La grande giostra

by
di Alberto Ferrari

La lettura dei giornali ed i dibattiti che si susseguono sulle reti televisive evidenziano un fatto strano: la grave crisi economica che stiamo attraversando è il frutto amaro delle politiche della destra, ma nessuno sembra volerlo chiarire e denunciare. Non lo denuncia neppure una larga parte della sinistra, e i molti liberal o pseudo tali, volti piuttosto ad ammonire che ora non è tempo di trovare le colpe, ma di cercare le soluzioni. Fingendo di dimenticare che, senza un’approfondita analisi tecnico-politica di ciò che avvenuto e del perché è avvenuto, si rischia di affidare le soluzioni della crisi agli stessi che l’hanno determinata. E ciò non è proprio la soluzione migliore. O forse è proprio perché una parte rilevante della sinistra – in questi ultimi anni – si è fatta troppo sedurre dal pensiero neoliberista, allontanandosi in modo pericoloso dai propri valori e dalla propria cultura. Sarà bene rifletterci perché, se è vero che la storia non si ripete mai eguale, è però vero che essa insegna molto per affrontare l’oggi ed il domani.
La crisi economica attuale è il prodotto delle scelte politiche avviate negli USA verso la fine degli anni 70. In quegli anni stavano attraversando una grave crisi economica, ma soprattutto una crisi d’immagine. Con Carter presidente erano ridicolizzati nell’Iran di Komeini ed in difficoltà in molti altri paesi dell’Africa e dell’America latina e, sotto il profilo economico e dell’innovazione tecnologica, venivano superati dal Giappone e dai paesi asiatici. I potentati economici e militari di Washington ritenevano che la crisi fosse il risultato delle politiche arrendevoli dei presidenti democratici che avevano indebolito le istituzioni e lo spirito americano. Con il supporto di economisti e politologi e delle grandi reti televisive di destra, decisero di passare al contrattacco, rilanciando il patriottismo e tornando al liberismo più puro; liberando i famosi “spiriti animali” del mercato come unico motore dello sviluppo; liberando l’America da tutti quei lacci e lacciuoli statali che, a loro parere, non avevano fatto altro che indebolire l’immagine forte del popolo americano. Si incominciò così con Reagan nel 1980 in America (e con la Thatcher l’anno prima in Gran Bretagna) proclamando che lo Stato non era la soluzione dei problemi, ma era esso stesso il problema, con i suoi costi e la sua invadenza burocratica; e solo il ritorno al libero mercato, liberato dai lacci e soprattutto dalle tasse, avrebbe rimesso in moto l’economia, portando ricchezza a tutti, e una nuova stagione di potere per il mondo occidentale ed anglosassone in primis.
Si resero tuttavia subito conto che riducendo le tasse senza aumentare i salari (che avrebbe penalizzato le imprese) si sarebbe sottratto allo Stato la funzione di ridistributore di reddito (i servizi dati alle persone) e ciò avrebbe rischiato di far perdere il consenso anche dei propri elettori. Sulla spinta di influenti economisti, fautori del libero mercato, scelsero allora di spostare la funzione di distributore dallo Stato al sistema bancario, spingendo le banche ad una massiccia politica di concessione del credito oltre ogni corretto limite di garanzia.
Il sistema bancario – conscio dei rischi, ma anche attratto dai lautissimi guadagni – chiese in cambio di poter operare con maggiori libertà e minori controlli; e ottenne un minor controllo delle autorità centrali sulle operazioni finanziarie, nonché la messa sul mercato di nuovi prodotti finanziari che – in modo molto poco trasparente – miscelavano e trasferivano il rischio enorme dei debiti non garantiti (i famosi titoli tossici) non sulla singola banca ma su più soggetti (dispersione del rischio) e – attraverso il mercato finanziario e borsistico – sugli stessi cittadini.
Iniziò così l’epoca di un’enorme follia economico-finanziaria dove le banche d’affari – e soprattutto i loro dirigenti – guadagnando somme enormi attraverso l’agio sulle transazioni, avevano interesse a far girare sempre più soldi; le imprese ottenevano facili aperture di credito attraverso la sottoscrizioni di prodotti finanziari, di fatto non coperti; i singoli cittadini – attraverso il facile credito al consumo – si sentivano improvvisamente ricchi, senza più remore nello spendere. Ma tutto il era garantito non da ricchezza solida, ma da una bolla enorme di cambiali, spesso garantite dal valore di immobili anch’esso gonfiato.
Le imprese ottenevano facile credito perché da un lato i consumi (soprattutto di beni superflui e di immagine) aumentavano a dismisura in una sorta di edonismo consumistico; dall’altro le buste paga dei lavoratori restavano sostanzialmente invariate, mentre il loro potere di acquisto veniva fasullamente incrementato con il facile credito (credito facile invece di aumento di salario). Così i lavoratori diventavano a poco a poco solo consumatori e si interessavano sempre meno all’andamento dei loro salari effettivi che aumentavano di poco oppure, messi in crisi dalla delocalizzazione delle loro imprese, non aumentavano affatto. Tutto insomma era diventato una sorta di inconscio ultimo ballo sul Titanic al quale erano stati subdolamente invitati anche i passeggeri di seconda e terza e quarta classe.
Così la ruota della nuova economia turbocapitalista si rimise a girare in modo sempre più frenetico – per quasi trent’anni – distribuendo ricchi profitti a pochi e finta ricchezza ai più; e convinse tanti della sua bontà, e con loro una parte rilevante della sinistra europea come Blair e Schroeder (e in Italia gran parte della dirigenza dei Ds). Temendo contraccolpi elettorali – la gente voleva consumare sempre più per sentirsi ricca, altroché prediche – abbandonarono i fondamenti della cultura socialdemocratica (solidarietà, rigore, economia sociale di mercato, ferreo ruolo dello Stato nel regolare l’economia e distribuire il reddito, chiara connotazione a difesa dei lavoratori quale parte più debole della società, mantenimento sotto il controllo dello stato dei beni pubblici primari) e cominciarono a parlare di terza via socialista, che altro non è stato se non l’accettazione della nuova ondata liberista.
Un grande processo di trasformazione profonda e antropologica del mondo occidentale era oramai avviato: al rigore, alla coscienza del rischio, al passo non più lungo della gamba, allo sviluppo lento ma graduale basato su beni utili e durevoli era subentrata l’ideologia di uno sviluppo frenetico, dove il lavoratore dipendente – trasformandosi sempre più in semplice consumatore – perdeva il proprio radicamento classista e la propria cultura identitaria, divenendo sempre più preda del moloc consumista.
Il capitalismo si stava trasformando in un “mostro mite” come più tardi venne definito da Raffaele Simone (Il mostro mite. Perché l’Occidente non va a sinistra, 2008). Caduta la cortina di ferro e scioltasi nel 1991 l’URSS, il turbocapitalismo è ora pronto ad invadere il resto del mondo, perché ha bisogno di continuamente espandersi, per non mostrare il suo bluff iniziale di una finta ricchezza costruita su debito che alimenta debito, per non rovinare su se stesso.
E la Sinistra dove era?
Già nei primi anni ’70, Pasolini (non a caso un artista) aveva preconizzato i grandi rischi cui si esponevano i partiti di sinistra, con la loro incompresione delle ideologie che si celavano dietro a semplici termini come sviluppo e progresso, spesso usati come sinonimi. Se lo sviluppo (in quanto semplice risultato di produzione e consumo di merci è proprio della cultura della destra, perché funzionale ai produttori) finirà per attrarre nella sua orbita – che è ideologia consumistica – i lavoratori; e se non è accompagnato, per insistente lavoro culturale della sinistra, dal “Progresso” – che in quanto nozione ideale (politica e sociale) è propria della sinistra – allora per la sinistra diverrà difficile recuperare il tempo perduto: l’ideologia consumista avrà di fatto messo in ombra l’idea di progresso come idea di classe.
Ma indubbiamente era difficile per chi non era poeta ma politico (ragionante quindi in termini elettorali) intuire già allora la gravità della rivoluzione antropologica che la destra stava volutamente mettendo in atto; e difficile contrastare quella cultura che stava generando uno sviluppo che pareva inarrestabile, in un processo di continua “distruzione creativa” secondo la felice definizione di capitalismo data da Schumpeter.
Ma non era però neppure impossibile. Già nella prima metà degli anni ’90 l’economista francese Michel Albert (commissario al Piano francese con Mitterand presidente, e accademico di Francia) spiegava che il futuro del mondo si sarebbe deciso – non nello scontro tra capitalismo e comunismo, come ancora gran parte della sinistra si attardava a pensare – bensì tra il neocapitalismo conservatore americano di Reagan (fondato sui valori individuali, la massimizzazione dei profitti a breve termine, lo strapotere dei mercati finanziari) e il modello di capitalismo europeo “renano” la cui culla furono i grandi conglomerati operai del bacino industriale del Reno (basato sull’economia sociale di mercato, il consenso sociale e le prospettive finanziarie a lungo termine).
Non essersi sufficientemente fermate ad analizzare questi processi non ha consentito per tempo alle sinistre di comprendere ciò che stava avvenendo nel capitalismo anglosassone, né comprendere meglio i valori del modello socio-politico-economico europeo, realizzato in gran parte in Europa dopo la seconda guerra mondiale, con il determinante contributo dato dalla socialdemocrazia, a partire dal suo ri-fondativo congresso del ’59 a Bad Godesberg.
L’ondata liberista appariva allora così vincente da impedire di valutare gli inganni ed i rischi su cui si fondava.E pure a sinistra (chi teneva il potere all’interno dei partiti di sinistra) si incominciò a ritenere che il socialismo avesse esaurito la sua spinta propulsiva e fosse oramai incapace di dare risposte ai nuovi bisogni – ideologia obsoleta del secolo passato si dirà ad un certo punto. Non restava altro che accettare la libera cultura del mercato come vincente, cercando solo di ridurne le maggiori asperità e imitandola: nella riduzione del potere dello Stato; nell’adeguarsi alla cultura individualista e della meritocrazia individuale a scapito di quella collettiva; nella riduzione delle tasse; nella privatizzazione di tutti i beni, anche di quelli che erano alla base dei principi di solidarietà, e di quelli che garantivano forti entrate per lo Stato.
Privatizzare fu lo slogan anche di molta parte della sinistra, e furono considerati vetero-comunisti e vetero-socialisti i fautori della difesa del modello sociale europeo. Anche se ancora nel 2004 Jeremy Rifkin – da americano – girava il mondo per spiegare come il sogno europeo basato sull’economia sociale e sul consenso – fosse molto più attuale e vincente del sogno neocapitalista americano, perché più morale agli occhi del mondo globalizzato.
Ma a sinistra sembravano prevalere i fautori della terza via, gli ideologi del tramonto delle ideologie del ‘900 e del valore della contrapposizione tra destra e sinistra. Predicavano il superamento delle ideologie (a partire da quelle della sinistra) fingendo di non accorgersi che invece la destra era tutt’altro che tramontata, ma ben presente e sempre più vincente.
Lo scoppiare della crisi economica trova dunque gran parte della sinistra non solo totalmente impreparata sotto il profilo culturale ed ideologico a contrastare il processo culturale e politico che sta alla base della crisi (e che è processo di destra) ma addirittura in parte corresponsabile o comunque tiepida nel denunciare quel progetto, avendo troppo presto abbandonato i suoi valori e le sue pratiche. Non si spiegherebbe in altro modo l’insistenza (anche da parte di autorevoli esponenti della sinistra) nel voler confinare le cause della crisi all’interno di sole tecnalità finanziarie oppure nella scarsezza di regole del mercato finanziario; o ancor peggio, nella sola presenza di pochi manager avidi e di farabutti – come Tanzi in Italia o Madoff in America – anziché cercarne le cause politiche.
Due posizioni appaiono prevalenti. Una rilevante parte della dirigenza della sinistra (per lo più autodefinitasi riformista) in Italia come in Gran Bretagna e Germania, non vuole ammettere l’errore di non aver voluto vedere che tutto ciò è il frutto dell’esplosione fallimentare (e prevedibile) di un enorme processo politico e culturale, messo in atto dalla peggiore destra capitalistica americana con l’obiettivo di sconfiggere sì il comunismo sovietico, ma anche il pensiero debole dell’occidente, rappresentato dal modello socialista europeo. E questa aveva scelto la via ad essa più consona: dimostrare la superiorità del modello individualista e del totale libero mercato contro ogni pretesa di solidarismo e di mercato sociale. E procede ad una vera e propria rivoluzione culturale attraverso l’asservimento dei mass media (giornali ma soprattutto televisioni e cinema che impongono nuovi modelli culturali: la finta ricchezza del facile credito, l’esplosione dei consumi individuali spesso superflui, l’eliminazione dei consumi e servizi collettivi – automobili anziché treni) che potesse trasformare antropologicamente i singoli cittadini di tutto il mondo in folli consumatori e produttori, prigionieri di una grande giostra (creativa e distruttiva) dalla quale era vietato scendere pena l’arresto di tutto il sistema. Scardinare il solidarismo collettivistico insito nel pensiero comunista e socialista, era il grande obiettivo di Reagan e della Thatcher e dei loro successori.
Purtroppo l’altra parte minoritaria della sinistra (definitasi radicale) pur avvertendo i rischi di quel sistema di potere così apparentemente accattivante, anziché studiarlo a fondo e contrastarlo (nel quotidiano, sotto il profilo culturale e politico) preferiva – e preferisce – fare un’opposizione ideologica – comunismo contro capitalismo – opponendo il mito dell’uscita dal capitalismo, ossia dal mercato, rendendosi così incomprensibile a quelle stesse masse alle quali dice di rivolgersi. Masse che – citando ancora Pasolini – vivono in se stesse sempre più acutamente la contraddizione tra l’idea di progresso – valori più benessere – presente nelle loro coscienze, e l’idea consumistica di sviluppo ancora più presente, luccicante ed estremamente accattivante, nella quotidianità dell’esistenza.
Che fare dunque?
Non si può uscire dalla crisi se non la si smette di pensare che la crisi è frutto di errori finanziari e di mancanza di regole o dell’avidità di pochi corrotti. Bisogna assumere con forza la convinzione che la crisi è frutto delle deliberate politiche delle destre, nonché degli errori di valutazione e dei ritardi politico-culturali delle sinistre.
L’uscita dalla crisi – che è crisi di visione politico-culturale -non può avvenire se non stabilendo un diverso rapporto tra le nazioni, basato su un diverso modo di intendere lo sviluppo mondiale, le integrazioni fra i popoli, le loro culture, le loro economie. Si dovrà stabilire un diverso rapporto con l’ambiente e con le risorse naturali; una risocializzazione tra le persone, e tra queste e l’ambiente. Un ritornare a privilegiare il Progresso come sviluppo connesso ad una visione della vita e del mondo, contro il mero sviluppo che finisce per essere solo mercificazione di tutto, lavoro e dunque uomo, compresi.
Ma ciò non può avvenire attraverso semplificazioni massimaliste o individualiste, che promettono soluzioni rapide ed immediate che, nell’attuale contesto, altro non farebbero che far collassare del tutto l’attuale sistema economico mondiale, impoverendo ulteriormente le masse lavoratrici e spingendo queste in ancora più profonda povertà e, per reazione, ad una pericolosa richiesta di sistemi politici populistici e di destra.
Ma occorre anche respingere la posizione della sinistra antagonista caratterizzata da un anticapitalismo assoluto, che rifiuta la necessità o la possibilità di contrapporre al neocapitalismo conservatore americano un diverso capitalismo, sul modello di quello europeo sperimentato dalle socialdemocrazie nei primi 30anni del secondo dopoguerra. Una posizione massimalista pericolosa, perché ritiene che la grave crisi economica – e la grave crisi sociale che da essa deriverà – potrà costituire lo strumento per l’avvio della nuova rivoluzione comunista. E non si avvede invece che essa rischia di minare alle fondamenta le libertà democratiche, rischia di dare il via ai nazionalismi e ai peggiori populismi, di cui le emergenti pulsioni razziste – riemergenti anche in Europa – costituiscono i primi pericolosi segnali.
Sul piano ambientale, come ha scritto il filosofo André Gorz (Ecologica, 2009) per poter cambiare occorre un ecologismo politico che, partendo dalla critica al capitalismo, si riconosca nell’idea socialista di cui l’ecologia politica è una dimensione essenziale. Perché partendo solo «dall’imperativo ecologico, si può arrivare tanto ad un anticapitalismo radicale quanto ad un pétanismo verde, un comunitarismo naturalista». In tale senso, l’ecologismo non può dirsi indifferente tra socialismo e neocapitalismo. Ma anzi, il pensiero ecologico è necessario al socialismo proprio per impedire che, per motivi elettoralistici, in nome del solo principio della ricchezza da distribuire, smarrisca parte dei propri principi allineandosi alla cultura mercatistica della destra come in parte è avvenuto in questi ultimi vent’anni.
La gran parte delle masse lavoratrici è oggi avvolta nella contraddizione dell’essersi assuefatta al ruolo di consumatore, e l’accorgersi – ora, drammaticamente – che questo ruolo non le ha consentito di avere più nulla di certo, nulla di sicuro, neppure il lavoro delle proprie braccia. Essa, come diceva Pasolini, vive questa acuta contraddizione nel profondo della coscienza e della vita quotidiana, ma non sa come porvi rimedio; perché l’individualismo connesso al diventare solo consumatore gli ha tolto i rapporti di quotidiana solidarietà con i propri simili, con coloro con i quali condivideva la stessa cultura di vita, la stessa quotidianità, e quindi gli ha tolto la convinzione che comunque uniti si può aspirare ad una propria migliore condizione di vita. Oggi il lavoratore, dipendente o autonomo, vive nel profondo l’inquietudine della propria solitudine e, non potendo più cercare la risposta rassicurante nell’ambito della solidarietà e forza di appartenenza ad un classe, comunque unificante, la cerca – individualmente – all’esterno inseguendo di volta in volta il presunto colpevole della sua insicurezza (l’immigrato che lo deruba del lavoro, il diverso) o cercandola nel leader carismatico che lo possa rassicurare – avendo perso con i legami sociali – la fiducia nelle capacità collettive.
Lo sviluppo voluto in modo cosi totalizzante dalla destra, a partire dalle politiche reaganiane, si è comportato come una vera e propria droga dalla quale sarà difficile disintosicarsi, perché ha svuotato la coscienza di milioni e milioni di persone, sostituendovi solo il rito gratificante del consumismo “senz’anima”. Si comprende dunque perché, sia chi lo ha utilizzato (a destra) come vera e propria clava politica, ma anche chi è stato tiepido (a sinistra) nel contrastarlo, oggi cercano di ridurre l’attuale gravissima crisi solo ad un fatto tecnico, ad un ciclo economico come se ne sono visti già nel passato, ad un incidente di percorso per l’avidità di pochi, e non sa proporre altro se non di tornare a spingere la ruota dello sviluppo consumistico.
Occorre invece tornare allo spirito della socialdemocrazia europea, dove accanto alla elencazione dei principi e dei valori che erano a fondamenta del socialismo, erano altresì indicati i percorsi e gli strumenti necessari per realizzarli; tra i quali centrale (in netto contrasto con le politiche reaganiane e thacheriane, ma anche con il marxismo) il ruolo forte dello Stato come regolatore del mercato, ridistributore della ricchezza attraverso lo stato sociale e proprietario dei beni pubblici primari, che non possono essere lasciati al libero mercato senza mercificare l’uomo stesso (la scuola pubblica, la tutela della salute, le pensioni, l’acqua, i trasporti pubblici, ecc.); uno Stato che assume, contro il rischio di strapotere del mercato, la difesa della parte più debole della popolazione, quella dei lavoratori dipendenti, come sua finalità prevalente allo scopo di promuovere la solidarietà e le pari opportunità. Uno Stato che assume su di se l’idea di progresso, contrastando l’idea fredda del solo sviluppo.
La ripresa del socialismo non può dunque avvenire se non si torna a portare al centro del dibattito culturale e politico il dualismo tra sviluppo e progresso. L’aver abbandonata la battaglia culturale, prima ancora che politica, per quest’ultimo ha portato la sinistra verso una sorta di acquiescenza, quando non corresponsabilità, nel privilegiare la ricchezza delle merci (il mercato) rispetto all’idea più globale ed inclusiva di progresso, ritenendola più capace di pagare in termini di consenso elettorale. O quantomeno a ritenere che, per governare, occorresse prima privilegiare lo sviluppo, pensando di realizzare in un secondo tempo il progresso. Ma assumendo in modo così aperto i modelli della parte avversaria, la sinistra si allontana sempre più dai propri valori e dal proprio modello culturale di società, e finisce per essere percepita così liquida da non fare più presa nella coscienza profonda della società. E finisce per assomigliare (ed essere percepita) come una brutta copia dell’avversario.
Guardiamo a ciò che sta avvenendo in America oggi. Nell’America di Bush la destra, tramite i soggetti dominanti dell’industria e della finanza, era arrivata far credere che fosse l’individuo che trionfava: il suo individualismo esasperato, la sua centralità definita dalla ricchezza e dagli status symbol di cui poteva circondarsi, non importa se di proprietà o a credito. E vediamo come sta finendo, con un presidente che – proprio perché era solo individuo – ha finito per non rappresentare più nessuno. Nell’America di Obama è lo Stato che torna ad essere centrale, che torna ad essere l’entità attorno alla quale la gente si stringe per recuperare un senso di fiducia collettiva. Per ritrovare un’idea di progetto per la vita di tutti, all’interno del quale si collocano anche le aspettative della propria vita. Ed è questa idea di “progetto per la vita di tutti” che definisce l’idea di “progresso” che va ben oltre il semplice sviluppo.
In Europa è la socialdemocrazia uscita dal manifesto di Bad Godesberg che più di ogni altra cultura politica ha rappresentato, dal dopoguerra ad oggi, questa sintesi tra sviluppo e progresso, coniugando – nella prassi politica democratica – la valorizzazione dei diritti e delle energie individuali, senza le quali non c’è libertà, e con la giustizia sociale, senza la quale non vi è diritto di cittadinanza per tutti. E aveva individuato nello Stato democratico (individuato ad un tempo sia dal capitalismo estremo, che dal marxismo come un inutile intoppo) il soggetto cui demandare tale compito.
Di fronte alla grave crisi economica attuale – che è crisi non tecnicistica, ma crisi del modello politico della destra – l’alternativa del modello socialista, quale conosciuto in Europa, riappare come vincente. Per questo esso può e deve tornare a parlare alla gente d’Europa, a tutti i popoli; ed in particolare ai giovani, per ridare alle loro drammatiche incertezze quotidiane e di prospettiva una risposta alta che l’individualismo, per quanto esasperato, non sarà mai in grado di dare.

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