poesia

by

di Giorgio Piovano

Il terzo canto si lamenta
col gemito dell’infortunato
divorato dalla febbre
che non può dormire e contempla
sbigottito la danza macabra
dei fantasmi che il lume
in fondo alla corsia
evoca sulle pareti
della camerata;
e racconta una storia confusa
di dita prese negli ingranaggi
di mani incollate ai cavi dell’alta tensione,
di armature che vacillano e si sfasciano
di cinghie di trasmissione che si spezzano
e frustano l’aria come schioppettate.

È un canto lugubre e doloroso
come le giornate di sanatorio
degli uomini tenuti a dieta di latte
per digerire la sabbia della pulitura
che si morsicano le labbra per non urlare
un canto tutto di patimenti
tra un odore acre di etere
e trapani sull’osso vivo
e bisturi a incidere i visceri
e garze imbevute di alcool
su e giù tra muscoli e tendini.
È un canto tutto rosso della vergogna
dell’invalido che non può far nulla da sé
e perfino per un bisogno
deve chiamare la suora
che metta sotto la padella
e sbrigarsi lì,
sotto gli occhi di tutti.

È un canto smunto e patito
come il convalescente che si trascina
da un letto all’altro, senza più forze
e coi panni diventati troppo larghi
mentre la moglie si affanna
da una burocrazia all’altra
e tutti fanno a scaricabarile
con la scusa che la disgrazia
non è stata conforme a regolamento:
il convalescente che all’uscita
dall’ospedale, benché si appoggi
sulle stampelle, lo prende il capogiro
e gli occhi non sopportano il riverbero
del sole sulle facciate davanti
e deve chiedere un momento
di respiro, per abituarsi un poco,
benché rifiuti la carrozza
per non spendere altri soldo:
e col portiere che saluta
vorrebbe anche scherzare
sul risparmio della scarpa,
ma la gamba che non ha più
gli pesa come un vagone.

Da Poema di noi [·] Effigie 2007

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2 Risposte to “poesia”

  1. biberon Says:

    un testo di quella bellezza ingoiata
    che ti cade in mane come un riccio
    spaventato che si chiude per non mostrare il molle del ventre
    non conoscevo l’ autore
    grazie

    buona serata

  2. utente anonimo Says:

    Non presumo di insegnare niente a nessuno: ma lasciatemi, senza virtuosi scandali, vivere alla mia maniera,
    non sentendomi condizionato da nessun testo “sacro” e scettico sulla possibilità che Qualcuno tenga la contabilità dei miei peccati, per spedirmi all’inferno o in purgatorio o in paradiso (tanto meno nel limbo, che attualmente sembra in corso di verifica).
    Non mi attendo attenzioni o soccorsi particolari; mi sento particella infinitesimale dell’infinito dello spazio e del tempo.
    Per me non c’è (e non c’è, credo, per nessuno), né ubiquità né eternità.
    Questa prospettiva infonde di per sé un senso di pace.
    E’ l’infinito leopardiano: così tra questa immensità s’annega il pensier mio, e il naufragar m’è dolce in questo mare.

    (Giorgio Piovano, 28 ottobre 2006)

    (quand’io l’ho conosciuto, era già vecchio, o così a me sembrava… )
    Ci manca quel grande vecchio zoppicante e ci manca la sua grandissima anima saltellante

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