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di Teo Lorini

 

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Ci sono molti modi per entrare nel volume L’America e gli americani in cui Alet ha raccolto 34 scritti brevi, perlopiù di carattere giornalistico e inediti in Italia, di John Steinbeck. Il percorso che sembra più interessante rispetto al tema di questo numero passa attraverso la rievocazione intitolata “Bigino degli anni Trenta” (da “Esquire” del giugno 1960) ma soprattutto attraverso i reportage con cui, a partire dal 1936, Steinbeck indagò la condizione dei contadini poveri o abusivi della California natìa. Sono pagine di una profondità sorprendente, che si impongono all’attenzione per due ordini di motivi.

In primo luogo è necessario affrontare il tema del fortissimo americanismo di Steinbeck, che L’America e gli americani testimonia con testi radicali come la celebre lettera aperta a Evtušenko, in cui l’autore di Furore rifiuta l’esortazione del poeta russo a prendere posizione contro la guerra in Vietnam, oppure il racconto di un viaggio nell’Italia degli anni Cinquanta e del “Duello senza pistole” con un corsivista dell’Unità. Colpisce allora come la tensione patriottica non giunga mai a ottundere lo sguardo o a ridurre l’onestà di Steinbeck. Ne fanno fede non soltanto la difesa di Arthur Miller, inchiodato dal Congresso nel pieno del furore maccartista, ma anche le pagine degli articoli sugli “Zingari del raccolto”. In esse lo scrittore è implacabile nell’analisi e nella denuncia dello sfruttamento capitalista sul migrante, sul povero, sul bracciante. In breve, sul proletariato, termine quasi desueto e pressoché bandito dall’analisi sociologico-finanziaria, e recuperato invece in tutta la sua evocativa potenza nell’ambito poetico, come ad esempio in Workingman’s Blues #2, recentissima – e sorprendente – riflessione operaista di un altro pensatore americano come Bob Dylan.

Le descrizioni delle baracche in cartone e delle tende lacere nei campi abusivi che popolano la California rurale aggiungono all’interesse per la lucidissima onestà di Steinbeck, il richiamo a un’attualità ustionante. I bambini che giocano nei fossi, vicino alle buche piene della merda di un’intera famiglia, spesso ammalati, sempre denutriti, mal tollerati se non addirittura respinti dalle scuole dove gli insegnanti non vogliono responsabilità e i genitori di ragazzini puliti, «carini», educati non vogliono «deficienti» o «portatori di malattie»: sono immagini che l’Italia di questi anni conosce sin troppo bene, ma il dato allarmante è che questi braccianti abbandonati dalle istituzioni non sono schiere di poveri arrivati da lontano. A quegli immigrati, reclutati in tempo di prosperità e ora inutili, la spietatezza della macchina capitalista avevano già pensato, espellendoli all’esplodere della crisi economica. Gli “Zingari” dei campi abusivi sono tutti cittadini americani, che negli anni Trenta furono scacciati dalle pianure di Middle e Southwest dal Dust Bowl, autentica catastrofe ambientale causata da una combinazione di siccità, tempeste di sabbia, erosione, impoverimento del suolo dovuto a uno sfruttamento dissennato. Famiglie intere viaggiarono verso ovest strette sull’automobile che diventava la loro casa, con qualche pollo e qualche misero bene, barattato in cambio di benzina. Li attendeva una California dove anche chi godeva del diritto di cittadinanza era destinato a scivolare verso e oltre il margine estremo della società.

Crisi economica, emergenza ambientale, collasso delle strutture sociali, migrazioni e nuove povertà: serve aggiungere parole per far capire quanto questa cronaca di ieri parli all’oggi? È proprio qui che L’America e gli americani si rivela ricco di spunti e riflessioni utili a riconsiderare l’insegnamento che il passato può offrire al nostro presente. Non sovrapponendo meccanicamente percorsi e immagini (anche se le notizie quotidiane sull’erosione del potere d’acquisto dei salari e sulla stretta con cui la povertà soffoca un numero sempre maggiore di famiglie italiane non incoraggiano grandi speranze), ma affrontando riflessioni e prospettive archiviate troppo frettolosamente.

Cade in taglio allora la riproposizione adelphiana del saggio che John M. Keynes compose all’indomani del Trattato di Versailles, dopo essersi dimesso da rappresentante del Tesoro britannico. Oltre alle riflessioni di carattere più prettamente economico, Le conseguenze economiche della pace nasconde alcune sorprese, specie per coloro che (come chi scrive) si attendevano un testo imperniato esclusivamente su riflessioni politico-finanziarie. La prosa di Keynes ha la felice ricchezza che si ritrova spesso negli eruditi di primo Novecento sommata a una rara capacità critica ed interpretativa. Da questo punto di vista sono godibilissimi i capitoli dedicati alla Conferenza di pace e in particolare i ritratti fisici e psicologici dei partecipanti: le giubbe di panno e le scarpe «di foggia campagnola» di Clemenceau che pensa della Francia «quello che Pericle pensava di Atene […], un valore senza pari» a fronte del quale null’altro importa; Woodrow Wilson che appare «più saggio da seduto» e risulta «inetto» e pressoché inerme di fronte agli scaltrissimi diplomatici europei e infine Lloyd George che «osserva gli astanti con sei o sette sensi non disponibili ai comuni mortali».

Il pregio maggiore di questo volume è l’ampiezza con cui vengono analizzati in parallelo i processi demografici, quelli economici fino a toccare quelli psicologici dei popoli e delle nazioni. Keynes racconta un mondo e una società organizzata per l’accumulazione virtuosa di capitale, che lavora compatta «non per i piccoli piaceri dell’oggi, ma per la futura sicurezza e miglioramento della specie». Un’immagine che soprende per la potenza del contrasto fra questa immagine e la dissennata euforia da ballo sulla tolda del Titanic in cui la crisi finanziaria attuale è cresciuta, indifferente a qualsiasi segnale d’allarme.

La lungimiranza e la profondità di questo splendido libro sono tali che quasi ogni pagina meriterebbe almeno una citazione. Accontentiamoci almeno di ricordare l’accento posto sul fattore della sovrappopolazione, un elemento di allarme in termini di capacità produttive del pianeta che Keynes segnala sin dal primo capitolo del suo lavoro e che oggi, a un secolo di distanza, incombe in modo ancora più minaccioso. Tanto più che negli ultimi decenni, proprio come allora, si è assistito a una pesantissima rimozione collettiva di questo dato e -quindi- delle strategie per porre rimedio ai problemi e alle reazioni a catena che da lì scaturiscono: «L’Europa è uno dei più densi aggregati di popolazione della storia del mondo. Questa popolazione è inoltre abituata a un tenore di vita relativamente alto, nel quale alcuni settori di essa si aspettano anche adesso un miglioramento anziché un declino». Da tale lucida valutazione nasce una delle più profetiche (e giustamente celebri) intuizioni di Keynes: «Il pericolo che ci sovrasta è il rapido calo del tenore di vita delle popolazioni europee, fino al punto che alcuni saranno ridotti a morire semplicemente di fame. Gli uomini non sempre sono disposti a morire tranquillamente […]. L’efficienza fisica e la resistenza alle malattie lentamente diminuiscono, sino a quando si giunge infine al limite della sopportazione umana e propositi folli e disperati destano i sofferenti dal letargo che precede la crisi. Allora l’uomo si scuote e i vincoli consueti si allentano. La forza delle idee è sovrana ed egli dà ascolto a qualsiasi parola di speranza, di illusione e di vendetta gli porti il vento […]. Chi può dire qual è la misura del sopportabile, e in quale direzione gli uomini cercheranno infine di sfuggire alle loro sventure?».

Con pari onestà intellettuale, senza indorare pillole né sminuire la portata della crisi che, come previsto, sarebbe esplosa con violenza lacerante nel giro di un decennio, Keynes propone anche un novero di soluzioni che non tutelano uno status quo ante ormai irrecuperabile (si pensi alle pesantissime e di fatto inesigibili sanzioni che gettarono la Germania nella peggiore spirale inflattiva dell’Europa moderna), ma si sforzano di andare in un’altra direzione, di «promuovere il ristabilimento della prosperità e dell’ordine, invece di aggravare sempre più il malessere». Tutti i suggerimenti dell’economista britannico furono accolti con scetticismo se non con derisione. Fu così per le proposte percorribili, come la creazione di un’unione di libero scambio che estendesse all’intera Europa il modello dello Zollverein tedesco; per quelle decisamente controcorrente, come la cancellazione dei debiti di guerra; o per quelle radicali come la richiesta di un prestito internazionale di cui, per forza di cose, avrebbero dovuto farsi carico in gran parte gli Stati Uniti. In una pagina toccante per intensità Keynes auspica che il governo statunitense accolga il suo suggerimento, non in nome di una generica «salvezza dell’Europa da se stessa», ma in uno slancio in cui dispiegano tutta la loro potenza idee come l’internazionalismo, l’irenismo, l’aspirazione a un progresso umano ottenuto tramite la sconfitta dei rapporti fondati esclusivamente sulla sopraffazione.

Ovviamente Keynes avverte l’esigenza di fissare precise regole sulla forma che l’aiuto economico dovrebbe assumere e sui controlli che gli Stati Uniti e, di conseguenza, i vari governi aderenti dovrebbero mettere in atto. Proprio l’idea di rafforzare l’intervento centrale, subordinando nel contempo il rilancio della produzione e degli investimenti a un controllo dello Stato è stato di recente oggetto di critiche: sul Corriere della Sera dell’11 novembre 2008 l’economista premio Nobel statunitense Edmund Phelps ricordava che «la teoria del capitalismo si basa sulla diversità delle fonti da cui possono scaturire nuove idee commerciali, sulla varietà dei gruppi di imprenditori disposti a investire e delle risorse finanziarie […] e sul presupposto che i proprietari di imprese non debbano render conto a nessuno (se non alla propria coscienza) e siano quindi liberi di usare il loro intuito, in una condizione molto diversa da quella di rigido controllo a cui devono giustamente sottostare i funzionari dello Stato». Una così autorevole esortazione alla prudenza e alla valutazione è condivisibilissima, tanto più in un momento in cui si corre a riempirsi la bocca del nome di Keynes come di un portafortuna, specie tra coloro che fino a ieri teorizzavano la più totale deregulation del Moloch finanziario. Risulta tuttavia arduo, fra le macerie causate dagli smottamenti di quel Mercato misura di se stesso, confidare nella “coscienza” di proprietari d’imprese e finanzieri. Se la prospettiva di Keynes, come è in buona misura verosimile, può risultare inadeguata o non più congruente con un mondo così vertiginosamente mutato, la (ri)lettura delle Conseguenze economiche della pace porta con sé almeno uno stimolo che non possiamo permetterci di ignorare, ovvero l’idea rinnovatrice di un approccio socio-economico in cui la salvezza, lo spiraglio di uscita dalla crisi stia nell’obbiettivo di un benessere in grado di ricadere sulla maggior parte possibile della collettività, al di là delle frontiere geografiche, delle divisioni in classi, dei differenti paradigmi culturali.

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