Psicopatologia della vita democratica 2

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«Tu non hai santi in Paradiso» (con sfida finale)
di Roberta Salardi

Nella prima parte di Psicopatologia della vita democratica, avevamo incontrato la frase «Fatti gli affari tuoi», molto usata dagli italiani e già emblematica, ma rivelatasi esemplare anche per fatti recenti, come il crollo di edifici in cemento armato simile allo sfarinarsi di castelli di sabbia, edifici di vitale importanza costruiti appunto secondo il principio degli affari propri e del chi-se-ne-frega.
Oggi è la volta di un altro slogan sulla bocca di tutti: «Tu non hai santi in paradiso». Così mi è stato recentemente risposto in ufficio a proposito di una temporanea richiesta di part-time. Risposta formale non c’è nemmeno stata. La battuta è stata assolutamente informale e amichevole, come a dire che non occorrono tanti passaggi di carte o giustificazioni quando si sa benissimo a priori dove sta il punto e come tutto funziona. Qualche collega più solidale ha persino commentato: «Ma come, tu non ce l’hai un sindacalista di riferimento?» Eccetera eccetera: lascio immaginare il seguito. Persino in tempo di crisi non si riescono a ottenere part-time o riduzioni d’orario, andando quindi controcorrente, se certi santi non ci mettono parola.
Cambiamo scena: i festival della letteratura, le fiere del libro, le premiazioni autorevoli: ecco il paradiso in cui si muovono i santi patroni delle nostre Lettere, che per un giorno, per alcuni giorni, ci passano accanto miracolosamente come persone normali (di un Paese normale che l’Italia non è, come qualcuno ha recentemente osservato), si rivolgono a noi, pubblico, direttamente dal vivo, possono persino rispondere ad alcune domande, diventano uomini fra gli uomini.
L’Olimpo dell’editoria e del giornalismo, della scrittura e della critica, strettamente imparentate (quasi reami di uno stesso potere condiviso, così come nella mitologia classica i reami di cielo, mare e inferi erano affidati a divinità diverse ma sorelle), mostra per alcuni giorni all’anno (è noto: una rondine non fa primavera, semel in anno licet insanire…) il gioco di prestigio di una democraticità apparente e appariscente, di una comunicazione possibile. Può accadere anche che, come in un ballo in maschera, ciascun partecipante indossi la maschera di un altro, si camuffi, e conceda un giro di danza all’ignoto lettore. E’ quello che è successo, per esempio, domenica scorsa 19 aprile al Festival del racconto di Cremona, che durava da giovedì ma di cui ho potuto fruire, da brava lavoratrice, solamente l’ultimo giorno. Ero già stata in più occasioni al Festival di Mantova, alla Fiera della piccola editoria di Pavia, per non dire della Fiera del libro di Torino, ma il senso di frustrazione che ne ho ricavato è stato simile tutte le volte, quindi parlerò di quest’ultimo festival, quello di Cremona, la cui memoria è recentissima. Ogni illustre invitato leggeva un autore celebre del calibro di Boccaccio, Bontempelli, Pavese e altri. Nonostante il richiamo all’improvvisazione (!), addirittura all’interattività (!) del manifesto pubblicitario e la designazione del luogo all’aperto che avrebbe dovuto ospitare l’evento, la piazza cittadina (!), ottime premesse che lasciavano ben sperare, la scelta di racconti molto lunghi e impegnativi non ha consentito nemmeno un fiato, che dico? nemmeno uno schiarirsi di gola, da parte degli ascoltatori. Stringatissimi commenti (fatti soltanto da qualcuno) chiudevano irrevocabilmente gli interventi mentre il palco veniva lasciato di corsa al lettore successivo. Ringrazio ovviamente Cordelli di avermi ricordato che un tempo è esistito Boccaccio, o Vinci che fino a tempi recenti è esistito Pavese, ma direi che tutti i partecipanti se la sono cavata davvero con poco. Non tanto per la scelta dei brani. Va bene la classicità del Boccaccio per dare un esempio di quale spessore può essere anche un solo racconto; va bene l’eterogeneità dei Dialoghi con Leucò per dimostrare che la voce narrante può anche sdoppiarsi o moltiplicarsi, così da trasformare e ibridare i generi. Colgo l’occasione, anzi, per ringraziare, l’intera organizzazione d’aver portato in viva voce bellissime parole scritte in tempi dimenticati. Non ringrazio invece chi, indossata la maschera del ci-sono-e-non-ci-sono, sono-io-ma-non-sono-io, parlando per voce di un altro, ha usato la maschera dell’autore del passato come scudo per non mettersi in gioco e ancora una volta ha lasciato il lettore nel suo mutismo, nel suo silenzio, alla sua solita distanza incolmabile. Intendiamoci, il silenzio è prezioso; dirò di più, ci manca. Mancano lunghi silenzi riflessivi nel nostro tempo. La tecnologia tende a tappare tutti i buchi, i vuoti, le occasioni di pensiero. Uno squillo, una notizia ansa, una réclame ci raggiungono persino nei tempi morti delle attese in stazione o dei viaggi in metropolitana. Si sa che il silenzio non si trova più da nessuna parte. Che abbiano fatto sparire anche la solitudine? E’ un’impressione, ancora una volta un gioco da illusionisti.
L’unico autore di best-seller (in cima alla classifica) che ha interloquito col pubblico e si è assunto in toto la responsabilità della sua viva presenza è stato Vito Mancuso (guarda caso non propriamente uno scrittore), lì per parlare della prima forma di racconto, la cronaca dei fatti del giorno riportata dai giornali, ma anche per promuovere il suo libro in modo, bisogna riconoscerglielo, tollerabile e opportuno, con ampi riferimenti all’attualità. E’ ovvio, le domande del pubblico possono riservare imprevisti come banalità, velate critiche come esplicite polemiche, persino eccessi di follia, ma è un rischio che a mio avviso si deve correre in determinate occasioni, rischio d’altronde facilmente contenibile con la semplice presenza di un moderatore. Nel caso di Vito Mancuso, che peraltro sa difendersi da solo, il presentatore c’era. Al teologo scrittore non dispiace, per sua stessa ammissione, il ruolo di apologeta, di combattente sul campo, di attivista in mezzo alla gente, anzi lo rivendica come necessario, quindi non è del tutto un caso che lui si sia esposto e altri invece si siano un po’ nascosti.
L’attività dello scrittore, si dirà, avviene essenzialmente nell’ombra. Non dev’essere per forza sua l’attitudine alla comunicazione, al presenzialismo, al  confronto o al dialogo, tutt’al contrario.
L’evento della lettura pubblica di racconti si è trasformato così, come di consueto, in una passerella, in una sfilata. Gli Eventi, questi fenomeni tanto richiesti dalla società dello spettacolo, tanto caldeggiati dagli organizzatori culturali, ci lasciano tutte le volte il senso amaro di un’occasione mancata, di un incontro non avvenuto, di qualcosa che avrebbe potuto essere vivo con persone vive, nel cuore pulsante del tempo che fugge, che è qui e ora soltanto una volta e non sarà più, non si ripeterà più… invece si è risolto in niente. Che sia questa la solitudine?
Ma c’è il blog, qualcuno dirà. Non si pensa alla grande occasione offerta a tutti gli uomini della terra da quando esiste internet, la rete universale? Nazione Indiana, 24-4-09: si discute appassionatamente se Scurati meriti di vincere o meno lo Strega. Si scambiano più di un centinaio di commenti e in mezzo a tante argomentazioni, controargomentazioni, arguzie, frasi ad effetto, ironie e sottintesi degni, ne sono sicur
a, di un salotto francese del Settecento, affiora la domanda: «Ma qualcuno scrive ancora romanzi?»
Dal momento che ne scrivo (inediti) da diversi anni, in un intervento che pensavo chiudesse il discorso lasciando tutti senza motto, ho avuto la sfacciataggine, forse l’improntitudine, di lanciare una sfida. Ho proposto la lettura di almeno uno dei miei romanzi inediti a chi avesse il coraggio di affrontare un testo non convenzionale e non commerciale, inedito appunto. E’ proprio questa la critica nuda e cruda, se vogliamo: il coraggio, la curiosità (visto che siamo nei giorni della Liberazione, usiamo pure una parola grossa: il prendersi la libertà) di affrontare qualcosa di non conosciuto prima, forse un po’ alieno, non ancora codificato. Tale coraggio sarebbe magari premiato con una scoperta inconsueta: la visionarietà o la policentricità dell’io narrante, multipersonalità, chiamiamola pure in tanti modi: forme creative a quanto pare in estinzione nelle praterie delle belle pagine italiane, secondo gli stessi indiani della riserva indiana.
Più ancora della sparizione delle stroncature o della decadenza della critica, di cui ci si rammarica dandosi al contempo una pacca sulla spalla nei blog di critica letteraria, continua a parermi sconcertante il netto rifiuto (già segnalato da Moresco negli anni novanta) o le incredibili difficoltà di fronte alla lettura degli inediti dei tanti signori Nessuno (Nessuno è anche il nome di Ulisse, non dimentichiamolo) che abitano il mondo.
Vediamo se qualche santo in paradiso risponderà. Voi che cosa scommettete?

(La breve scaramuccia che ne è seguita, si può leggere nei commenti all’articolo di Gilda Policastro, su Nazione Indiana).

Una Risposta to “Psicopatologia della vita democratica 2”

  1. utente anonimo Says:

    Per precisione aggiungo che qualcuno ha risposto di mandare in lettura. Tuttavia è curioso che la prima reazione sia stata quella di dirmi: “Cosa gridi? Manda a un editore”, quando si sa benissimo che quello è uno dei modi migliori per cestinare il proprio lavoro. Un piccolo esempio, oltre a quelli che ognuno di noi può conoscere già. Tempo fa spedii a Sironi un testo che naturalmente non ebbe risposta. Lo stesso testo mandai a Giulio Mozzi, allora collaboratore di Sironi, dopo aver scoperto su Internet che faceva il lettore di professione. Mozzi l’ha letto e commentato. Ma, per sapere che qualcuno fa il lettore di professione, per prima cosa non bisogna accontentarsi del consiglio generale “manda agli editori”, dopodiché bisogna perdere magari molto tempo nella realtà virtuale alla ricerca di risposte che nella realtà concreta non si avranno mai. Ammesso che si approdi a qualcosa nell’agitarsi confuso dei flutti che contraddistingue il mondo dei blog.

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