Questo è Cefis 19

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Nell’orbita del sole nascente
di Giorgio Steimetz

Col metano in Italia si possono costruire affari d’oro. Chi lo concede, vuole la sua aliquota di benefici. Chi se ne occupa, attraverso le società ne ricava degli utili considerevoli. Le stesse correnti dei partiti ricorrono al metano, anche in via di traslato, perché i benefici finanziari che una DC può assicurarsi da qualche manovra politica (a Milano col federale Marcora, magari), riescono ad azzerare deficit paurosi derivanti dalla gestione dell’apparato, dalle diverse campagne elettorali, dalla caccia, specialmente al voto preferenziale. Senza volerlo abbiamo delineato tre gruppi. Essi costituiscono, come già abbiamo avuto modo di accennare, la cosiddetta anonima-metano. Il primo gruppo, padronale o dirigenziale, stabilisce a chi assegnare l’idrocarburo in lavorazione. Per poterlo fare deve naturalmente avere (e aver avuto, in un presente storico che è ancora attuale) le mani in pasta. Deve stare dentro l’ENI, per di più al massimo grado di responsabilità.
Mattei prima, Cefis dopo, hanno abilmente maneggiato questo magico potere.
Morto il primo, è rimasto padrone del campo il secondo.
Anzi, con la esperienza acquisita o con la conoscenza tempestiva e sicura dei piani di attività dell’Ente, si possono stabilire, fuori dell’ENI ma in parallelo, interessanti raccordi, anodine società (in proprio o per rappresentanza di amici), private a tutti gli effetti e assolutamente discrete, ma ausiliari rispetto all’ENI stesso. Meglio definirli affari privati in atti d’ufficio, come li chiama il codice. Ma chi può perseguire in Italia imprese tanto protette d’immunità e silenzio? Si infliggono mesi quattro ad un operaio che ruba un libro dall’edicola della stazione di Palermo o si tronca Ia carriera ad un Ippolito o ad un Bazan, ma gente come Cefis, per ben altre distrazioni, non si tocca. Questo è un (incidentale) amarissimo risvolto della realtà.

La lega degli Onesti

Un secondo gruppo si articola in parte di teste di turco, uomini cioè che appaiono sugli atti sociali in conto terzi i quali non possono né gradiscono risultare (perciò incontrando i Salanti, i Visconti di Sanvito, i Maffei, risaliamo subito alla fonte e notiamo in filigrana il Cefis); in parte da uomini che il metano l’hanno sperimentato perché coi proventi della costruzione di reti e tubature, dell’esercizio di officine per il gas, le ricerche, lo sfruttamento, il trasporto e la vendita, si assicurano una percentuale di tutto rispetto, come ogni paga d’operaio che si rispetti (come fanno i Ripamonti Camillo, i Sardi, i Carcano, i Manenti, i Vigevani, tra i più noti), pur garantendo una tangente in diversa misura e in conseguenza di singoli accordi, ai ras di partito, alle correnti avanzate, alle federazioni provinciali. Il terzo gruppo è costituito invece soltanto dai beneficiati; vale a dire gli uomini del partito (di maggioranza, ma anche di altre minoranze) ai quali compete l’obbligo di spendere bene quel che hanno avuto graziosamente.
Essi devono mantenersi senza esercitare una comune professione; possedere case, terreni, segretarie, hobby e giornali; imporre poi con il peso del denaro (fruttato dall’oro nero) il proprio pensiero in politica, sì da farlo coincidere, ovviamente, con quello del Capo, anzi come lo chiama Marcora del Presidente (perché di Presidenti non ve ne possono essere altri), il quale tutti condiziona e manda o assolve con l’autorità e il prestigio del proprio nome, Cefis.
Malcostume o immoralità, non cambia molto. Come non muta la ramificazione di interessi oscuri chiamando in causa l’appellativo mafia. E’ un fatto che si tratta di una lega di prepotenti che agisce alle spalle dello Stato e del contribuente, ai margini della giustizia, impedendo insieme ogni sguardo indiscreto di chi potrebbe indagare.
Si prova disgusto passando in rassegna questa staff di imbroglioni ad alto livello, considerati in genere ottimi funzionari, integerrimi o almeno rispettabili) tutori della cosa pubblica, siano essi al governo nel partito, al Parlamento, nell’industria di Stato o parastatale. Spudoratezza eccellente, da manuale; curiosa analogia di azioni e di profitti con il fango petrolifero, che assicura uno strapotere incredibile.
E pensare che basterebbe una nostra articolata (tra decine e decine) denuncia per portare dritto dritto il capolega e i suoi scherani a San Vittore o a Regina Coeli (è da vedere dove il magistrato, che non c’è, indicherà una sede per legittima suspicione).
Magari la più semplice accusa da noi formulata: quella della distrazione di personale, ossia l’assegnazione in trasferta di incarichi diversi di persone distaccate a spese dell’Ente Nazionale Idrocarburi presso i più disparati posti di osservazione. Decine e decine di casi, a cominciare dal Restelli Giuseppe all’“Avvenire” e finendo con lo stesso autista ufficiale di Cefis, Breda e della seconda segretaria, Radini Tedeschi.

Nuove tracce per un’inchiesta

Non si muove nessuno. In questo nostro paese, ricco di speranze e di sottoccupati, di sfumature politiche e di Mezzogiorni, di emigranti e cantautori, ma anche di mafiosi e multimilionari, basta un poco di fiuto, di flessuosità e di intelligenza per tenere in iscacco tutti i poteri, tutti i bracci, laici o ecclesiastici, tutte le fonti, informazione compresa.
A che serve allora dilungarci in una citazione di tracce e di indizi, tutti abbastanza collegati tra loro, tutti innaffiati più o meno di metano? Forse gioverà a coprirci le spalle, a documentare le nostre accuse; col rischio, beninteso, di finire condannati per aver detto la verità, come mostrano ben più illustri precedenti.
Riprendiamo ancora una volta il filo del nostro discorso analitico.
Dovendo riannodarci all’elenco prolisso e inesauribile delle anonime del metano, diamo senz’altro la precedenza (ancora) al prode e assai intraprendente Ministro per la Ricerca Scientifica, che coltiva anche la passione della ricerca (e sfruttamento), di idrocarburi. Un attività meno prestigiosa sul piano sociale di quella d’un Dicastero, ma che forse gli assicura benefici più consistenti, ammesso che Cefis e il Partito lo lascino almeno usufruttuario di qualche ben remunerata presenza.

“Lumezzane Gas”
Costituita nel 1955 e itinerante in Milano (da Via San Marco a via Sismondi; da via B. Sassi a Via Reina, fino a via Haiech).
L’iniziativa va fatta risalire all’operoso Bruno Manenti, per curare nuove operazioni di ricerche minerarie nel sottosuolo nazionale ed estero e di sfruttamento degli idrocarburi di produzione propria e di terzi. Il patrio suolo, si vede, non basta più. Occorre emigrare con squadre specializzate in aiuto all’ENI o addirittura in concorrenza col gigante italico del petrolio.
Naturalmente la società abbisogna di un consiglio di amministrazione in gamba. Tant’è vero che se notiamo un Polenghi Michele (nel 1958), nome il quale non esprime molto, ci imbattiamo anche in un Ripamonti Camillo, ingegnere (e poi Ministro), nel ruolo di Presidente. Riconferma puntuale per il triennio successivo, a due riprese, sino al ’66.
Un anno dopo, colpo di scena, consueto al Ripamonti: questi scompare (insieme al fido Michele Polenghi) e diventa procuratore il Manenti, solo ma non indisturbato. Il Ministro è uscito
unicamente per delicatezza, per non compromettersi, con l’acrobazia di mestiere congeniale agli uomini politici. Comunque egli resta nei couloirs della faccenda.
A questo punto ci pare suggestivo riepilogare la presenza di Bruno Manenti in un primo gruppo di società; il cremasco non è certo una figura di secondo piano in codesto affare di metano, se può permettersi di trafficare i suoi talenti attraverso la “Ladir” (capitale 50 milioni) per la compravendita, gestione di partecipazioni, finanziamenti di attività immobiliare, di cui è accomandatario, avendo per accomandante la “Ladir” appunto Anstalt di Vaduz Compartecipazioni care anche al nostro Cefis.

Un soggetto da inquadratura

Mettiamo ancor meglio a fuoco questo personaggio.
Lo troviamo ancora nella “G. Carabelli”, costituita nel ’49 con 40 000 lire di capitale per l’industria e il commercio del legname e la sua lavorazione. Nel ’52 il capitale è portato ad un milione e mezzo circa. Nel ’58 diventa amministratore unico la moglie, Gianna Agello. Nel ’65 da Anonima che era, diventa s.a.s. Ovvio: come potrebbe diversamente il Manenti risultarne accomandatario, avendo per controparte la “Ladir” (cioè se stesso più la solita “Ladir Anstalt”)?
Lo vediamo inoltre nella “Marivima”, altra società per azioni fondata nel ’58 per la compravendita, permuta e costruzione di fabbricati, con amministratore unico un innocuo Giuliano Gianluigi. Nel ’58 ancora si rivela il Manenti, portando il capitale da uno a ben cinquanta milioni. Nel ’65 la consueta trasformazione in società per accomandita semplice, così da consentire all’interessato l’abbinamento Manenti-Ladir.
Se volessimo conoscere in quante e per quante società la “Ladir” funziona egregiamente, dovremmo chiederlo al fiduciario di Ripamonti, cioè al cremasco Manenti.

“Ero Gas Met”
Una società rispettabile di ben 300 milioni di capitale in azioni da mille lire, per la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi e l’eror,azione del gas, costituita nel 1959. Nel ’67 il Manenti Bruno amministratore unico, nomina gestore del metanodotto di Monterotondo Nicola Santarino. Nel ’70 altro sviluppo: apertura di un ulteriore esercizio a Narni Tegarolo (Roma). Lo consentono i bravi sindaci Paola Biondini, Luigi Olmi, Giuseppe Piloni.

Immobiliare Gestioni Gasdotti “Igegas”
Nata nel 1951 come s.r.l. con un capitale di 60.000 lire pretendeva di gestire impianti di reti per la distribuzione del gas metano e di altri gas fluidi. Naturale che l’amministratore unico, Bruno Manenti, portasse il capitale a dieci milioni nel 1952, trasformando la società due anni dopo in S.p.A., costituendo nel ’56 un consiglio di amministrazione con se stesso, il Vanelli Enzo (della “Sime” e della “Crem Orobica”) del giro amici metanieri dell’onorevole Ripamonti, oltre a Renato Olmi (pure della “Sime”).
Anche il Manenti ha un debole dichiarato: far mutare periodicamente indirizzo alle società, quasi temesse – come gli capita stavolta con la nostra indagine d’andar scovato. In dieci anni, dal ’60 al ’70 infatti, la Igegas si è trasferita tre volte: in via B. Sassi in via Reina, in via Hayech.

“Gasmeter”
è una s.r.l. costituita nel ’65 con 900 mila lire e portata di schianto a 50 milioni un anno dopo. Amministratore unico, per le operazioni di ricerca mineraria, è Pietro Crotti, di Offanengo. Però ci assumiamo piena responsabilità asserendo che il Crotti è un uomo di paglia per coprire Bruno Manenti, e di qui il Ripamonti.
Consuete eleganze stilistiche che alleggeriscono la tensione burocratica delle ragioni sociali e dei loro sottintesi.

“Metanodotti Bresciani”
Altra s.r.l. all’atto della sua costituzione nel 1954 con amministratore unico Manenti Bruno. Trasformazione in società per azioni nel 1956 con capitale a 250 milioni. Esercita attività di sola distribuzione del gas metano. Seguono i traslochi dell’irrequieto titolare da via Garofalo a via Sismondi, poi in via Reina e in via Hayech. Lo seguono i soliti sindaci Luigi Olmi, Pietro Crotti (già incontrato nella Gasmeter…) e Grossi Osvaldo.
Le iniziative del Manenti sono quasi vertiginose. Lo si direbbe un fondatore nato. Non si dà tregua (o non gliene danno i superiori). Eccolo nuovamente all’opera con la:

“Metanodotti Prealpini”
Società nata nel ’56, a responsabilità limitata e appena 120 mila lire di capitale. Il Gestore unico, Manenti, parte sempre piuttosto in sordina. Poi magari arriva, in un paio d’anni, a centuplicare il ospitale, e più, portandolo a 150 milioni. Trasformando ovviamente una s.r.l. in S.p.A.
Lo esige lo scopo sociale che qui è allargato ad operazioni di ricerche minerarie, sfruttamento di idrocarburi, costruzione di impianti, distribuzione di gas liquidi. Manca il trasporto, ma a questo penseranno altri, magari la “Sommacar” (Alleanza Internazionale Trasporti) con sede in Via San Marco.
Quali saranno i sindaci della “Metanodotti”?
Non ci vuole soverchia fantasia: tre persone di assoluta fiducia, cioè Luigi Olmi, Paola Biondini e Pietro Crotti. Da buon outsider, nenti non cambia mai il tema che vince.

“Aersodigas” (o Sodigas)
Sorta nel ’54 – anni di feconda fortuna per il prode cremasco e una semplice s.r.l. con pochi soldi di capitale (centomila lire). N’ello stesso anno diventa per azionz ad opera del solito amministratore unico Bruno Manenti, il quale chiama a sè Giuseppe OliN icri e Bruno Bolla (un nome che rivediamo nella “Lumezzane” del Ripamonti; nella “Società Nazionale Gazometri”; nell’Estigas; nella “Tirrenia gas”; e come non bastasse, lo incontriamo tUttO solo amministratore unico della “Società Pubblici Esercizi”, piccola s.r.l. salita nel giro di un lustro da 100 mila lire a 10 milioni di capitale).
Attività dell’“Aersodigas”: servizio pubblico del gas di città con gasdotti a Biassono, Cerro Maggiore, Muggiò e Rescaldina. Così parte della Brianza è servita (vedremo in seguito chi copre il restante territorio) Capitale cento milioni. Non è poco. Nel collegio sindacale ancora Luigi Olmi, Musu Boy de Roberto e – toh, chi si rivede – il Maffei Giuseppe: carico di anni, di cariche, di fiducia del capo.

Il Bolla del gran giro

Abbiamo di sfuggita citato Bruno Bolla, del tandem Manenti-Ripamonti, Non sarà inutile chiosare dopo la “Lumezzane Gas” altri suoi rapporti nel contesto delle metanifere a largo raggio.

“Imigas”
Società per la ricerca mineraria del sottosuolo nazionale ed estero, lo sfruttamento di idrocarburi attraverso la costruzione di pozzi e condotti per il trasporto di essi. Curiosa (e stimolante) l’estensione territoriale della ragione sociale: non solo l’Italia, ma anche oltre confine (magari in concorrenza con l’ENI, senza dubbio). Rilevante anche il contenuto, dall’estrazione alla rivendita, con guadagni facilmente Immaginabili.
Chi è il capo della “Imigas”? Bruno Bolla, l’uomo di Soave (Verona): almeno così appare, mentre chi gli stia dietro non faticheremo granché a identificare. Il capitale viene raddoppiato dal 1960 (la Società per Azioni. Azioni di chi? e nata l’anno prima) al 1962 (da 25 a 50 milioni). Segno che gli affari vanno bene, non solo per Bruno Bolla.

“Tirrenia Gas”
Per la produzione e distribuzione di gas. Con dipendenze a
Santa Margherita e Rapallo, dove il clima sembra migliore che a Milano. Una vecchia società, del 1927, che nella sua vicenda più recente ci indica un capitale di 260 milioni nel ’61, di 300 milioni nel ’64 e di 585 milioni l’anno dopo. I consiglieri (tra molti altri anche l’Accetti Paride, socialdemocratico e consigliere comunale di Milano): Bruno Bolla, Presidente dal 1970.
Nel collegio sindacale Giuseppe Mascheroni (uomo del gas nei collegi), Lanni Diodato e Perlasca Giorgio. Non abbiamo elementi ne a favore né contro l’aderenza o meno di questa “Tirrenia Gas” rispetto al giro che andiamo spiluccando. Vorremmo semplicemente accertarci che non c’entra affatto. Tutto qui.

Società Nazionale Gazometri
Costruzione ed esercizio di impianti per la distribuzione del gas. Nel Consiglio attuale è consigliere delegato il Bolla Bruno; si notano Mascheroni Giuseppe (sindaco della “Tirrenia Gas”) e Maraya Sergio (già all’“Estigas”, ora estinta, con Bolla). Nel collegio dei sindaci, ancora Giorgio Perlasca con Luzzani e Morgese.
Anche di questa società sarebbe utile apprendere l’estraneità con quelle implicate nel settore Manenti-Ripamonti, visto che Bolla è socio di questi.

“Metanodotti Bergamaschi”
Società per azioni (un milione di capitale all’atto della costituzione, nel 1960), intesa ad operare ricerche minerarie nel sottosuolo nazionale ed estero (si vede che Bergamo ha ramificazioni economiche in mezzo mondo); nonché per attuare lo sfruttamento degli idrocarburi attraverso costruzioni di pozzi e condotti, il trasporto degli stessi (gas), nonché (ancora) la progettazione, costruzione di impianti e la distribuzione di gas liquidi, gassosi e compressi.
Non manca proprio niente. Se qualcosa difettava, era l’amministratore, e lo citiamo subito: un certo (ma non troppo) Luigi Floridi (che rivedremo), nato a Marengo. Però questi è sostituito nel ’63 da Bruno Bolla. Nel 1966 modifica della ragione sociale in Estigas Città s.p.a.; aumento di capitale in due riprese, da 150 milioni nel ’68 a 300 milioni. Presenti nel consiglio i due Sergio, Bolla e Maraya.

“Estigas”
Per la gestione di impianti del pubblico servizio del gas, operazioni di ricerche minerarie eccetera. Sorta nel ’63, un milione di capitale, amministratore Luigi Floridi. Nuovo amministratore nello stesso anno, Bruno Bolla. Nel ’64 il capitale ammonta a 500 milioni e il consiglio è formato dai due Bolla (Bruno e Sergio) e da Sergio Maraya. Entrano poi Armando Felisari, Cavallari Vittorio. Nel ’67 Cessa per trasferimento della sede a Roma.
Mistero, questo, che Manenti, amico di Ripamonti, e Vigevani (amico di Manenti), oltre al Bolla socio di tutti e tre, potranno chiarire.

“Gas Orobica”
Sorge come S.p.A. nel ’63 con 45 milioni di capitale per le solite operazioni di ricerca e sfruttamento. L’amministra Luigi Floridi (ma poi a chi la passerà?) che la trasferisce l’anno seguente da Crema a Milano, nel regno di Bolla, cioè in Piazzale Susa.

“Sovegas”
Sempre con la consueta ragione operativa, minimo capitale (appena cento mila lire), fondata nel ’58. Amministrata direttamente da Bruno Bolla, il quale porta il capitale nel ’59 a 15 milioni Nel consiglio spicca il Bolla Bruno con Mario (stavolta), più i Floridi Luigi (che riappare), amministratore unico nel ’64, con capitale aumentato a 45 e poi a 150 milioni.

Rientrando nell’orbita maggiore

Dopo il non inutile excursus nel reame di Bolla, riprendiamo l’arida—fin troppo elencazione dei dominions aggregati alla Corona dei Ripamonti e Manenti, su cui veglia l’ombra amica di Eugenio Cefis.
Una occasione (in parentesi) per chieder venia di un discorso tanto distaccato quanto scostante, quello che noi intervalliamo con le citazioni le cifre, i nominativi, le ragioni sociali.
La materia è questa e presenta una sua eloquenza, specie se si vuol seguire attentamente il gioco dei collegamenti in un edificante labirinto come quello che fa capo all’indefesso Presidente della Montedison.
Ecco ancora altri rimandi esemplificativi.

“Impianti Metano S.I.M.E.”
È nei confini territoriali di Manenti Bruno, nato in quel di Crema. Oggetto: ricerche minerarie e sfruttamento di idrocarburi. Capitale, 300 milioni, stavolta in taglio grande, cioè in azioni da 100 mila lire.
Nel consiglio di amministrazione, oltre ai decorativi Eliseo Restelli e Serafino Bonaventura, il Renato Olmi (anche della “Igegas” e parente stretto, si arguisce di Luigi Olmi); lo stesso Bruno Manenti in qualità di Vice Presidente, e quell’Ezio Vanelli (della “Igegas” e della “Crem Orobica” cara al Ministro delle ricerche, scientifica e metanifera).
Nel collegio sindacale: Luigi Olmi (personaggio fisso) e le unità mobili Ruggero Gallo e Velardi Filiberto. Seguiamo ancora il Manenti, per passare poi ad altri “tipi” interessanti della “Anonima Metano”. Ecco la:

“Metano Pandino”
Sorta nel ’54 con 160 mila lire di capitale. Una società a r.l., amministrata dal “Bruno” e con il consueto scopo sociale. Subisce una metamorfosi nel ’66, quando entra Augusto Cattarozzi (socio nella “Alfa Metano” ceduta poi ad Ernesto Arcelloni; giri di comodo molto meno misteriosi di quanto non si pensi), il quale porta il capitale a 14 milioni. Nel ’66 però vi approda Franco Vanelli ( per forza di cose congiunto del Vanelli Enzo della “Igegas”, della “Sime” e della “Crem Orobica”), ospitata dal Ripamonti in via San Marco. Nel ’67 appare Luciano Angiolini, un nome che per ora non ci dice niente.
Caratteristica della “Metano Pandino” è anche l’instabilità della sede: da via Calvi a via del Gesù, da via Mozart a via Tommaso Grossi, poi in via Paracelso, Piazzale Litta, fino a via Giulio Uberti. Sembra che la terra scotti sotto i piedi a della gente perseguitata da fantasmi di guardie e tributaria. O si tratta semplicemente di umore vagabondo, di hobby che non costa molto se davvero è utile far perdere le tracce (di che cosa? ).

“Metanodotti Milanesi”
Sorta nel 1952, con capitale di 60.000, la s.r.l. è amministrata da Bruno Manenti. Nel 1957 egli sente il bisogno di avere al suo fianco un tecnico di vaglia: l’Ernesto Vigevani – con segnalazione del “Camillo” della ambiricerca – è pronto. Tanto è vero che il capitale viene portato a 30 milioni e la s .r.l. si trasforma in S.p.A. Nel 58 un certo Livio Kaban, di Trieste viene cooptato nella società, puntello dei due signori sopracitati.

“Conteam”
Con cinquantamilalire all’atto della fondazione (1954), Gaetano Carcano – personaggio che può stare sul piano di Bruno Manenti – pretendeva di esercitare la consulenza tecnico amministrativa, la progettazione e tutto il resto nel campo dell’energia elettrica e deI gas. Errore di prospettiva, quantomeno.
Infatti il capitale passa a dieci milioni nel ’57. NeI ’66 il vecchio Carcano sente il carico degli anni (è nato nel 1898) e chiama nella società i congiunti (i figli, ci sembra) Enrico e Pietro, il primo del 39 e l’altro deI ’43. Tre anni dopo essi rinunciano all’incarico (o vengono cordialmente indotti a farlo), ed entra a tutti gli effetti nella “Conteam” (1970) il Manenti, amministratore unico. Un personaggio che finalmente lasciamo per dedicarci al Carcano.
Abbiamo già identificato Gaetano Carcano presentando Ia “Metanifera Alta Italia”, della quale risulta f
ondatore (certo su delega), con Salanti, Visconti e Maffei.
Nel settore metanifero ha impiegato ogni risorsa Esica, invecchiando – ha ormai 73 anni – nel mestiere; poi ha impegnato la famiglia perchè la moglie, Mela Maddalena, e i figli (crediamo) Enrico e Pietro gli danno una mano per far prosperare (entrandovi in qualita di amministratori) le aziende.
Carcano è certamente un boss, perché sarebbe ridicolo considerarlo un uomo di paglia. Un riscontro interessante può essere offerto da questa serie di metanifere, in una elencazione eloquente anche se forzatamente noiosa.

“Metanifera di Milano”
Costituita neI 1954 ad opera deI notaio (specializzato) Cellina. Una s.r.l. con appena 50 mila lire di capitale. In partenza, perché già nel ’63 questo aumenta a 35 milioni, seguendo naturalmente l’incremento degli affari.

“Metanifera Pontirolo Nuovo”
Avviata nello stesso anno, con identica formula societaria e uguale cifra di capitale, portato dopo tre anni a 10 milioni.

“Metallifera Canonica d’Adda”
Inizia come le altre nel medesimo anno, con scritturazione del dottor Cellina; sempre una società a responsabilità limitata e capitale di 50 mila lire, poi elevato ( 1956) a 10 milioni.

“Metanifera Dell’Oglio”
Questa volta il Carcano si sbilancia: infatti ricorre alla Società per Azioni. Anno di costituzione: 1954, capitale un milione.
Nel consiglio iniziale incontriamo certo Croce, e un professionista esponente democristiano a Milano, Silvio Riva Crugnola, più volte candidato eletto al Consiglio Provinciale, salvo l’ultima tornata quando dovette lasciare il passo ai giovani leoni.
Nel ’61 entra la signora Carcano, Mela Maddalena. Nel ’62, chissà per quale intervento, la società viene posta in liquidazione e il Milani Claudio provvede. Subito dopo viene revocata la Cessazione, il Carcano si ritrova amministratore unico. Nel ’66 entrano Pietro Carcano (di ventitre anni) ed Enrico Carcano (di ventisette). Fa poi la comparsa (1969) Alchieri Benedetto. Un anno dopo la ditta Cessa, passando comunque a Crema.

“Metanifera Gessatese”
Costituita nel ’53 per la solita attività connessa alle vendite e commercio dell’idrocarburo di Stato (con passaggio interinale ma giustificato in mani private, mosse dall’anonima metano).
Gaetano Carcano in questa s.r.l. non è solo; gli tiene compagnia quel Mario Pirola, già della “Metanifera Ambrosiana” in cui c’erano Ripamonti e Vigevani prima di passarla a Silvio Sardi e Maria Malegori. Un incrociarsi di nomi che rivela abbastanza la curiosa trama di queste derivazioni da unica matrice.
Nello stesso anno 1953 il Pirola esce sostituito dalla moglie del Carcano; la quale nel ’57 facilita l’ingresso a Benvenuto Mela (parente della signora Carcano, si direbbe) e ottiene nel ’63 un ruolo anche per l’Enrico Carcano.
Le concessioni di metano ai Carcano si ripetono. Evidentemente c’è di mezzo la buona condotta, l’esemplare esecutività dell’incarico, Ia fedeltà alle ragioni sociali più genuine, oltre agli utili (che non mancano affatto), versati almeno in parte alla cassa comune della anonima per ripartizioni successive.

“Cometa s.r.l.”
Stavolta cambia anche l’oggetto, mentre la denominazione denota maggior fantasia: si tratta di esercitare impianti di distribuzione deI metano. Con sede in Gorla Minore, la società sorge nel ’60, ma pur trovandosi in provincia di Varese, esiste una dipendenza in Milano. L’amministrano, con la consueta maestria, i vecchi coniugi Carcano, con un certo Spartaco Saita, anch’egli abbastanza avanti negli anni come i suoi due soci.

“Empa Gas”
A responsabilità limitata, costituita nel corso del 1969 con cinquantamila lire di capitale per le solite ragioni deI metano una volta emerso in superficie (benché oggi, esaurite le scorte minerarie italiane, il Cefis immetta nella rete di distribuzione metano di estrazione libica, sovietica e olandese: nell’interesse del consumatore, che trova prodotti di buona qualità e di prezzo competitivo, ma anche con evidenti vantaggi per gli amici suoi che lo lavorano).
Qui troviamo il giovane Pietro Carcano, ormai in grado di sostituire appieno il padre Gaetano. Nuova variazione (ed unica, sinora) nel 70 quando diventa amministratore unico Giulio Arcelloni, fratello (se non andiamo errati) dell’Ernesto Arcelloni della Alfa Metano.

“Alfa Metano”
Costituita nel marzo 1967, con la formula della responsabilità limitata e con un capitale simbolico di lire sessantamila, ad opera di Cattarozzi Augusto, di Isola del Piano (ex socio della “Metano Pandino” del Gruppo Manenti-Vigevani).
Nel 1969 viene scalzato, in qualità di amministratore unico – i cambi della guardia sono all’ordine del giorno nell’“Anonima Metano” – , dall’Arcelloni Ernesto, fratello del Giulio dell’“Empa-Gas”, e del Carlo, della “FIN S.p.A.”, tutti di Ziano Piacentino. La sede, da via Giulio Oberti si sposta in via Fabio Filzi e il capitale sale alla ragguardevole cifra di 49 milioni (perché non arrotondare a cinquanta giacché c’erano?).

“Metanifera Alta Brianza”
Provvede a costituirla nel 1960 il notaio Cellina, affidandola al Gaetano Carcano. Sempre padre esemplare, questi dà la procura sei anni appresso all’altro figlio Enrico (compensando le attese dei due fratelli).
La società a responsabilità limitata in fatto di gas liquidi e gassosi non dev’essere cosa da poco, anche sul piano di copertura territoriale, tanto da richiamare la casa madre, quella “Metanifera Alta Italia” di cui abbiamo parlato a suo tempo.
Il capitale segue un balzo notevole, perché dalla base cinquantamilalire iniziale è portato nel 1969 a ben 120 milioni. Queste manovre rispettano la serietà dell’operativa del gruppo, ma evidenziano anche la disponibilità in ogni senso su cui possono contare. Il che denuncia, in via presuntiva, l’enorme giro d’affari della anonima, a suon di miliardi.


L’ansia del bene comune

Anche per interrompere la monotonia di questi dati, vogliamo qui inserire una parentesi di colore (locale) sullo stile-Carcano.
In quella casa son di rigore gli affari e le opere di bene. Del resto il Gran Maestro, Eugenio Cefis, accanto alle Presidenze Industriali, agli hobby immobiliari, alle anonime del metano, ha voluto benevolmente accogliere la presidenza di Opere Pie, impegno di grande respiro, capace di assicurargli in vita la gratitudine del braccio religioso, e qualche merito non indifferente su un altro piano.
Perciò Gaetano Carcano fonda nel 1955 l’“Istituto per l’Edilizia Familiare”, chiamandovi nel ’56 Osvaldo Ballabio e sostituendolo undici anni dopo con Magenes Luigi. Il capitale nel frattempo sale da 15 a 70 milioni.
Cosa fa codesto Istituto, tanto rispettabile e provvidenziale su scala sociale? Grosso modo quel che fa “La Colonnetta” (del rag Claudio Milani, colui che si era incaricato di liquidare, prima del ripensamento, la “Metanifera Dell’Oglio”): facilitare ai capifamiglia ed ai giovani in procinto di formarsi un focolare l’accesso alla proprietà dell’abitazione.
Forse perché a quell’epoca aveva ventun’anni ed il problema di accasarsi si andava ponendo anche per lei, la figlia del Carcano, Maria, fu indotta nel ’63 a fondare pure lei qualcosa di simile: nacque così “La Vita”, una s.r.l. con 18 milioni di capitale e destinata a intervenire in situazioni consimili alla “Colo
nnetta” e all’Istituto del padre.
Due anni dopo troviamo però la Maria Carcano accomandante della “Imme”, una s.a.s. con 5 milioni di capitale, di cui è accomandatario un certo Giulio Ponticelli. La “Imme” provvede alla manutenzione di fabbricati, magari anche di quelli costruiti per gli sposi giovani dai tre Istituti sopra citati.
Potrebbe sembrare pura malignità. Anche i Carcano devono amministrare al meglio i milioni che guadagnano; e il dedicarsi ad opere di interesse sociale, come fa del resto Cefis, riveste una finalità mediata che va oltre lo scopo immediato. Una presenza in seno al mondo della beneficenza garantisce simpatie e riconoscimenti, assolutamente provvidenziali quando si rimane chiusi in tanti e così svariati affari.
Lasciando la famiglia Carcano, inoltriamoci adesso nelle attività metanifere del gruppo Sardi, un personaggio che spazia con agilità dai gas alle immobiliari, come vedremo più ampiamente proseguendo il nostro discorso induttivo.
Lo inquadreremo intanto nella cornice delle imprese che fanno capo al prezioso idrocarburo, insieme ai suoi amici.

“CO.GI.M”
Costituita nel 1960, con l’intento di realizzare esercizi di impianti metano, in tutte le successive fasi di Iavorazione e sviluppo. Amministratore unico è Silvio Sardi di Cernusco sul Naviglio, la formula è la Società per Azioni. Nel 1967 entrano il romano Salvatore Piredda e la signora Malegori Maria, di Villasanta di Monza.
Nel ’68 altre nomine: Meda Filippo (nipote del grande del Partito popolare e figlio di Luigi “Gigi” per gli amici inferiore politicamente ma capace di stabilire con Mattei e con Cefis proficue relazioni di affari, tramandati poi al figlio Filippo), oltre a Wahan Pasargikllan.
La procura nel medesimo anno va al Vaccari Antonio (della “Metanifera Alta Italia”, la capogruppo di Salanti, e della “Metanifera Martesana”) e Vittorio Barracchia (già della “Alta Italia”). Nel ’70 abbiamo un consiglio formato dal Pasargiklian, dal Meda e dal Vaccari, con il primo dei tre in qualità di Presidente.
La staff attraverso la quale Sardi agisce in questa società è quella indicata. Non è inutile aggiungere che, salvo il Sardi, gli altri sono figure di secondo piano, decorative presenze nel quadro assai più complesso dell’“Anonima”.

“SIME – Guardamiglio”
Società di metano costituita dal Vigevani Ernesto, destinata a passare nel ’59 al terzetto Silvio Sardi, Rosalia Corazzi (moglie del Silvio) e la sorella della Maria Malegori (già citata), Alessandra Giuseppina.
Pensare che questo schieramento di operatori nel settore degli idrocarburi sia autonomo da altri gruppi, sarebbe ingenuo, tanto ricorrono identici nomi nella SIME come nella “Metanifera Alta Italia”.
Il Vigevani, del blocco Ripamonti, cede Ie redini al Sardi e nel 1967 si nota l’ingresso di Salvatore Piredda, l’anno dopo Filippo Meda junior e l’uomo di ascendenza armena, anche se nato a Milano nel 1920, Wahan Pasargiklian. Nel ’69 la procura finisce ai fidati Barracchia e Vaccari e l’anno sucCefisivo il consiglio risulta composto dagli stessi nomi della “CO.GI.M”.

“Samem”
Società (per azioni) “Mantovana Erogazione Gas Metano”, con sede a Cernusco, inizialmente (1960), capitale di ben 25 milioni. Amministratore unico è Silvio Sardi; (en passant) Funari Alessandro, poi (anche lui fuggevole) Oreste Meneghini, mentre il capitale arriva a 75 milioni.
Nel ’67 monotonia di rientri approdano Piredda Salvatore e Malegori Maria; ancora nel ’68 il Meda e il Pasargiklian. Specializzato in codeste procure l’uomo di Barletta che nel ’69 ottiene la procura (Vittorio Barracchia), insieme all’Antonio Vaccari Attualmente la sede dovrebbe situarsi a Biella, anche se la societa è mantovana per origini e denominazione.

Spazio e respiro di garanzie

Come abbiamo fatto con Bruno Manenti ( società “Ladir”, in compartecipazione con l’omonima di Vaduz) possiamo rivelare a questo punto che anche il Silvio Sardi ha sentito il bisogno di assicurarsi una finanziaria di copertura, per muoversi in settori svariati ed ottenere larga superEcie di garanzia.
Infatti nel ’62 egli costituisce a Cernusco con appena cinque milioni Ia “Sarfin” Sardi Finanziaria per la partecipazione industriale e cormmerciale, le operazioni mobiliari e finanziarie. Tutti i nostri possiedono rifugi del genere: Cefis, Viglio, Salanti, Padoin, Manenti. Perché dovrebbe essere da meno il Sardi?
Nel ’63 il capitale sale a 30 milioni ed entra il turco (con una buona testa) Prosiado Exkinari, ora ottantenne, con Garizio Alfonso (di Biella: dove è affluita, come sappiamo, la Samem). Nel 1966 vengono alla ribalta il fedele Salvatore Piredda ed Ettore Starace, già procuratore della “Metanifera Martesana”. L’anno appresso escono l’Exkinari e il Garizio, rinuncia pure il Filippo Meda (junior, e come), che aveva trovato modo di accedervi, mentre si fa avanti Alessandro Visentini, di Motta di Livenza (Tv), anche questi interessato per un certo tempo alla “Metanifera Ambrosiana”.
Passione comune agli esponenti della “Anonima”, queste finanziarie. Non siamo abbastanza addentro ai congegni di tali formule d’attività economica, ma possiamo ugualmente dedurre che esse non rappresentano un semplice passatempo per gli operatori che vi fanno ricorso. Sardi lo lascerà intravedere, quando in fase di riepilogo ragionato avremo modo di ricaderci.
Tornando ora alle sue metanifere, ne abbiamo una di riserva:

Azienda Officina Gas – Acquedotti di Albenga
che denota una espansione territoriale abbastanza recente ma produttiva. Tale società è datata al ’67 quando due fiduciari del Sardi – Salvatore Piredda e Malegori Maria – la costituiscono per azioni con capitale di 6.650.000, con dei rotti apprezzabili. Nel t69 i due amministratori vengono sostituiti da un consiglio, con i soliti Piredda, Pasargiklian e Filippo Meda.

Tutti li illumina il sole

In questa faticosa escursione alla ricerca dei satelliti non abbiamo mai perso di vista il centro, cioè Eugenio Cefis. Tutti, più o meno, rientrano nella sua orbita, come il metano in Italia naturalmente e usbergo e vanto di chi all’ENI ne ha praticamente il monopolio. La sfibrante enunciazione di dati, circostanze, personaggi si approssima alla conclusione, come vedremo nel prossimo e ultimo (per ora) servizio delle serie.
Anche se i filamenti si rivelano sovente impercettibili e ardue possono sembrare le deduzioni, è un fatto che il club del metano agisce su piani che s’intersecano gradevolmente con armoniose prospettive e perfetto accordo di toni e indirizzi.
Dal che deriva una tranquilla gestione e un ricavo complessivo da far girare la testa. All’ombra delle funzioni di Stato, in Italia, i miliardi facili si fanno in fretta.

Questo è Cefis (pp. 239-257) – continua

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Una Risposta to “Questo è Cefis 19”

  1. alessandro Says:

    C’è quyalcuno che mi può dare informazioni su un certo Spartaco Saita?

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