Questo è Cefis 13

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Ulteriore saggio su Eugenio Cefis
Il poliedrico ingegno del capitano d’industria
di Giorgio Steimetz

Abbiamo già avuto modo in passato di rivelare ai nostri pazienti lettori- tra essi annoverandone di illustri, ma distratti come gli onorevoli Colombo, Piccoli, La Malfa, Preti, per non citare (ben più attento) il Procuratore della Repubblica di Roma al quale abbiamo personalmente consegnato i lanci della nostra agenzia ; abbiamo già delineato si diceva i capisaldi della strategia del Presidente della Montedison e Presidente ad onorem (l’oro nero ce l’ha nel sangue) dell’ENI, Eugenio Cefis. Visto che il nostro tempo è zeppo di istanze, di follie lucide e collettive, di scandali consueti a catena, di balorde confusioni; visto che di queste doti vocazionali sembra congegnato quel centro-sinistra italiano del quale, passando per uomini di destra, più volte inutilmente abbiamo indicato l’incoerenza, il baratto, il compromesso, la pratica degli assegni-promesse a vuoto; visto che per stare a galla occorre fiuto, abilità, protezione e guarentigie: ne deriva ovviamente un denominatore comune di azione per coloro che come il molto (quasi) onorevole Mister Cefis devono costantemente difendere se stessi attaccando spietatamente gli altri.
Dove l’esimio capitano d’industria pubblica abbia appreso questi rudimenti essenziali della stategia, non sappiamo.
Sui banchi di scuola, no, perché una laurea in giurisprudenza non apre le porte della carriera diplomatica o militare. Forse come ufficiale dei Granatieri in Sardegna, prima del ’43, o confluendo poi nella brigata partigiana “Fratelli di Dio”, con il fausto incontro in ardita proiezione con Enrico Mattei e Giovanni Marcora, oggi senatore abbastanza oscuro della Repubblica ma temuto capocorrente della “Base”, quella che intende chiaramente valicare lo steccato per un’alleanza DC-PCI.
Fatto si è che Eugenio Cefis rimane fedele alla sua tipica conduzione del mestiere, per stile, temperamento, consuetudine e convenienza. Prima e dopo dell’ENI. All’interno delle aziende pubbliche come l’“Idrocarburi” o semipubbliche come la Montedison. Mettendo al tappeto gli avversari, superando di getto le contraddizioni, ammansendo l’autorità politica, conquistando con l’offa pubblicitaria la stampa, stornando gli sguardi indiscreti del fisco dalle immobiliari o finanziarie intestate ad altri, ma di sua evidente e gelosa proprietà.

Riepilogo della grande offensiva

La sua scalata all’ENI è storia recente. Compagno di Mattei suo vice finché il matelicano ne ebbe abbastanza d’una spina nel fianco, di un cane lupo alle calcagna, d’un ingombrante e troppo abile negoziatore pronto all’ipotesi dello scavalco; nel 1960 recitò la commedia delle volontarie dimissioni, salvando la faccia di fronte ad un vero e proprio siluramento.
Se l’ombra di Bascapè non fosse scesa sul grande Presidente del consorzio petrolifero italiano, Cefis avrebbe dovuto cercare altrove l’humus per le sue feconde, fortunate imprese. Invece ecco di nuovo il cividalese al suo antico posto di vice, alle costole stavolta dell’innocuo letterato, mago della statistica, gentiluomo esemplare, Marcello Boldrini.
Il rientro si disse voluto dall’allora Presidente on. Segni, anche perché soltanto da così alta autorità doveva scendere il crisma della riabilitazione, a livelli di potere ben più estesi e significanti di prima. Attaccò con energia, profittando dell’interregno e delle circostanze, tant’è vero che assunse le effettive presidenze delle Società del Gruppo ENI, lasciando a Girotti, allora Direttore Generale, qualche ritaglio di prestigio, giubilando letteralmente Boldrini alla sola Presidenza dell’Ente Idrocarburi: una carica di generale senza corpi d’armata, di capitano d’industria senza opifici, di maestro senza scolari.
Aggredì gli uomini di Mattei, fedelissimi; si liberò degli antichi avversari interni; liquidò rapidamente Boldrini, togliendogli non solo lo scranno presidenziale, ma umiliandolo con l’esclusione per sino dal Consiglio di Amministrazione dell’ENI stesso.
Il vecchio Boldrini, ingegno eletto e probo, signore onesto, era così emarginato pienamente. Nemmeno Mattei, costituendo l’ENI, aveva osato rimuovere il Professore dalla Presidenza dell’Agip, limitandosi unicamente ad entrarvi, lui, in veste d’amministratore delegato.
Tutto riserbo e distacco, Marcello Boldrini ad un nostro messaggio di solidarietà grata e affettuosa, lasciò trapelare nel riscontro stupore, amarezza e disgusto.
La conquista della Montedison è invece storia di oggi.

All’arma bianca

Il sistema non è mutato. Brutale e primitivo, consueto all’ars politica dacché mondo è mondo, condotto in guanti gialli, consiste nella metodica ripulitura del terreno d’azione, sgombrando ostacoli, baronie, avversari, attaccando con veemenza priva di grossi scrupoli, se necessario a calci in faccia. Incapaci e dannosi tutti gli altri, pericolosi per giunta: dunque trattiamoli come abbiamo trattato Boldrini. Strategia d’urto contro i Valerio, i Merzagora, i Campilli, muovendo nel contempo i rincalzi e le pedine (un Girotti, già vice dell’ex Presidente del Senato), per giungere finalmente allo scoperto in Largo Donegani.
Nell’agonismo freddo, funzionale, spietato di codeste imprese di gentiluomini non rimane neppure un velo epidermico di fair-play. Il discredito sulle persone; velate e sbandierate accuse di incapacità, elefantiasi, interessi privati, fondi neri nella gestione personale delle Società dove presiedono e imperano; l’aggiramento politico; l’astuzia nell’adocchiare tempi e circostanze: queste le linee maestre, a tappeto, come l’uso delle armi chimiche, preferite dal nostro eroe, esempio classico e grigio, ma redditizio, di machIavellismo applicato.
Pochi colpi ben assestati, evidenziando nel contempo il diritto pendente a prendere quel posto, magari con la connivenza più o meno involontaria delle potenze economiche di fatto e degli astri in piena luce Mediobanca, Carli, Piccoli, Colombo

Cronistoria di un lungo anno

Questa dunque la metodologia di conquista adottata egregiamente da Cefis per la occupazione della Montedison.
1967: fa circolare la voce e fa scrivere (pagando eventualmente in pubblicità e buoni benzina) che il Presidente in carica, Giorgio Valerio, è assolutista, limitatissimo in doti dirigenziali, privo di intuizione e lungimiranza di un manager moderno (come potrebbe invece vantarne lo stesso Cefis). Adotta in altre parole l’identica angolazione d’attacco usata per Boldrini quattro anni prima, preparando il terreno con azioni diversive.
1968: inizia con l’ENI una massiccia campagna di rastrellamento e acquisto di azioni Montedison, attraverso un Istituto che abbiamo già ricordato.
1969: l’elezione di Merzagora giova all’iniziativa Cefis, sia perché i tempi non sono maturi per altri sviluppi, sia per bruciare o convertire il nuovo Presidente, alle costole del quale agisce il Griso Girotti.
1970: l’anno più difficile ma decisivo: Merzagora avverte a chiare lettere: Girotti sta dando alla Montedison una impronta “pubblicistica” che non sono affatto disposto né a ratificare né a sottoscrivere. Infatti se ne va, tra il comprensibile imbarazzo che il suo ge
sto determina e con pieno sollievo e sollazzo del buon Eugenio che da lontano muove le sue pedine. Arriva Campilli, ma ancora non è pronto il conteggio alla rovescia. Così il conclave, riunito in casa di Ferdinando Ventriglia, consigliere economico dell’on. Colombo, finisce bene con la fumata bianca per Campilli. Presenti Agnelli, Piccoli, Colombo, Petrilli e il solito Carli, in quel 13 dicembre 1970 caddero le candidature di Bruno Visentini e Imbriani Longo. I socialisti in quella circostanza non consentirono a Cefis di andare in Largo Donegani, facendosi sostituire da Girotti all’Eur. Quattro mesi dopo, il 24 marzo 1971, proprio il vice Presidente Girotti propone talune nomine di rilievo in seno alla Montedison; Campilli le respinge, ma è costretto a dare le dimissioni. Il gioco è fatto. Carli e Piccoli, con Colombo, fanno il nome di Eugenio Cefis per raccogliere la pesante eredità. Costui, sicuro di tenere solidamente un piedone all’ENI attraverso la successione (fittizia) al Girotti, pianta agilmente l’altro piedone in Lardo Donegani.
Guardateli bene, all’occasione, i piedi di Cefis. Anche senza calzare gli stivali dalle sette leghe, l’uomo che ha affrontato le Sette Sorelle non ha certamente riserve o tentennamenti per farsi strada in un balzo, da Metanopoli al centro di Milano.

La formazione-tipo

Soltanto gli allocchi possono pensare che in Italia quando uno lascia una sponda del potere non si rivolga indietro. Eugenio Cefis, pur seguitando a governare tranquillamente l’ENI di fatto, attraverso fiduciari, è piombato intanto su qualcosa come 1700 miliardi di fatturato, 150.000 dipendenti, 300 mila piccoli azionisti.
Vi è giunto come una benefica furia, col vento in poppa e il mare agitatissimo; la sua bandiera sventola e le sue imprese, neI dirottamento, prosperano all’ombra della congiuntura sfavorevole. II mago dell’acetilene oggi guarirà forse gli antichi malanni del pachiderma Montedison, ma trarrà sicuramente ossigeno e allori anche se le cose dovessero peggiorare nonostante I’arte divinatoria di colui che amici ed estimatori considerano il clinico più illustre dell’economia pubblica.
La sua formazione infatti è agguerrita e perfettamente dislocata, come ai tempi favolosi dei sabotaggi e degli attacchi partigiani. Lo schieramento: Cefis capitano e centrattacco di sfondamento, in porta Piccoli che para tutto, anche i tiri mancini, anche se è sordo, anche se è distratto. Carli e Corsi (il suo fiduciario), mezze ali. Terzini il Restelli, Presidente dell’“Avvenire” e stipendiato (in trasferta) dall’ENI, e Girotti, specialista nei rimandi e nei calci d’angolo. Ali il vecchio compagno d’armi Gritti e l’oscuro ma potente Marcora. Come libero agisce Adolfo, fratello del capitano, amministratore della “System Italia” (capitale 900 milioni). I mediani, con funzioni di copertura, sono due, ma vengono spesso alternati o sostituiti data la grande disponibilità del ruolo. Cura gli incassi e le trattative al “Gallia” Franca Micheli, segretaria, titolare di parecchie aziende Cefis e della stessa automobile su cui viaggia normalmente il Presidente. Arbitro dovrebbe essere il Parlamento, ma si gioca allo scoperto e sulla fiducia; o la Magistratura, che ancora non si vede. Spettatori i 54 milioni di italiani, per i quali lo spettacolo è tutto, e il resto non conta.

Le misteriose divergenze di binario

Con questa squadra d’assalto e ammesso che accettino l’incontro, chi potrebbe resistergli attualmente: i Pirelli, i Falck, i Pesenti? Sotto sotto esiste un patto di non aggressione che forse dissimula la reciproca disistima (e paura). Ognuno zitto, ognuno tira avanti per la propria strada. Non ha fatto Cefis trapelare il sospetto che nei vecchi bilanci Montedison esistessero dei fondi neri su cui si starebbe ora indagando?
Abilmente, una volta di più, lui attacca; per scagionarsi a posteriori della non improbabile diceria secondo cui a suo tempo, all’ENI, proprio l’egregio Presidente Eugenio Cefis disponeva di segrete risorse extra-bilancio per foraggiare i politici, di ogni banda, sfumatura e potenzialità; per ingraziarsi con elargizioni cospicue, gli altri avversari e gli altri poteri, quello religioso non escluso.
Del resto è concepibile in Italia un posto di comando che non abbia a disposizione mezzi e formule per aggirare, per ammansire, per facilitare l’onesto disbrigo delle cose? Padre Zappata però condanna l’uso di codesti arbitri, una volta giunto alla Montedison, trascurando come irrilevante l’abuso precedente da lui praticato o il ricorso ai “Metano Precompressi” per mettere un soldo da parte in vista della vecchiaia ancora lontana.
Per quanto egli metta le mani avanti proclamando che ci vorrà un triennio prima di aggiustare la situazione alla Montedison, magari col ricorso al capitale straniero cui sta pensando Giorgio Corsi (capitale del Liechtenstein, sempre accomandante o accomandatario nelle private società cefisiane intestate a consorterie di congiunti e affini?), la terapia adottata dal nuovo Presidente per rilanciare la Montedison prevede alcune indolori operazioni chirurgiche, a suo dire indispensabili, come l’amputazione e l’eliminazione di determinate fonti improduttive, di società deficitarie facenti capo al colossale gruppo chimico.
Ottima, si direbbe, l’iniziativa; inficiata per noi da un doppio vizio d’origine. Egli smentirebbe oggi quello che fino a ieri ha regolarmente e ostinatamente accettato (o voluto) all’ENI. Le rotaie, sul binario della coerenza, divergono.

Le geniali innovazioni

Perchè Eugenio Cefis, all’ENI, non ha imposto quella bonifica che vorrebbe attuare alla Montedison, eliminando le più vistose fonti di sperpero come l’agenzia “Italia” e il quotidiano “Il Giorno”?
Il rispettivo deficit, più volte denunciato da noi e notoriamente riconosciuto, avrebbe meritato eguale energia. Deve esistere chiaramente un tornaconto, computabile probabilmente nella resa psicologica perché delle voci passive in un gruppo debbano sopravvivere e andare potenziate, e altre in un diverso gruppo debbano andare soppresse.
La doppia politica degli strumenti rientrerà forse nelle oscure ragioni del realismo economico-politico, ma non depongono affatto come referenze per il neo-eletto alla Montedison.
Ancora: perché all’ENI il Cefis ha liquidato, trasferendole a privati ma fedeli gestori, le società fiorenti e produttive, come la “Milanpetrol” dello Squeri, ex dirigente ENI, ora sindaco di Metanopoli? Perché privatizzare quello che rende e conservare la zavorra “Giorno” e “Italia”?
Nessuno ci garantisce trattandosi di cosa pubblica che dati i precedenti, alla Montedison egli non adotterà la stessa, sconcertante e balorda politica. Indiavolata strategia di Cefis. Vediamone da vicino altri risvolti.
Ha fatto strombazzare al massimo la riduzione (per evidenti vantaggi di natura economica, ha detto) dei Consiglieri di Amministrazione, passati da 29 a 21. Cosa può significare un’operazione in apparenza drastica e impopolare per una società di questo respiro?
In verità, ha voluto liberarsi al più presto di otto infidi e scomodi avversari. Gli altri, nei prossimi anni, o si allineeranno, come sembra abbiano ritenuto conveniente fare oggi, o verranno sicuramente girati altrove.
Per noi, e per qualsiasi osservatore di buon senso, l’esperienza ENI è largamente scontata. Collaboratori non ne vuole, esecutori soltanto: per gli altri, il rogo e l’onorata giubilazione: eventuali recapiti di società dove approdare, per gli esclusi, potrà fornirli (a pagamento) la “System Italia” di Adolfo Cefis, fratello del Grande.
Autentico motto di spirito quello messo in circolazione
che Cefis sarebbe stato adottato dall’azionariato Montedison. Tutti sanno che il suo nome è stato imposto, che egli stesso ha ordito mille trame per arrivarci, mettendo K.O. Valerio, Agnelli, Pirelli, usciti vilmente in un momento in cui la loro presenza appariva necessaria dal Comitato di Gestione.

Gli imputati de “l’ancien régime”

Edificante invece risulta tutta la preparazione psicologica e tattica per rendere accetto il Cefìs Presidente.
Abbastanza insolito (e cattivo) udire in Assemblea di Società il neo eletto chiedere la testa dell’uno e dell’altro predecessore, invocare dalla Magistratura un’indagine sui fondi occulti, su voci di bilancio incerte ed equivoche, come se tutti gli ascendenti di Cefis alla Montedison fossero dei ladri.
Andiamo a vedere quanti di essi sono procuratori di società personali con addentellati Montedison (come la “Metano Precompressi” del procuratore Cefis è inserita fuori giro nell’ENI); verifichiamo quanti di costoro hanno l’abitudine di intestare l’automobile su cui viaggiano o gli affari privati che seguono a tempo perso (ma non troppo) alla segretaria o ad amici e parenti; controlliamo quante partecipazioni di comodo, per misteriosi meandri di colleganze, essi mantengano con decine di imprese immobiliari e finanziarie; appuriamo, per indizi e deduzioni, se qualche “System Italia” di proprietà (fittizia) di loro fratelli è mai stata in relazione d’affari con la Montedison.
Dando per scontato che nessuno dei big già alla testa dell’impero italiano della chimica ricorreva per metodo a codesti espedienti, c’e da chiedersi da quale parte, nell’aula, siano i giudici e da quale gli imputati. Cefis, che vuole imporsi come l’uomo nuovo, che dà garanzia di riforme e di serietà, aveva tutto l’interesse nel gettare discredito e sospetti sulle ombre del passato, su cui meglio si staglia oggi la potenza e l’abilità del guaritore.
Chi ha aizzato gli azionisti a gridare incompleti e falsi i bilanci aziendali? Forse nessuno ha mai guardato la trama dei bilanci Eni per capire che cosa significhi l’alchimia; come nessuno si prende cura di esaminare a fondo i conti fiscali delle società aderenti al gruppo individuale Cefis. Dietro il pulpito del Savonarola dell’economia pubblica nazionale, c’è un ampio sagrato sul quale il predicatore razzola e gioca, indisturbato e tranquillo. L’importante è fare la voce grossa contro i vecchi notabili delle precedenti gestioni Montecatini-Edison.
Agli esperti in questioni finanziarie che attraverso resoconti, postille, divulgazioni varie utili supporti della strategia di Cefis hanno scritto, definendo ancora da inventarsi la democrazia azionaria in Italia, vorremmo opporre una considerazione disarmante: prima ancora di questa, dev’essere recepita quella democrazia dirigenziale o manageriale che impedisca al nostro e a tutti i Cefis del Paese di imporsi screditando gli altri per accreditare se stessi.
Quando tale coscienza, vien meno ai Colombo, ai Piccoli, ai Carli, allora vuol dire che manca anche una democrazia politica nel senso pulito deI termine; una libera scelta, cioè, di uomini capaci al posto giusto, non l’imposizione articolata come sistema, la nomina per meriti di partito, per capricci di corrente. La verità è che Cefis ha ormai la patente di mago, in un Paese dove gli oroscopi e le previsioni del tempo fanno aggio sulla realta.

L’asso nella manica

Non sappiamo se la Montedison sia in fase di ripresa. Tutti concordano nell’asserire che la gestione è malata e lo stesso neo Presidente si affretta ad elencarne alcuni sintomi, proponendo tassativi interventi, alcuni dei quali veramente da ciarlatano cerusico, come la riduzione dei consiglieri. Certo se il dente duole non basta imbottirlo di analgesici o mettersi a masticar tabacco, bisogna toglierlo, asportando, nel nostro caso, qualche elemento cariato, senza imputare alle gestioni passate colpe che non hanno.
Bisogna chiarire, distintamente, i ruoli dell’ENI e della Montedison: se c’è di mezzo Cefis, il rapporto non è ozioso. Quest’ultima non può diventare il trampolino del primo. E se la Montedison potesse ambire ad un fondo di dotazione di mille e più miliardi come l’Ente Nazionale Idrocarburi, le cose andrebbero meglio oggi come sarebbero andate meglio in passato se il beneficio le fosse stato accordato. Un paradosso, evidentemente.
Vogliamo dire che un’azienda si trova in difficoltà quando si finanzia da sé, mentre se dietro c’è lo Stato, ogni impasse può essere superata di slancio, prevista e scontata: si impoverisce il reddito pubblico, d’accordo, taglieggiando con nuove imposte il cittadino, ma la moralità è soggettiva, in questi casi, quando si richiama il bene comune per giustificare l’individuale sacrificio.
Molti pensano che la nomina di Cefis alla Montedison non sarebbe stata accolta dall’interessato se questi non avesse avuto degli assi nella manica per risanare il grosso complesso: aggiungiamo che Cefis non sarebbe defluito in Largo Donegani se non avesse avuto convenienza di farlo; ci sembra elementare, a meno di non ritenerlo un missionario laico, aperto all’apostolato finanziario. C’è da dire intanto che con la scalata alla Montedison i politici hanno conquistato un centro di potere in più, e di quelli che valgono ben una messa. Poi c’è da confermare che Eugenio Cefis non ha affatto rinunciato all’ENI, se non in parte. Infine va arguito che il naso lungo e l’ottimo fiuto di Cefis l’hanno persuaso di due cose: primo la possibilità di farsi un poco gli affari suoi (come largamente sapeva e sa farseli all’ENI); secondo, il sistema di aggiustare la baracca mediante compartecipazioni algebriche ENI-Montedison, non più in concorrenza ma su aree proprie per propri guadagni, con interventi diretti di natura finanziaria da parte dello Stato, secondo le formule che Giorgio Corsi gli andrà suggerendo, senza dare nell’occhio, senza esporre a indiscreti sguardi un gioco grossolano ma redditizio.

L’Italia degli stregoni

Non diversamente, se pure da angolazioni opposte, devono aver auspicato gli azionisti nell’assemblea di fine giugno, i quali su quasi quattrocento milioni di azioni presenti ne hanno assicurate a Cefis i sette ottavi con appena quaranta milioni di astenuti e solo sei di contrari. Una votazione, se vogliamo, plebiscitaria. Come alla Camera, nello stesso mese, si votava con 319 voti favorevoli e 19 contrari l’aumento del fondo di dotazione ENI per 290 miliardi in cinque anni.
Eugenio Cefis, l’incantatore. Nessun serpente, nel sottobosco politico italiano, sembra resistergli. Guarda e seduce. Non chiede favori, li compera con la sua azione di rilancio e con Ia sua strategia psicologica. Non loda né trascura gli avversari, li annienta. Così la tappa ENI-Montedison altro non diventa che il trasferimento di metodi e tecnologie applicate da una sponda all’altra, senza soluzione di continuità.
Si afferma che gli inglesi – poveracci – ci invidierebbero l’accoppiata IRI-ENI, stregati anch’essi, maestri di economia e di democrazia, dalle prodigiose avventure del mago. Aspettiamo qualche anno e vedremo la curva parabolica dell’economia italiana che andamento assumerà.
Risanare le imprese impegnando lo Stato: va bene. Ma quando si tratterà di risanare lo Stato, che cosa impegneremo? Licenziare otto consiglieri, facendone rientrare di nascosto ottanta; amputare i tronchi secchi, innestando sul tronco qualche “System Italia” di ricupero. L’elisir di lunga vita confezionato con l’anilina fabbricata in casa (Cefìs)…
L’aereo personale di Eugenio Cefis non finirà in briciole su qualche remota Bascapè della penisola. Ha la garanzia degli azionisti Montedison, mentre Matt
ei li aveva contro, come le Sette Sorelle. Gli stregoni quando cadono rimbalzano sul terreno soffice e si ritrovano più in alto di prima: sani e vegeti, con l’aureola degli eroi.

Questo è Cefis (pp. 151-163) – continua

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