Questo è Cefis 6

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I diagrammi politici del carbonaro rosso-nero
di Giorgio Steimetz

Eugenio Cefis, dunque, uomo sconcertante e astutissimo, per un altrettanto subdolo e genialissimo «Piano ’80».
Con qualche scompenso discorsivo abbiamo indugiato parecchio ad illustrarne la temerarietà organizzativa, il gioco scoperto, le facili distrazioni, il reclutamento di lanzichenecchi di ogni statura e dislocazione. Un Piano c’è: lo si intravede in qualche strappo della gigantesca ragnatela, in qualche curiosa e innocua smagliatura.
Mattei forse ambiva qualcuno lo afferma con certezza a raggiungere nientemeno che il Quirinale; non gli mancavano, invero, le qualità politiche, lo stampo cavouriano del tessitore, i meriti resistenziali e determinati appoggi; un alone di leggenda rendeva il suo nome favoloso insieme e popolare. Conosceva bene la psicologia degli individui, talvolta anche delle masse; coltivava degli hobby e delle simpatie abbastanza comuni. Avrebbe saputo tenere a bada le opposizioni, ma la versione italiana postbellica di res pubblica lo avrebbe presto o tardi ridotto (o promosso) al ruolo di Presidente responsabile, di stile americano o francese.

Non parlate del manovratore

Vera o falsa che sia questa postuma immagine delle ambizioni di Mattei, bisogna dire subito che il successore Cefis non nutre alcun appetito per le avventure, anche trionfali, di spiccata natura politica. Uomo politico nel senso più pieno della parola, agisce come tale, con bravura disinvolta, con caparbia coerenza: ma a nessuno verrebbe in mente di sognarlo alla Presidenza della Repubblica. 
Intanto non ha il clichè populista e sceglie anzi posizioni un tantino blasées, aristocratiche, raffinate (come gli ex-voto che lo scudiero Restelli, con pochissimi altri, gli rintraccia e segnala); non è telegenico: quanto a dire che è privo di quel risvolto seducente che riesce persino a rendere accettabile il volto di La Malfa; non infastidisce la gente con la sua presenza; non assolda agiografi e difensori d’ufficio, che pure sul mercato pullulano; è troppo risoluto e scaltro perché l’ipotesi, quasi grottesca, d’una candidatura al Quirinale lo sfiori e lo renda, in tale scomoda posizione concorrenziale, ancor più gradito ai politici che pur gli lasciano le briglia sul collo.
Sarà un altro a succedere al galantuomo Giuseppe Saragat. Ma ci sembra che alcune cartelle del prologo siano in possesso di Eugenio Cefis. Nessuno può onestamente dimenticare che l’elezione del Presidente della Repubblica si farà all’insegna di un prestito, accettato con giubilo se il vincitore sarà socialista, trangugiato con garbo se invece toccherà ad un democristiano. L’appoggio comunista è indispensabile: nel Piano di Cefis la prolusione è scontata o quantomeno sottintesa. 
La trama corrisponde esattamente; la carta-moneta dell’Italia, anni ’80, porta in filigrana l’impronta di Cefis. Non siamo dei visionari. Alcune tessere del mosaico ci sfuggono totalmente, altre ci sono note per deduzione; ma il fatto inconfutabile che la politica dell’Ente Nazionale Idrocarburi coincida così bene con quella Ufficiale delle sinistre (cattoliche e marxiste) e l’altro – non meno decisivo dell’assoluta libertà (di stampa, di costumi, di iniziativa, di alleanze, di evasione) di cui gode il Presidente Cefis stanno a dimostrare con incisiva aderenza i compromessi e le linee maestre di un’azione che di oro nero ha solo la sigla, il pretesto, l’onnipotenza. 
Bisognerà dunque spingere più a sinistra il bilanciere di governo: ecco perché si foraggia la corrente di «Base» e le altre affini. E non ci si chiedano prove di finanziamenti occasionali o consueti alla «Base» da parte di Eugenio Cefis. Semmai la pretesa va rivolta alla corrente democristiana, al Marcora amico del Presidente dell’ENI: essi dovrebbero provarci il contrario. E’ fin troppo facile congetturare obiettivamente che il denaro arriva proprio dal carrozzone petrolifero di Stato. 
Abbiamo avuto torto di non registrare la conversazione telefonica nella quale lo stesso ex partigiano «Albertino», il senatore Giovanni Marcora cita un numero di telefono l’867928 , offre compensi elettorali per sostenere determinate candidature, suggellando con l’asserzione che «Il Capo è d’accordo». 
Favorire dunque l’incontro storico tra clericali e comunisti, senza neppure lo steccato ingombrante dei socialisti, grazie ad un patto di mutua tolleranza e rispetto che il PCI non ha respinto. Con la «Base » che tira il carro e certa biada ai somari aggiogati, si respira aria di conversioni in massa, di defezioni e diserzioni da altre correnti. 
Puntare sul cavallo che deve vincere: questo lo schema tattico dell’allenatore Cefis, questo il programma di scuderia dell’ENI. La faccenda del gas sovietico (e libico) da incanalare nei metanodotti italiani, in attesa dei buoni risultati delle ricerche in Adriatico e della fornitura olandese, è un risvolto contingente, ma rappresentativo di questa Campagna di Russia. 
Da che mondo è mondo, è il danaro che finanzia le rivoluzioni. Auguriamoci che l’attuale (o prossima) sia incruenta e pacifica. Almeno se dobbiamo subirla, visto che la stiamo regolarmente pagando con il contributo determinante, in termini economici e politici, di un ente di Stato.

L’osmosi forzata del cane a sei zampe

Altra tappa dell’escalation-Cefis: giungere alla massima concentrazione dell’industria di Stato, cioè alla nazionálizzazione forzosa quanto più estesa risulterà possibile. Con uno scandaloso, immorale fondo di dotazione (per le più impensabili distrazioni), di ben 768 miliardi, si agevola la spericolata politica di Cefis, al posto di frenarla. 
Dopo tutte quelle che ha incorporato o addomesticato: agenzie e organi di stampa, industrie del settore tessile, alberghiero, turistico; o che sta per agguantare, come la Montedison, si può fare un pensierino audace (fortuna juvante) alla Fiat e all’Italcementi. Dovesse pensarci sul serio, Cefis ci arriverebbe; se non lo fa è perché manca di fantasia. Il potere ce l’ha, la pazienza e l’arte, pure. Ma difetta di lirismo. 
Naturalmente sta coi socialisti; con loro reclama la nazionalizzazione dei farmaceutici, degli Istituti Assicurativi, degli Ospedali, delle banche ancora autonome. Con i socialisti, in argomento, convergono i democristiani. La cosa dunque è fattibile. Moralmente, esiste ancora un criterio circa la validità e la responsabilità delle intenzioni: poi se a ragione veduta si lascerà corda all’iniziativa privata, vorrà dire che le contingenze politiche hanno suggerito agli uomini come Cefis di soprassedere. 
Dove non arriva la manomorta dell’ENI? Nessuno sembra preoccuparsene. Succedesse, come nella Francia degli anni ’30, un affare Stavisky, allora tutti scoprirebbero l’America. Ma temiamo che l’ENI, con la garanzia dello Stato, non sia un colosso dai piedi d’argilla e non debba temere certi scandali che mettono al
tappeto, e per sempre, qualsiasi gigante. 
Se l’ENI si limitasse (e farebbe meglio cento volte) a cercare petrolio, a vendere benzina, ad allargare la sua rete d’interessi economici (mettendosi magari, come la Fiat, a fabbricare un cachet Agip per il mal di gola), lo Stato avrebbe tutto da guadagnare. Forse troverebbero davvero petrolio nel Mediterraneo, il metano sul litorale adriatico.

Re Artù e i fidati cavalieri

Il problema è tutto qui. Ma è troppo semplicistico, elementare, accessibile. Certe follie portano un marchio di fabbrica inconfondibile,- l’impronta politica. Cosa ribalterebbe mai un Cefis che girasse il mondo a visitare piattaforme marine e accampamenti di tecnici Agip? 
Le coperture non difettano. I nocchieri delle barche periferiche dell’apostolo Pietro non sono insensibili al richiamo per superare un’impasse storicamente eccezionale. I viaggi in Unione Sovietica e nell’est europeo accentuano la colorazione di questo piano.
A stimolare gli integralisti, i senescenti crociati cattolici, i silenziosi testimoni moderati, ci pensa il bombardamento a tappeto dell’offensiva psicologica televisiva di Bernabei e dell’organo di avanguardia, l’Avvenire di Restelli. A dissodare l’economia, così da renderla abbastanza improduttiva e critica per affondarvi il vomere della riforma di Stato, si adopera con impetuosa diligenza Donat Cattin con le teste di turco gratuite, i sindacalisti, ai quali Cefis non deve un centesimo, cavalieri contro mulini a vento per vocazione e necessità come sono. 
I salari aumentano, il costo della vita va di pari passo la svalutazione è – secondo un aggettivo del sistema – strisciante; la piazza reagisce a qualsiasi stimolo, dato che il funziona a dovere nelle mani degli agitatori. Ecco unico appello: bisogna cambiare, bisogna ribaltare. Con questa lapidaria enunciazione, il flusso dialettico di Cefis si arresta. Sembra un qualsiasi alto funzionario. Porta il cappello che accentua i suoi tratti di manager all’americana di un’azienda agricola modello. Un cappello che assolve alla funzione allegorica d’un passamontagna d’altri tempi, quando la vita era più difficile e avventurosa, giocando alla Resistenza. Gli piace appartarsi, starsene in solitudine. 
Non sempre sente il bisogno, come Montanelli prima del dissidio col Gervaso, di portarsi appresso nel bagagliaio il fedele scudiero Reste]li. Vede e riesamina con certosina attenzione nella quiete di via Chiossetto gli organigrammi, i paesaggi agresti, il confortevole silenzio, smuovendo la cenere del caminetto o ripassa in esame, tra una folgorazione e l’altra della sua filosofia del messaggio, la galleria privata degli ex-voto, con un posto vuoto da mettervi, un giorno, il suo, con la classica sigla VFGR (voto fatto grazia ricevuta). 
Si realizzerà la partita a scacchi con i partner dell’estrema sinistra? Alle volte basta una buccia di banana anche agli immortali di Francia o di Metanopoli. Un’impalcatura robusta può rovinare di colpo, specie se affonda nella sabbia, quella così mobile degli umori della piazza. Qualcuno potrebbe resistergli, qualcosa svirgolare: allora si metterebbe piuttosto male.
Dubbio tautologico. Infatti anche per Eugenio Cefis esiste l’alternativa di una buccia di banana, sulla quale il colosso di Rodi andrà sbriciolandosi.

Montedison: un baro che non perde il vizio né il pelo

Dietro il fumo di sigarette americane e di petroli di Stato, la vera faccia del fenomeno, la radiografia spietata della quale abbiamo appena trascritto alcune sfumature del monopolio individuale di Eugenio Cefis, con la corte di giullari e buffoni, di saggi e consulenti, di amicizie e di chiaroscuri, di affari e cointeressenze, di enti titolari e accessori, noti, anonimi, innominati (o innominabili). 
Non tutto gli è andato liscio, in passato. L’operazione Montecatini, ad esempio: sembrava al punto di concludersi per il meglio con Merzagora alla Presidenza, garante e fidejussore dei piccoli azionisti contro il rapace (ENI) di Stato. Che prevedeva poi, attraverso il fedele (a tempo determinato?) Girotti, vice presidente ENI, già vice presidente Montedison prima della grande rinuncia, la riorganizzazione del Gruppo, cioè il coordinamento tra Anic e Montedison, perno dell’intera operazione. Un accordo tra le due società avrebbe definito la reciproca sfera d’azione: all’ANIC la petrolchimica, alla Montedison la chimica specializzata. 
Quando tutto sembrava filare in un mare d’olio, dopo gli sforzi per il rastrellamento di azioni Montedison, attuato dall’ENI attraverso la Mediobanca (con visti di Colombo, ministro del Tesoro, e di Carli, Governatore della Banca d’Italia), ecco Merzagora, altro dinamico personaggio dal fiuto eccezionale, dare le dimissioni. L’accordo sfuma. Ora c’è Pietro Campilli: con lui sarà più facile arrivare ad un arrangiamento? Uomo probo, merita rispetto e considerazione. Non sarà un pesce che abbocca, non sarà facile irretirlo. 
Strombazzare ai quattro venti i 169 miliardi di fatturato ANIC, l’incremento costante della produzione e della raffinazione, è comodo. Vantare l’aumento del 12% nella produzione gomma, del 7,5% delle fibre; del 4% del cemento; del 16% del greggio chimico, è gioco da ragazzi, quando si trascura il fatto che ricavi della Società, a causa della concorrenza estera, sono aumentati soltanto del 2% nel corso dell’ultimo esercizio. 
I programmi sono una cosa, la realtà un’altra. Interventi manifatturieri, espansione nel settore delle applicazioni sintetiche e delle fibre plastiche, produzione di paraffine leggere, paraffine pesanti, detergenti interamente biodegradabili, processi chimici nuovi nelle fasi di depurazione: un pacchetto di iniziative lodevoli, che devono però fare i conti con la Montedison. 
Ciò equivale a raggiungere compromessi onorevoli, rigettare l’usura, abbandonare ogni speculazione politica nella alleanza. Fare i conti significa non mortificare il carattere (e il sindacato) degli azionisti, la natura privatistica della Società; non pretendere di porla a supporto dell’ENI. È quanto si pretende dall’on. Campilli, dall’attenta vigilanza del Governo. Altro è controllare gli utili Montedison, altro rastrellare con subdole manovre, pretendere la resa a discrezione allo Stato, ossia all’ENI. Anzi a Cefis stesso.

Le favorite dell’harem, ovvero le forbici sul turbante (ENI)

Non è andata meglio a Cefis la faccenda dell’isolamento alle Sette Sorelle, quando i paesi produttori di petrolio coalizzati sotto il patronato di Rehza Pahlevi dettarono nuovi prezzi per il greggio estratto. 
Cefis allora sperava che il Canale di Suez rimanesse chiuso alle petroliere angloamericane, favorite in compensazione ed anche in prospettiva per i diminuiti costi di trasporto, dato che il greggio aumentava per costi-imposti. 
Cefis pensava che rifiutando questo, poteva sognare un oleodotto sottomarino dal Medio Oriente alle coste italiche, rastrellando il greggio che la prospettiva del blocco di Suez rendeva agli altri poco appetibile e in definitiva non remunerativo. 
La cosa è andata diversamente. L’erba voglio non cresce neppure nei giardini di Cefis. Il Canale di Suez sarà forse riaperto. Le Sette Sorelle, coalizzate, hanno accettato la lievitazione dei prezzi imposta dai fornitori; insieme chiudono le maglie del fronte petrolifero, rivedendo le politiche individuali e accontentandosi di minori guadagni. Di conseguenza non hanno perso il mer
cato medio-orientale e nel contempo hanno rigettato la adozione minoritaria del piccolo gigante di Stato Italiano, l’ENI. 
Cefis pensava magari di giocare a David e Golia, ma di quelle imprese non c’è verso che si abbia oggi una versione moderna. Fosse stato vivo Mattei, la cosa forse andava in porto. Ma Cefis non è affatto Mattei, non gli somiglia. E gode un mondo nel farcelo dimenticare. 
Certo avremmo avuto tutto da guadagnare se la faccenda, con il concorso di concause esterne, fosse arrivata là dove il Presidente dell’ENI voleva portarla, usando (stavolta) egregiamente della libertà d’azione concessagli. Invece si nota che le grandi imprese di Cefis funzionano bene nel sottobosco, mentre al sole la neve si scioglie e tutto viene in luce, miseramente. 
L’Italia deve pur uscire dalla tutela del protezionismo economico, dalla fase di sviluppo a singhiozzo, da determinate condizioni di manifesta inferiorità. E forse se la gente come Eugenio Cefis badasse di più al proprio dovere e molto meno alle distrazioni, qualcosa si potrebbe fare, adoprando il passo secondo lo scartamento delle gambe. 
Giocare d’azzardo, farneticare di prodigiosi ribaltamenti in piena area avversaria e con certi campioni davanti, si finisce per assicurarsi anche le beffe. Come i nostri big del ciclismo, anche Cefis trionfa quando le Sette Sorelle non concorrono: così Gimondi e Motta, quando Merckx è assente.

L’autarchia del nababbo

Mattei, faticosamente, la lezione stava imparandola. Non gli hanno lasciato il tempo per apportare talune correzioni che aveva in animo nell’ultimo periodo, quando ancora deteneva il comando. Un nocchiere che colpi di timone azzardati e follie ne aveva affrontati diversi: basterà per tutte citare la raffineria di Gela, eretta allo scopo di lavorare il petrolio siciliano ricavandone gomma sintetica e fertilizzanti. Ora scopriamo infatti che con certi costi di produzione è arduo, se non problematico, competere con la analoga produzione internazionale. 
Ma almeno Mattei potrà consolarsi, avendo realizzato nel Meridione uno di quei posíi di risíoro per la disoccupazione e l’industrializzazione delle zone depresse: opera lodevole sul piano umano e sociale, se non su quello economico. Il tutto, comunque, a spese e in sostituzione dello Stato. 
La logica e l’esperienza suggerirebbero all’uomo della strada ripensamenti e rimedi. Invece la genialità (incompresa ma tollerata e incoraggiata) dei Numi dell’oro nero italiano ama ritentare il numero buono al lotto. 
Se son ancora valide le indicazioni d’analisi dei 71 pozzi di Piana del Signore, il petrolio siciliano diventa il potente bitume italiano. Altro che Supercortemaggiore. Ecco la composizione percentuale: benzina leggera: 0,0% – benzina totale: 3,5% – cherosene: 3% – gasolio: 8,5% – lubrificanti viscosi: 4,5% – lubrificanti a bassa viscosità: 3%, a media viscosità: 3%. Un totale di prodotto pregiato per il 25,5% contro un residuo bituminoso del 74,5%. 
Sembra — esaltando la bontà delle ricerche e della lavorazione AGIP – di tornare al frasario fascista dell’autarchia. In fondo l’Italia ha bisogno di autostrade, quindi anche la produzione di bitume ha la sua importanza. Poi magari si arriva, in Sicilia, a pompare il greggio con iniezioni di petrolio (straniero) per rendere il tutto più fluido e più facilmente estraibile; poi si studiano intercapedini ad acqua calda all’esterno per convogliarlo, attraverso oleodotti, a Paesi esteri che lo richiedono, con il dispendio di danaro che ognuno può arguire. 
I famosi fini istituzionali dell’ENI non hanno perimetrazione definita né definibile, non trovano una sia pur minima configurazione nella pratica. Si dimentica il gas che nel sottosuolo italiano c’è e forse abbonda – per sfruttare il bitume, per cercare fortuna all’estero, come i pionieri del West o gli emigranti che da un secolo trovano un pane altrove. Con le perforazioni dell’AGIP, all’estero facciamo pidocchi. In compenso diamo spettacolo gratuito da Luna Park all’interno, programmando stazioni di servizio babiloniche, con i Big Bon o supermarket a prezzi fissi e concorrenziali . 
Sarà vero che i prodotti di cosmesi, i giocattoli, i profumi, i tessili, gli alimentari si possono fabbricare col petrolio. Forse l’Agip e arrivata, con la sua potente benzina di Stato, addirittura a far volare le auto con il suo Sprint e ad allietare le soste degli utenti con specialità gastronomiche e acquisti a buon mercato. Qualcosa del genere l’aveva fatto, su scala ridotta e coerente, l’industria privata (ma non troppo, dato che Pavesi è controllata da capitale straniero e Motta-Alemagna piacciono alla SME). 
Ma il pachiderma è arrivato anche qui: ai prodotti di bellezza, ai salumi, all’asinello in moplen, al chewing-gum. Tutto made in Italy, tutto marca ENI. Tutto dello Stato, insomma: come evitare, a questo punto, un molesto pensierino retrospettivo per una eventuale, possibile, ragionevole partecipazione diretta agli utili, per qualche voce, di Eugenio Cefis? 
E’ facilmente prevedibile una proliferazione di aziende a partecipazione statale, di fatto in via di assorbimento, che produrranno il meglio per le boutiques del voracissimo cane a sei zampe.

Il prezzo politico dell’impostura, arma a doppio taglio

Vogliamo nazionalizzare? L’ENI, con Cefis, è in prima linea, battendo di qualche incollatura i comunisti (collusione appena casuale…). La maggioranza detta del silenzio, ovviamente, sta zitta. Se parlasse, non sarebbe più silenziosa (e inutile?). Il governo è impotente, benché assicuri a tutte le ore canoniche, oltre che a vespero e a mattutino, la libertà, la casa, il lavoro, il rispetto della legge (come nel caso ENI, appunto). La stampa risulta allineata o asservita o sterilmente savonaroliana. 
La Chiesa del ni – cui vanno, ossequienti, favori larghi e discreti, per le oscure vie del Signore, dell’ENI non può che ricambiare con benigna comprensione. La maggioranza di centrosinistra ha troppo da pensare per le proprie toppe e per conservare l’equilibrio. 
I somari, pazienti e tenaci, della sinistra democristiana, hanno un pasto così pesante ma anche molta soffice biada per sputare nel piatto. L’estrema sinistra attende, accreditando. L’uomo della strada pensa che in fondo la benzina di Stato non è affatto male, e tanto gli basta. Di chi allora la colpa del grande silenzio? 
Siamo in un vicolo cieco. La morsa del Piano questo fantomatico capolavoro ideologico e tattico di Eugenio Cefis si stringe. Tutte coincidenze certe contaminazioni? IL cane si mostra sempre più famelico. I muri di sostegno della ricostruita democrazia lasciano trasparire crepe e sfasature preoccupanti; fra non molto la società borghese sarà un ricordo patetico come il fin de siècle, lasciando il posto alla trionfante borghesia del proletariato. 
La luce viene dall’Oriente (come il petrolio). L’orco marxista è lieto di esibire agli stupefatti reazionari che gli unghioni sono rossi, sì, ma perché la moda li vuole così; del resto, sono inoffensivi e piacevoli, persino a vedersi. Gli stessi preti stanno rendendosene conto. Missi dominici tentano a Mosca di giungere al Concordato: non funzionò col Kulturkampf di Bismarck, con la Terza Repubblica, con il mostro fascista? Allora funzionerà anche con i nipoti di Stalin. In anticamera, essi si commuovono forse davanti agli ex-voto collezionati da un certo Eugenio Cefis, rastrellati dai bracch
i devoti che annusano per il Capo. 
Il ribaltamento? Probabilmente l’Egregio Presidente dell’ENI lo vorrebbe più rapido e sconvolgente. Ma verrà lo stesso. Cefis buon genio, come dice il suo nome veglia e agisce. Certo: finché nessuno avrà il coraggio di mettere il naso in determinate faccende – di cui abbiamo tessuto ampia e circostanziata antologia che si configurano in sperperi, illegalità, strapotere, distrazioni) compromessi, deviazioni politiche la luce non potrà che venire da Oriente. 
Auspici, insieme, i servi di Mosca, gli industriali di Stato e il nostro silenzio. Silenzio che non è pagato per proteggere all’infinito le strutture e i volti di questo Minotauro di Stato, generato dal petrolio e dall’impostura. 
E’ urgente una severa e disincantata indagine del Parlamento, un atto di presenza responsabile e coraggioso del Ministro delle Partecipazioni Statali. Meglio ancora, per il credito che merita e per l’inconsistenza di altri tutori, un passo rapido e spietato della Magistratura, perché si faccia luce, finalmente, nei meandri oscuri delle fattorie a conduzione padronale di Eugenio Cefis.

Questo è Cefis, pp.78-89 (6 – continua)

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