Il tamburo di lotta

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A trent’anni dagli scioperi del Baltico – quarta parte
Le storie. Anna Walentynowicz (1929-2010)
di Giovanni Giovannetti

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Tra le vittime della tragedia aerea che, in Russia, ha decapitato la classe dirigente polacca, figura va anche il nome di Anna Walentynowicz. La pasionaria degli scioperi del Baltico aveva ormai aver fatto l’abitudine al ruolo di donna – simbolo. Dal suo licenziamento, nell’agosto 1980, prende il via la protesta operaia; durante lo sciopero è la più intervistata dalla stampa occidentale; la sua biografia ispira ad Andrzej Wajda la figura di Maciek Tomczyk, il figlio di Mateusz Birkut, ne L’uomo di ferro. Ma c’è un precedente clamoroso nel 1950, quando il volto di Anna viene riprodotto in un manifesto e sui giornali tra una falce e un martello, e Anna diventa una icona laica del socialismo polacco. Come nel quadretto appeso al muro della sua fabbrica, che riproduce il volto di una operaia, al lavoro «per costruire un mondo migliore». Quando Anna lo guardava, si identificava in lei e, piena di ardore patriottico, andava a lavorare: «Ci credevo. Credevo anche alle frasi scritte sui muri, “La gioventù costruisce le navi”, e cose del genere. Ero grata alla Polonia popolare che mi permetteva di lavorare e di vivere».


Ha 10 anni quando deve cominciare a guadagnarsi da vivere. Scoppiata la guerra, il padre va al fronte, la madre muore di infarto, il fratello è deportato in Germania. Anna rimane sola. Una famiglia si prende cura di lei, ma la bambina deve sgobbare: si alza alle 4, accudisce alle mucche e ai maiali, poi prepara la colazione per gli altri. Pulisce la casa, cucina, si occupa del bestiame, fino a tarda sera, e così per sette giorni alla settimana. «Nella mia vita ho incontrato molte persone buone, ma il più importante è stato un signore che mi ha consigliato di andare ai cantieri e imparare il mestiere, così sarei diventata un essere umano», ha raccontato nel 1980 la Walentynowicz alla giornalista e scrittrice polacca Hanna Krall.
Anna va ai cantieri. È semianalfabeta, lavora e studia, lava anche panni a pagamento. È una vita dura, ma lei pare non sentire la fatica. Assunta come saldatrice, nel 1964 passa alla gru mobile. L’anno dopo il medico le diagnostica un cancro e cinque anni di vita. Ovviamente si sbagliava, ma Anna non la pensa così: «Se Dio mi ha regalato la vita, forse ha voluto che ne facessi qualcosa di buono…»
Pluridecorata per meriti di lavoro, attivista dei sindacati liberi non ufficiali fondati nel 1978, nel 1980 viene licenziata a pochi mesi dalla pensione. Dopo la firma dell’accordo col Governo entra in Solidarność: nei mesi seguenti accompagna le delegazioni delle fabbriche in visita ai cantieri, ma ormai sono frequenti i dissidi con Wałęsa e con parte del gruppo dirigente. Così, nel luglio 1981, le ritirano il mandato di rappresentanza sindacale. Anna torna operaia fino allo stato di guerra. Il 18 dicembre 1981 viene arrestata: undici mesi di prigione e campo di internamento.
Sempre più lontana da Solidarność, la pasionaria di Danzica organizza convegni «per dire la verità su come vanno oggi le cose in Polonia» e per dare voce a politologi, economisti e sociologi non allineati: «Oggi tutto ha un costo: il medico, l’ospedale… Come si fa a vivere con 500 złoty di pensione al mese? Da questo punto di vista, è molto peggio di prima. Oggi, un polacco medio mangia meno carne che nei tempi del comunismo, quando la carne si comprava con i buoni. E tutto questo è avvenuto sotto le bandiere di Solidarność. Una minoranza vive benissimo e fa alzare la media, ma è come dire che, se porto a passeggio il cane, tra me e lui le gambe sono sei, tre in media, anche se in realtà lui ne ha quattro e io due».

Anna Walentynowicz (1929-2010). «Ho 80 anni e sono nata a Wolnye, una città ad est. Mia madre era sarta e mio padre giardiniere. A Danzica sono venuta nel 1945. Durante la guerra ho perso i genitori. Morto anche un mio fratello, ucciso dai russi. Così di me si è occupata un’altra famiglia. E’ con loro che sono giunta clandestinamente in Polonia, dopo un viaggio durato due settimane. Qui ho lavorato i campi e in una fabbrica di margarina e intanto ho seguito un corso di formazione professionale. Nel 1950 sono stata assunta ai Cantieri come saldatrice. A quel tempo in fabbrica c’era un quadretto che riproduceva il volto di una valorosa operaia, al lavoro per costruire un mondo migliore. Lo guardavo, mi identificavo in lei e piena di ardore andavo a lavorare. Ci credevo. Credevo anche alle frasi scritte sui muri: “La gioventù costruisce le navi” e cose del genere. Ero grata alla Polonia popolare che mi permetteva di lavorare e di vivere. Purtroppo ero semi-analfabeta e questo per me costituiva un problema, così lavoravo e studiavo. Facevo anche lavoro straordinario: lavori di bucato. Era duro, ma non sentivo la fatica. Tutto questo contribuì a farmi diventare la nuova operaia da manifesto con la falce e il martello: il mio volto era finito sui muri e sui giornali.
Nel 1951, dopo un corso di addestramento durato due settimane, mi hanno mandato al congresso della gioventù socialista di Berlino. Al corso ci hanno insegnato cosa dire e non dire e come comportarsi di fronte a un ‘agente nemico’. Una volta a Berlino alcuni di noi si eclissarono. Ci fu ordinato di non dire a nessuno quanto era accaduto, cioè dire bugie.

Un anno dopo è nato mio figlio. Un mese prima di partorire ero ancora al lavoro e a nessuno pareva importare della mia gravidanza. Del padre preferisco non parlare: non ero sicura che fosse l’uomo giusto per me, così non l’ho sposato. L’uomo giusto l’ho incontrato solo più tardi e l’ho sposato nel 1964.
Ora lavoravo alla gru mobile, facevo da madre a mio figlio e mi occupavo dei problemi dei lavoratori. Così sono emersi i primi conflitti.
Nonostante l’abilità nel lavoro, mi hanno licenziata tre volte, e per tre volte hanno dovuto riprendermi grazie alle proteste degli altri operai. Eravamo sfruttati e io mi esponevo sempre di persona nel rivendicare il diritto alla retribuzione del lavoro straordinario e notturno. Protestavo. Così, nel 1968, ho subìto il primo licenziamento: venni accusata di avere a che fare con la protesta degli studenti. Figuriamoci! A quei tempi non facevo politica e mi dividevo tra casa e cantiere, la mia seconda casa. Andò a finire che il licenziamento fu ritirato dopo le vibrate proteste dei miei colleghi di lavoro. Mi hanno solo spostata da un’altra parte.
In verità non saprei dire cos’è la politica. Io voglio solo fare del bene a me e agli altri. Se questo comportamento è politica allora io faccio politica da sempre.
La mia attività nei sindacati clandestini è cominciata nel 1970, dopo la morte di mio marito nel 1971 e dopo la partenza di mio figlio per il servizio militare. Ho cooperato con gli attivisti del Kor, il Comitato di autodifesa sociale. Nel 1978 è stato creato il primo sindacato libero. Portavo nel Cantiere il loro materiale di informazione. Ho scritto anche qualche articolo per “Robotnik”. Naturalmente era molto rischioso. Mi sorvegliavano. Ero uscita allo scoperto e ricevevo consensi dagli operai e minacce da direzione e sindacato ufficiale. Il 30 gennaio 1980 è scattato il secondo licenziamento. Ma anche in questo caso i miei compagni, scioperando, hanno ottenuto la sospensione del provvedimento. Solo un nuovo cambio di reparto.
La terza volta, il 7 luglio 1980, mi hanno proprio cacciata dal Cantiere. Le guardie mi hanno fermata al cancello di ingresso, caricata su un’auto e portata direttamente a casa in modo che strada facendo non potessi parlare con nessuno. Pensavano di farla franca, invece era l’inizio della rivolta. Sono intervenuti i sindacati liberi. Al Cantiere Andrzej Gwiazda, ingegnere elettronico e autorevole membro dei nuovi sindacati, ha invitato gli operai a scioperare in mia difesa: “Se voi non difendete quelli che lottano anche per voi nessuno vi potrà mai difendere”. Questa volta hanno scioperato tutti. Ero commossa e sorpresa da tanta solidarietà: scioperavano per me, per l’aumento del salario e contro il caro-vita.

Dopo tre giorni il direttore Klemens Gniech ha ritirato il licenziamento, concedendo anche un aumento di 1000 zloty mensili. Unica condizione: che accettassi il trasferimento ad un altro incarico 60 chilometri fuori Danzica. Ero confusa, non sapevo cosa fare; in fondo ero stata riassunta e c’era stato anche l’aumento di stipendio. A quel punto gli altri operai con lungimiranza hanno alzato il tiro chiedendo – e ottenendo – che io rimanessi a lavorare dentro il Cantiere, oltre ad un ulteriore aumento della busta paga e il ritiro del licenziamento per l’elettricista Lech Walesa, licenziato due anni prima per il suo attivismo sindacale, che ora conduceva la trattativa con la direzione. Richieste di aumento erano state avanzate anche dagli operai di altre fabbriche, ma solo noi avevamo ottenuto qualcosa. Walesa era soddisfatto e il 14 agosto ha invitato gli operai a sospendere lo sciopero; girava per il cantiere e invitava tutti a riprendere il lavoro. Purtroppo molti operai sono tornati a casa; in Cantiere eravamo rimasti in 300, disorientati e indecisi su cosa fare. Un uomo che nessuno conosceva ha preso la parola e ci ha sollecitati a sostenere la lotta degli altri per i quali non era previsto nessun accordo e che ora rischiavano il licenziamento. Il suo nome era Tadeusz Szczudlowski e, se ben ricordo, lavorava sulle navi. Ritengo che le sue parole abbiano deciso le sorti dello sciopero. Fu lui a rilanciare la lotta, in solidarietà con chi non aveva ancora ottenuto niente.
Per richiamare gli operai nei Cantieri, quella domenica abbiamo organizzato una messa. Fu proprio Tadeusz a fabbricare la croce. Sono arrivati in cinquemila e la lotta è ripresa, diretta dall’Mks, il comitato interaziendale di sciopero, vale a dire i rappresentanti delle fabbriche baltiche in lotta. Davanti al cancello 2, accanto alla foto del Santo Padre, vennero esposte le nostre richieste, politiche e sindacali.
Le cose erano cambiate, c’era stata l’elezione a Papa di Giovanni Paolo II, c’era stato il suo viaggio in terra polacca l’anno prima. Con un messaggio al Primate di Polonia Cardinal Wyszynski il Santo Padre ora appoggiava le nostre rivendicazioni. Un sostegno decisivo, che ci ha resi molto più forti.
Intanto Walesa era tornato a guidare lo sciopero. Non sapevamo cosa pensare; così lui ha ripreso il controllo della situazione. Walesa era molto utile ai comunisti; se poi ha fatto carriera lo deve anche a loro.
La trattativa ora andava avanti alla luce del sole, con gli operai fuori ad ascoltare la discussione tra i rappresentanti del Governo e quelli del Comitato di sciopero, che ormai associava oltre 600 aziende. Fino all’accordo del 31 agosto.
Dopo, la mia vita è cambiata. C’era Solidarnosc e io dovevo occuparmi delle delegazioni delle fabbriche in visita ai Cantieri per vedere coi loro occhi gli accordi firmati. Insomma, svolgevo attività sindacale. Ma Walesa non vedeva di buon occhio le mie iniziative e nel luglio 1981 mi ha fatto ritirare il mandato di rappresentanza sindacale. Così sono tornata a fare l’operaia. Fino allo stato di guerra. Il 18 dicembre 1981 sono stata arrestata e rinchiusa in prigione e in campo di internamento, fino al luglio ’82 quando, dopo un mese di libertà, mi hanno di nuovo rinchiusa e poi rilasciata. Sei mesi dopo sono tornati a prendermi altri cinque mesi di vita.
Oggi i miei ex compagni vogliono impedirmi di svolgere un ruolo dentro Solidarnosc. Non posso nemmeno avvicinarmi ad una sede, anche solo per salutare qualche vecchio amico. Ma io non rinuncio a dire la mia. Così ho dato vita ad una “Fondazione per la tutela dell’arte sacra”, una copertura legale per rompere le scatole e dire la verità su come vanno le cose in Polonia. Organizzo convegni, sollecito studiosi ed esperti non allineati a fare relazioni su economia politica e società. Ora queste carte girano in modo semiclandestino, passano di mano in mano come una volta i Samizdat o nelle principali biblioteche. Lì raccontiamo i nuovi poteri economici e politiciSiamo al sesto convegno. Il prossimo tratterà di legge e legalità in Polonia.

Dietro la sigla Solidarnosc oggi non c’è niente di quanto creammo nel 1980. La nuova Solidarnosc porta avanti la politica della paura e dell’insicurezza sociale, altro che solidarietà! Come già i comunisti questi nuovi potenti si sono dimostrati veri accaparratori e pensano solo a soldi e carriere. La Polonia è arrivata al terzo posto in Europa tra i Paesi più corrotti.
Produciamo solo per l’esportazione, girano troppi soldi che spesso finiscono nelle mani sbagliate. Dei vantaggi di questa trasformazione ne hanno goduto in pochi perché chi è povero resta povero senza nessuna possibilità di veder rappresentati i propri interessi. Ormai la gente è sfiduciata e a queste condizioni non è possibile avviare iniziative di lotta, organizzare un movimento sociale per l’autodifesa dei più deboli, gli esclusi.
Dobbiamo promettere a noi stessi che nessuno rimarrà solo con le sue difficoltà. La distribuzione della ricchezza dovrà riguardare tutti. La nuova economia di mercato sta separando sempre più i pochi ricchi sempre più ricchi dai poveri sempre più poveri. E tutto questo è avvenuto sotto le bandiere di Solidarnosc. La gente ha faticato a capire che non era più la Solidarnosc di una volta.
Se andate per le strade accanto alle auto cromate troverete persone che cercano il cibo tra i rifiuti perché non hanno da mangiare; davanti alle chiese incontro persone ancora giovani che chiedono l’elemosina. Oggi tutto ha un costo: il medico, l’ospedale… Con 500 zloty di pensione al mese come si fa a vivere? Sotto questo punto di vista adesso è molto peggio di prima, anche se c’era meno roba e bisognava pazientare a lungo, anche giorni o mesi, per comprare un televisore o un frigorifero. Adesso c’è di tutto, i negozi traboccano di merce ma in molti possono solo guardare. Secondo una ricerca di Gwiazda oggi un polacco medio mangia meno carne dei tempi del comunismo, quando la carne si comprava coi buoni. Una minoranza di polacchi vive benissimo e questo fa alzare la media. Ma è come dire che se porto a passeggio il cane tra me e lui le gambe sono sei, media tre, anche se in realtà lui ne ha quattro e io ne ho due».

(quarta parte – continua)

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