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Il caso Pavia

di Nicola Signorini

quinta ed ultima parte

Leggendo i dati, troviamo che il 56 per cento degli intervistati non ha idea del numero di rom presenti sul territorio italiano, mentre solo il 24 per cento sa che circa la metà di essi è di cittadinanza italiana. È inoltre significativo dal punto di vista della comprensione culturale, che il 63 per cento non sa che rom e sinti non sono un popolo omogeneo, ma una galassia di minoranze: non etniche, sia ben chiaro. Piuttosto le definirei ‘minoranze storiche’. Come ho già detto citando Piasere, non bisogna farsi confondere dalle numerosissime denominazioni. D’altra parte, questo non deve portare a pensare i rom come minoranza omogenea. 

Le denominazioni infatti, non nascono da una differenza etnica, ma sono il prodotto di successive realtà storico-sociali, ognuna con le proprie peculiarità. Il problema di comprensione parte anche in questo caso da un differente sistema di valorizzazione della realtà sociale. Un problema di significato se vogliamo. Il nostro sistema di valori, inteso come ‘sistema occidentale’, tende a costruire il ‘gruppo’ come un qualcosa di definito, netto, delimitato da confini precisi che danno la possibilità immediata di connotare un’appartenenza e/o un’estraneità. I gruppi zingari non sono niente di tutto questo.

 «La parentela è un legame sociale ‘forte’, la cui rottura è sentita come molto dolorosa, e che può continuare a funzionare bene anche nella lontananza e nella dispersione». (Piasere 2004, p. 70) I gruppi infatti, normalmente costituiti da due o più famiglie, possono dividersi anche frequentemente, per motivi economici o lavorativi, unendosi ad altri gruppi, oppure una famiglia può decidere di spostarsi da sola per un determinato periodo di tempo. Molte denominazioni derivano dalla regione di residenza la quale ha un valore di riferimento molto importante per l’identità del gruppo. Per esempio sinti rosengre significa sinti italiani (o toscani), mentre sinti gackane vuol dire sinti tedeschi e estraixaria austriaci.

Ci sono anche casi in cui il nome discende da rapporti di parentela, e altri in cui è connotato dal tipo di mestiere svolto dalla famiglia. Abbiamo così gli ursara (addestratori di orsi) curara (costruttori di stacci, crivelli, pettini, spazzole) kaldarara (calderai, ramai) eccetera. Teniamo presente che è possibile, se non frequente, che una famiglia si sposti ciclicamente in quattro o cinque regioni, e svolga in ognuna un mestiere diverso. Ora forse ci possono apparire più nette sfumatura e frammentazione, come caratteristiche del confine nella dimensione romanì.

 

«Io so perché sono un intellettuale,

 uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede,

 di conoscere tutto ciò che se ne scrive,

 d’immaginare tutto ciò che non si sa o si tace…»

 

Pier Paolo Pasolini

 

 «In Romania non si poteva vivere». È la frase che ho sentito ripetere più spesso da quando mi sono trasferito a casa di Giovanni. Nemmeno qui è facile, ma le possibilità sono maggiori, e l’area Snia era diventata, nonostante le pessime condizioni igienico-sanitarie (come già detto, la zona è contaminata da rifiuti tossici cancerogeni, e infestata dai  topi) la loro casa. O meglio il campo nomadi di Pavia. Alex, un bambino di undici anni, ha detto parlando con me della Snia: «Io ci stavo bene alla Snia. Giocavamo, ma alla sera non ci dormivo». «No?» chiedo. «No perché avevo paura dei topi sai… erano grandi così». «Si, ho visto le foto» rispondo. «La prima sera sono andato a dormire e quando hanno spento la luce poi ho sentito una cosa qui (sul petto) e io ho fatto così (mi fa il gesto di abbracciare qualcosa) poi ho visto che era un topo grande ed ho urlato. Mi ha anche morso, qui sul dito».


‘Elementi contradditori’

La cosa più sbagliata per me, è la consapevolezza che un dialogo come questo, assieme a pregiudizi e stereotipi, oltre alla forte ignoranza sul popolo rom, provocherebbe una risposta del tipo «Vedi, in fondo sono zingari. Sono sporchi, puzzano, e gli piace vivere così». Il problema è che non è facile integrare due realtà così diverse. Quello che sta accadendo va letto come l’incontro tra due modelli di vita sociale quasi opposti. Una società occidentale, la nostra, che viene a contatto con modelli sociali e culturali ancora fortemente legati ad un tipo di comunità molto simile a quella rurale e preindustriale.

Se da un lato c’è il bisogno di scappare da un paese in cui non è più possibile vivere, dall’altro c’è ancora la necessità di ricreare delle dinamiche sociali, che sono più simili a quelle dei contadini del Novecento di Bertolucci, che ai rapporti di vicinato attuali. «Quando ho visto Progresu» mi ha detto Giovanni «mi è sembrato di vedere la Snia».

In effetti, la tendenza è stata una sorta di ri-costruzione di una piccola Progresu all’interno dell’area, dalla quale poter uscire ed essere a Pavia invece che a Slatina, in Italia piuttosto che in Romania.

Passando un mese di tempo con la famiglia Stan, ho notato come i rapporti familiari sono basati su una visione ancora fortemente patriarcale, dove la donna riveste un ruolo prettamente funzionale, fondamentale, e indispensabile alla vita del nucleo familiare, ma non ha nessun potere decisionale, il quale è totalmente prerogativa dell’uomo. Ultima, ma non meno importante e difficile da affrontare, è la diffusione del matrimonio in età molto precoce (circa 12 o 13 anni), senza il requisito, oggi più che mai necessario, di un’indipendenza economica stabile. D’altronde l’aspettativa di vita è in media molto più bassa di quella di un paese occidentale. Non voglio a mia volta rischiare una semplificazione del problema, e non voglio ‘coprire’ i casi di mancanza di volontà in uno sforzo di tipo lungimirante (che però rimangono casi, mentre arrivano in cronaca come esempi di normalità), piuttosto che casi di violenza domestica, ma credo che l’unica possibilità di risoluzione di un problema che oggi è rappresentato dalle popolazioni rom, e domani potrebbe essere (o sarà) nuovamente presente in relazione a qualche altra fetta di popoli del mondo, sia un processo continuo di negoziazione i cui confini non sono mai stabiliti una volta e per tutte.

 È difficile sradicare l’idea di un rapporto moglie-marito fortemente maschilista e convincere della parità dei diritti una persona adulta, e forse anche un’adolescente, ma questo non deve far desistere le istituzioni sociali dal tentativo di dialogo, soprattutto perché queste dinamiche sociali, senza l’incontro con una realtà diversa, tendono a perpetuarsi anche tra i bambini più piccoli. Ho notato per esempio, come la subordinazione del sesso femminile sia considerata normale anche tra bambini di cinque, sei o dieci anni. Non si tratta di procedere con atti invasivi o coatti, i quali porterebbero soltanto ad effetti traumatici e negativi, ma di dialogare costruttivamente e continuamente nel tentativo di negoziare alcune differenze.

L’intervento promosso dal Circolo Pasolini si muoveva in direzione di un progressivo inserimento nel tessuto sociale cittadino, rifiutando la cultura dei campi, la quale tende a rinforzare l’estraneità e l’inammissibilità di questi individui alla nostra società. In un documento redatto dal Circolo, ispirato anche al patto di socialità e legalità di don Virginio Colmegna, viene delineato un vero e proprio percorso di inclusione sociale, la cui messa in opera avrebbe coinvolto attivamente tutti i soggetti in questione, dall’amministrazione alla prefettura e impegnato tutti gli individui con un reale interesse ad un inserimento basato sul rispetto reciproco.

 

Evoluzioni: discriminazione, interessi, politica, soldi, soldi, soldi

 

 

Perché non è stata accettata questa proposta? Per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro e cercare di comprendere dinamiche, delle quali non sarei venuto a conoscenza senza l’aiuto di chi, come Giovanni, ha vissuto l’evoluzione dei fatti giorno per giorno, scoprendo dietro ogni pagina nuovi elementi che, come i pezzi di un puzzle vanno progressivamente a formare il quadro. Non voglio sconfinare in un’inchiesta giornalistica poiché questo non è il contesto entro il quale effettuare questo tipo di lavoro, quindi cercherò di limitarmi agli elementi necessari ad una completa comprensione del fenomeno.

Come ho già accennato, la Snia rappresenta, assieme alla Fonderia Necchi, la testimonianza della Pavia moderna, industriale, la Pavia del Novecento. Nel Piano Regolatore Generale di Vittorio Gregotti infatti, gli edifici della Snia occupati dai rom vengono sottoposti a vincolo di interesse storico proprio «in quanto testimonianza di archeologia industriale dell’industria tessile pavese». Un altro piano, il Piano integrato d’intervento per la Snia reperibile sul sito di Risanamento SpA, gruppo Zunino (uno dei proprietari dell’area) presenta ben altri sviluppi: demolizione dei ruderi industriali e progetto di costruzione di un’area commerciale. Non c’è bisogno che io proponga altri suggerimenti.

Un’emergenza sociale e sanitaria viene sentita, percepita o erroneamente vista e indicata per più di un anno come un problema di sicurezza e di ordine pubblico. Si dichiarano pericolanti gli edifici di Viale Montegrappa e, invece di puntellarli in attesa di un intervento di recupero, si sgomberano gli occupanti abusivi, e si procede alla demolizione, incuranti del vincolo del Piano Regolatore Generale. Ma non è interessante per me dare giudizi a questo operato. È molto più interessante vedere come vengono accolte queste famiglie, da un anno ‘alla ribalta della cronaca’ come personaggi di un qualsiasi reality show, per le quali si cercano fin da subito sistemazioni altre. La prima sistemazione temporanea è una tenda della Protezione Civile in Piazza Maggi, segue una proposta di rientro in Romania finanziata con 250 euro a famiglia gentilmente offerti dal gruppo Zunino tramite Caritas, poi vengono caricati su autobus e pulmini con destinazione Torre d’Isola e Cascina Santa Sofia. La colonna incontra un blocco stradale organizzato dai cittadini dei paesi che impediscono il passaggio e urlano «non fateli scendere». I rom non si sarebbero fermati sul ‘loro’ territorio; erano diretti a un poligono di tiro in riva al Ticino, un’area demaniale nel Comune di Pavia, infestata da erbacce, zanzare e topi.

Dopo altre due notti all’addiaccio, 48 persone vengono ospitate in un centro di accoglienza presso Pieve Porto Morone, 26 a Cascina de’ Mensi, 10 sotto due tende in oratorio, 3 famiglie in alcune case sotto sequestro.

Sia presso Cascina de’ Mensi, ma soprattutto, ed in maniera continuativa a Pieve Porto Morone, cittadini del posto e giovani di Lega Nord e Forza Nuova, complice il muto assenso degli amministratori, hanno manifestato il loro dissenso con striscioni razzisti e xenofobi di giorno, e lancio di mattoni e bottiglie di notte. Anche questa è una soluzione: quasi una soluzione finale. E infatti qualcuno ha suggerito «forni crematori, camere a gas».

 

Conclusioni

 

Non è facile tracciare delle conclusioni in un paese dove il problema sicurezza è percepito come uno dei più importanti punti all’ordine del giorno, e con in mano un rapporto della Direzione Centrale Polizia Criminale che mostra invece come l’andamento semestrale della criminalità in Italia sia in costante calo dal secondo semestre del 2006 ad oggi.

Bauman ci mostra come le sofferenze umane derivanti dalla degenerazione della politica sono riassunte perfettamente nel termine tedesco Unsicherheit, il quale comprende l’insieme dei termini inglesi uncertainty [incertezza], insecurity [insicurezza esistenziale], unsafety [assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà]. Questi tre aspetti rendono le persone incapaci di assumersi i rischi che l’azione collettiva comporta.

Le istituzioni politiche, dice Bauman, in un mondo globalizzato, nel quale una buona fetta del potere, la più importante, è preda della politica, non possono fare molto. Quello che possono fare, e la realtà italiana è emblematica sotto quest’aspetto, è convogliare l’ansia, estesa e diffusa, verso una sola componente dell’Unsicherheit, quella della sicurezza personale. Il nemico, verso cui indirizzare le proprie paure non è difficile da trovare. Non è importante la natura del nemico in se, ma la forza aggregante che scaturisce dall’unione verso l’obiettivo comune, il male da debellare. La diversità culturale e l’estraneità reciproca hanno reso i rom, o sarebbe meglio dire ‘gli zingari’, in questo contesto sociale il nemico per eccellenza. Il più facile da individuare, il meno problematico da eliminare.

Lungi dal voler indicare soluzioni certe per una convivenza aproblematica, vedo nella conoscenza diretta, nel confronto collettivo e costruttivo, attraverso una negoziazione continua delle diverse visioni della realtà sociale l’unica strada percorribile verso «un dialogo pregnante che possa sfociare in una rinnovata unità, in un ampliamento, anziché una restrizione, degli orizzonti della ‘comunità etica’».

Non esiste la certezza preventiva della riuscita di una strategia in progress, ma questo non deve rappresentare un motivo di rinuncia alla comprensione reciproca.

 

 

Bibliografia

 

Aa.Vv. (2008). Il primo amore 2 – Il dolore animale. Milano: Effigie

Bauman, Z. (1999). La solitudine del cittadino globale. Milano: Feltrinelli

Bauman, Z. (2003). Voglia di comunità. Roma-Bari: Laterza

Giddens, A. (1994). Sociologia. Bologna: il Mulino

Gallisot, R. e A. Rivera (1997). L’ imbroglio etnico in dieci parole-chiave. Bari: Dedalo

Moresco, A. (2008). Zingari di merda. Milano: Effigie

Papuzzi, A. (2003). Professione giornalista. Roma: Donzelli

Piasere, L. (2004). I rom d’Europa – Una storia moderna. Roma-Bari: Laterza

Piasere, L. (2002). L’ etnografo imperfetto. Roma-Bari: Laterza

Piasere, L. (1991). Popoli Delle Discariche.  Roma: CISU

Sigona, N. e L. Monastra (2006). Cittadinanze imperfette – Rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti in Italia. Santa Maria Capua Vetere: Spartaco

 

(5/5 fine)

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