uno stetoscopio

by
ufficio oggetti smarriti – catalogo n. 09
di Claudio Malvicini

«Questo cos’è, il 14esimo?»
Ecco cosa è diventato questo lavoro – pensa – un continuo conteggio della mia resistenza in una corsa con ostacoli ad altezza variabile. Una corsa senza prospettive, in cui si può solo girare intorno. Come un criceto. E’ come se il correre fosse tutto, non perché dia un senso alle cose ma perché impedisce di pensare alla sua assenza.
Entra il paziente sulle sue gambe e lei sente che a questa notte non ha niente altro da chiedere: solo codici bassi, please.
Sui 30 anni, magro al limite della denutrizione, chiaramente astenico. Non è per questo però che è qui. Dice di sentire da giorni un dolore al petto, sopra il cuore, verso la spalla. Un dolore che sembra una coltellata.
«E’ un dolore che la solitudine acuisce, come se il coltello girasse, e che invece si stempera se penso ad altro».
Più che l’elenco dei sintomi, uguale a mille altri che ha sentito nelle sue notti in Ps, a colpirla sono state la sua voce, profonda e dolorosa, e le parole che ha usato. Un ragazzo colto. Ma quanto ragazzo?
«Quanti anni ha?»
«38».
Pensa che la domanda sia sbagliata. Quello che dovremmo chiedere a un’altra persona in realtà è quanto dolore porta con sé, quanta tenerezza ha avuto e se ancora ha voglia di cercarla. Tutt’al più, quanti sono i giorni in cui si è sentito davvero vivo e non solo in attesa, come un bambino che guarda fuori dalla finestra. Ma a uno così queste domande è meglio non farle perché potrebbe avere anche le risposte, e quelle sì sono disperanti.
Allora tace e lo osserva in volto, ma solo un attimo perché i capelli le calano sugli occhi come fossero un sipario e quando li separa con un gesto dolce e preciso insieme, lo sguardo di lui è già altrove. Mentre lei gli appoggia lo stetoscopio sul cuore, lui guarda il soffitto ed è come se nemmeno quegli occhi aerei riuscissero a staccarsi da un corpo leggero che pure sembra pesargli come un macigno.
Lei percepisce un piccolo sussulto del cuore.
«Ho il prolasso della mitrale».
«Ci sono compagni di vita peggiori».
Sul volto di lui appare un sorriso che subito si perde, come un fiammifero acceso nella notte di una spiaggia, e lei pensa che quello sarebbe l’unico lavoro davvero sensato: alimentare il fuoco che scalda la vita, non invece questo mantenere in vita chi non sa più trovare calore.
«Elettrocardiogramma».
Da qualche tempo ormai tutto il suo lavoro non è altro che un cucire parole precise con il filo degli ordini. Questa autonomia soddisfa il suo egocentrismo, ma la mancanza di condivisione apre varchi nelle sue certezze.
Gli infermieri si prendono cura del paziente, mentre lei torna dall’ubriaco, il numero 13, che si è riempito di tagli in un incidente. Con lui nemmeno cerca di essere simpatica.
«Dottoressa, mi dica: oggi morirò?»
«Qui no, se poi la investono appena esce dalla porta non è più una mia responsabilità».
La notte è ancora lunga, meglio non sprecare tempo.
Torna dal ragazzo, che a dirla tutta ha solo un anno meno di lei, ma a lei non sembra possibile per cui decide che non è vero. Gli occhi di lui si fermano nei suoi, ma questa volta scappano prima che i capelli calino a tagliare il filo che li stava legando. Quanto dolore c’è in quello sguardo?
«…»
«Il suo cuore non è malato, lei forse sì».
«…»
«…»
«E’ la condensa delle lacrime».
«…»
Cosa si può dire a uno così: vedrai che le cose miglioreranno? E perché dovrebbero? Oppure: forse dovresti vedere uno specialista. Per scoprire che tutto nasce da un trauma infantile e che comunque potrai stare meglio, ma non guarire? L’ha detto tante volte anche a se stessa e non ha funzionato. Pensa che è l’ottusità della speranza a mantenerci in vita, quella e un po’ di sole. A lei basta il nuoto e qualche disturbo. Lo pensa e si accorge di essersi infilata sotto il camice parti di abiti diversi che non mette mai in una forma di espiazione dell’acquisto compulsivo.
«Che facciamo, Rossana?»
Guarda l’infermiera, poi si rituffa nello sguardo del paziente e lo trova saldo e smarrito insieme, come se il dolore chiedesse di essere liberato per stanchezza ora che ha acquisito il controllo di quel corpo.
«…»
«Forse dovrebbe andare da uno psichiatra, lo sa?»
«…»
«E se invece volessi parlarne con lei?»
La guarda fisso e i capelli non le vengono in aiuto per cui ora è lei a distogliere gli occhi. Troppo dolore da portare, pensa lei che già fatica a camminare sotto il peso del suo.
«Non credo di poterla aiutare, probabilmente dovrei andarci anch’io».
L’uomo si mette a sedere sul lettino e si infila la camicia. Ora i loro volti sono alla stessa altezza, gli sguardi come capi di una corda tesa sul vuoto.
«Vuole dire che per oggi non morirò?»
«No».
«E invece quand’è che comincerò a vivere?»
«…»
Lei abbassa la testa e i capelli coprono la ritirata dello sguardo.
L’uomo le sposta le ciocca con le mani per fermare la fuga degli occhi. Lei risale fino a lui.
«Non è colpa sua».
E mentre lo dice è come se il sorriso accendesse un altro fiammifero e le mani a conca con cui le ha spostato i capelli lo proteggessero dal vento. Ma ne servirebbero altre due per non farlo spegnere, quelle stesse mani che invece vanno allo stetoscopio perché nella stanza accanto un altro paziente sta aspettando.
«Cerchi di stare bene».
Lo dice senza guardarlo, poi esce e nel tragitto fino al caso numero 15 sente di esistere solo come risposta alle domande altrui; le sue invece nessuno le ascolta.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: