Davanti al mare di Portopalo

by
(e se superi la prova ardua del mare, poi ti tocca l’attesa del muro)
di Marco Ciriello

Alba con cane. Potrebbe essere il titolo di un racconto di Richard Ford, invece è il mio inizio, nel senso di come è cominciata la giornata a Portopalo. Quando sono arrivato sulla spiaggia era notte fonda e non c’era nessuno. Ho attraversato il paese fino al mare, camminato un po’, e dopo sono tornato in macchina a dormire. Ho girato l’auto puntando l’Africa, poi son crollato. Capo Passero è la culla del mio sonno frammentato. Sulla sinistra c’è la Grecia, di fronte la Libia, sulla destra la Tunisia, a poche bracciate l’isola di Malta. Cado, riordinando la mappa geografica della mia immaginazione. Quando ho riaperto gli occhi era l’alba e appena lasciato l’auto c’era il cane. Sembrava stare lì apposta e da tempo, custode del mio sonno e pronto a scortarmi, mi ha seguito lungo la spiaggia, e poi fino al faro. È passato come me silenzioso e discreto fra i giostrai che ancora dormivano, avvolti e miti come dervishi stanchi. Ha visto i pescatori armeggiare con le reti e l’apertura dei bar, guadagnandosi la colazione come un amico di vecchia data che abita qui e mi è venuto a prendere per accompagnarmi in questa passeggiata mattutina. È un bastardino di pelo rossiccio e occhi di brace, ma non abbaia, si lascia accarezzare e non è ruffiano, fossimo in Russia e non sulla punta orientale della Sicilia direi che è un diretto discendente di Kastan’ka il cane di un racconto di Cechov. Un ottimo improvviso compagno, in un giorno che ha i toni del grigio anche se in cielo c’è un rosa a strati mescolato alle nubi e al blu che si va schiarendo man mano che il giorno avanza. C’è un leggero vento, non fastidioso, è la musica del mattino e gioca a favore della malinconia.
Non mi va di fare il bagno in queste acque. Quando Pasolini arrivò quaggiù erano immacolate, l’Africa ancora terra madre, fascino e mistero. Se ti allunghi la senti respirare affannosa, l’Africa, oltre il mare e se guardi a cuore allora puoi anche vedere i morti di Portopalo, i loro corpi in fondo al mar, i pesci che piluccano, l’acqua che consuma e non lenisce il dolore e il relitto della nave, era la notte di natale e questa non è una storia d’estate. Per oggi il suo nome è ricordare.
Per quanto il mare si muova, accavalli le onde, scrosci e si infranga sulla costa, e i pescatori continuino a guardare dall’altra parte: i morti son lì e se ti sforzi li senti, li vedi, li tocchi. Se ti sforzi il mare bruno si fa chiaro, invisibile e te li lascia vedere e se non sai guardare a cuore allora leggi Giovanni Maria Bellu (che ha scritto il libro I fantasmi di Portopalo) e li scorgi fra le sue parole, un giornalista sardo e tosto, coraggioso e caparbio che li ha fatti vedere a tutti per un lunghissimo momento, poi si son voltati di nuovo da un’altra parte, ma non possono più dire: non sapevo, non riuscivo a guardare a cuore, non li avevo visti.
Questa storia è un buco nella pancia del Mediterraneo, trecento migranti morti, venivano dall’India, dal Pakistan, dallo Sri Lanka e avevano nomi e vita e sogni, e fiato e determinazione ma il mare se li è presi, lo stato li ha lasciati laggiù, i pescatori di questo paese non hanno detto nulla per non rovinarsi la piazza, il naufragio è diventato fantasma, e io il bagno non riesco a farlo qui, e nessuno dovrebbe farlo, almeno fin quando laggiù ci sono quei corpi, e vorrei urlarlo alle persone che hanno preso casa sulla spiaggia e ora si accingono a scendere e passare, bagnarsi, senza ricordare.
E questa indifferenza, questa leggerezza, questa disinvoltura nell’ignorare una tragedia simile ha del grottesco, va oltre le storie di Leonardo Sciascia, tanto che non riesco a parlare con nessuno, mi infastidiscono i pescherecci e i loro laboriosi e omertosi mammiferi che a testa china si affaccendano senza crollare sotto il peso di questa omissione. No, non riesco a fermarmi qui.
Mi congedo dal cane, e riparto.
Percorro a ritroso la strada che affaccia sul mare scuro, che non avevo visto quando sono arrivato. La costa è pietrosa, ancora parzialmente selvaggia. C’è una bellezza primitiva intaccata a fondo dallo sviluppo dei nuclei urbani e forse queste escrescenze partono dalle spiagge fino ad arrivare alle coscienze.

A Pachino dove Pasolini aveva dormito, passo velocemente, faccio in tempo e vedere una lunga fila di extracomunitari, in attesa del caporale di turno, lungo un muro di calce. La visione sta a metà fra un plotone d’esecuzione e la fermata di un bus a Cuba, è una situazione che già conosco, che ho già visto, ma mi impressiona uguale, se superi la prova ardua del mare, della traversata poi ti tocca l’attesa del muro.
Noto è luce e lutto, splendore e decadenza. Ero stato qua in occasione della riapertura della cattedrale, e tornandoci il pensiero è sempre quello, magari estremo cinico, e minoritario: se muoiono i poeti possono anche cadere le cattedrali. Lo scriverei sui muri.
Il paese è indubbiamente affascinante, ha un cuore di pietra con mille occhi che spuntano ovunque, qui la gente è curiosa, famelica, sento gli sguardi sul mio cammino a zonzo. Sono occhi che non hanno fatto l’abitudine allo straniero, nonostante il flusso di turisti che passa di qua. Avidi t’inseguono. L’alba a Portopalo, mi ha fiaccato, non ho voglia di cercarmi un angolo dove disegnare, non mi va di scattare foto. Ho solo voglia di mettere distanza fra me e questo dispiacere. Nella risalita passo da Avola, anche questo paese teatro di morte, due braccianti persero la vita nel 1968 quasi cinquanta i feriti, la polizia sparò sui contadini che protestavano contro le gabbie salariali. Qui capisco Aldo Busi e la sua irrequietezza, quando non riesce a restare nei posti che visita. Ovvio, abbiamo motivi diversi, ma comprendo il rifiuto di rimanere, la voglia di scappare che mi era sembrata così strana fra le pagine. Tanto che non mi fermo a dormire, voglio guidare. Il sole scende, rossiccio come il cane, mio compagno d’alba. Ultimi scampoli prima della sera. Sullo sfondo monti sassosi, aridi e muti, lungo la strada ulivi verdeggianti che non bastano a far dimenticare questo cupo giorno. Tolto il cane, escluso il cane.

Da Tutti i nomi dell’estate. Remake di un viaggio Pasoliniano
(di prossima pubblicazione presso Effigie [·]

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Una Risposta to “Davanti al mare di Portopalo”

  1. utente anonimo Says:

    Intenso.
    Roberta S.

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