Il tamburo di lotta

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A trent’anni dagli scioperi del Baltico – quinta parte
Le storie. Lech Wałęsa (1943)
di Giovanni Giovannetti

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Nel vocabolario di Lech Wałęsa komuna (comunisti) è l’insulto peggiore. Wałęsa oggi è un ex leader di Solidarność, un ex presidente della Repubblica, un ex eroe nazionale, un ex punto di riferimento dell’antagonismo politico e sociale ai komuna del generale Jaruzelski. Ha un passato ingombrante e un futuro decisamente incerto, specie dopo la sconfitta alle presidenziali del 1995 e la vera e propria debacle del novembre 2000 contro il presidente in carica Aleksander Kwaśniewski, l’ex giovane leone postkomuna.

A destra cercasi leader

Wałęsa rappresenta ormai solo se stesso. Data la penuria di alternative, anche la Chiesa ha cambiato tattica e i rapporti con i neo-socialdemocratici sono migliorati col tempo. Ma di alleanze a sinistra l’ex presidente non vorrebbe più sentir parlare perché – spiega – c’è un “disegno celeste” contro i “rossi”, del quale già nel 1980 egli è stato lo strumento inconsapevole.

Per un cattolico forse non è bello nominare Dio invano. E forse per questo motivo lo Spirito santo troppo spesso evocato ogni tanto si distrae e guarda altrove. Come nel 1991, quando Wałęsa, da poco eletto presidente della Repubblica, favorisce la frammentazione diSolidarnośćin oltre 150 partiti e partitini: «Avevo sottovalutato i comunisti. Quando noi ci siamo separati, loro hanno abbracciato la socialdemocrazia e ci hanno fregati». Un errore politico gravissimo, una ingenuità colossale le cui conseguenze gravano ancora sulla destra polacca.
A bassa voce l’ex presidente confida i suoi dubbi sull’ingresso della Polonia nell’Unione europea, ma ammette che non ci sono alternative, nonostante il timore di un’Europa a due velocità, col rischio della Polonia relegata a mercato per gli altri partner senza nulla in cambio.
Per il rilancio economico dei Paesi dell’est europeo, Wałęsa chiede un nuovo Piano Marshall: «Credevo che l’occidente avesse un piano per la Polonia, come ci fu il Piano Marshall per alcuni Paesi europei subito dopo la seconda guerra mondiale. In fondo, dopo la guerra fredda ce n’era ancora più bisogno. Invece gli occidentali hanno sovvenzionato la Russia senza alcun piano e senza controlli. Quei soldi sono spariti e ora alimentano l’economia sommersa e il suo seguito di mafiosi ed evasori fiscali».

La proposta di Wałęsa: «Era ed è molto semplice: non date soldi ma la possibilità di creare lavoro e affari, agevolando gli operatori economici che intendono investire nei Paesi dell’est europeo. Ci guadagneremmo tutti». Insensibile ai suoi richiami, poco dopo il nostro incontro la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dalla sua sede di Londra, ha intanto aumentato i finanziamenti a Mosca e ridotto la quota destinata agli altri Paesi ex comunisti.
Nel 1991 Marian Krzaklewski eredita da Wałęsa la guida di Solidarność. Lavora all’Accademia polacca delle Scienze. Nel 1980 era un simpatizzante dei sindacati liberi, ma non ha un passato glorioso di dissidente e ne soffre. Nei giorni più caldi del 1980, mentre Wałęsa scavalca il muro dei cantieri di Danzica per unirsi agli scioperanti, Krzaklewski e la bella moglie Maryla sono in vacanza in Bulgaria, sulle spiagge del Mar Nero. Tornato in una patria infiammata dagli scioperi, tra gente che grida ”pane e libertà”, Krzaklewski si unisce al movimento d’opposizione al regime comunista. Ma non è tra gli elementi di spicco del nuovo sindacato: lo sanno anche i militari golpisti, che nei giorni bui dello stato di guerra rinchiudono quelli di Solidarność in prigioni e campi di internamento e lasciano Krzaklewski in libertà.

Lech Wałęsa, 1943: «Dobbiamo al nostro defunto Santo Padre se gli scioperi del 1980 hanno avuto quel corso. Grazie a lui e alla maturità dei polacchi, abbiamo potuto realizzare ciò che non è stato possibile nel 1970 e nel 1976. Avremmo potuto scioperare a lungo ma non avremmo cambiato niente. Dal nostro Papa è venuta la spinta che ci ha portati a quelle conquiste. Il Santo Padre è stato un regalo del cielo. Qualcuno lassù ha voluto farci entrare nel nuovo millennio senza il comunismo. Forse il comunismo sarebbe stato sconfitto anche senza il Santo Padre, ma trenta anni più tardi, molto probabilmente con un bagno di sangue e magari la catastrofe nucleare. Perciò dobbiamo ringraziare Giovanni Paolo II e il Cielo. Del resto il crollo sovietico è iniziato proprio a Danzica. Un pezzo del muro di Berlino è simbolicamente franato in quell’agosto. Col tempo mi sono sempre più convinto che a guidarmi è stata la Mano divina. Quanto alla decisione di interrompere lo sciopero già il 16 agosto, beh, circolano troppe leggende. La verità è un po’ diversa perché ancora una volta è intervenuta qualche forza difficile da definire. Abbiamo finito la trattativa col direttore e abbiamo democraticamente votato per l’approvazione dell’accordo. Ogni reparto aveva tre rappresentanti e tra loro c’erano anche operai comunisti. Ho finto di terminare lo sciopero perché dopo i comunisti sarebbero tornati a casa e con gli altri avremmo continuato la lotta. Un’idea geniale ma non preparata a tavolino. Ancora una volta lo Spirito Santo che da lassù ci guidava ci ha dato una mano.

Il nostro movimento era sorto per lottare contro il comunismo. Non ci siamo mai sottomessi a loro. Già nel 1945 l’Occidente ci ha traditi. Negli anni Cinquanta abbiamo lottato con le armi, poi abbiamo manifestat
o nelle piazze e ci hanno sparato addosso. Abbiamo sempre perso, ma abbiamo imparato. Il 1980 è il frutto maturo di questa saggezza: non siamo usciti dalle fabbriche, abbiamo gestito lo sciopero e la trattativa dentro i nostri territori liberati, se fossero entrati armi in pugno ci saremmo seduti per terra: avrebbero dovuto portarci via di peso tutti millecinquecento. Avevamo elaborato diverse strategie di lotta: se Solidarnosc avesse perso noi avremmo organizzato una Solidarnosc internazionale nei Paesi dove c’era il dissenso. Ma non è stato necessario, perché la democrazia ha vinto».

(quinta parte – continua)

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