Questo è Cefis 5

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Il mestiere del padrone di case
di Giorgio Steimetz

Inevitabile, sempre, l’accostamento tra i due grandi del petrolio italiano, Mattei e Cefis. Coincidenze persino strane accomunano se non i gusti almeno l’operato della loro pubblica presenza ed è tanto difficile stabilire una zona di rispetto tra le due personalità, da dover mettere sull’identico vetrino i rispettivi campioni per un’analisi approfondita.
Secondo gli architetti e seguendo la prassi costruttiva di oggi, gli spazi dovrebbero risultare omogenei, delimitati, inconfondibili, costretti entro ragionevoli ma netti confini. Quelli occupati un tempo da Enrico Mattei e oggi da Eugenio Cefis si delineano invece in tutta la loro artificiosa complessità, sfumati per necessità, per richiami politici, per la concomitante ma distinta tecnica da colpo di Stato, come la vedeva Malaparte.
Mattei e Cefis, due industriali di Stato. Creature a disposizione della cosa pubblica; se si vuole, portabandiera dell’iniziativa e investiti di potere discrezionale, ma entro circuiti stampati con lettere da testo giuridico. Per il ruolo ad essi affidato, dovrebbero brillare di luce riflessa, porsi ad esempio dell’ottima gestione d’un Ente di Stato. Responsabili dell’ENI, di esso soltanto dovrebbero rispondere sia pure con saggia tolleranza quanto a indirizzi e sistema.
Ogni altro margine operativo e ideologico esula completamente dalla carica, sino a configurarsi in reato loro ascrivibile quando— per metodo, abitudine, impudenza giocano distrattamente alle potenze occulte, manovrano capitali per imprese balorde, si inseriscono di forza nelle cabine di comando e dettano inclinazioni, rotte, velocità, tempi, finalità, approdi come corsari sulla filibusta.
Genialità e intraprendenza, al limite o al di fuori della legge, ne dimostrano anche negli intrallazzi di natura assolutamente privatistica. Lasciamo in pace Mattei col suo impero del petrolio, la sua vena estrosa negli affari, l’alone mistico da Gandhi dei Paesi sottosviluppati: e la bravura nell’adoperarsi discretamente pro domo sua.

Le ore e i giorni dell’industriale di Stato

Parlando dell’ENI, oggi, non è Mattei che ci interessa. E’ il buon genio italico, Cefis, il provinciale prestato alla metropoli, anzi alla patria tout-court, di cui costituisce una delle più inutili ma decorative cariatidi. Nello stemma della Repubblica Italiana, accanto allo stellone e alle foglie d’ulivo, si può scorgere in filigrana, con qualche buona lente d’ingrandimento, il cane a sei zampe. Di questo passo non è beffardo immaginarselo al vertice della vita politica nazionale, magari oltre il portone vegliato dai Dioscuri, il Quirinale. C’è anche gente che lo saluta nume tutelare della nostra scombinata economia; chi ne vanta il fiuto in affari (petroliferi); chi ne coglie l’ansia spirituale, specie nella città scristianizzata, per riportare una croce nel deserto di asfalti ed egoismi collettivi.
L’industriale di Stato, così come noi lo vediamo, è soltanto un arrivista di scarsi scrupoli, un ambizioso non privo di talenti, un individuo nato con la folgorazione degli affari: i suoi, prima; poi quelli vaghi e confusi dello Stato, specie se questi collaudano e incrementano i primi. L’etichetta del funzionario (altissimo) di Stato non piace a Cefis, ma gli serve, è un paravento, un passepartout, una credenziale.
Ci pare evidente che il Presidente dedica all’ENI una parte del suo tempo. La carica non è oppressiva e ínglobante come si potrebbe pensare: con tutti gli scagnozzi che gli trotterellano  accanto, Cefis potrebbe limitarsi a schiacciare qualche bottone e a siglare un dossier o una missiva confidenziale, con di tanto in tanto una breve, laconica e conclusiva battuta. Per paradosso notiamo che Cefis non sacrifica il suo tempo prezioso fino a notte tarda per l’ENI, pur disponendo dell’Ente come un monarca orientale.
Indaffarato quanto basta a stilare traguardi d’espansione secondo gli umori del momento, a delineare metodi e tempi di propaganda e adescamento come un attivista di partito, a sconvolgere da tirannello i quadri direttivi interni, ad ammannire edulcorati, insipidi, inoffensivi bilanci: l’autentico Cavaliere del Lavoro finisce per trovarsi impiegato a full-time, con qualche distinzione non casuale tra le cose del mondo e le cose dello spirito, tra il bene degli altri e quello dell’animaccia sua, affinché una mano lavi l’altra.
Il Ministro Preti, capace di grattare le pulci ai magnati delle (potentissime) Acli e ai campioni proletari dell’intoccabile sindacalismo, non sa decidersi a dare una spuntatina anche agli affari di Cefis; che è meglio di Gabaglio e di Storti, anche come eventuale preda (o titolo di scatola). Occorrono delle trivelle: non quelle che adopera 1’ENI per le sue (quasi) sempre sfortunate ricerche di oro nero; buoni segugi addestrati alla posta al tartufo, per ricercare che cosa galleggia nel sottofondo oltre l’innocua ma costosa mania della collezione di tavolette ex-voto.
Certo a veder le cose in superficie non si direbbe che Cefis abbia il tempo e la voglia di occuparsi dei suoi affari privati. Un altro insonne veglia sul Paese, dopo colui che è finito tra gli sputi di Piazzale Loreto. Come pensare che un santone si presti a speculazioni a cointeressenze, a utilità marginali?

Eugenio Cefis, profeta in patria

Delle ambigue confusioni di residenza, presunta od effettiva, e Uffici personali reali del Presidente dell’ENI ci siamo già occupati. La cosa può sembrare irrilevante solo agli sprovveduti. Se un volpone come Cefis ha più recapiti, indirizzi, numeri civici, una ragione la deve pur avere. Sono semplicemente delle centrali private, di accorti decentramenti garantiti al segreto professionale. Ma ci chiediamo ugualmente cosa può la Tributaria, cosa può l’Ufficio Imposte del Comune con un Cefis Presidente dell’ENI, di un’azienda di Stato che per lo Stato opera, che moltiplica (sulla carta) il denaro del contribuente. Il meglio che possano fare, è di girargli alla larga, con tutta la riverenza possibile. Alla prima occasione, decretargli l’Ambrogino d’oro o dedicargli un ritratto nella quadreria dell’Ospedale Maggiore, come cittadino insigne, naturalizzato alla perfezione.
Cefis è uno di quegli uomini che smentiscono clamorosamente l’asserita (evangelica) impossibilità di vivere da profeti in patria. Tutt’al più dei reazionari incalliti, degli anonimi imbecilli, pennivendoli dalle ambizioni infrante possono scrivere (su foglietti screditati, visto che i fogli autorevoli più o meno seguono il buon vento, docili e conquisi) che l’ENI sperpera soldi in pubblicità, tiene in vita un quotidiano inutile, dà la caccia all’industria privata.
Ci vuole una buona dose di (inutile?) coraggio per affermare che Cefis si rende colpevole di qualche distrazione in teste di bestiame, in personale, in finanziamenti a centinaia di milioni ad Enti o persone, in cure paterne e provvide ad un quotidiano cattolico sempre da venire (correzione di testata che proponiamo al
tandem Restelli-Narducci) con due elementari, speciose giustificazioni: che è politicamente lodevole agire così e che Eugenio Cefis può fare quel cavolo che vuole.
Davanti a così disarmante franchezza anche gli untorelli disarmati sgombrano (e peste li colga). Ma tentare delle rivelazioni abbastanza esplosive sul giro sociale o societario del Cavaliere del Lavoro Presidente dell’ENI non è proprio cosa di tutti i giorni o velenosa calunnia, incompatibile con le mistificazioni quotidiane dei mezzi d’informazione ufficiali, aggiogati al servizio, alla causa, al quieto vivere.
Il protagonista principe dell’industria di Stato, alla quale sembra relegato mani e piedi, offre invece materia piccante non solo all’attenzione del lettore di rotocalchi e telespettatore fedele, ma anche a qualcuno più in alto, investito di responsabilità che ne portano lo sguardo al di là della semplice curiosità. Il silenzio di questi responsabili non potrebbe configurarsi tacita e volontaria connivenza? È quello che realmente vorremmo presto e chiaramente smentito.
Nessuno comunque si cimenta a spiattellare in piazza i giri di valzer delle società a responsabilità limitata o in accomandita semplice o individuali che fanno capo a Cefis. Quando il cavaliere della trista figura è sugli scudi, si sfonderebbero porte aperte, candidati al suicidio.

Il signore di buona famiglia (sociale)

Certo le S.p.A. sono scomode e rischiose, anche per un duro come Cefis. I nomi dei Consiglieri, le cariche sociali, sono di pubblica notorietà, reperibili sugli annuari delle Società per Azioni, sul «Chi è?» finanziario. Invece i nomi degli amministratori unici delle Società a responsabilità limitata; degli accomandatari o accomandanti delle analoghe SAS; quelli delle ditte individuali, con i relativi procuratori, non sono altrettanto esposti. Godono di maggior discrezione, non brillano di inutili (e dannose) rifrazioni nell’opinione pubblica, di favore e comprensione fiscali; sono anche più difficili a individuare e a diagnosticare.
Di economia e di alta finanza non siamo esperti, anzi diciamo pure che faremmo una maledetta confusione se ci chiedessero le strutture, i compiti, le attribuzioni di una S.p.A. o d’una S.r.l. o d’una S.a.s. Di sicuro sappiamo che a tali forme comunitarie si ricorre solitamente quando occorre stendere un velo pudico sull’arrosto per lasciar aleggiare appena qualche voluta di fumo. Il capitale, insomma, e i titolari restano al coperto; almeno quanto basta per dormire sonni tranquilli.
Eccolo, il cavaliere delle S.a.s. e delle S.r.l. nell’arena delle attività immobiliari. Quante portano, sottinteso, il suo nome? Quanto gli rendono? Sono domande che giriamo, doverosamente, al Ministro Luigi Preti che va rastrellando gli accidenti fiscali dei Cavalieri del Lavoro, fra le proteste del Presidente Nazionale di questa Associazione, dottor Furio Cicogna. Noi ci limiteremo ad elencare alcune risultanze.
Esistono delle iniziative che a tempo perso, negli intervalli delle sue faticose giornate, rivolte al bene comune, Eugenio Cefis affronta, controllandole personalmente o muovendosi con le teste di turco e congiuntame vario.
Abbiamo avuto modo d’incontrare la segretaria personale del dott. Cefis in via Chiossetto, certa signora Franca Micheli. Sappiamo che è una donna decorosamente simpatica, piacente, dell’età matura ma ancor fresca di Jacqueline Onassis ved. Kennedy; sta con Cefis da circa vent’anni, alle dipendenze non sappiamo se della SNAM o di qualche altro marchingegno periferico di Cefis.
Le segretarie assumono nel mondo attuale un’importanza sempre maggiore, ma non ci sfiora alcuna preoccupazione piccante, perché questo non è un menabò di commedia Hippy; tuttavia se avviene che le medesime assumono, nel sancta sanctorum dell’ufficio privato movenze e atteggiamenti da governanti di lusso, inusitata eleganza, distinzione asciutta e scostante, come Vestali accanto al (sopito) fuoco sacro; in guisa di vice-principale o di luogotenenti del Capo: allora onestamente siamo indotti a pensare che esista qualcosa di più (ma non di diverso) dalla semplice dipendenza burocratica e gerarchica.
Ripetiamo: nessuna allusione men che corretta circa influenze sentimentali o di comfort, che sarebbero in ogni caso affar loro. Quel che sappiamo è che esistono rapporti fra i due di natura finanziaria, indipendenti ed estranei dal consueto libro-paga. La Franca come la chiama il Presidente e la fiduciaria del capitano d’industria (pubblica e privata) Eugenio Cefis.

Variazioni analitiche sul tema immobiliare

La Franca.è intestataria di diverse società nelle quali il nome del Presidente dell’ENI nemmeno  figura. Fra i due deve celarsi una scrittura privata in cui si afferma che l’una è un prestanome, ma che il padrone di tutto è l’altro.
Citeremo anzitutto la « F.M .I. » (Francesca Micheli Immobiliare), capitale lire un milione, attività gestione di beni immobili. Aggiungiamo la INV.IM. S.a .s. di Ambrogia Francesca Micheli & C. Naturalmente l’Ambrogia è la Franca, ma il « C » non è Cefis: guarda caso, è invece una certa Righi Alessandra, nata a Pieve nel Cadore il 17-7-1912; non un’omonimia nel cognome con la signora Marcella Righi  (consorte di Cefis) ma addirittura la sorella di lei. Il terzo socio fra i « C », dopo la Micheli e la Righi, è la Società « General Rock Investment Trust », con sede (intuibile) a Vaduz, la Mecca delle anonime. Attività: partecipazione in società industriali e commerciali, gestione di immobili e mobili, compra-vendita di immobili; capitale, un milione (di lire, non di franchi svizzeri).
Il meccanismo è quantomeno curioso, le coincidenze e i nomi assai interessanti e meritevoli d’attenzione (se il Ministro Preti, onnia munda mundis, ama le sciarade fiscali). Con la primiera e il settebello, Cefis vince il tresette, tanto la Rock Investment  è una carta di comodo, una sorta di rifugio dagli occhi indiscreti; la Righi e la Micheli aiutando in questo trucco d’evasione tributaria.
Quali sono i bilanci (reali) di queste due società « parastatali », quali gli affari? Lo scopra, ripetiamo, l’on. Preti, su segnalazione magari del Ministro Piccoli: un modo non disprezzabile per rastrellare, forse, qualche liretta per un bilancio di Stato che non gode dei fasti petroliferi, perciò è meschinello e passivo.
Ambrogia Francesca Micheli, spalla del capitano, segretaria-industriale in proprio, intestataria di comodo, titolare sulla etichetta. Sotto sotto, il principale manovra le sue carte pur occupandosi ufficialmente di petrolio e di metano, ricavandoci con le aderenze, i giri, le credenziali centinaia di milioni.
Illazioni frettolose? Meglio considerare dei semplici passatempi le anonime del personale di Cefis? Un abile maneggione come lui non fatica a lasciar credere che è tutto a disposizione della potente benzina italiana, del gas per le massaie e della causa del proletariato; semplice funzionario di Stato senza vizi segreti e inconfessabili, con una dirittura che il temperamento sottolinea ed esalta, concedendosi qualche innocente distrazione con gli ex-voto, strana ma gentile mania, e (forse) con lo sci acquatico sul Verbano.
Attraverso gli insondabili canali della sua multiforme iniziativa, il Presidente dell’ENI sa alternare abilmente gli interessi pubblici e quelli privati. In questa affermazione non saremmo né originali né penetranti se il cliché di Cefis non coincidesse, appunto
, con il ritrattino da microfilm che le cronache gli delineano, per la parte che egli recita a soggetto con accoglienze e consensi di stima. Troppo astuto per apparire alla testa (o in coda) a qualche Consiglio di Amministrazione di sicura e indiscutibile privacy industriale, si serve di segretarie e dinamiche cognate, e di recapiti metropolitani o nel Liechtenstein per lavorare uno dei settori più aperti alla concorrenza e al guadagno nel mondo contemporaneo: le attività immobiliari.

Reti e interessi “e distributivi”

Ma possiamo coglierlo tra la folla anche in altre sperimentazioni, certo non gratuite né fallimentari. È il caso della « S.D.A. Carburanti Combustibili», anzi la «Metano Compresso  Carburanti Combustibili» come si chiama dal ’51, con capitale di lire 10.050.000.
Che cosa lavora la « MCCC  » con una denominazione tanto trasparente? Evidentemente gas e gasolio e altri derivati: commercio carburanti, esportazione e trasporto di metano e affini. L’Amministratore Unico della Società è un certo dott. Sergio De Angelis, persona sconosciuta o press’a poco ma che Cefis deve conoscere bene e manovrare meglio, visto che della «Metano Compresso Carburanti Combustibili» (o altre sigle precedenti o successive) proprio Eugenio Cefis è procuratore.
Si badi bene che la ragione sociale è assolutamente compatibile con le attività pubbliche del Presidente dell’ENI, anzi può definirsi in amplex col soggetto principale. La sede di questa società carbo-metanifera è in Corso Venezia, 24, a Milano, al pari della «INV.IM» S.a.s. di Ambrogia Francesca Micheli e della « FMI » S.r.l. Immobiliare. Altro, ennesimo recapito di Eugenio Cefis?
Che sottile distinzione divide il settore ufficiale e quello ufficioso del potente carburatore d’Italia, quali i guadagni, come configurati gli addomesticati bilanci? Come avviene la divisione degli utili, ammesso che il De Angelis conti qualcosa e non sia relegato al ruolo di prestanome e basta? Che cosa appare sulla denuncia dei redditi delle persone fisiche (Cefis), della Società (la ex «Carburanti e Combustibili»)?
Questa cointeressenza palese di Cefis in una società che si occupa di compressione e vendita di metano e suoi sottoprodotti di fusione, con una centrale in via Canalgrande a Modena, è discretamente sconcertante se non immorale tout-court.
Fustigatore di costumi, il Capo alla vigilia di Natale ricorda a dirigenti e funzionari dell’ENI che il pane bisogna saperselo guadagnare giorno per giorno; per conto suo, con il consueto sdoppiamento morale della personalità caro a R. L. Stevenson, il Mentore petrolifero si fa gli affari suoi, oltre i compiti che gli delimitano responsabilità e potere, anzi, proprio in virtù di questa posizione di prestigio e potere.
Sublime filosofia di Cefis, vecchia e rispettabile come il mondo: eccellente cosa tracciare programmi d’azione; utilissimo stabilire tappe e percorrenze, ma bisogna soprattutto arrivare. Sono i risultati e non le ambizioni che giudicano il valore di un metodo. Quello del Presidente dell’ENI ha tutti i numeri in regola per confluire egregiamente nel successo sia delle ambizioni individuali che delle programmazioni di Stato.

Antologia del tempo libero

Torniamo alla segretaria, alla governante d’affari di Eugenio Cefìs. Ne ritroviamo il nome ancora nelle S.a.s. « AROLO di Ambrogia F. Micheli & C. », in socio con la solita General Rock  di Vaduz, capitale lire cinquecentomila; sede sempre in Corso Venezia, 24 e l’ormai abituale ragione: « acquisti, esercizio della proprietà e gestione di beni immobili, ogni scopo speculativo escluso ».
Cosa significa la clausola finale, non sapremmo; certo essa ritorna nella « Immobiliare San Sebastiano di A. F. Micheli », in accomandita semplice; sede in via Chiossetto, 9 con capitale di mezzo milione di lire; attività è ancora la «gestione di mobili e immobili, la partecipazione in Società industriali e commerciali», sempre escludendo attività speculativa. Non è chiara invece la presenza della «Gula Etablissement» che ci riporta difilati al solito Principato, l’Eden degli insofferenti alla tutela fiscale, ricco d’indulgenza (a pedaggio) per coloro che vi portano soldi; elettissima sede per chi ha la fortuna di usufruire delle garanzie d’una società di Vaduz a partecipazione protettiva.
Quante sono le Società in cui il Cavaliere del Lavoro Eugenio Cefis (a responsabilità illimitata) affonda solide radici?
L’uomo si regge con diavolerie abilissime, intestazioni di comodo, misure cautelative, artifizi impensabili. Egli sa impiegare al meglio il proprio tempo libero: problema che sembra preoccupare le nostre Autorità quando si tratta dello week-end degli impiegati o dei lavoratori del braccio, ma non le inquieta minimamente se a usarne – con profitto e astuzia esemplari – c’è gente dello stampo e del calibro di Eugenio Cefis.
Nella ragnatela di faccende semi-private non dovrebbe sfuggire quella «ARBOREA di Cefis Adolfo & C. S.a.s. », sempre in corso Venezia, 24 che si occupa, con un capitale di sole centomilalire, dell’acquisto, dell’esercizio delle proprietà e della gestione di beni immobili. Accomandatario di questa società è il trentaquattrenne dott. Adolfo, di Cividale: fratello del più celebre Cefis. Certo entra nel clan di cui l’Eugenio è patriarca e capotribù, genius loci, e tanto basta Accomandante invece è la « Trevalor Trust  Reg. », con sede a Eschen.
La composizione chimica è un po’ come quella dei tranquillanti: un H in più o in meno, ma la formula è per tutti eguale; una « Franca » in più o in meno, un recapito nel Liechtenstein o un Cefis ben distribuiti; il ras del metano afro-sovietico-olandese-padano risulta comunque agli occhi della gente uno stimabile industriale di Stato, con qualche paravento di comodo e utili parafulmini per l’eventuale indigenza in vecchiaia.
A ben vedere, considerando la situazione finanziaria di Eugenio Cefis, questo carosello di società e di inghippi potrebbe costituire, dopo le tavolette per grazia ricevuta e l’occasionale scivolata sulla cresta delle onde lacustri, il terzo hobby del Presidente dell ‘ENI. Tuttavia il gioco immobiliare va un po’ oltre lo sport e il collezionismo; si possono, con mosse intelligenti e informazioni accurate, raggranellare miliardi, lusso borghese-super, che incidentalmente assicuri alla dinastia prebende e usufrutti non trascurabili.
Non andremo più in là della legittima suspicione: ma di questa abbiamo tutti gli elementi; e tanti da farne un fascicolo, un’antologia attendibile ed esauriente.

L’orbita delle società satelliti

Eccone altre. La «Immobiliare B.C .R. di Adolfo Cefis & C.», società in nome collettivo, capitale 1.200.000 lire; sede: via Gesù 10; costituita dal solito notaio di Educia, Neri (innocuo il gioco di parole: perché Cefis è proprio un grosso capitano dell’industria dell’oro nero). Attività, acquisto e gestione di beni immobili; soci accomandatari i signori Bernabè Natale e De Franceschi Edda, oltre all’Adolfo; accomandanti un altro Bernabè (Giordano, però) ed Enrico Rusca.
Altre due società hanno in comune
non soltanto la analogia onomastica ma anche i passaggi notarili. Le due sigle, abbastanza curiose e allusive, si riferiscono a due s.r.l.: la «Chioscasadieci » e la «Chioscasauno ».
Non occorre una competenza particolare in enigmistica per individuare nel marchio tanto la via  Chiossetto , quanto l’attività svolta, oltre al numero. Entrambe costituite con capitale di lire cinquantamila dal Notaio Mascheroni, inizialmente, passate poi in proprietà della Signora Ambrogia Francesca Micheli, il 20 febbraio 1961, con atto del solito Notaio Dott. Neri. La prima vende e gestisce beni immobili, la seconda invece li acquista e gestisce. Sottile la distinzione.
I capitali di tutte queste società non spiccano per consistenza, giungendo sino al limite più irrisorio. Ma chiunque saprebbe apprezzare il significato di queste quote modestissime. Basti pensare che l’elegantissima Citroen DS 21 nera di rappresentanza del Capo (delle Immobiliari fantasma) è appunto intestata ad una delle società con un capitale ben inferiore al costo di listino d’una vettura del genere.
L’entità del capitale non rappresenta assolutamente nulla. Nemmeno per un Presidente dell’ENI che usa, ufficialmente, un’automobile della segretaria per le sue altissime, quotidiane escursioni… Non è l’apparenza che conta, una volta di più. Contano i giri di denaro, gli affari, i bilanci, gli utili, le stanze di compensazione, le oneste distrazioni che la speculazione immobiliare può garantire anche ad un povero funzionario dello Stato Italiano.

Un volpone col vestito d’arlecchino

Il signor Ministro delle Finanze Luigi Preti possiede chiavi e grimaldelli per aprire certe porte sospette, dietro le quali si celano interessi e attività che meritano, col beneficio del dubbio, una severa ispezione. Gli rivolgiamo esplicitamente l’invito, augurandoci che sappia onestamente e cordialmente accoglierlo, di seguire la pista che noi abbiamo appena individuato; che abbandoniamo, a questo punto, per mancanza di tempo e per certe prevedibili resistenze, insuperabili per le nostre capacità investigative ma senz’altro inconsistenti per il potenziale di cui dispone il signor Ministro.
Sarà interessante controllare tutte le Società in cui Cefis tiene uno zampino: un rappresentante degli interessi dello Stato, come lui, è più di ogni altro esposto alla giusta curiosità, non solo dell’opinione pubblica, ma anche del fisco.
Al Ministro chiediamo ancora di rivelare cosa si nasconde dietro la cortina fumogena delle esotiche società del Liechtenstein sulla piazza immobiliare di Milano. Potrà anche appurare se i rispettivi bilanci sono affumicati o reali, o soltanto fasulli, come riteniamo noi.
Non si vocifera che Eugenio Cefis è interessato nelle catene di Supermercati e in altre entità commerciali e industriali? Abbiamo motivo di dedurre che altre « Franche » e altri «Adolfi» si aggirino nei paraggi del Presidente dell’ENI.
Una volpe (gialla) che col Notaio (Neri), coi guanti (bianchi), coi giornali (rossi), dilaga, prendendo per i fondelli con eleganza e riserbo i Piccoli, i Preti, i Colombo; ma soprattutto il Fisco, il contribuente, il Parlamento, la Giustizia. L’Italia  non può a ragion veduta sentirsi fiera di così esplosivi e contorti Cavalieri del Lavoro.
L’uomo, nonostante il vestito di scena del traslato, è abbastanza opaco e qualunque. Ma è insieme testardo, tenace, altero. Sa che gli avversari si vincono in scaltrezza e si possono addomesticare. Assiso sullo scranno di una delle più gigantesche costruzioni industriali d’Italia, centro di potere per eccellenza, gode di immunità, di credito, di garanzie, grazie alla tuta spaziale d’amianto dei compromessi e delle alleanze politiche.
Ma se brutalmente gli venisse chiesto di rivelare dove ha preso i cinquanta milioni per finanziare l’operazione pubblicitaria (LSPN), capolavoro della sua filosofia del messaggio, a favore di quell’Ente (pio) che gli serve come uscita di sicurezza, che cosa potrebbe rispondere? Qui proprio lo vorremmo. Oltre le accuse generiche, i si dice, le vere o presunte manovre private. Indagando sui giri di valzer con le Immobiliari, con gli studi di pubblicità, gli uffici e i recapiti riservati, la discrezionalità assoluta delle sue operazioni, si potrà delineare la fisionomia autentica, affatto edificante, di Eugenio Cefis.
Un sentiero segnalato, ma impraticabile?
Una cosa è certa: c’è ancora materia da analizzare. Quello che abbiamo sottoposto a rapido esame è in fondo il bandolo della matassa, ma tocca ad altri dipanarla interamente. Si abbia il coraggio di mettersi all’opera e di andare sino in fondo.
È scandaloso che un Ministro debba imporsi di grattare il fondo del barile, applicando sino al limite di sopportazione certi balzelli per far quadrare il bilancio dello Stato e trascuri completamente certe interessanti rivelazioni che gli consentirebbero un doppio atto di giustizia: dal lato legale, in sé, e da quello tributario.
Gli appunti sulle poliedriche attività che abbiamo trascritto sono senza dubbio significativi. Non temiamo di passare per visionari, magari in preda a idrofobia: saremmo semplicemente ingenui se ritenessimo questa summa di implicazioni, di dettagli, di coincidenze, di maledettissime concause una pura congiunzione astrale o una fantasia onirica.
Dovremo forse gridare al lupo (che c’è! ) e dargli anche la caccia? Non è affar nostro. Come cittadini e come soggetti di opinione abbiamo il diritto di segnalare a chi di dovere che il silenzio, più oltre, è complicità.

Questo è Cefis, pp.64-77 (5 – continua)

Capitoli precedenti
 [1] [2] [3] [4]

Una Risposta to “Questo è Cefis 5”

  1. utente anonimo Says:

    Grazie Infinite!
    Stavo impazzendo da settimane cercando di tirar fuori quel libro!
    attendo le prossime puntate dunque!
    Un saluto

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