Cittadini

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In difesa della Costituzione della Repubblica

di Ernesto Bettinelli

 

 

Cari concittadini, mi rivolgo a Voi con questa espressione, con una delle parole più importanti della nostra Costituzione; con la parola «cittadini», nella gran parte dei casi, la nostra Costituzione non si rivolge soltanto a coloro che sono in grado di esibire la carta d’identità del Comune di Pavia o di altri comuni italiani, ma fa riferimento a tutte le persone che si trovano non occasionalmente nel territorio italiano perché lavorano, cercano lavoro o semplicemente un’opportunità di vita, in quanto provengono da realtà dove la vita non c’è: dove la vita è impossibile o disperata.

La Costituzione si occupa e si preoccupa della disperazione sociale e individuale quando esorta la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di qualsiasi tipo che impediscono un pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese.

Ecco le parole e i concetti essenziali e ricorrenti della nostra Costituzione: persona e lavoratore (ed è tale anche chi aspira a un’occupazione che gli viene temporaneamente negata). La nostra Costituzione liberale e democratica (non «sovietica…») opta per un’organizzazione costituzionale che cerca di proteggere e di valorizzare la persona e i suoi spazi di libertà e di dignità. Dignità della persona e dignità del lavoratore: si tratta di un’altra parola e di un ulteriore concetto costituzionale.

La dignità delle persone, quale che sia la loro origine, è violata quando esse vengono identificate non con il loro nome e cognome, ma genericamente sulla base della loro appartenenza etnica o nazionale. Purtroppo oggi nel lessico comune prevalgono parole che la Costituzione, non a caso, ignora: extracomunitario, immigrato, clandestino. E quando la Costituzione, all’art. 10, usa la parola «straniero», lo fa solo per accordare protezione a una categoria di persone che si trovano in situazioni disperate. Afferma la Costituzione «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Se si vuole difendere la Costituzione occorre innanzitutto conoscerla, comprenderne il profondo senso di umanità che la pervade; come dire: il suo DNA. E occorre anche capire che quando la Costituzione attribuisce compiti e programmi alla Repubblica non si riferisce solo alle Istituzioni (il Parlamento, il Governo, la Pubblica Amministrazione, i Giudici, le Regioni, gli Enti locali), ma richiede il concorso anche della società civile, del «popolo», di ciascuno di noi a prescindere dai ruoli che provvisoriamente ricopriamo.

Quando Fernando Buffoni, Prefetto di Pavia, con esemplare coraggio ha accolto per molti mesi in Prefettura (il Palazzo del Governo della Repubblica) un’intera famiglia evacuata da un campo-nomadi, con lo scopo non solo di dare un tetto provvisorio a persone in stato di clamoroso bisogno, ma anche di aiutarle ad integrarsi nella comunità pavese, si è comportato come un funzionario fedele interprete della Costituzione che sa adempiere alle sue funzioni «con disciplina ed onore» (come prescrive la Costituzione) e, al tempo stesso, ha agito come cittadino che sa riconoscersi nella comunità repubblicana. E nella stessa direzione operano tanti altri semplici cittadini (non investiti di funzioni pubbliche), come l’amico Luigi Boffini della Caritas, che ogni giorno si sbattono per far fronte alle necessità elementari di quanti si trovano privi di ogni risorsa, anche di quella di saper comunicare bisogni e problemi.

Molte di queste persone povere di tutto saranno ulteriormente penalizzate se passerà quell’orribile norma che di fatto invita i medici a denunciare i loro malati, in quanto immigrati senza permesso di soggiorno. In tal modo la salute non sarebbe più un diritto fondamentale (cioè antecedente rispetto a tutti gli altri diritti, pur definiti inviolabili) per tutti coloro che si trovano sul territorio italiano, ma solo per quelli a cui viene riconosciuto il diritto alla vita in quanto titolari di un documento di identità.

La Costituzione, per evitare che discipline così inique, così oppressive delle persone e della loro dignità, possano pregiudicare la civile convivenza ha previsto un’organizzazione della Repubblica bilanciata, suddividendo in maniera rigorosa i poteri dello stato per prevenire o comunque sanzionare loro arbitrai sconfinamenti che – ripeto – potrebbero gravemente violare i diritti umani (quelli elencati dalla nostra Carta e ribaditi dalle grandi dichiarazioni universali). La Costituzione italiana ha pertanto recepito i principi classici e liberali della separazione dei poteri, dello stato di diritto, rafforzandoli con un sistema di garanzie costituzionali forti e autorevoli (quali sono il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il CSM…); garanzie che devono prevenire e, quando è necessario, rimuovere gli eccessi di potere, anche quando questi eccessi provengono dal potere politico (Governo e Parlamento) che pretende di imporli facendo leva sulla forza del consenso elettorale acquisito. La pretesa che la maggioranza, per il solo fatto di essere tale, possa ritenersi autorizzata a decidere qualsiasi cosa, e anche a mettere a rischio i diritti inviolabili della persona, è un atteggiamento illiberale, totalitario e certamente aderente, Signor Presidente del Consiglio, a una concezione sovietica del diritto…

Il prof. Galeotti, con cui mi sono laureato in diritto costituzionale tanto tempo fa… esponente del movimento dei giuristi cattolici (dunque non certamente qualificabile come “intellettuale di sinistra”), già negli anni Cinquanta, all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione, avvertiva che il potere politico è di per se stesso un «potere pericoloso», perché quasi istintivamente tenta di occupare anche spazi che non gli sono consentiti. Come, ad esempio, il rifiuto di riconoscere che le sentenze definitive (passate in giudicato) non possono essere rimosse neppure attraverso atti legislativi. Come ad esempio, l’abuso dei decreti legge per costringere il Parlamento a piegarsi senza troppe discussioni dinnanzi al primato incondizionato del Governo e del Presidente del Consiglio, in particolare. Come, ad esempio, la commistione continua e arrogante degli interessi pubblici con gli interessi privati e personali, in violazione della pur timidissima legge sul conflitto di interessi È a dir poco sconcertante che un presidente del Consiglio pronunci frasi come questa: «Mentana se ne va? Meglio così. Non voglio prime donne che non capiscono le esigenze complessive».

Lui non vuole in quanto proprietario di Mediaset, di una società che secondo la legge (una legge pur confezionata a sua misura) dovrebbe essere lontana dai suoi interessi e dai suoi pensieri, proprio perché é Presidente di un Governo della Repubblica.

L’attuale problema dell’Italia e della sua Costituzione è che si sta affermando una cultura e una prassi in cui le parole d’ordine diventano appunto: Voglio – Non voglio. Insomma, una grave situazione di concentrazione di potere invasivo che, come abbiamo potuto constatare in questo periodo, ritiene di poter penetrare anche negli spazi più intimi e inaccessibili delle relazioni familiari e dei rapporti interpersonali.

Contro questa minaccia autoritaria (ma che, almeno per ora, sembra riscuotere il consenso implicito o esplicito del Paese) si sono, come al solito, mobilitati settori importanti dell’opinione pubblica: le oltre duecentomila sottoscrizioni all’appello di Libertà e Giustizia, le prese di posizione di più di 100 costituzionalisti che hanno denunciato l’abuso della decretazione d’urgenza, dopo aver denunciato l’incostituzionalità del cosiddetto lodo Alfano, che garantisce un’impunità istituzionale alle principali cariche politiche; dopo aver gridato contro i reiterati tentativi di indebolire fino all’asfissia tutte le istituzioni di garanzia…

Da qualche tempo denunce, appelli, manifesti si susseguono in continuazione e ormai non fanno più notizia. Si è espresso contro l’attuale deriva del nostro sistema costituzionale il meglio della cultura italiana: da Umberto Eco a Roberto Saviano…

Eppure queste voci insigni si perdono, sopraffatte dalla volgarità di altre esibizioni quotidiane che contribuiscono a deprimere profondamente qualsiasi passione civile, qualsiasi memoria collettiva, qualsiasi dignità umana. Se volete provare la vostra capacità di resistere al disgusto, guardate anche per pochi secondi il “Grande Fratello”…

Del resto, per poter diventare da prevalente a definitivamente dominante, il potere politico ha bisogno di intorpidire la coscienza civile, corrompere i giovani, invitarli a falsi miti e a fatali speranze di potersi affermare sulla scena pur evanescente dello spettacolo a qualsiasi costo.

Per raggiungere più rapidamente questo obiettivo di omologazione e di acquiescenza della società civile non bastano le sirene televisive; è necessario demolire o svalutare tutti i beni collettivi e pubblici: la scuola (in tutti gli ordini e gradi) e tutti gli altri servizi pubblici necessari non solo per assicurare a tutti, senza discriminazioni, i diritti sociali in condizioni di eguaglianza, ma indispensabile per promuovere quella coesione sociale su cui confida la nostra Costituzione che – come predica instancabilmente l’ultimo Costituente, Oscar Luigi Scalfaro – dovrebbe essere la Casa comune…

Gli effetti di questo crudele e insistente accanimento contro i valori e le garanzie costituzionali si ripercuotono inesorabilmente sulla qualità della convivenza. Più si diffonde la percezione che la Costituzione non conta più nulla, che deve essere archiviata o riformata con l’intento di svuotarla (perché troppo vecchia e… «sovietica»), che dunque non sono indispensabili insopprimibili regole comuni, allora si regredisce inevitabilmente a uno stato di disordine sociale incontrollabile, a forme di violenza privata inaudita che allarmano, spaventano e rendono tra loro nemici i cittadini.

Si invoca giustamente l’esigenza di sicurezza per tutti, ma al tempo stesso si indeboliscono in maniera cinica proprio le istituzioni e i poteri a cui la Costituzione affida il gravoso compito di preservare la legalità e di punire con la dovuta severità i reati più devastanti. In questi giorni il CSM (un’istituzione di garanzia) ha ammonito che privare irragionevolmente i magistrati dei più efficaci poteri di indagini è un vero e proprio attentato alla convivenza civile e alla sicurezza dei cittadini.

Ma anche questi allarmi sembrano perdersi nell’indifferenza dei più. Questa indifferenza, questa rassegnazione di massa rappresentano la peggiore minaccia alla nostra Costituzione.

Non so perché gli organizzatori di questa manifestazione unitaria, abbiano invitato proprio me a parlarvi in difesa la Costituzione.

Vi confesso un certo imbarazzo perché non ho ancora capito se tutti coloro che in questi giorni si mobilitano, sia in quanto singoli cittadini sia in quanto esponenti di forze politiche di opposizione, ritengano davvero che la difesa della nostra Costituzione sia una priorità effettiva e non semplicemente l’emozione passeggera di una giornata in piazza…

Se la difesa della Costituzione e della Repubblica è davvero una priorità anche politica, allora non comprendo come di fatto la preoccupazione principale, nonostante tutto, nonostante questa manifestazione, rimanga quella di conservare i propri recinti, le proprie bandiere, i propri inconcludenti spazi di partito, di gruppo, l’arroccamento a posizioni di precariato politico, anche se retribuito a tempo indeterminato.

Per difendere la Costituzione e i diritti fondamentali occorre unità, umiltà e disciplina repubblicana; occorre abbandonare lo spirito di fazione che oggi consuma il sistema politico e, soprattutto, lo schieramento di opposizione. Credetemi, non si tratta della petulante conclusione di un professore di diritto costituzionale ormai quasi a fine stagione, ma semplicemente della ovvia constatazione che questa Repubblica, questa Costituzione sono il risultato di una unità, anche faticosa se volete, tra cittadini e gruppi assai diversi tra di loro, ma che avevano, tutti, ben chiara e ferma nelle menti e nei cuori la posta in gioco. E, se non ricordo male, qualcuno sacrificò la propria vita, la propria giovinezza per questa Costituzione e per questa Repubblica.


(discorso tenuto a Pavia, piazza della Vittoria, il 19 febbraio 2009. Ernesto Bettinelli è professore Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Pavia)

 

 

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Una Risposta to “Cittadini”

  1. utente anonimo Says:

    Mi sono commossa…
    Paola

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