Integralisti anticemento

by
da Pavia, Giovanni Giovannetti

San Lanfranco: Alberto Ferrari di Sinistra e Libertà scende in campo e non si include «a priori nel gruppo degli integralisti anticemento» perché una città – una città che ha perso 16 mila operai e l'intero settore manifatturiero, una città che campa di economia parassitaria (gli affitti in nero agli studenti sono la terza "industria" cittadina dopo Università e Ospedale) – questa città «se non vuole morire, deve fisiologicamente svilupparsi» (“La Provincia Pavese”, 30 giugno 2010).
«Integralisti anticemento»? A Pavia diminuiscono gli abitanti – nel 1971 eravamo quasi novantamila (88.839) oggi siamo settantamila (71.400) – ma si continua ad edificare su ogni zolla ancora disponibile, nonostante l’assenza di acquirenti. Non solo: secondo l’Agenzia del territorio, a Pavia ci sono 1.269 costruzioni abusive. Siamo quarti in Italia dopo Roma (6.000), Napoli (6.000), Catania (4.000) e Bari (1.337). Sono dati ripresi dal Rapporto Ecomafia 2008 di Legambiente (pag. 57). Se li confrontiamo con la popolazione residente (un edificio abusivo ogni 55 abitanti) Pavia si rivela prima assoluta, l’inarrivabile capitale dell’abusivismo edilizio nazionale.
Come ho già avuto modo di riferire (ma all'amico Ferrari deve essere sfuggito), in Italia in soli 15 anni il “partito del mattone” ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo, nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!): il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni ahinoi governate dal centrosinistra, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
Ferrari lamenta che a Pavia «il centro-sinistra ha purtroppo favorito la trasformazione in residenza privata di un edificio pubblico come il Santa Margherita in piazza Borromeo; ha favorito lo scempio urbanistico del nuovo quartiere Pavia Ovest; l'occupazione di parte della Vernavola e infine le linee del Pgt senza filosofia alcuna». Dimentica – e chissà perché – l'affaire Carrefour lungo la Vigentina; l'affaire Snia lungo viale Montegrappa; l'affaire Landini in viale Giuseppe Maria Giulietti; dimentica persino l'affaire piscina in via Acerbi, quella mai realizzata nonostante 700.000 euro in pubblico denaro benevolmente donati al costruttore Pacchiarotti, l'amico dell'ex vicesindaco 'Margherita' nonché assessore al Bilancio Ettore Filippi.
Dov'era Alberto Ferrari mentre gli «integralisti anticemento» Campari e Giovannetti denunciavano l'iperspeculazione Carrefour o l'abusivo abbattimento della Snia monumentale? Lui sedeva in consiglio comunale. E che combinava, mentre la sua collega «integralista» Irene Campari e quell'altro suo sodale là fuori denunciavano bonifiche taroccate – come la bonifica dell'area Landini – o il pervasivo intreccio che ha visto usare i Rom della Snia a pretesto dell'illecito abbattimento dell'antica fabbrica, voluto dal sindaco di centrosinistra su mandato dell'immobiliarista d'area Luigi Zunino? Alla Snia il Ferrari non lo ricordiamo. In compenso sono ormai oscena storia alcuni episodi degni di Mississippi Burning, con le famiglie Rom nella parte delle vittime di colore e i neofascisti di Forza Nuova, il sindaco di Pieve Porto Morone Angelo Cobianchi (Forza Italia) e il Presidente del quartiere Pavia Est Adelio Locardi (Ds, poi Sinistra e Libertà) nella parte del Ku Klux Klan.
Ma torniamo a San Lanfranco, 117 mila metriquadri che l'ospedale San Matteo vuole ora far fruttare, insieme ad altre aree nel Parco della Vernavola (come l'area dietro al Dosso Verde), i terreni agricoli contigui al Carrefour (area commerciale inutilmente destinata a triplicare) ed altri ancora lungo la Vigentina, tra la tangenziale e San Genesio: 17 lotti di cui l'Ospedale ha chiesto la variazione di destinazione d'uso.
Nella provincia di Pavia in quarant’anni sono stati urbanizzati 13.085 ettari circa, equivalenti a 196.000 pertiche milanesi di terra agricola e forestale. Nell’arco di cinquant’anni lo spazio occupato da abitati e case è quasi raddoppiato, passando dal 3,4 per cento al 7,8 per cento del territorio. In poco meno di un cinquantennio le aree urbanizzate hanno invaso una superficie equivalente a 19.000 campi di calcio. Una velocità e una percentuale (- 9,3 per cento) superiore a quella che – negli ultimi 40 anni – ha riguardato le altre due province a vocazione agricola della bassa Lombardia Cremona (- 8,1) e Mantova (- 8,9). Il fenomeno ha interessato principalmente i terreni agricoli della pianura, che sono stati ridotti del 9,3 per cento: sono tra i più fertili del mondo, una risorsa ambientale, paesaggistica ed economica di valore strategico; un bene sempre più prezioso sono le zolle verdi che ancora resistono tra le case dei centri abitati.
Insediamenti di ogni tipo invadono le aree agricole mentre imponenti aree industriali dismesse giacciono inutilizzate e abbandonate al degrado. Ad alimentare il consumo di suolo è una impostazione culturale figlia di un modello di sviluppo che ignora i limiti fisici dell’ambiente. Non sembra vederla così Ferrari, lui che non è «a priori nel gruppo degli integralisti anticemento», quando scrive che un territorio «se non vuole morire, deve fisiologicamente svilupparsi».
Quale sviluppo? In risposta alla stagnazione e alla recessione economica si profilano progetti di scarso contenuto sotto il profilo occupazionale e di notevole impatto sul territorio (termocombustori, centrali elettriche, aree logistiche, ecc.) mentre il comparto agricolo vive una crisi profonda, culminata nella recente chiusura dello zuccherificio di Casei Gerola (le cui maestranze sono da quattro anni in cassa integrazione). L’introduzione della nuova normativa urbanistica regionale e la volontà di risolvere i problemi viabilistici potenziando quasi esclusivamente la rete del trasporto su gomma sono elementi destinati ad incidere ulteriormente sull’assetto territoriale. La “pioggia” di progetti che è calata negli ultimi anni sulla provincia di Pavia vuole stendere una nuova pesante coltre di asfalto e cemento sovvertendo equilibri socioeconomici consolidati, come nel caso della distribuzione commerciale, rivoluzionata in seguito all’espansionismo di “iper”, “interporti” e “logistica”: un modello di sviluppo che appunto non conosce il concetto di limite e che rischia di depauperare a ritmi impressionanti la dotazione dei suoli agricoli della pianura. Per anni – ben prima dell’amministrazione Capitelli (2005-2009) – i partiti tradizionali si sono divisi il territorio come se fosse un bottino, in affari con i grossi gruppi commerciali e immobiliari, incuranti del calo occupazionale e della chiusura dei negozi di vicinato: infatti, per ogni posto di lavoro acquisito in un ipermercato se ne perdono da tre a cinque nei negozi di vicinato. In Provincia di Pavia chiudono le botteghe (8 comuni ne sono ormai privi, e in altri 32 i negozi di vicinato sono in via di estinzione. Chiudono soprattutto gli esercizi alimentari), cala quindi l’occupazione e aumentano i disagi, soprattutto per le persone anziane.
Tradendo gli elettori, pseudopolitici di "destra" e di "sinistra" cementati n
el trasversale “partito degli affari” pretendono che si edifichi su ogni zolla libera, sostenuti  – quando non foraggiati – da speculatori e faccendieri  ben radicati e ramificati, che volutamente ignorano la distruzione del territorio (un bene non riproducibile) peggiorando radicalmente il tessuto socioeconomico della città. Hanno cambiato la nostra vita con la costruzione di ipermercati e quartieri dormitorio, e con lo scempio delle continue varianti al Piano regolatore; hanno già trasformato in suolo edificabile milioni di metricubi di terreno agricolo, senza alcun vantaggio né per la città né per i cittadini: «Per il boom edilizio non posso che essere felice», dichiarò infelicemente nel giugno 2007 l’allora sindaco Piera Capitelli. Quello stesso sindaco che ordinò l’abbattimento di una parte della Snia monumentale, sotto tutela dal Piano regolatore, al solo fine di favorire una speculazione immobiliare; lei stessa presenziò personalmente all'inaugurazione dell’iperlucro Carrefour (la più grande speculazione mai vista finora a Pavia) sanata in corso d’opera da una variante di Giunta e subito dopo rivenduta (la proprietà incassò 74 milioni di euro, soldi solo transitati da Pavia).
Nonostante l’assenza di attività produttive, a Pavia si contano ben 62 sportelli bancari. Primeggiamo anche in altri settori. Ad esempio, in quello delle Slot machines: una ogni 55 abitanti, più del triplo della media nazionale. Insieme al frequente cambio di proprietà degli esercizi commerciali del centro, questi sono inequivocabili segnali della penetrazione mafiosa in città e secondo il Procuratore distrettuale antimafia Ferdinando Pomarici «le mafie sono ormai radicate a Pavia e in provincia, operano negli appalti, nella ristorazione, nel piccolo e nel grande commercio». Non è dunque per caso se il Rapporto 2003 della Commissione antimafia rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del ‘pizzo’ ma quella del videopoker» (pag. 382). Se la cornice non è delle migliori, il quadro mostra evidenti crepe. Nel corso della passata consigliatura, sono stati tenuti comportamenti e assunte decisioni che hanno nuociuto, nuocciono e continueranno a nuocere alla città, anche per il futuro, se non si porrà ad esse rimedio. Con il cambio d'amministrazione qualcosa è cambiato: i referenti istituzionali del “partito del cemento”.

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