Come cozza allo scoglio

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il 25 aprile, la Costituzione e le regole disattese
da Pavia, Giovanni Giovannetti

E meno male che in questa città silente c'è ancora chi trova la forza di dissentire cantando e non menando chi ci sta menando per il naso. Canzoni della Resistenza e inni alla Costituzione repubblicana contro chi ha solidarizzato con i ricchi incarcerati per riciclaggio; contro chi ha criminalizzato i poveri, cacciando otto famiglie da un centro che si dice di accoglienza; contro chi ha eliminato le fasce d'esenzione per mense e asili; contro chi ha deliberato la cementificazione del Parco della Vernavola, fregandosene dell'interesse pubblico in favore degli interessi particolari. Contro tutti coloro che sembrano pensare che il rispetto delle regole debba valere per i poveri, i giovani, i migranti, i pensionati con la minima, ma non per i politicanti di mestiere, gli imbonitori della democrazia apparente.
Sono gli stessi pubblici amministratori inclini a discutere fuori dalla sede comunale del Mezzabarba il Piano generale del territorio (ovvero l'assetto futuro della città), ma solo con persone – costruttori, affaristi e immobiliaristi – in grado di muovere elettori, decretare fortune politiche, disarticolare vecchi centri di potere promuovendone di nuovi secondo convenienza. È la regola assai frequentata e rispettata del cosiddetto voto a rendere, destinata a tradursi in urbanistica creativa per alcune delle “aree di trasfomazione”, quelle segnate in rosa sulle tavole dei Pgt pavese.
Trasformazioni che annunciano il passaggio di mano dei terreni agricoli di proprietà dell'ospedale San Matteo, limitrofi al Carrefour, di cui l'assessore all'Urbanistica Fabrizio Fracassi (Lega Nord) ha recentemente annunciato la variazione a commerciale della destinazione d'uso, trasformando così quelle zolle in oro. Finiranno in mano a chi? (questo nome lo scriviamo sopra un foglio, da conservare in busta chiusa, a disposizione della Procura pavese).
Trasformazioni di cui l'affaire Vernavola è solo una tessera – non secondaria – del mosaico, prevalentemente locale, che vede pavidi burattini e danarosi burattinai incollati gli uni agli altri come la cozza allo scoglio, come il mattone alla calcina, con i furbetti mezzabarba pronti a insinuare che l'area lungo la Vernavola di cui hanno autorizzato la cementificazione in realtà non appartiene al Parco – quando è vero il contrario – fingendo di non conoscere i suoi reali confini, chiaramente indicati dalla tavola 6.1 del Prg (“patrimonio storico-ambientale”), tavola che, ad un certo punto, in Comune hanno persino negato di possedere.
Sono gli epigoni locali dei “governanti” di pseudodestra e di pseudosinistra che, in soli 15 anni, hanno svenduto 3 milioni e 663 mila ettari di suolo nazionale, passati per il cemento nonostante la disponibilità di 28 miloni di case, nonostante il calo della popolazione. Andavano forse applauditi?
Alla celebrazione del 25 aprile c'era anche la città che non rinuncia a provare indignazione verso questi personaggi. Invece di vivisezionare la sacrosanta nonché pacifica protesta canterina (anche mia e di molti altri), invece di rivendicare il diritto dei disturbatori comunali a non essere disturbati, sarebbe forse il caso di cantarla ancora più forte la canzone del partigiano e, come Howard Beale in “Quinto potere”, urlare insieme a squarciagola «sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più».

Una Risposta to “Come cozza allo scoglio”

  1. utente anonimo Says:

    Gran bella citazione, compagno Giovannetti. Ed inesattezze a parte, gli errori, anche politici e strutturali, si ammettono. Sento tanto parlare di autocritica ma in Pavia città (QUARTIERI PERIFERICI SOPRATTUTTO) continuo a sentire frinire le cicale in un assordante, umano silenzio. Come ne "La Domenica delle Salme" del buon compagno Faber, con i sindaci che non vogliono "spargimenti di sangue o di detersivo". Cari/e Compagni/e dell' "autocritica" e del "dialogo per la costruzione e l'evoluzione dell'antagonismo"…. SVEGLIA. A volte una mera provocazione sottintende l'ennesimo grido d'aiuto, quello che i più deboli tante volte emarginati anche dai cosiddetti "scioperi dei migranti", come le etnie gitane, non possono evocare.Con i migliori saluti, Mattia Laconca

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