione, o meglio supera adeguatamente la soglia di notiziabilità, soprattutto in relazione al fatto che il soggetto deviante fa parte dei rom residenti nell’ex fabbrica. Come per il problema ‘prostituzione’, noto un continuo sbilanciamento del problema: dal riportare un fatto di cronaca in sé, al riportarlo in relazione alla condizione sociale del soggetto. Ripeto: questa non vuol essere una giustificazione all’illecito, ma ritengo che creare una relazione comunicativa del tipo:
prostituzione = sono le rumene della Snia, furti = sono i rom della Snia, rissa = (forse) sono i rom della Snia
sia plausibile che questa tenda a far percepire i rom come un pericolo per la comunità, e contribuisca a renderli oggetto di generalizzazione e ‘capro espiatorio’ in caso di eventuali altri illeciti per i quali non è nota l’identità del soggetto/i deviante/i.
A inizio giugno nasce il comitato “Libertà e legalità” per iniziativa di alcuni residenti del quartiere dove sorge l’area Snia, che si dichiara «senza leader», come a voler sottolineare che la protesta nasce da un coro di voci, che non è, né vuole essere espressione di una parte politica, ma la voce «dei residenti esasperati», come titola “La Provincia Pavese” il 9 dello stesso mese. Il giorno dopo si legge che «La prima cosa da fare è trovare una soluzione per mandare via questa gente […]. Il problema centrale è sostanzialmente di ordine pubblico».

«Studiare l’organizzazione sociale di una comunità zingara
significa automaticamente studiare l’intrinseco mutamento sociale
e l’intrinseco rapporto esistente con i non-Zingari, costanti»
Leonardo Piasere

la Provincia Pavese 25mag07Prendendo spunto dal già citato lavoro di Giuseppe Faso sulle parole che escludono, oltreché da alcune analisi semiotiche di Maria Pia Pozzato ho notato come, nonostante non mancassero interventi critici (o comunque posizioni non-discriminatorie) nei confronti dei rom della Snia, i titoli degli articoli letti (non solo su “La Provincia Pavese”) tendessero a costruire un’immagine colpevolista nei confronti del gruppo sociale in oggetto, soprattutto attraverso una titolazione dai toni molto forti, e con l’utilizzo di sostantivi che connotassero negativamente il gruppo sociale stesso.
Per esempio “Il Punto” del 9 luglio 07 titola in prima pagina: «Ex-Snia, rubano l’acqua del cimitero. Si estende a macchia d’olio l’invasione dei rumeni». Ho notato, anche in relazione al grado di importanza dell’azione (nella fattispecie prendere l’acqua alla fontana davanti il cimitero, poiché nell’area dell’ex fabbrica non erano presenti altre fonti d’acqua potabile) come questo titolo tenda a dare un’immagine che consiste sostanzialmente nell’imposizione del gruppo sociale (invasione), la quale si caratterizza – per sua natura – a scapito di un altro gruppo che trova ampia cittadinanza – tanto per fare un bel gioco di parole – nella già citata civiltà del ‘noi’ proposta da Faso, allo scopo di effettuare un illecito (rubare).

E noi paghiamo

Non solo in relazione al ruolo dei media, ma anche allo sviluppo della questione e soprattutto, a mio avviso, alla percezione e lettura del fenomeno da parte della gente, l’11 giugno è una data significativa. La trasmissione “Rotocalco Televisivo” di Enzo Biagi la Provincia Pavese 13giu07dedica un servizio ai «rom della Snia». Premesso che la mia conoscenza dei fatti avviene a vicenda, se così si può dire, conclusa, mi sento di definire il servizio di Rotocalco Televisivo una buona fotografia della vita vissuta dietro i muri di Viale Montegrappa e non solo.
Non mi sono scandalizzato vedendo le immagini di Gheorghita che chiede l’elemosina tra l’indifferenza della gente, mentre sono rimasto colpito dall’affermazione di una signora che, commenta così la ragazza che prende l’acqua dalla fontana del cimitero – fatto tra l’altro già analizzato in relazione alla carta stampata – «e noi paghiamo».
Come ho già detto, anche se in relazione all’analisi del materiale giornalistico, ritengo abbastanza privo di importanza – quantomeno economica – il fatto che i rom della Snia si rifornissero di acqua al cimitero. Proprio per questo leggo nel comportamento della signora più una sorta di disturbo dato dallo ‘zingaro’ in quanto simbolo, in quanto incarnazione di uno stereotipo, che un reale fastidio dato dall’azione. In effetti, lo zingaro ruba, non solo i bambini, ma anche l’acqua del cimitero.
Non posso dirlo con certezza, ma credo che se alla fontana ci fosse stato un comune senzatetto, la reazione sarebbe stata più vicina ad un ‘provare pietà’ per chi non ha una casa, o un bagno, che alla ‘stizza’ per chi ruba anche l’acqua ai ‘nostri’ morti.
La posizione della carta stampata non si discosta sostanzialmente da quella vista finora. Il 12 luglio, per esempio, “La Provincia Pavese” accosta in prima pagina «Il sindaco: così si tutelano gli abusivi» ad un «Operazione campi rom 9 arresti», e potrei continuare.
La risonanza data da Rotocalco Televisivo (nella fascia in cui è andato in onda il ‘caso Snia’ si è verificato un significativo incremento di audience) ha dato vita ad un altro problema, oltre a quello di ordine pubblico: il 13 giugno “La Provincia Pavese” titola in prima pagina «Ma Pavia non è razzista» e sotto la notizia di una rissa tra giovani al lunapark che «forse [sono] nomadi».
Il Settimanale Pavese 13set07Oltre alla polemica su Biagi, comincia a farsi sempre più pressante un’altra questione: l’abbattimento dei capannoni voluto dall’amministrazione comunale per «risolvere il problema alla radice». È da qui che voglio tracciare una linea del ruolo svolto nella vicenda da quei soggetti che spogliandosi di pregiudizi e stereotipi hanno deciso di avere un contatto diretto con la realtà dei rom alla Snia per provare a capire in che modo affrontare e risolvere concretamente il problema.

Mettendo da parte il ‘taken for granted’

È indubbio che per fare ciò occorre prima avere ben presente la natura degli eventi, e solo in relazione ad essa è possibile tracciare un percorso, farsi un’idea di come le istituzioni politiche e sociali possano concretamente agire nell’interesse della società. Credo di poter affermare che senza il contributo di questi soggetti, probabilmente la vicenda avrebbe avuto risvolti molto più pesanti, sia dal punto di vista pratico, sia da quello – peraltro non meno importante – sociale e simbolico.
A Pavia ho incontrato il primo caso in controtendenza rispetto all’occasione mancata della free press, descritta da Sarti ne Il Giornalismo Sociale. Il caso Snia entra a pieno titolo tra le daily news dopo la chiusura del settimanale (distribuito gratuitamente) “Pavia Vigevano Voghera”, voluta «dall’editore Paolo Barbaini dopo aver ricevuto pressioni da persone contigue all’attuale vicesindaco Ettore Filippi» dopo l’attenzione dimostrata dalla testata nei confronti della gestione poco trasparente delle risorse del Festival dei Saperi, da parte dell’amministrazione comunale. “Il Settimanale Pavese” nasce dalle sue ceneri e costituisce in effetti il primo free journal in Italia ad occuparsi di temi sociali, quali scuola e immigrazione, proprio perché a stretto contatto con il tema rom-Snia.
Il 12 aprile “Il Settimanale Pavese” critica le posizioni della giunta sull’accattonaggio, e l’eco data al tema sul quotidiano “La Provincia Pavese”, cercando di dare una lettura diversa degli eventi. Esce infatti con un approfondimento di Anna Ruchat su una ragazza residente alla Snia che, costretta a prostituirsi, trova il coraggio per denunciare l’amante pappone. Anche “La Provincia Pavese” tratta più volte il tema della prostituzione minorile, ma non accenna mai alle concause. Ovvero, se da un lato troviamo chi sfrutta la prostituzione, dall’altro bisogna prendere atto della presenza di persone (in maggioranza italiane e benestanti) che creano domanda, per dirla in termini economici. Ancora, dovremmo riflettere sulle leggi vigenti in materia e forse dubitare dell’immoralità delle case chiuse, andando a scardinare le posizioni delle istituzioni in quest’ambito.
Il 26 dello stesso mese “Il Settimanale Pavese” denuncia l’inadempienza del Comune nell’aiuto ad una famiglia con cinque figli di cui uno affetto da epatite B. Nonostante il decreto del tribunale per i minorenni di Milano che imponeva al comune «in collaborazione con la Asl […] opportuni controlli ed adeguati sostegni in favore del nucleo familiare». Così, ad ogni spostamento del problema sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico, “Il Settimanale Pavese” rispondeva con una chiave di lettura sociale dei fatti e con critiche costruttive all’operato delle istituzioni preposte.
Altro ruolo importante viene svolto dal Circolo Pasolini ed in particolare da Giovanni Giovannetti ed Irene Campari, i quali si attivano fin da subito come volontari in aiuto delle famiglie rom. Ho chiesto a Giovanni: «In che modo e perché il Circolo si è avvicinato al problema dei rom alla Snia?» Giovanni mi risponde che «molto semplicemente circolavano brutte voci su quello che accadeva all’interno della Snia e quindi hanno deciso di andare a vedere di persona come stavano realmente le cose. La situazione si presentò un po’ diversa da com’era dipinta da amministrazione e stampa locale». Inizia così un lavoro di comprensione sociale del fenomeno perché le dinamiche non erano così lineari.
«Inizialmente, l’atteggiamento era di tipo sostanzialmente umanitario, ma ben presto abbiamo capito che non era la strada giusta da seguire. Era sbagliato portare il pesce, molto più intelligente è cercare di dare a tutti una canna per andare a pescare».
Questa frase di Giovanni mi ha fatto riflettere molto. In effetti, davanti ad una realtà così irreale, la cosa più spontanea è cercare di portare un aiuto concreto: dalle coperte ai vestiti, dai generi alimentari ai medicinali. In realtà questo tipo di atteggiamento può portare piccoli benefici immediati, ma non risolve i problemi di inserimento sociale come l’ottenimento di un posto di lavoro o di un alloggio degno di essere chiamato tale, fino all’istruzione per i bambini i quali hanno ancora più diritto degli altri a non conoscere la violenza e il disagio che comporta una vita vissuta ai margini.

Proprio quest’ultimo argomento è stato uno dei punti di scontro tra i volontari del Circolo e l’amministrazione comunale. Anche “La Provincia Pavese” diede spazio al problema dei minori sfruttati per la questua, e il Sindaco dichiarò che non sarebbero stati più tollerati i casi di sfruttamento. Ma ci sono stati casi accertati di sfruttamento dei minori per l’accattonaggio? Anche qui il problema è più vasto di quello che sembra. Di fronte alla richiesta di inserimento dei bambini rom nelle scuole pavesi, il sindaco rispose negativamente in quanto questo «avrebbe costituito un incentivo al radicamento delle famiglie sul territorio», violando il diritto all’istruzione riconosciuto dalle convenzioni internazionali, e negando la possibilità ai bambini stessi di passare qualche ora al di fuori della città invisibile che era la Snia, e all’interno della vita sociale (ma sarebbe meglio dire ‘normale’) dei coetanei pavesi. Anche alcuni istituti scolastici erano piuttosto contrari alle richieste, le quali sono state tutte presentate dal Circolo Pasolini che ha provveduto a compilare le domande, nonostante lo sgombero eseguito su ordine dell’amministrazione a fine agosto 2007, giusto pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, abbia reso impossibile l’inserimento alla maggior parte dei bambini.
In ogni caso, occorre tenere presente che molte erano (e sono) le madri costrette a portare con se i bambini, soprattutto i più piccoli, quando escono a chiedere l’elemosina, poiché non hanno altro posto sicuro dove lasciarli. In secondo luogo bisognerebbe cercare di capire: non dico di condividere, ma soltanto di prendere coscienza senza pregiudizio riguardo al fenomeno della mendicità.
Possiamo tradurre il termine gagé con ‘coloro con cui un rom cerca di fare affari’ e il termine «rom» con ‘coloro con cui un rom può entrare in un circuito di doni’. La distinzione sta nel fatto che il primo rapporto, è svincolato dai rapporti personali, mentre il secondo lega i contraenti attraverso un vincolo di solidarietà. L’elemosina rientra nella casistica del dono ed è basata su legami sociali. La lotta alla mendicità è uno dei punti caldi di incomprensione tra rom e gagé. Va detto che se da un lato si è cercato di lottare contro la mendicità, dall’altro si è sempre cercato di resistere, e comunque, quando una comunità raggiunge l’indipendenza economica la mendicità viene sempre abbandonata. Essa non è un modo di fare o di essere, dovuto alla ‘non voglia di lavorare’ come vuole il parlare comune, ma dipende dalle difficili condizioni economiche.
«Detto ciò, in romanes mendicare si dice ‘chiedere’, la mendicità è una richiesta, ma sotto questo concetto i rom fanno rientrare qualsiasi azione di richiesta di un rapporto commerciale: mendicare e vendere porta a porta in molti dialetti del romanes è sempre ‘chiedere’. A differenza degli altri doni, la mendicità prevede il ‘chiedere’ e giustamente i rom lo sottolineano nella loro terminologia. Normalmente un dono non deve essere chiesto, altrimenti perde quella connotazione dell’implicito che lo caratterizza. […] La mendicità è così accettata da tanti rom poiché, chiedendo, sono esonerati dall’instaurare un legame nel momento in cui ricevono il dono, potendo uscire subito dalla relazione, così come avviene quando fanno affari». (Leonardo Piasere, I rom d’Europa, Laterza 2004, p. 104)
Altro luogo comune da smentire è condensato nel titolo di una lettera di un onorevole dell’Udeur a “Il Punto”: «Allarmati dalla presenza dei nomadi rom in Italia». Chiedo a Dumitru, quante delle famiglie che vivevano all’ex Snia fossero nomadi. Risposta: «nessuna. Tutti in Romania erano stanziali». Lo stereotipo ‘rom=nomade’ è già smentito da Piasere (2004, p. 10),  e riconfermato anche dallo studio di Paola Arrigoni e Tommaso Vitale Quale legalità? Rom e gagi a confronto. I dati sono stati raccolti nell’ambito della ricerca Cosa sanno e cosa pensano gli italiani di rom e sinti?, commissionata dal Ministero dell’Interno ed effettuata nel giugno 2007 dall’ISPO, e della ricerca a essa complementare Voci zingare: l’ignota galassia si presenta, effettuata (sempre dall’ISPO) nell’ottobre dello stesso anno.
«La stragrande maggioranza dei rom e dei sinti residenti in Italia è stanziale; molti di loro non hanno esperienze di nomadismo alle spalle. Soltanto l’8 per cento (è però una cifra sovrastimata) pratica ancora qualche forma di nomadismo, ma non si tratta mai di un vagabondare senza meta, quanto piuttosto di spostamenti ciclici su aree ben definite, effettuati per ragioni di lavoro e commercio. […]  Se consideriamo le opinioni espresse [dagli italiani] sulle caratteristiche attribuite a rom e sinti (nomadismo e omogeneità/eterogeneità di cultura e provenienza), il quadro di conoscenza non migliora, anzi. L’84 per cento del nostro campione ritiene che questi gruppi siano prevalentemente nomadi».
Sempre in relazione allo sfruttamento dei bambini, dalla ricerca di Arrigoni e Vitale emerge che si tratta di casi non riconducibili alla maggioranza, piuttosto a forme di criminalità organizzata, e quindi non generalizzabili. Dai dati dell’ISPO emerge come il vero problema alla base dei rapporti sociali tra rom e gagé sia l’ignoranza, la quale – ripeto – a mio parere trova terreno fertile nel pregiudizio e nello stereotipo.

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