Poveri e povertà. Sindacato, se ci sei batti un colpo

by
di Giovanni Giovannetti

«Banche in salute e le borse festeggiano». Così stava scritto oggi su alcuni giornali. Niente male, ma vallo a spiegare alle famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, quelle di tre o più persone, con un reddito inferiore a 1290 euro mensili, la soglia di indigenza. Il 12,8 per cento della popolazione italiana – 7.542.000 persone – dispone di un reddito di 500-600 euro al mese, ossia quasi la metà di quello medio nazionale (986,5 euro). In crisi soprattutto le famiglie monoreddito. Ma – riferisce un documento della Caritas – «accanto ai poveri ci sono i “quasi poveri”, ossia persone al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese». Il 17 per cento delle famiglie arriva a fine mese con estrema difficoltà; il 5,7 per cento (quasi un milione di famiglie) è in condizione di povertà alimentare; il 18, 2 per cento ha smesso di acquistare abiti; il 10,9 per cento non è più in grado di riscaldare adeguatamente la casa (una famiglia su dieci è senza riscaldamento); il 7,1 per cento è in grave ritardo nel pagamento del mutuo; il 31,9 per cento non saprebbe sostenere spese impreviste superiori a 750 euro… Insomma, in Italia una famiglia su due è a rischio di insolvenza: una povertà inattesa.
In un Paese che prevede politiche di welfare solo per le banche in difficoltà (e per gli altri l’elemosina del Fondo nazionale affitti) servirebbero ben altro welfare e ben altri aiuti concreti, a breve e a lungo termine: ad esempio, la politica in saldo dovrebbe prodigarsi per il ritorno al lavoro delle famiglie che oggi ne sono prive; ad esempio, le pubbliche amministrazioni potrebbero disporre la cancellazione o il contenimento del costo di alcuni servizi (mense scolastiche, asili, scuole, bollette della luce, dell’acqua e del gas, ecc.) o destinare più fondi all’edilizia popolare e convenzionata o programmare un piano per il recupero del patrimonio immobiliare dismesso, a partire da quello pubblico, ecc. Quante Remondò incontreremo nei prossimi mesi? Chi governerà il disastro, la politica o l’esercito? Cosa aspetta la Cgil pavese, chiusa in se stessa a discutere di insignificanti menate interne, a incalzare le amministrazioni comunali affinché provvedano almeno alle più elementari forme di paracadute sociale?

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