Comunità tzigane

by
Come risolvere un problema che non c’è
da Pavia, Giovanni Giovannetti

In Italia, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta non si considerano più le comunità tzigane come appartenenti alla nostra storia urbana e rurale, nonostante lo siano state per secoli. In assenza di indicazioni nazionali, gli enti locali adottano politiche basate sulla segregazione e sul ‘campo nomadi’, relegando Rom e Sinti al di fuori della vita pubblica. Sono inerzie demagogiche e violente, basate su assistenzialismo, repressione e sgomberi. A loro volta, gli sgomberi hanno dato luogo ad altri campi, poiché spostano (e aumentano) il problema anziché risolverlo. Insomma, un cane che si morde la coda: la segregazione e la perdita dell’identità culturale aprono alla deriva delinquenziale, al giustizialismo, al rifiuto, con costi sociali ed economici elevatissimi; costi ben superiori a quelli delle politiche d’inclusione, le uniche in grado di garantire la sicurezza sociale, soprattutto con la scolarizzazione e l’inserimento lavorativo.
A Pavia risiedono una comunità di Sinti italiani e una di Rom rumeni (arrivati solo recentemente). Non sono più nomadi da molto tempo, ma 386 Sinti vivono nei ‘campi’ di via Bramante e piazza Europa. Le istituzioni locali sembrano inclini a considerare i Sinti culturalmente più portati a vivere in roulotte o in baracca che non in una casa: non è così. Fra i Sinti c’è la richiesta diffusa di casette più stabili e di micro-aree sulle quali costruire piccoli villaggi. L’autogestione responsabile del territorio è l’esatto contrario della deresponsabilizzazione a cui sono portati dagli interventi assistenziali, o dai ‘privilegi’ offerti loro dagli imbonitori comunali (il mancato pagamento delle utenze pubbliche, ad esempio). Senza tralasciare le promesse e le speculazioni elettorali dei partiti maggiori.
Allora proviamo ad elencare alcune possibili soluzioni, già ampiamente sperimentate – con successo – in altre città italiane:
Piccole unità abitative. Gruppi famigliari allargati acquistano un terreno o ne ricevono uno dalla pubblica autorità (contratto di enfiteusi) sul quale costruire una casa.
La casa popolare. Può rappresentare una soluzione quando i legami sono monofamigliari. Ma vivere nei campi comporta punteggi molto bassi.
L’affitto di una casa sul mercato privato (modello bolognese: in questo modo sono stati chiusi tre campi, con un risparmio dei ¾ di quanto il Comune spendeva nella gestione dei ‘campi’). All’occorrenza il Comune può affittare gli appartamenti e poi subaffittarli ai destinatari ultimi, garantendo così i proprietari. Sono politiche con un orizzonte di almeno 8 anni. Le condizioni potranno variare ogni 4 anni.
L’acquisto di una casa (modello torinese): anche in questo caso si rendono necessari dei garanti, persone autorevoli disposte a garantire l’accesso al credito. In alternativa, il Comune svolge la funzione di mediatore con le banche per l’accesso ai mutui.
In tutti questi casi vanno previste forme di accompagnamento, anche da parte di operatori provenienti dalle comunità Sinte. Non andrebbero dimenticate una o più microaree riservate alla sosta temporanea dei gruppi in transito. Gli zingari lombardi hanno ormai perso le abitudini itineranti, ma alcuni sono ancora dediti al piccolo commercio, ad attività artigianali, all’attività di giostrai, ecc.). Le aree di sosta richiedono un coordinamento con gli altri siti a disposizione. Al riguardo, è ottimo il modello francese.
Altro discorso per i Rom, arrivati a Pavia recentemente. I Rom di Pavia – un centinaio – abitano in case d’affitto; una cinquantina vive dimenticata dalle istituzioni nei centri comunali di via san Carlo e Fossarmato.
I Rom sono un insieme di comunità eterogenee, sia a livello linguistico che culturale, senza alcuna divisione in classi o gerarchie sociali. In Europa sono circa 10 milioni; in Italia sono 160.000, 110.000 dei quali sono da molto tempo cittadini italiani. La loro presenza sulla penisola è testimoniata già nel XV secolo. Le più recenti ondate migratorie provengono dall’ex Jugoslavia (a partire dagli anni Sessanta e a seguito del conflitto balcanico) e dalla Romania, dove quasi tutti i Rom non sono più nomadi da almeno sei secoli.
Tornando a Pavia, alcune tra le famiglie sgomberate dalla Snia sono ormai ampiamente inserite. Grazie all’opera della Prefettura e dei volontari, i bambini e i ragazzi vanno a scuola, gli adulti lavorano e pagano regolarmente l’affitto e le spese.
Tuttavia, l’approccio – sbagliato – è il medesimo: le stesse politiche pseudo-assistenzialiste e segregazioniste che avevano favorito l’insediamento e l’abbandono dei Rom nella Snia oggi trovano una replica nei due centri di San Carlo e Fossarmato. La differenza significativa è che i bambini frequentano regolarmente la scuola: a buona parte dei numerosi bambini che vivevano alla Snia il Comune l’aveva negata. L’ex sindaco e dirigente scolastico Piera Capitelli ebbe a dire: «Nessuno di questi bambini verrà inserito nelle scuole pavesi, perché farlo costituirebbe per le famiglie un incentivo a radicarsi sul territorio».
L’inclusione è praticabile, e ai diritti devono corrispondere i doveri. No alla cultura dei ‘campi’ (un business che per certo volontariato è professionale: guarda più al profitto che ai bisogni); no all’acquartieramento su basi etniche; no all’assistenzialismo perenne, che sfavorisce l’emancipazione. Sì a percorsi di inclusione per le famiglie (un lavoro, un salario, una casa in affitto); sì al governo dei flussi; sì a un piano casa, a partire da chi è in Italia da molto tempo. L’obbligo scolastico andrà rigorosamente fatto rispettare, cercando un rapporto equilibrato tra la cultura di provenienza e quella italiana. Bisogna investire sull’educazione a partire dai più piccoli. Tra i Rom c’è un elevato tasso di analfabetismo, in particolare tra le donne, tradizionalmente più discriminate. È il caso di puntare su corsi di alfabetizzazione informali: pochi allievi, un’insegnante di scuola primaria, magari in pensione; e un rapporto regolato da una ‘banca del tempo’: le ore di lezione compensate con lavori di pulizia o piccole manutenzioni, ecc.
I guasti causati dalla politica populista di questi anni impongono un lavoro culturale enorme, non tanto sui Rom quanto sui nostri connazionali; e dentro le istituzioni, per sradicare i pregiudizi e l’intolleranza. Hanno avuto una visione miope e inumana, ma anche poco patriottica. L’Italia subisce un vistoso declino demografico (con 1,35 figli a coppia è tra i primi al mondo per la bassa natalità) reso meno evidente dall’arrivo dei nuovi immigrati (in Italia sono 3.690.000 – il 6,2 per cento della popolazione) sulle cui spalle grava anche la salute malferma dell’Inps che – senza di loro – già ora non saprebbe come pagare la pensione ai nostri anziani (siamo tra i più longevi: l’età media, in costante aumento, è di 78 anni per gli uomini e 84 per le donne).
L’idea di Nazione ha a che fare con la cittadinanza, e i problemi si risolvono con l’inclusione nel sistema dei diritti, l’unico che può garantire un futuro a loro e a noi. Lo ha scritto nientemeno che Marzio Barbagli su “Il Giornale” (1° novembre 2007) invocando «norme che favoriscano l&rs
quo;integrazione degli immigrati nel tessuto nazionale, dotandoli anche di diritti politici». L’ex vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini – che “buonista” non è mai stato – ha chiesto per i Rom «l’impegno dei Comuni a offrire alloggi decorosi e occasioni di lavoro anche temporaneo» (“Il Giornale”, 15 agosto 2007).
L’Italia è all’ultimo posto in Europa per gli interventi verso le popolazioni zingare. In Spagna, il programma governativo “Acceder” ha consentito in pochi anni l’inserimento lavorativo di 35mila Rom e Sinti con l’aiuto di fondi europei, fondi che l’Italia non utilizza né richiede.
A Pavia sono mancate le politiche del lavoro e dell’inclusione. Le istituzioni non hanno mai sostenuto la nascita di cooperative Sinte e Rom, che avrebbero consentito la regolarizzazione di lavori come la raccolta del ferro o la cura del verde pubblico, la manutenzione delle strade o la custodia dei parchi, ecc. Manca anche una politica della formazione al lavoro, rivolta innanzitutto ai giovani. Al dunque, bisogna rispettare i diritti costituzionali delle persone  e far rispettare le regole: è la via che porta a risolvere i problemi. La messa in pratica della sollecitazione di Frattini (che rispecchia quelle che ebbi modo di esprimere – con Irene Campari – nel 2007 , per una soluzione umanitaria del «problema Rom» alla Snia, e che furono ignorate) favorirebbe la progressiva liberazione delle strutture comunali di via San Carlo e di Fossarmato, portando a soluzione un «problema Rom» che a Pavia è del tutto inesistente: sono 50 persone, e metà di loro sono bambini. Pavia può farsene carico.

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