Mariella Mehr

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La scrittice zingara si racconta

Intervista di Luciano Minerva a Mariella Mehr
Mantova, settembre 2006

Un suo libro, una raccolta di poesie si chiama Notizie dall’esilio. Cosa contiene questo titolo?

“Notizie” erano la prima cosa che ho scritto quando sono venuta in Italia per vivere. Anche quello per me in un primo tempo era un certo esilio, perché sono venuta in Italia dopo aver subito attacchi dai neo-nazisti perché ero conosciuta come comunista. Esilio per me però non è solo quello dalla Svizzera, per me tuitto il mondo è un esilio. Dove ci si sente veramente bene? dove ci si sente bene con tutto il corpo, con il cervello, insieme, in armonia? Devo dire anche che per me vivere non è una necessità.

Dentro la sua scrittura, nei romanzi, nelle storie c’è un fortissimo livello di violenza. Da dove arriva e come l’ha trasformato in scrittura?

Io sono nata in un mondo molto violento. Era la prima cosa che ho conosciuto da piccola ed é normale che me ne preoccupi, perché è la violenza che ha formato la mia vita, ma oggi questa violenza non è più la mia vita. Non scrivo più in modo così autobiografico. Oggi m’interessa la violenza in tutto il mondo, perché come si potrà trasformare questa violenza in una forma diversa di parlare insieme, di discutere insieme, di vedere i problemi che abbiamo insieme?

Lei parla di violenza fin dalla nascita. Qual è il “progetto” da cui è nata la sua storia?

Questo progetto, dell’associazione Pro Juventute, voleva eliminare tutti i rom della Svizzera. Non hanno più lasciato entrare gli zingari stranieri, durante la guerra c’erano tanti zingari che chiedevano asilo, e non potevano entrare. Noi (oltre 600 bambini, n.d.r.) ci hanno divisi da mamme e papà, ci hanno messo in asili o, come me, già a cinque anni in una clinica psichiatrica.

Come è uscita da quest’esperienza. Come ha fatto trasformare in scrittura e in patrimonio di tutti la sua storia sua e quelle di tanti altri come lei che però non sapevano raccontare?

Prima ne sono uscita politicamente. Ho fatto lavoro politico contro lo Stato svizzero che faceva queste cose criminali. Sapevo che questo periodo, tra il 1926 e il 1974, deve essere scritto per la storia della Svizzera, perché fa parte della storia della Svizzera. Solo dopo ho cominciato a scrivere poesie, romanzi, il primo è stato “Silviasilviosilvana”, l’unico davvero autobiografico sulla mia vita e sull’istituzione della Pro Juventute. Poi ho vissuto i problemi della violenza, ma non solo contro i rom, ma la violenza in questo mondo. E questo mi ha spinto a scrivere ancora di più e non ho ancora trovato la risposta su questo problema.

Ma come è diventata padrona della lingua tedesca, con questa complessità e creatività della struttura narrativa e del lessico?

Per sei mesi nella mia adolescenza sono stata in un istituto, per iniziare il ginnasio ma dopo sei mesi ho finito, perché ero troppo pericolosa per gli altri e queste suore avevano una biblioteca meravigliosa. Io mi sono fatta una chiave per questa biblioteca. Ma prima che per leggere, per sentire … questo odore dei libri. E poi ho cominciato a leggere, ho cominciato veramente dalla A alla Z Ho letto tutte le notti sotto le coperte con la lampada. Così a tredici anni ho conosciuto Sartre, Nietszche, perché essendo loro tutte universitarie, avevano il diritto di avere questi libri in biblioteca. E leggendo si impara una lingua, si trovano le parole. Un essere umano che non legge non può scrivere.

Quanto la sua scrittura è un atto di ribellione?

Prima sì, era ribellione, quando ho scritto la mia vita. Adesso è un’altra forma di ribellione contro tutta la violenza. Ma le poesie hanno un’altra ragione. Con le poesie io parlo della mia tristezza, perché non c’è solo la Mariella che è furiosa, che è sempre sul punto di saltare, c’è anche la Mariella che è triste, che ha tante depressioni che vengono da quello che ho subito nella mia vita quando ero giovane.

Lei parla di vittima e carnefice come fossero due gemelli siamesi. Significa che la violenza continua a portare sempre più violenza?

Penso che quando hai vissuto nella tua vita solo con violenza, è normale che puoi rispondere solo con violenza. Non farlo è un lavoro della testa, che capisce finalmente che così il circolo della violenza non si apre mai. Io un giorno dovevo vedere questo, che non serve rispondere così, serve di più parlare di tutte queste cose come letteratura che leggono anche i rom.

Lei diceva anche, nell’incontro al Festivaletteratura, che i rom non riconoscono un’èlite letteraria.

Sì, fino a poco tempo fa era così, ma adesso cominciano a creare un élite intellettuale, non solo nella letteratura, ci sono filosofi, c’è tutto nella nostra società. Ma questo forse si sa, anche nel mondo normale è così. Quando io parlo con gente che non sa leggere o scrivere, devo fare sempre attenzione a non essere troppo “alta”, a capire la loro lingua e parlare la loro lingua.

Anche della sua lingua lei è stata espropriata.

Sì, era vietato fino al 74 parlare il romanes in Svizzera. E così io posso parlare con i rom ma il mio è un romanes incredibile, perché a 50 anni imparare una nuova lingua è un po’ difficile. Ma non è un problema, perché i rom parlano tutte le lingue, italiano, inglese, francese, tedesco, per cui in qualche modo ci si comprende sempre.

Secondo lei che cosa ingnoriamo totalmente sui rom?

Il fatto che hanno portato una grande parte della cultura indiana in Europa. La musica dei rom ad esempio viene dall’India. E’ cambiata in questi anni, ma è sempre musica dell’India. Anche la pittura dei rom è una cosa molto speciale, e poi la cultura della famiglia, della tribù che è sempre insieme. La vita “normale” in Italia è meglio che in Svizzera. Ma nella vita dei non-rom non c’è questo sentimento familiare, questo aiuto quando uno è malato, quando ha problemi con lo Stato, io credo che la cultura della famiglia è un grande regalo che i rom hanno portato dall’India.

Lei viene da una cultura nomade ed e stata costretta dalle circostanze a stare ferma, che esperienza è stata?

La vita nomade dei rom non fa parte della loro cultura questo era stato per forza, perchè nessuno li voleva, allora sono andati da un Paese all’altro. Allora perchè non essere a un punto dove si sente bene solo i non rom pensano che il nomadismo faccia parte della cultura dei rom ma non è vero. La cultura dei rom prevede la famiglia pensare agire il nomadismo non ha niente a che fare con quello il nomadismo e’ forzato perche’ nessuno li voleva.

In tutti i suoi libri c’e questo problema fuggire dagli altri e cercare gli altri…

Questo è anche un problema personale. Perché non scriverne? A volte non so dove sono esattamente con i miei pensieri, con il mio punto di vista sul mondo, con la mia situazione privata. Non vivo con i rom, vivo da sola, ogni tanto li vado a cercare, sono la voce dei rom in svizzera e adesso anche in Toscana, in Italia. Tutti vengono da me perché risponda ai problemi che hanno. Ho molta esperienza ma non posso rispondere a tutto, sono cose private con questi problemi vai da un prete (e ride)

La felicità sembra un miraggio, ci sono dei momenti i cui intravede delle luci di felicità?

Mi vede … posso essere anche tanto felice. Forse è per questo che scrivo tutta la tristezza nei miei libri, per essere nella vita normale felice anche con gli amici e con altre persone.

http://www.rainews24.rai.it

Una Risposta to “Mariella Mehr”

  1. utente anonimo Says:

    file:///home/master/Scrivania/La%2520legge%2520eugenetica%2520%2520in%2520Svizzera.doc

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