A cento passi da Buccinasco

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di Irene Campari e Giovanni Giovannetti


 

L’inchiesta che segue – dedicata alle mafie, al traffico dei rifiuti e al linguaggio della  politica – è in uscita sulla rivista “Il primo amore” n. 5 (edizioni Effigie) in libreria a metà febbraio. Il Circolo Pasolini e Sconfinamenti la pubblicano simultaneamente in anteprima.

 

Francesco Pelle detto Ciccio “Pakistan” è paraplegico: un proiettile gli ha leso la spina dorsale. Pelle è un boss di primo piano della ’Ndrangheta, accusato di omicidio e latitante dal 30 agosto 2007, poco dopo la “strage di ferragosto” a Duisburg in Germania, nella quale un commando dei Nirta-Strangio ammazza 6 persone della cosca avversaria dei Pelle-Vottari-Romeo. È l’epilogo della sanguinaria “faida di San Luca”, cominciata nel 1991, culminata con l’uccisione di Maria Strangio il 24 dicembre 2006, alimentata dalla sete di vendetta di Ciccio Pelle – ridotto in carrozzella da una scarica di pallettoni il 31 luglio 2006 – e dalla guerra di supremazia nel controllo dello spaccio della coca a Duisburg, in mano ai Pelle-Vottari-Romeo.

Francesco Pelle lo hanno arrestato giovedì 18 settembre 2008 alla clinica Maugeri di Pavia, tradito dalle frequenti telefonate in Colombia intercettate dalla Dea, l’agenzia antidroga degli Stati Uniti, che ha subito informato il Dipartimento distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

“Pakistan” era ricoverato da tre mesi sotto falso nome e con false cartelle mediche (si è detto paralitico a causa di un incidente stradale), ricercato da Polizia e Carabinieri, inseguito da nemici vecchi e nuovi che lo volevano eliminare. Era coperto da una rete di protezione locale e aveva molti soldi in tasca. Nessuno ha fatto domande sulla vera natura delle sue ferite. Del resto, nella clinica pavese ai degenti “eccellenti” devono essere abituati: Giuseppe Setola, lo spietato killer del clan dei Casalesi, uno dalla mira infallibile, dopo la cattura si era detto semicieco (1) e il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo aveva mandato a curarsi proprio a Pavia, al Centro di riabilitazione visiva della Maugeri.

Setola era sottoposto al 41bis (2), ma non viene trasferito nel carcere di Opera o in quello pavese di Torre del Gallo. Dal gennaio all’aprile 2008 è tenuto agli arresti domiciliari in un appartamento di vicolo San Marcello, insieme alla moglie. Il 23 aprile il pistolero dei Casalesi fugge da Pavia e proprio allora comincia la carneficina: la sua banda ammazza 17 persone in 4 mesi.

Chi controlla i ricoveri? Li controlla l’Asl, di cui Carlo Antonio Chiriaco è direttore sanitario. Il suo nome è impronunciabile persino in Consiglio comunale, dove, il 2 dicembre 2008, l’avvocato difensore di Chiriaco nonché consigliere comunale di Forza Italia Piero Trivi ed altri esponenti della destra aggrediscono verbalmente il consigliere Irene Campari dopo un suo accenno ad una vecchia storia che vedeva coinvolto il direttore sanitario dell’Asl. Sono noti i rapporti tra Chiriaco e il clan calabrese dei Valle, condannati a Vigevano per usura (3)

 

 

Mafia, mafie

 

Di Setola e della Camorra i giornali scrivono volentieri; meno spazio è riservato alla ’Ndrangheta, la Cosa nuova più flessibile della gerarchica Cosa nostra. La ’Ndrangheta è infinitamente più radicata della Camorra nella società, nella politica, nell’economia e nella finanza italiana ed europea, ben collegata «con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze dell’ordine».(4) La ’Ndrangheta detiene una sostanziale esclusiva per l’importazione della cocaina in Europa. È ormai una grande holding politica, economica e criminale, il più affidabile partner mondiale dei narcotrafficanti colombiani. (5)

 

Qualche settimana fa le Borse mondiali hanno avuto un rialzo medio del 7,7 per cento, con notevoli guadagni per le mafie. Alla Borsa di Francoforte il più grande investitore è la ’Ndrangheta. «Niente di vecchio e arcaico, quindi. Ma un soggetto criminale moderno, con una borghesia apparentemente lontana dalle tradizionali logiche militari, come dalla gestione delle più imbarazzanti attività criminali, inserita progressivamente nei salotti buoni della società; in questo modo si fanno affari, si costituiscono le società miste, si appaltano i servizi pubblici, si scelgono i consulenti dei governanti, per determinare le grandi scelte del territorio. L’inserimento negli organismi elettivi – di per sé pericoloso e inquinante – a sua volta espone a ulteriori infiltrazioni: la pratica delle assunzioni clientelari, degli affidamenti di lavori, delle forniture e servizi alle imprese collegate, consente di allargare sempre più l’area dell’inquinamento mafioso, sino a stravolgere il mercato del lavoro e degli appalti. La ’Ndrangheta diventa così oltre che soggetto imprenditoriale anche soggetto sociale, contribuendo a dare risposte drogate ai bisogni insoddisfatti dai limiti e dall’assenza di politiche pubbliche». Così riferiva al Parlamento la Commissione antimafia il 19 febbraio 2008. È la ’Ndrangheta di terza generazione, quella dei Ciccio Pelle “Pakistan”.(6)

 

A Pavia tutti ricordano il rapimento del diciottenne Cesare Casella il 18 gennaio 1988 e – prima ancora – quello di Giuliano Ravizza la sera del 24 settembre 1981, entrambi ad opera della cosca Nirta-Strangio. Casella rimase recluso in Aspromonte per ben 743 giorni, e già allora si parlò di ‘talpe’ locali dei calabresi. Venne poi liberato il 30 gennaio 1990, si dice anche grazie alla mediazione di un noto costruttore della Locride, da anni residente in città.

Quella era la stagione della “mafia rurale” dei rapimenti, delle estorsioni e dell’usura, i cui ricavati sono stati investiti nel più redditizio traffico della cocaina: un fiume di denaro sporco dilavato in banche compiacenti, in borsa, nell’edilizia privata, nelle bische clandestine; oppure moltiplicato con il traffico dei rifiuti e nelle sale gioco, oppure negli appalti pubblici e nell’escavazione; o investito nel commercio e nella grande distribuzione, o nell’acquisto di cliniche, alberghi, ristoranti, cinema… A Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del ‘pizzo’ ma quella del videopoker (7) si contano infatti una Slot machine ogni 55 abitanti più del triplo della media nazionale.

Servirebbero efficaci indagini patrimoniali, servirebbe l’anagrafe dei conti correnti bancari, e invece i mafiosi hanno buon gioco nell’aggirare la 41 bis, utilizzando compiacenti prestanome.

 

«La mafia non esiste» dicevano i boss negli anni Settanta; «a Pavia la mafia non esiste» fa loro eco il vicesindaco ed ex poliziotto Ettore Filippi. Filippi non legge “La Repubblica”, dunque non sa che «i gruppi siciliani dei Calaiò e dei Perspicace non si sono limitati a far arrivare dalla Colombia, via Spagna, fiumi di cocaina. […] Francesco Perspicace, nato a Caltagirone 48 anni fa, ma da un pezzo residente a Sant´Angelo Lodigiano»,(8) oltre a risultare tra i titolari di un´impresa di pulizie, ha una quota in Servizi blu case-Iniziative immobiliari, gruppo con centinaia di collaboratori, sede principale a Villanova del Sillaro (Lodi), con uffici a Milano, Pavia e in Sardegna.

Il vicesindaco non legge nemmeno il “Corriere della Sera”: nel dicembre 2006 Alfio Scaccia scrive che il clan mafioso Rinzivillo di Gela, in Lombardia «fa affari a Brescia, Como e Pavia, e soprattutto a Busto Arsizio che, secondo gli inquirenti, era diventata una “Gela del varesotto”». Pavia è citata come una delle basi operative dei traffici illeciti, come il riciclaggio del denaro sporco: «I proventi di estorsioni e droga venivano infatti reinvestiti in attività apparentemente pulite».

Al vicesindaco sono anche sfuggite alcune intercettazioni telefoniche tra membri del clan Rinzivillo, nelle quali Rossano Battaglia e Crocifisso (Gino) Rinzivillo parlano di lavori edili, di appalti e di un lavoro «grosso» dalle parti di Pavia:

 

Rossano – a inizio Aprile… dovrebbe iniziarne uno a Pavia! 

Gino – dove? 

Rossano – a Pavia!… vicino Pavia…   

Gino – ah, ho capito!… ma è grosso come lavoro? 

Rossano – buono è! Chiavi in mano! 

Gino – ah, va bene! 

 

Martedì 4 novembre 2008 la Dda ha confiscato quattro aziende di proprietà dell’imprenditore siciliano Marcello Orazio Sultano (settore costruzioni) per un valore di 9,5 milioni di euro. Sultano è un personaggio di spicco di Cosa nostra, vicino al clan Rinzivillo-Madonia. Una delle aziende sequestrate, la Nuova Montaggi, ha sede a Sannazzaro de’ Burgundi in Lomellina, con magazzino a Pieve del Cairo. 

Figurarsi se il vicesindaco ha letto la relazione della Commissione antimafia sulla ’Ndrangheta (19 febbraio 2008) nella quale si segnala la presenza a Pavia dei clan Bellocco e Facchineri.(9) Con notevole nonsense of humor il sindaco Piera Capitelli ha chiesto all’ufficio urbanistico se questi nomi figurassero nell’elenco delle imprese cui erano state concesse licenze edilizie… (Come se la mafia non privilegiasse i subappalti o presentasse così le sue credenziali: «Piacere, Matteo Messina Denaro, amministratore delegato di Cosa nostra…»).

Il vicesindaco ha invece letto l’illuminante libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso Fratelli di sangue (Pellegrini, 2006); deve essersi però fermato a pagina 124, perché in quella successiva si segnala la presenza dei Barbaro e dei Platì ad Alagna Lomellina e a Pavia; e proseguendo, a pagina 187 si legge che a Pavia è presente la cosca dei Mazzaferro oltre ad esponenti del crotonese.

La ’Ndrangheta sta colonizzando la periferia Sud di Milano, la nuova capitale immorale.

 

 

La fine dell’innocenza

 

«Le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Lo ha confermato il Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici,(10) ribadendo ciò che sosteniamo da anni. La città è in mano a comitati d’affari che operano nell’interesse delle caste, con il supporto a volte inconsapevole di capitali dalla provenienza oscura.(11)

Difficile sperare che le mafie si fossero fermate a Buccinasco, la Platì del Nord, tra Milano e Pavia. A maggior ragione è difficile immaginare che il minimondo della pseudopolitica locale non rappresentasse il più fertile terreno di coltura delle mafie inabissate, le mafie che non sparano, le mafie invisibili che comprano uomini e cose. E comprano case: «il boom dell’edilizia? Non posso che esserne felice», disse un anno fa il sindaco Capitelli. Detto fatto: Pavia brulica di inutili cantieri, di oscure operazioni immobiliari, di lussuosi negozi sempre deserti che cambiano frequentemente proprietario, di oltre sessanta sportelli bancari nonostante l’assenza di attività produttive significative.

 

In uno studio di Federico Varese, pubblicato in inglese con il titolo How Mafias migrate: the case of the ‘ndrangheta in northern Italy, l’autore osserva che la presenza mafiosa nel settore edile è anche dovuta alla «debolezza delle imprese locali nel far fronte alla crescita della domanda nei momenti d’oro. Queste si affidano a imprese che non si fanno scrupolo di sfruttare il lavoro nero e precario, dove la manodopera è soprattutto costituita da immigrati disposti a qualsiasi condizione di lavoro pur di averne uno. Da parte loro le imprese regolari sono ben felici di trovarsi nelle condizione di non dover pagare contributi e diritti […] La ’Ndrangheta sarebbe entrata in questo business passando per la porta del soggiorno obbligato» (p. 427). Dal soggiorno obbligato al controllo del mercato delle costruzioni il passo è stato breve.

Il Giudice milanese Guido Salvini ha consigliato al Sindaco di Milano Letizia Moratti di tenere alta la guardia. Secondo Salvini, si fa concreto il rischio che la ’Ndrangheta possa mettere le mani sugli appalti di Expo2015.(12) Pensiamo che lo stesso invito vada rivolto anche al Sindaco di Pavia.(13)

Si annunciano nuove infrastrutture, e se dovesse persistere il sistema degli appalti e dei subappalti alle imprese che pagano di meno i lavoratori, allora saranno guai seri. Sono in programma interventi su gran parte delle autostrade della regione e progetti per costruirne delle nuove: Cremona-Mantova, Tangenziale Est (Tem), Brebemi, Broni-Mortara, Pedemontana Lombarda, quest’ultima già aggiudicata ad Impregilo – dei Gruppi Benetton e Ligresti e dell’imprenditore di Tortona Marcellino Gavio – che ne era anche il proponente. Di recente Impregilo si è aggiudicata la Pedemontana veneta.(14) Nel 2005 Gavio viene indagato per la scalata alla Sitaf. Gli inquirenti sospettano che ci fosse un accordo sottobanco con l’Anas.(15) Ora la Sitaf è controllata da Astm spa, una delle ammiraglie di Gavio. L’imprenditore di Tortona è rappresentato a Pavia da Codelfa. Quest’ultima si è recentemente aggiudicata la concessione dei parcheggi al Nuovo polo fieristico di Milano. Nel 2005 Codelfa è stata indagata per un subappalto sospetto ad una impresa nel mirino dell’antimafia, alla quale aveva affidato l’edificazione del parcheggio sotterraneo di Piazza Meda a Milano.

Il 20 settembre 2008 Berlusconi ha annunciato il rilancio del progetto Ponte sullo Stretto, che era stato bloccato dal precedente governo di centrosinistra, la cui gara era stata vinta da Impregilo, che costruisce strade e annessi, alternandosi con le maggiori coop “rosse” dell’edilizia (Cmc di Ravenna, Ccc di Bologna e Coopsette).

 

In alcuni comuni dell’hinterland milanese come Corsico e Buccinasco è palpabile la presenza mafiosa (il Consiglio comunale di Buccinasco ha recentemente negato la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano). Per tali infiltrazioni, il Comune di Bardonecchia è stato commissariato. Negli anni Settanta, a Bardonecchia erano arrivati, in soggiorno obbligato, Rocco Lo Presti e Ciccio Mazzaferro, entrambi di Gioiosa Ionica e appartenenti al clan Mazzaferro. Col tempo si sono radicati: se cercavi lavoro dovevi prima avere la protezione di Lo Presti, che era arrivato a controllare anche le elezioni.

I Mazzaferro sono una potente ’ndrina di Marina di Gioiosa Jonica con ramificazioni al Nord e in Germania, in Belgio e nel Regno Unito. Sono alleati con le ’ndrine degli Ursini e dei Macrì e hanno contatti con i Barbaro, i Calabrò, i Bruzzaniti, i Morabito e i Raso-Albanese. Questi ultimi sono presenti in forze in Liguria, ramo affari immobiliari, come del resto i Mazzaferro, presenti anche in Piemonte, Veneto e Lombardia. La cosca Morabito ha controllato per anni il Mercato ortofrutticolo di Milano.(16) I Mazzaferro trafficano in droga (coca e hashish), così come i Pelle. I Barbaro e i Pelle si dividono il traffico degli stupefacenti in diversi continenti.

I Mazzaferro hanno preso parte agli appalti per la costruzione del porto di Gioia Tauro, della superstrada Jonio-Tirreno 106, e dell’autostrada del Frejus.(17)



Catrame e cemento

 

La costruzione della nuova Tav in Val di Susa, collegata al traforo del Frejus, prevede lo spostamento di tonnellate di detriti all’amianto. La parte italiana del traforo è in concessione a Sitaf (Società Italiana Traforo Autostradale del Frejus) che, tanto per cambiare, appartiene a Marcellino Gavio. Argo – la sua finanziaria – ne detiene il controllo dal 2006, dopo il primo tentativo fallito da Gavio nella scalata alla Milano-Serravalle (per l’opposizione dura del sindaco di Milano Gabriele Albertini) e dopo aver ceduto alla Provincia di Milano il 15 per cento delle azioni di quest’ultima: «Il Presidente della Provincia, il ds Filippo Penati, preceduto da una serie di telefonate di Pierluigi Bersani, gli ha garantito una ricca buonuscita, strapagandogli le azioni. Una plusvalenza di 175 milioni di euro, di poco successiva all’ingresso di Gavio nelle scalate di Gianpiero Fiorani [il capocordata dei “furbetti”, in manette nel 2005] all’Antonveneta e di Consorte – & furbetti al seguito – alla Bnl».(18) Alla Provincia di Milano, i soldi per Gavio li ha prestati Banca Intesa. Fallita l’arrampicata Antonveneta per conto di terzi, Gavio torna alla caccia delle azioni Milano-Serravalle: con il 30 per cento potrebbe tentare la scalata senza dover lanciare un’Opa d’acquisto, risparmiando molti quattrini. In un momento in cui nessuno cederebbe un bene immobile per trasferire in banca il ricavato, il Comune e la Provincia di Pavia (di centrosinistra la prima, di centrodestra la seconda) sono pronte a vendere le loro quote (indovinate a chi). Gavio è entrato nel settore autostrade solo dieci anni fa; ora controlla infrastrutture che valgono più di 3 miliardi di euro.

 

 

Ecobusiness

 

Una discarica abusiva di rifiuti tossici in un paese dell’hinterland milanese, condotta dalla ’ndrina della cosca Iamonte; accertamenti in corso per verificare la collusione tra politici-amministratori e appartenenti alle cosche calabresi in vista degli appalti per l’Expo 2015; quattro imprenditori pavesi e quattro ditte della provincia coinvolte in alcune indagini sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici tra Genova, Savona, Verona, Pavia e Alessandria. Seguendo i fili dei business si arriva molto lontano, ben oltre Ciccio “Pakistan” e le cosche. Andiamo con ordine.

La famiglia Iamonte, originaria di Melito Porto Salvo nel reggino, è sospettata di gestire una discarica abusiva per rifiuti tossici (178mila metri cubi di rifiuti) tra i comuni di Desio, Seregno e Briosco. Su di loro indaga la Procura di Monza, che nel settembre 2008 ha arrestato otto persone, tra cui Fortunato Stillitano, appartenente alla cosca di Melito.(19) Giuseppe, Antonino e Bartolo Iamonte vengono condannati nel giugno scorso a vari anni di reclusione per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti. Ma Bartolo Iamonte si è sempre proclamato innocente e vittima di un errore giudiziario, facendo della propria difesa una ragione di vita, e gli avvocati della famiglia danno filo da torcere all’accusa, tanto che le condanne di primo grado vengono sostanzialmente ridotte. Nei rapporti della Commissione antimafia, alcuni membri della famiglia risulterebbero coinvolti anche nel mercato della carne infetta.(20)

La cosca Iamonte è veterana del ramo rifiuti. A partire dagli anni Ottanta, il traffico e lo smaltimento clandestino di sostanze tossiche e radioattive parrebbe una loro mission. Si sarebbero alleati con la cosca dei Nirta per la dispersione dei rifiuti pericolosi entro un’area che va dal Mediterraneo alla Somalia. Ai Nirta sono subentrati i Romeo, alleati dei Pelle insieme ai Vottari.

I rifiuti sono un business colossale. Nelle pagine delle inchieste si incontrano i nomi di commercialisti, società offshore, organismi internazionali, ministri e capi di governo.

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio vengono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre stanno indagando su Giorgio Comerio, un ingegnere italiano sospettato per il traffico dei rifiuti radioattivi. Il 3 giugno 2005, “L’espresso” pubblica un’inchiesta di Riccardo Bocca dal titolo Così lo Stato pagava la ’Ndrangheta per smaltire i rifiuti: un boss, diventato collaboratore di Giustizia nel 2004, scrive un memoriale nel quale si racconta il modo in cui le cosche di San Luca gestirebbero il traffico planetario dei rifiuti tossici, in concorso con settori delle istituzioni. Il “pentito” racconta anche di un summit tra Natale Iamonte, Giuseppe Nirta e Giuseppe Morabito, e cioè tra i capibastone delle principali famiglie. Racconta di navi imbottite di rifiuti ospedalieri tossici e radioattivi fatte affondare al largo delle coste somale; di fusti contenenti veleni interrati nelle spiagge africane e del meridione d’Italia. Elenca i nomi delle società coinvolte – italiane, svizzere o con sede a Singapore. Racconta di come le cosche di San Luca avrebbero ottenuto un compenso di 500 milioni di lire per l’interramento del carico di 40 camion. I soldi provenivano dalla Banca della Svizzera italiana di Lugano.

 

Faccendieri sotto copertura svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali. […] Uno dei personaggi più importanti che mi sia capitato di conoscere – scrive il ‘pentito’ – è stato Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Ocean disposal management) [fondata nel 1993 e registrata alle Isole Vergini britanniche, per smaltire scorie nucleari] messo a punto dall’Ocse, poi gestito da lui in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. […] Lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori. […] Preciso che ho conosciuto Comerio a Cetinje, ex capitale del Montenegro. Ci ero andato per incontrarmi con il latitante Giuseppe Giorgio della famiglia di San Luca. Nell’occasione andammo a cena in un ristorante dove per combinazione troviamo Comerio.

 

Il nome di Comerio compare la prima volta in una denuncia di Greenpeace sullo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi.

Giuseppe Giorgio avrebbe riferito al boss “pentito” che la presenza di Comerio in Montenegro era dovuta al traffico d’ armi: «Ci siamo poi rivisti alla metà di aprile [1993] nel ristorante di San Bovio di Garlasco, in provincia di Pavia, dove Comerio abitava in una villa che mi mostrò dall’esterno». Comerio si sarebbe offerto di fare da intermediario con la Thyssen, e gli offrì anche 50 aerei Antonov. Sempre con Comerio, nel 1995 le famiglie di San Luca avrebbero concluso un affare con il nobio, un metallo raro utilizzato nei reattori nucleari. Comerio si sarebbe rivolto anche a Natale Iamonte per l’affondamento di alcune navi cariche di materiale radioattivo. Nelle stesse ore la famiglia Iamonte investiva fondi nell’acquisto di bar e ristoranti a Milano.

Oggi Comerio vive a Lugano; su “Panorama Economy”, nell’ottobre 2004 ha negato ogni addebito,(21) attribuendo la sua pessima reputazione a Greenpeace e a coloro che avversano l’energia nucleare. La stessa linea difensiva viene adottata da Ignazio Messina, uno degli armatori delle navi affondate.

Dal 1997, per effetto del “decreto Ronchi”, il traffico dei rifiuti è fuorilegge. Nel 2004 un’inchiesta del Nucleo operativo ecologico (Noe) – il corpo di tutela ambientale dei Carabinieri – avvia l’indagine “Pinocchio” (dal nome della società Gvp, ovvero gatto volpe Pinocchio) sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che da Genova, Savona, Pavia, Lecco venivano smaltiti nell’alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese.(22) L’inchiesta si conclude nel 2008, dopo 16 mila intercettazioni telefoniche e 35 persone denunciate, 17 delle quali incarcerate. Vengono coinvolte quattro ditte della provincia di Pavia: Atiab di Torre d’Isola, Alm.eco di Pavia, Agritec di Casteggio e Dvm di Casorate Primo. Sotto l’asfalto della tangenziale di Casorate Primo (Pavia) la Dvm avrebbe collocato «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi», che hanno fruttato «guadagni vertiginosi» ad alcune ditte fornitrici.(23)

Viene arrestato il pavese Raoul Alessandro Queiroli, titolare della Alm.eco e socio fondatore della Gvp; ricevono avvisi di garanzia l’imprenditore Angelo Bianchi di Torre d’Isola (Pavia), il suo dipendente Pasquale Prestifilippo e l’amministratore della Dvm Mario Angelo Aceti.

Bianchi e Queiroli sono ora indagati anche nell’inchiesta “Cagliostro” in corso nel Veneto (12 arresti), insieme a Roberto Codecà, titolare di una impresa di smaltimento di rifiuti edili con sede a Miradolo Terme (Pavia), e al vigevanese Maurizio Centenara, procuratore della Eco Arena di Bussolengo (Verona), una azienda indagata anche nell’operazione “Pesciolino d’oro” (2005, 7 arresti, un vasto traffico di rifiuti tossici tra Piemonte, Toscana e Lazio). Il 30 settembre 2005 Centenara è stato arrestato su ordine della Procura veronese, per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e frode nelle pubbliche forniture. Secondo l’accusa, all’Eco Arena si alteravano le analisi chimico-fisiche: quelle dei pericolosi fanghi di trivellazione provenienti dai cantieri della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Bologna e Firenze e quelle di altri materiali provenienti da alcuni cantieri del Veneto. Un secondo capo d’imputazione a Centenara riguarda un presunto traffico illecito di rifiuti provenienti dal Carrefour di Assago presso Milano e da alcune aree di servizio della Total in Toscana. Sempre secondo l’accusa, i rifiuti declassati erano via via smaltiti da Bianchi, Codecà, Aceti e altri, con l’intermediazione di Queiroli: «I rifiuti, nel nostro impianto, arrivavano corredati di un regolare formulario», si difende Bianchi: «non sono a conoscenza di quello che avveniva prima, se cioè i materiali venivano realmente trattati oppure no».(24) La notte tra l’8 e il 9 ottobre 2008, a Torre d’Isola sono andati in fiamme tre automezzi appartenenti a Bianchi. Incendio doloso? Improbabile, perché a Pavia «la mafia non esiste». L’11 dicembre 2008 il tribunale di Verona ha delegato a Pavia la parte del processo “Cagliostro” che la riguarda.(25) Staremo a vedere.

L’inchiesta “Iron” coordinata dalla Procura di Voghera, nel giugno 2008 ha colpito l’illecito smaltimento di circa 13mila tonnellate di rifiuti ferrosi che, secondo gli inquirenti, sarebbero state fuse insieme ad altre scorie pericolose da far sparire. Arrestati Mauro Raimondi di Rivanazzano (titolare della ditta omonima) e la moglie Mirella Bravi; arrestato Luca Gandolfi di Santa Margherita Staffora in provincia di Pavia; 15 gli avvisi di garanzia; 25 le perquisizioni in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana.(26)

 

 

Dopo la curva, il mare

 

Tra la riviera ligure e il pavese si muoverebbero interessi notevoli: la Necchi, per esempio. Negli anni Ottanta la più importante fabbrica della città era controllata dai bresciani Beccaria (65 per cento, sodali della Bipielle di Fiorani), insieme a Giannino Marzotto (14 per cento), Mittel (10), Giorgio Piantini (6) e Aimo Bernardi (5). Nei primi anni Novanta alla fabbrica in crisi arrivano le offerte d’acquisto della Ocean, della Zanussi e di Merloni. Non se ne fa niente. Sostenuto da Forza Italia, nel 1996 Giampiero Beccaria(27) scopre le carte e presenta un piano che prevede l’abbandono della produzione e la costruzione di 1.700 alloggi per studenti, 1.000 vani di edilizia residenziale e un supermercato di ben 34.000 mq. Quell’anno a Pavia si vota: vince il centrosinistra, eletto sindaco Andrea Albergati. Il neo-assessore all’urbanistica Lorenzo Rampa vorrebbe trasferire la Necchi al nuovo polo industriale del Bivio Vela, nella periferia est della città. Beccaria la vuole invece liquidare, e la spunterà: fonderia smantellata nel 1991; macchine da cucire per uso famigliare trasferite in Asia; macchine industriali vendute alla Rimordi di Olcella. Diminuiscono anche i dipendenti: 910 nei primi mesi del 2000, contro gli oltre 6.000 dei primi anni Settanta. Infine l’epilogo: la Necchi compressori passa alla Videocom (un gruppo industriale indiano) ed è chiusura, nonostante macchinari e brevetti di primordine(28) e nella totale e quanto mai sospetta indifferenza di sindaco, partiti maggiori e sindacato. Il Tribunale civile di Pavia dispone il fallimento. Se ne rallegrano Fiorani e Beccaria.

Dal 1998 l’area è proprietà di Ambrogio Marazzina e Mario Cappellini, anche loro amici di Fiorani. Sarebbe la sede ideale per il Polo tecnologico. Ma i due propongono edilizia residenziale e attività commerciali, anche se il piano regolatore di Vittorio Gregotti ne aveva confermato la vocazione ad area per le attività produttive.

A cento passi dalla Necchi, Gregotti aveva posto sotto tutela gli edifici storici dell’ex Snia, di proprietà della Tradital, il cui titolare Luigi Zunino costruisce supermercati. Oggi Zunino ha più debiti che patrimonio, e a saldare i debiti forse non gli basterà la vendita dei gioielli di famiglia, come l’ex area Falk di Sesto San Giovanni (la cui ristrutturazione era stata affidata a Renzo Piano) e nemmeno le decine di immobiliari con edifici a Parigi e New York, o le case extralusso costruite ad Alassio, o il tesoretto accumulato dopo la scalata (riuscita) a Risanamento tra il 1999 e il 2002, e quella (fallita) all’Antonveneta, insieme ai “furbetti” capitanati da Gianpiero Fiorani, all’ombra della Banca Popolare di Lodi e con la benedizione di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, e cioè lo stato maggiore dell’Unipol.

Il 25 luglio 2007 il sindaco Capitelli dispone l’abbattimento di uno dei quattro edifici della Snia monumentale, ignorando il vincolo del Piano regolatore (successivamente arriverà anche quello della Soprintendenza ai Beni Monumentali). Un vero e proprio abuso, un reato, semplicemente per favorire la costruzione di un supermercato e – di nuovo – una grossa speculazione immobiliare.(29) È scritto nella relazione depositata presso il Tribunale di Pavia dall’architetto Roberto Maccabruni e dall’ingegner Giovanni Contini (uno dei più affermati tecnici strutturisti italiani). Un vero e proprio atto d’accusa contro l’operato del sindaco. Dalla relazione emerge con evidenza il proposito di abbattere tre dei quattro edifici storici sotto tutela – in aperta violazione del prg – senza che vi fossero pericoli di crolli.

I due consulenti incaricati dalla Procura vanno oltre: ipotizzano un complotto, che assocerebbe le diverse proprietà al sindaco Capitelli e a Gregorio Praderio, dirigente Ambiente e Territorio del Comune. Praderio aveva sostenuto l’urgenza dell’abbattimento: «Dall’esame degli atti oggetto di analisi, appare del tutto evidente che il Piano Integrato di Intervento» proposto dalla proprietà e adottato senza riserve dal Comune(30) «non intendeva rispettare le indicazioni del prg, e ciò è testimoniato anche dal “taglio speculativo” impresso al Piano stesso con la proposta – avallata dalla Giunta comunale – di incrementare le destinazioni d’uso economicamente più pregiate a discapito di quelle di minor valore aggiunto». Ad esempio, viene incrementata fino a 15.000 mq l’area a edilizia residenziale; contestualmente cala quella per le attività produttive, mentre aumenta da 3.500 mq a 9.000 mq la superficie lorda di pavimento destinata alle attività commerciali». Secondo i due tecnici «è significativo osservare che il primo atto compiuto dalla proprietà, dopo il parere favorevole della Giunta comunale sul Piano Integrato di Intervento sia stato quello (lettera del 21 maggio 2007) di richiedere la demolizione degli edifici siti in fregio a viale Montegrappa. Dopodichè è iniziato, da parte del Comune, lo stillicidio di sopralluoghi, tutti finalizzati a dimostrare la necessità di “togliere di mezzo” i fabbricati vincolati dal prg vigente».

Come si ricorderà, negli stessi mesi tra i muri della Snia vivevano una sessantina di famiglie Rom (222 persone, con 84 minori) abbandonate dalle istituzioni, e criminalizzate solo per legittimare l’abbattimento agli occhi dell’opinione pubblica: «Volete che i Rom se ne vadano? Allora dobbiamo abbattere!»

 

Bipielle, Fiorani, Marazzina, Gavio, Zunino… Le stesse banche, le stesse società, le stesse persone, gli stessi interessi e forse gli stessi scenari che raccontano Marco Preve e Ferruccio Sansa nell’ottimo libro Il partito del cemento (Chiarelettere, 2008), del quale vivamente consigliamo la lettura. Gli autori descrivono la spericolata ascesa del trasversale partito degli affari e del mattone tra La Spezia e Ventimiglia, lo stesso partito che dal 1990 al 1995 in Liguria ha edificato sul 45,55 per cento del territorio libero residuo.

Nella costellazione Bipielle brillava la Pmg, ora sotto inchiesta in Liguria,(31) che è da ricondurre ai fratelli Ambrogio e Giampaolo Marazzina e a Gianpaolo Bruschieri. Quest’ultimo è l’amministratore delegato della LdL (Gruppo Marazzina, settori logistica ed edilizia) proprietaria di 60.000 mq destinati a logistica presso il bivio Vela, il polo industriale mancato della città. Pavia è ormai senza fabbriche e senza progetti industriali avanzati, perché agli speculatori interessano molto i suoli e per nulla il futuro socioeconomico della città e dei suoi abitanti.(32)

Le inchieste liguri che hanno lambito Marazzina prendono spunto dalle indagini su Pietro Pesce, un costruttore di Cogoleto già socio dei Marazzina in Pmg, al quale la Bpl di Fiorani aveva accordato fidi per 22 milioni di euro. Secondo la Casa della legalità di Genova, Pesce sarebbe in affari con le famiglie dei Mamone e dei Nucera, indicate dalla Commissione antimafia come appartenenti alla “Santa” (secondo una relazione della Dia, la famiglia Mamone è «organica della ’Ndrangheta» nonché vicina alla cosca siciliana dei Mammoliti).33 Per qualche tempo, Gino Mamone ha sostenuto che si trattava di una omonimia, subito sbugiardato dagli inquirenti e dalla Casa della legalità di Genova. Sono noti i rapporti tra Mamone ed alcuni esponenti del centrosinistra ligure.

A margine dell’operazione “Pinocchio”, nel 2005 Gino Mamone è stato indagato dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova, ad opera della Eco.Ge, una sua società.

Tra gli avvocati al seguito di Mamone si segnala Massimo Casagrande. Ex consigliere comunale dei Diesse, Casagrande è stato arrestato nel maggio 2008 – coinvolto nell’inchiesta su “mensopoli” – insieme all’amico e sodale Stefano Francesca, il regista della campagna elettorale del sindaco di Pavia Capitelli e collettore genovese delle tangenti di “mensopoli”. In alcune intercettazioni, Francesca e Casagrande parlano di fatture fittizie a Mamone da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire le tangenti.(34)

 

A Genova, Preve e Sansa hanno potuto giocare di sponda con alcune inchieste della Magistratura. Le carte processuali raccontano le trame politico-affaristiche del mondo a parte nel quale, come pesci nell’acqua, hanno operato i soliti noti, mafiosi e no.

A Pavia, se qualcosa emerge, è di rimbalzo da altre Procure e dalla Dda. Nonostante cementificazioni, speculazioni immobiliari e corruzione, il silenzio è stato per anni tombale. Lunedì 22 settembre 2008 in Consiglio comunale, l’ex sindaco Elio Veltri ha definito la locale Procura un «archivificio» che somiglia al “porto delle nebbie” del Palazzo di Giustizia di Roma, là dove tutto veniva insabbiato. Parole pesanti. Ma indiscutibilmente qualcuno ha abbassato la guardia e, per quanto inconsapevolmente, alimentato il già diffuso senso d’impunità. Le Procure sono spesso sotto organico, e non sembrano in grado di arginare le nuove culture mafiose. E i cittadini che denunciano si sentono soli.

 

 

Terre nere

 

A Pavia, le cancerogene terre nere della fonderia Necchi sono come le mafie: nessuno le vede, ma inquinano. Prima e dopo la chiusura del reparto, sono state equamente disperse dentro buche, fondamenta e aree dismesse sparse su tutto il territorio comunale. È la perversa democrazia dell’ecobusiness locale, che vuole socializzare le tossine e privatizzare gli utili: a noi i sali dei metalli pesanti e i rifiuti a base di idrocarburi e policitrici aromatici; a loro i proventi dell’urbanistica creativa, e cioè le plusvalenze e le percentuali generate dai subappalti. Una torta da spartire, comprata con la salute di quei cittadini inconsapevoli che andranno a giocare in “quel” verde pubblico o a vivere in “quelle” case costruite sopra le pattumiere della deindustrializzazione.

Ed è vero in via Acerbi, quartiere Città Giardino, dove il Comune progettava di edificare una piscina sopra un terreno che tutti sapevano inquinato; e nell’area Snia, quartiere San Pietro, dove il Comune aveva pianificato case, supermercati e una scuola; e lungo il Ticino, quartiere Ticinello e area Vul, dove i pavesi vanno a fare pic-nic; e nella vicina cloaca dismessa dell’ex Landini (chiusa nel 1993, 12 mila mq) dove abbondano le poco tranquillizzanti scorie della Necchi. E proprio qui una delibera di Giunta (10 febbraio 2006) ha autorizzato la costruzione di case (già messe in vendita) e verde pubblico, senza prima verificare se l’«indagine geognostica» – disposta dalla proprietà il 30 settembre 2005, affidata alla Tecnodreni – fosse attendibile o meno. Quel documento sostiene che «l’area non è contaminata».

Ma l’“indagine” risulta molto carente: solo 8 i carotaggi “a secco”; non si specificano le differenti tipologie né le caratteristiche chimiche dei cosiddetti «materiali di riporto»; nessuna verifica sulla contaminazione del terreno sottostante. Inoltre l’inquinamento della falda acquifera viene dichiarato «entro i limiti», nonostante l’assenza di un’adeguata analisi a monte e a valle. Si pone l’accento solo sulle due cisterne interrate, per il combustibile da riscaldamento, che i proprietari hanno provveduto a rimuovere nel luglio 2007.

Ma l’inganno emerge. La legge prevede il benestare dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (A.r.p.a.). I tecnici si recano quindi sul posto e constatano la presenza delle terre di fonderia. Ha così inizio il braccio di ferro: da una parte le proprietà e il Comune, a prendere tempo; dall’altra l’A.r.p.a. a incalzarli con la richiesta di indagini approfondite (lettera del 14 dicembre 2007). Negli stessi giorni Sandro Assanelli, dirigente dell’A.r.p.a. e responsabile per le bonifiche, deve subire un veemente – e lì per lì inspiegabile – attacco politico e personale da parte del vicesindaco Filippi (ancora lui) che sulla stampa locale arriva a definirlo «un incompetente».

Da subito le indagini sostanziano la presenza di piombo, rame, zinco, idrocarburi e antracene in quantità ben superiori alla norma.(35)

Sta proseguendo il gioco di ruolo tra alcune imprese e la pubblica amministrazione. Impareremo mai? Ancora si ironizza sui rifiuti di fonderia messi a tappetino nelle fondamenta della pavese Facoltà di Ingegneria che, in caso di pioggia, gonfiavano tanto da rendere “ballerino” l’edificio. Quell’imbarazzante rompicapo venne risolto da un notissimo (e superpagato) ingegnere strutturista.

Così come la chiusura della Necchi è stata devastante per l’economia e per l’occupazione locale, altrettanto devastante è il suo lascito in sostanze dannose per la salute. Con buona pace per quel Filippi che ebbe a dire (e chissà perché) a Irene Campari che le denunce dell’inquinamento cancerogeno erano «stronzate».

 

 

Ancora ecobusiness

 

Alle pagine 312 e 313 di Gomorra, Roberto Saviano scrive: «Dalla fine degli anni Novanta diciottomila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal Nord i rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa venivano spediti in Campania. Le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere hanno scoperto nel gennaio 2003 che in quarata giorni oltre seimilacinquecento tonnellate di rifiuti dalla Lombardia sono giunte a Trentola Ducenta, vicino a Caserta».

A Caserta si muore di cancro più che in altre parti d’Italia. Nella zona di Afragola il cancro al fegato è in aumento esponenziale. Che contributo ha dato la provincia di Pavia al massacro e alla vergogna? Lo descrive Paolo Russo, sulle pagine napoletane de “La Repubblica”: «Tutto autorizzato. Tutto senza controllo. Tutto assurdo: negli ultimi 40 giorni, 6.500 tonnellate di rifiuti spediti dalla Lombardia alla Campania, sono finiti a Trentola Dugenta, nel casertano minacciato dalla diossina». Un imbroglio «grave. Anzi gravissimo: perché come rivelano le bolle d’accompagnamento, la maggior parte di quegli “scarti della lavorazione dell’umido molto sospetti” – provenienti dall’Amsa di Milano e dalla Lomellina Energia di Parona (Pavia) – “è scomparsa”, verrebbe da dire “volatilizzata”, cioè spalmata sul terreno di vecchie discariche e cave da “bonificare”».(36)

Il sub-commissario ai rifiuti in Campania Giulio Facchi il business lo ha raccontato così:

 

In Campania arrivano rifiuti da altre regioni. Da Milano e ad esempio da Castelfranco in provincia di Pisa. Lo abbiamo accertato direttamente sul posto, a Trentola Dugenta, nell’azienda Rfg, ma abbiamo informazioni di analoghe situazioni anche in provincia di Napoli, a Giugliano e anche nell’Agro nocerino sarnese […] Bisogna partire un po’ più da lontano […]. Parliamo innanzitutto del Fos, della frazione stabilizzata dei rifiuti trattati dagli impianti. Dovrebbe essere utilizzato come combustibile dai termovalorizzatori, ma c’è un altro impiego al momento redditizio. Viene utilizzato ad esempio per la copertura delle discariche e per il ripristino dei terreni delle cave. Ebbene, ci sono molte aziende campane (106 quelle che hanno già avanzato istanza) che hanno immediatamente capito l’affare, e grazie all’assenza di controlli efficaci e alle maglie larghe delle norme che regolano le autorizzazioni, riescono a conquistare questo nuovo e redditizio mercato, nel quale si riesce anche a far passare rifiuti speciali e nocivi per terriccio inerme, e a far risparmiare ad esempio un bel po’ di denaro [il 90 per cento dei costi] alle aziende del nord che mandano giù in Campania rifiuti sulla carta stabilizzati, ma di cui poi non vi è traccia, ad esempio, al capolinea di Trentola Ducenta.

 

Nel latte e nel formaggio campano è comparsa la diossina. Ancora Facchi: «Ci sono aziende – tra le più note in Italia e che figurano in tutte le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti – che possono mandare in Campania rifiuti speciali che poi ritroviamo nel calcestruzzo, a copertura delle discariche e delle cave». Con quali, tra le «106 aziende campane», Parona era in affari?

Formalmente tutto era in regola: per trasporto dei rifiuti contaminati sono richieste particolari autorizzazioni ma, lamenta Facchi «basta anche una semplice comunicazione di inizio attività, magari firmata ad hoc per aggiungere l’immondizia di altre regioni alle 4.500 tonnellate quotidiane della Campania, una terra devastata dalle discariche, dove la camorra non ha mai mollato la presa sui rifiuti. Sotto forma di Fos, magari terriccio, oppure con una forte dose di veleni e fanghi sospetti». A Trentola Ducenta finivano circa 200 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti dal Consorzio Milano Pulita (Amsa), dalla Lomellina Energia di Parona (Pavia) e dalla Waste Recycling di Castelfranco (Pisa). Da Parona ogni giorno partivano i camion diretti in Campania. Quali erano le ditte di autotrasporto? Chi ha fatto da intermediario?

 

 

Acque amare

 

Un nome che compare spesso nelle inchieste sulla cooperazione italiana in Somalia è quello della Techint, holding con mission nelle pipeline controllata dalla famiglia italo-argentina dei Rocca (la più ricca alla Borsa italiana), una holding multiutility che include le cliniche “Humanitas”. Negli anni Ottanta, Techint ha realizzato pozzi e pipeline in Somalia (il core business). Nel 1986 Technit ottiene un’importante commessa, che affida subito alla società parastatale Acquater (gruppo Eni), che a sua volta delega alla società Ecologia di Marcellino Gavio il 50 per cento dei lavori. In realtà se ne fa carico la Emit di Ottavio Pisante, pugliese e socio di fatto della Techint. La holding dei Pisante si chiama Acqua. Ai tempi di Tangentopoli, Acqua fu coinvolta in innumerevoli procedimenti giudiziari.

Dove c’è privatizzazione ed esternalizzazione ci sono appetiti. I Pisante e le società collegate (tra le quali la Veolia, il colosso francese delle acque, erede di Compagnie Generale des Eaux) sono stati oggetto di un’inchiesta giudiziaria tra il basso Lazio e la Campania, durata 5 anni e non ancora terminata, che ha preso di mira la società Acqualatina (51 per cento pubblica, il restante è di Veolia e di Pisante). Attraverso la Sicilia Hydro, i Pisante controllano il 75 per cento della Siciliacque spa. Di recente hanno fondato anche Galva proprietaria di due termovalorizzatori in provincia di Messina. Del gruppo Pisante si era occupata anche la Commissione antimafia attraverso Fineco, società milanese con sede in via Lampedusa 13, lo stesso indirizzo della Itinera di Gavio, che possiede una quota di Fineco. Veolia è presente su tutto il territorio nazionale tramite Enel Hydro (la società dell’Enel che si occupa di acqua, interamente ceduta ai francesi) con attività che vanno dalla gestione dei depuratori a quella delle discariche, dalla Calabria a Pavia, dove è già presente nell’Ato locale (Ambito di ottimizzazione).(37)

La privatizzazione dell’acqua in Sicilia ha una storia molto interessante. Il liquidatore dell’Eas (Ente acquedotti siciliani) è il bocconiano Marcello Massinelli, consulente finanziario di Totò Cuffaro e suo uomo di fiducia. Massinelli è membro del cda dell’ex Banco di Sicilia nonché consulente per la fusione tra il Banco di Sicilia e il Banco di Roma. Siede anche nel consiglio di amministrazione di Cape Live un gruppo di investimenti fondato nel 2006, al cui vertice c’è Simone Cimino, bocconiano pure lui. Cape Live è un gruppo in forte crescita, con un capitale sociale di 51 milioni di euro. Da una sua costola è nata Cape Sicilia, una società di consulenza per l’imprenditoria siciliana. Cape Live è collegata a Natixis, il quarto gruppo finanziario francese (in grave crisi). Tramite il fondo Capital partners III, nel luglio 2008 Natixis ha acquistato il 49,9 per cento della Cds costruzioni di Brescia, l’impresa che ha edificato il Carrefour di Pavia e quello di Collegno (Torino).

Lo stesso anno Cape Live di Cimino ha acquisito il 49 per cento della Tieffe di Cura Carpignano (Pavia), settore pipeline e raccordi in acciaio, azienda più che in attivo. Il 4,5 per cento di Cape Live è della Banca popolare di Milano. Molti membri del Cda di Cape siedono anche in quello di Toscana Finanza spa: sono manager come Edoardo Rossetti (ramo abbigliamento) o Lamberto Tacoli, presidente del cantiere navale di Ancona (Gruppo Ferretti). Il 2 per cento di Toscana Finanza è nel portafoglio del Monte dei Paschi di Siena.

Dopo la privatizzazione dell’acqua siciliana – seguita personalmente da Massinelli – la sua gestione è stata affidata alle società di Pisante. A Sciacca si stanno ancora chiedendo quali siano i proprietari della Girgenti acque e della Veolia, dopo che Massinelli aveva promesso all’utenza il rimborso di alcuni aumenti non dovuti, da rifondere subito dopo la privatizzazione del servizio.

Il nome di Massinelli è anche citato nei verbali di interrogatorio del pentito di mafia Francesco Campanella, che parla di alcune speculazioni e tangenti pagate per favorire l’insediamento di un centro commerciale a Villabate, dove arrivano gli interessi di Bernardo Provenzano. A detta di Campanella, Massinelli ha rappresentato Totò Cuffaro in quell’operazione.(38)

 

 

I fatti e le parole

 

Cultura mafiosa e cultura politica: stesso linguaggio? «Io parlo per messaggi». La frase non è stata pronunciata dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, bensì dal sindaco di Pavia Capitelli. La rivolge a Vito Sabato, funzionario presso il Comando della polizia locale, durante un colloquio del marzo 2006, al quale prende parte anche il direttore generale del Comune Giampaolo Borella.

Il 23 febbraio 2006, Sabato aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Denunciava alcune gravi irregolarità nelle gare d’appalto per i lavori di segnaletica stradale «dai prezzi palesemente gonfiati» fino al 100 per cento; denunciava anche lavori fatturati e «in gran parte mai realizzati». Un meccanismo in voga da anni, afferma Sabato: una «continuità di reato» con ditte «in affari con Capone» (Antonio Capone, l’ex responsabile dell’ufficio Mobilità e Traffico), sempre le stesse, che a turno ottenevano l’appalto anche se ai lavori provvedeva (quando provvedeva) la Biesse di Cura Carpignano. La ditta appaltatrice tratteneva per sé una parte del compenso, senza muovere un alluce. Gli illeciti commessi sarebbero gravissimi: violenza privata, diffamazione, falso ideologico, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, violazione delle norme che regolano gli appalti, peculato, frode nelle pubbliche forniture, corruzione, occultamento e distruzione di atti pubblici.

In un secondo esposto alla Procura, il 23 febbraio 2007 Sabato chiama in causa Roberto Portolan, assessore alla Mobilità e alla Polizia locale (Portolan «si spinse fino al punto di incaricare della progettazione di opere di segnaletica stradale – per un importo complessivo di 220.000 euro – finanche un dottore commercialista […] Il comandante dei vigili Gianluca Giurato ricevette in quella circostanza pressioni, che vennero definite “indirizzi politici” da parte dell’assessore»); e chiama in causa anche Borella: «il dottor Borella mi aveva consigliato di presentare domanda di mobilità presso il Comune di Cosenza, mia città natale. Mi aveva detto che, quand’anche le cose denunciate fossero risultate essere vere, il denunciante non è mai persona gradita all’amministrazione e pertanto un mio trasferimento […] sarebbe servito ad assicurarmi una vita più serena». In una lettera riservata a Borella e al segretario generale del Comune, Giurato informa che «l’assessore Portolan mi ha più volte riferito che il dott. Sabato non avrebbe dovuto occuparsi di segnaletica stradale».

«Io parlo per messaggi, perché parlare troppo non serve…» Parole inquietanti. Cosa voleva il sindaco dal funzionario? Premiarlo per la sua rettitudine? Ringraziarlo poiché, grazie alla sua denuncia, l’Amministrazione ha risparmiato ingenti somme di pubblico denaro? No, leggete: «mi piacerebbe che lei chiedesse di essere trasferito in un altro ufficio…» Come dire: sei così zelante che ti vorrei altrove, il più lontano possibile dai traffici dell’ufficio Traffico. Le pressioni del sindaco si aggiungono così alla lunga serie di «intimidazioni e abusi», minacce di ritorsione e di licenziamento che Sabato e Giurato stanno già subendo, da mesi. Portolan ha ottenuto la revoca del servizio Mobilità per Giurato e l’esilio in uno sperduto loculo dell’ufficio Anagrafe per Sabato, senza telefono e computer.

Nel dicembre 2007 Domenico Pingitore (uomo di Portolan; è indagato per usura e per calunnia) accusa il capo dei vigili di aver manipolato il concorso per 5 posti nella Polizia municipale: una sòla, ma il sindaco prende la palla al balzo e il 26 febbraio 2008 sospende Giurato. In un’intervista al quotidiano locale, il sindaco parla di «gravi e incomprensibili leggerezze e superficialità in alcune scelte da lui prese». Tra i motivi della sospensione si cita l’opposizione di Giurato all’introduzione in città dei semafori T-Red (di cui la Ci.Ti.Esse di Rovellasca detiene l’esclusiva) commercializzati dalla Scae di Segrate. Qualche mese dopo il giudice Ferrari reintegra Giurato nel ruolo di Comandante della Polizia locale. Della denuncia di Pingitore viene intanto chiesta l’archiviazione, sbugiardando chi aveva interesse a infamare o incastrare il capo dei vigili.

 

 

E poi succede che… 

 

Giovedì 18 settembre la Guardia di Finanza arresta Raoul Cairoli, amministratore unico della Ci.Ti.Esse, e mette agli arresti domiciliari Giuseppe Astorri, il direttore commerciale della Scae. Pesante l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Alcune società, guidate da Ci.Ti.Esse, si sarebbero accordate per pilotare le gare d’appalto «in collusione tra loro e con i pubblici ufficiali».

Sotto inchiesta è un sistema che l’Unione Consumatori ha definito «la truffa del secolo». I dati sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni, le multe per i divieti di sosta, di fermata e per il superamento del limite di velocità sono aumentate del 6.870 (!) per cento. Un business per le amministrazioni vampire, che in questo modo fanno cassa, come ha denunciato Enrico Gelpi, presidente dell’aci.

Il sistema T-Red si è rivelato la punta avanzata della frode a danno degli automobilisti. Secondo il Giudice milanese per le Indagini Preliminari Andrea Ghinetti, le ditte installatrici taravano gli impianti in modo da favorire le infrazioni, in accordo con funzionari compiacenti. Nel 2006 e limitatamente ai casi in esame, si è avuto un giro d’affari di oltre 10 milioni di euro. Buona parte di questi apparecchi erano dati in noleggio ai Comuni, che incassavano i due terzi degli introiti. Il resto andava al fornitore il quale, molto spesso, si dimostrava generoso con i funzionari e con gli assessori più zelanti.  

Guarda caso: il T-Red è il sistema al quale si era opposto il capo dei vigili, quel Giurato sollevato dall’incarico per avere escluso dalla gara d’appalto la chiacchierata Ci.Ti.Esse.

Guarda caso: proprio su questo fronte si incrina il rapporto tra il capo dei vigili e l’assessore Portolan.

Guarda Caso: Ci.Ti.Esse e Scae hanno trovato buona accoglienza a Belgioioso, dove è sindaco Fabio Zucca, compagno di partito di Portolan e suo predecessore all’assessorato pavese alla Mobilità, feudo dello Sdi.

Guarda Caso: Antonio Capone, rinviato a giudizio a Pavia per i traffici all’Ufficio Traffico, è stato consulente del comune di Belgioioso.

Guarda caso: nell’elencare i motivi della sospensione, il 26 febbraio 2008 il sindaco Piera Capitelli cita le lamentele di Cairoli e della Ci.Ti.Esse, allora messo da parte e ora inquisito, per accusare Giurato di aver esposto l’amministrazione alle loro «minacciate azioni giudiziarie». 

L’altra ditta sotto inchiesta, la Scae, si era aggiudicata una gara per la realizzazione della segnaletica stradale, ma non ha mai eseguito i lavori: non era in grado di farlo. La Scae avrebbe esibito false credenziali.

Con quali documenti la ditta di Segrate si era aggiudicata l’appalto? Giriamo la questione alla Procura pavese: si indaghino i canali attraverso i quali alcune aziende ottengono certificazioni taroccate, vergate da compiacenti funzionari comunali. Intervenga anche il ministro Brunetta, perché sono dipendenti pubblici nel libro paga della pubblica amministrazione. Ma a quanto pare anche sul libro paga di qualcun altro.

 

 

 

note

 

1 – Secondo il coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti «Setola ci vede benissimo».

 

2 – È la legge che impone il carcere duro e il sequestro dei beni ai condannati per attività mafiose.

 

3 – vedi Sandro Repossi, “Corriere della Sera”, 25 luglio 1993

 

4 – Francesco Forgione, ’Ndrangheta. Boss luoghi e affari della mafia più potente del mondo, Baldini Castoldi Dalai 2008, p. 39. Forgione è stato presidente della Commissione parlamentare antimafia: «I santisti [e cioè gli iniziati alla “Santa”, la struttura creata dalla ’Ndrangheta negli anni Settanta] possono entrare in contatto con politici, amministratori, imprenditori, notai, persino magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, se questo può essere utile per l’aggiustamento di processi, per lo sviamento delle indagini, per stabilire rapporti sotterranei di confidenza e di reciproco scambio di favori. L’infamità non rappresenta più uno sbarramento invalicabile […]. La ’Ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma in componente sociale della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale […] con i caratteri di componente strutturale della società meridionale» (Forgione, pp. 41-43)

 

5 – Forgione, p. 270: «L’assenza di un “soggetto forte” del prestigio e del rilievo di Cosa nostra e il concomitante endemico collasso degli assetti camorristici in Campania, fatta eccezione del clan dei Casalesi, ha fatto sì che le ’ndrine calabresi operassero in posizione di sostanziale monopolio nell’approvvigionamento della cocaina» che ha messo la ’Ndrangheta nella condizione di «contrattare con i narcos l’acquisto della droga direttamente nei luoghi di produzione, e quindi a un prezzo relativamente modesto (tra i 1.200 e i 1.500 dollari al chilo), assumendosi il rischio del trasporto della merce direttamente dal Sud America».

 

6 – Nell’ottobre 2008, a Roma la Dda ha sequestrato il ristorante La Rampa in Piazza di Spagna, dei Pelle-Vottari-Romeo, la cosca di Ciccio “Pakistan”.

 

7 – Rapporto 2003 della Commissione antimafia, p.382

 

8 – Davide Carlucci, 24 luglio 2008

 

9 – Forgione, p. 250; Gratteri, p.185. Nel Rapporto 2003 della Commissione antimafia erano già segnalate le presenze a Pavia della cosca Mazzaferro (p.47) e l’arresto di Vincenzo Corda, un boss del crotonese «che stava organizzando una base operativa in provincia di Pavia».

 

10 – “la Provincia Pavese”, 25 settembre 2008

 

11 – Irene Campari, che siede in Consiglio comunale, ha chiesto all’amministrazione che si effettuassero controlli sulle società a cui venivano assegnati appalti e licenze edilizie. Le è stato risposto che non era possibile: troppo complicato. A Pavia, la ristrutturazione del monastero di Santa Chiara è bloccata da anni per una interminabile causa tra il Comune e la società Co.ge di Parma, il general contractor. La Co.ge è nominata più volte da Mario Guarino in L’orgia del potere (Dedalo, 2005, pp. 367 sgg.

 

12 – Nelle carte della Magistratura milanese figurano già i nomi di alcuni indagati “eccellenti”. Vedi, a pag. 149 di questo numero, A cento passi dall’Expo di Gianni Barbacetto.

 

13 – I Bellocco, una delle ’ndrine che, secondo la Commissione antimafia, ha interessi a Pavia, due anni fa hanno investito ingenti somme a Bruxelles nell’acquisto di un intero quartiere, popolarmente noto come “’Ndrangheta”.

 

14 – Quando era di Romiti, Impregilo è stata messa sotto inchiesta per la gestione dei rifiuti nel napoletano. Nel 2006 Benetton Gavio e C. l’hanno acquisita. Gavio partecipa a Impregilo tramite la finanziaria Igli. Fino al 2006, in Igli c’erano anche Techint e Sirti (insieme: Te-Sir) ed Efibanca, la banca d’affari della Bpl di Fiorani, insieme a Benetton. Techint ha poi venduto la sua quota di Igli a Salvatore Ligresti. Igli aveva partecipato alla gara per il ponte sullo Stretto quando nella società veicolo c’erano ancora Tesir e Efibanca-Bipielle. Efibanca deteneva più del 2 per cento della società armatrice Moby Spa, oltre a quote in Sisal (15 per cento) e nella Fidia farmaceutici. Per le società che hanno partecipato alle gare e ai progetti preliminari si veda, di Irene Campari, Denti di ferro, in “Il primo amore” n. 3, pp. 49-69 e http://www.circolopasolini.splinder.com).

 

15 – Il 51 per cento della Sitaf era di tre soci pubblici: Anas 31,7 per cento; Comune di Torino 10,6 per cento e Provincia di Torino 8,7per cento.

 

16 – In Lombardia si contano ben 15 “locali” oltre a quello pavese: 3 a Milano; uno ad Appiano Gentile, a Cermenate, a Como, a Fino Mornasco, a Lentate sul Seveso, a Lumezzane, a Mariano Comense, a Monza, a Rho, a Senna Comasco, a Seregno e a Varese.

 

17 – Vedi Nicola Gratteri, Fratelli di sangue, p. 136

 

18 – Marco Travaglio, “Giudizio universale” n. 10, febbraio 2006. Delle azioni Milano-Serravalle, Gavio ne parla in alcune intercettazioni telefoniche: «sto facendo un pensierino sottovoce a vendere tutto per 4 euro». Dopo l’intervento di Bersani, Penati compra le azioni di Gavio a 8,83 euro per azione (vedi il “Corriere della Sera”, 2 dicembre 2005), pagandole 238 milioni di euro: l’8,8 per cento è stato ceduto da Astm e il 6,2 per cento dalla Sias.

 

19 – La Nuova Ecologia.it, 18 settembre 2008

 

20 Tra le attività della cosca c’era la macellazione di animali ammalati di brucellosi. Lo hanno scoperto gli inquirenti nel gennaio-febbraio 2007, nel corso dell’operazione “Ramo spezzato”.

 

21 – La versione di Comerio è stata raccolta da Marina Marinetti.

 

22 – Ecomafie, Rapporto di Legambiente, 2005. Rapporto del Comando Carabinieri, settore Tutela Ambientale, 2005. Vedi il “Il Secolo XIX” e il “Corriere della sera”, 15 luglio 2004; vedi anche “la Provincia pavese”, 13 marzo 2007, 18 marzo 2008 e 10 luglio 2008, e “La Nuova ecologia”, 11 novembre 2008

 

23 – “la Provincia Pavese”, 13 marzo 2007. Lo smaltimento dei rifiuti speciali pericolosi costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi.

 

24 – “La Provincia Pavese”, 27 luglio 2008. A Torre d’Isola, presso l’Atiab c’erano 100mila tonnellate di terre dalla dubbia composizione. Solo nel dicembre 2008 l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (A.r.p.a.) ha ottenuto l’autorizzazione ad effettuare alcune analisi.

 

25 – il maxi processo “Cagliostro”, per il gigantesco traffico di rifiuti pericolosi, è stato smembrato in 9 tronconi. Saranno quindi i tribunali di Alessandria, Venezia, Pavia, Vicenza, Treviso, Mantova, Viterbo e Lodi a giudicare, ciascuno per gli episodi di competenza, i 29 imputati rinviati a giudizio.

 

26-  “la Provincia Pavese”, 12 giugno 2008

27 – Giampiero Beccaria – già uomo di fiducia di Fiorani – è stato sottosegretario all’Industria nel primo governo Berlusconi. Il 16 gennaio 2008 il Tribunale di Milano lo ha condannato in primo grado a 3 anni per bancarotta fraudolenta.

 

28 – Secondo l’amministratore straordinario Locatelli la situazione era «difficile ma non disperata».

 

29 – Vedi “Il primo amore” n. 2, p. 38 e n. 3, p. 68-69. Nonostante la tempestiva segnalazione, la Procura interviene a danno ormai fatto. Pochi giorni dopo, in contrasto con una sentenza della Cassazione, la Snia viene dissequestrata. Il Procuratore capo reggente Sinagra chiede ragione a Capitelli la quale promette «di non farlo più».

 

30 – Delibera 9159 del 24 marzo 2006

 

31 – Nel 2000 gli architetti Daniele Bianco e Gerolamo Valle – incaricati di risistemare l’area Italcementi di Imperia – subiscono da Pmg (socio occulto: Giampiero Fiorani) pressioni per l’aumento delle volumetrie da 90 a 160 mila mq: «una modifica improponibile – sostengono i due architetti – lo stesso Comune dichiarò che quella metratura era fantascienza» (Marco Preve – Ferruccio Sansa, Il partito del cemento, Chiarelettere 2008, pp. 203-06.

 

32 – Nei primi anni Settanta, Pavia aveva 16.045 lavoratori dipendenti, 11.623 impiegati, 5.004 lavoratori in proprio e 727 tra imprenditori e liberi professionisti: un totale di 33.399 addetti alla produzione. Ne sono rimasti poche centinaia. Il resto è terziario pubblico, sanità e ben 12.000 pendolari.

 

33 – Direzione investigativa antimafia, 2° semestre 2002.

 

34 – I retroscena della gestione Francesca del pavese Festival dei Saperi (delibere manipolate, rendicontazioni lacunose per spese quattro volte superiori al necessario) sono raccontati in questo numero – alle pp. 33-34 – e nel libro Fuochi sulla città (Effigie, 2006), con notizie di reato che la Procura di Genova ha prontamente acquisito, a differenza di quella pavese, nonostante un esposto. In una intercettazione ambientale Massimo Casagrande riferisce di aver incontrato il Procuratore capo reggente di Pavia Salvatore Sinagra «…che conosco. Sono stato un’ora lì, mi ha detto… risolvo» (Sinagra ha ammesso l’incontro). Infatti qualcuno ha risolto: l’esposto su Francesca è stato archiviato.

 

35 – Le cose non cambiano nella limitrofa area Shell. Al riguardo, il funzionario della Regione Lombardia Nicola Di Nuzzo ha inviato al Comune una memoria nella quale scrive che le terre nere di fonderia non sono pericolose per la salute. Guarda caso, Di Nuzzo è lo stesso funzionario che ha gestito la discussa pratica della bonifica all’ex Sif Furfurolo di Valle Lomellina (costo: 14,5 milioni di euro!); secondo l’A.r.p.a., per la messa in sicurezza di quell’area ne sarebbero bastati 1.250.000.

 

36 – 26 marzo 2003, p. 3

 

37 – vedi Claudio Meloni www.acquabenecomune.org/spip.phparticle4297

 

38 – Lirio Abbate e Peter Gomez, I complici, Fazi 2007, p. 69 sgg

 

 

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