Il tamburo di lotta

by

A trent’anni dagli scioperi del Baltico – ottava parte
Le storie. Marian Moćko (1936-2000)
di Giovanni Giovannetti

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Marian Moćko, classe 1936, dal 1958 al 1992 operaio dei cantieri Lenin, è morto in un incidente stradale. Caduto sulla breccia, come dicono i suoi colleghi. Qualcuno è convinto che in quella calda giornata di fine estate 2000 Moćko sia stato assassinato. Moćko era uno degli animatori dell’Arka, una associazione sorta per tutelare lavoratori ed ex lavoratori dei cantieri da un «criminale imbroglio»: Moćko l’irriducibile, Moćko l’ingenuo idealista. Lo avevamo incontrato a Danzica pochi mesi prima della sua morte e ne serbiamo un caro ricordo.

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La grande abbuffata

Marian Moćko, Bolesław Hutyra (64 anni) e Andrzej Bugajski (63) erano diretti a Varsavia, al ministero del Tesoro, per preparare l’assemblea generale degli azionisti dei cantieri che, su proposta di Moćko e compagni, il giorno dopo avrebbe chiesto che fosse annullato il fallimento del 1996 e dichiarata perciò illegittima la loro vendita. Una brusca frenata, lo schianto, la morte. Il giorno dopo, all’assemblea di Danzica si sono accesi lumini in suo ricordo.
Riepiloghiamo. 1988, la Polonia è ancora socialista. Il primo ministro Mieczysław Rakowski firma la liquidazione dei cantieri Lenin, una decisione motivata più dalla politica che da ragioni economiche. Ne conseguono i primi licenziamenti; come liquidazione, gli operai congedati ricevono sei paghe mensili. È ormai chiaro che nessun cambiamento di regime potrà salvare la fabbrica. I 7605 lavoratori rimasti chiedono allora una analoga somma per loro e Jacek Kuroń, ex dissidente e ministro del Lavoro del primo Governo non-comunista, li convince a scambiare le liquidazioni con azioni dei cantieri. Il 17 dicembre 1990, dopo una prima ristrutturazione, il 40 per cento dei cantieri è ripartito tra le maestranze a titolo gratuito. I cantieri sono in perdita e non si vedono proposte serie di soluzione. Barbara Piascecka-Johnson, una multimiliardaria americana di origine polacca, offre 50 milioni di dollari, poi diventati 6, e non se ne fa niente. Nel 1997 Zygmunt Solorz, l’equivalente polacco di Berlusconi (è proprietario di Polsat, la maggiore televisione privata polacca), lancia una offerta che subito ritirerà. Padre Tadeusz Rydzyk, l’influente sacerdote redentorista direttore di Radio Maryja, fonda allora un Comitato per salvare i cantieri e raccoglie soldi ovunque nel mondo; poi si offre di rilevarne il 60 per cento a un prezzo simbolico, troppo simbolico, e in Polonia ancora si domandano dove sono finiti i soldi raccolti dal Comitato: forse sono serviti a finanziare la campagna elettorale di alcuni candidati di estrema destra, nelle liste AwS di Marian Krzaklewski, alle vittoriose elezioni del 1997.
Dopo un ultimo tentativo fallito dello stesso Krzaklewski, l’8 settembre 1998 i cantieri sono venduti per 115,7 milioni di złoty (circa 26 milioni di euro) ai cantieri di Gdynia, ma, al momento dell’acquisto, nelle casse dei cantieri Lenin ci sono 42,77 milioni, subito finiti nelle tasche degli acquirenti. Insomma, in Polonia si dice che i cantieri di Gdynia hanno comprato un portafogli con i soldi dentro. Calcolando quel denaro, l’acquisto dei cantieri è costato circa 72 milioni di złoty. Come mai? Secondo quelli dell’Arka, i cantieri valevano 3,328 miliardi di złoty e c’erano debiti per 61,027 milioni; secondo i compratori, i cantieri valevano 227,4 milioni e avevano debiti per 377,3 milioni. Per giunta, i nuovi proprietari non hanno sborsato uno złoty, esibendo solo una garanzia bancaria per 72,93 milioni. Moćko e gli altri si sono rivolti alla magistratura: l’Arka chiede «che ai 7605 operai azionisti dei cantieri siano ridati i soldi». Purtroppo, quelle azioni sono ormai pezzi di carta straccia.

Forse i cantieri sono stati svenduti o addirittura regalati, forse non tutto è stato trasparente. Tuttavia Borowczak e il giovane presidente della città Paweł Adamowicz (l’equivalente del nostro sindaco: in Polonia, nelle maggiori città il sindaco è eletto direttamente dai cittadini) invitano a non dimenticare i posti di lavoro che sono stati salvati. Ancora più duramente, l’ex delfino di Wałęsa, Bogdan Lis, definisce chi si è opposto alla vendita «gente ferma a trent’anni fa, quando era la politica a decidere tutto. 150 anni fa venne processato un uomo perché rivendeva in città a prezzo maggiorato i panini che comprava in campagna: passò due anni in prigione per speculazione. Ecco, quelli dell’Arka sono fermi a questo livello».
Nel giugno 2000, Marian Moćko passa le sue mattinate in un seminterrato della città vecchia di Danzica. La stanza piccola e buia, stipata di poltrone e divani stile anni Settanta, col tempo era diventata la roccaforte dell’Arka. Sulle pareti si affollano souvenir di Solidarność, ricordi dei cantieri, bandiere, crocifissi, vecchie fotografie in bianco e nero e immaginette religiose. Accanto alla porta, sopra un lucido scaffale impiallacciato, come usava trent’anni fa, un televisore che ormai è un pezzo d’antiquariato. Solo un fax segnala che siamo ormai nel terzo millennio.
Questo seminterrato testimonia la protesta del 1970 e i morti davanti al cancello 2 dei cantieri Lenin. Protestavano contro l’aumento dei prezzi, dunque per il pane. Moćko lo ricordava bene: nel 1980 sono stati più duri ma c’era «il sostegno del papa polacco, della comunità internazionale e la presenza a Danzica dei media di tutto il mondo».
Moćko era in pensione dal 1992. Era in fabbrica anche il 13 dicembre 1981, il giorno del colpo di Stato: i telefoni che a Danzica non funzionavano più, lo sciopero di martedì 15, i carri armati che entravano nei cantieri travolgendo tutto, dal cancello 2 alle barricate operaie. Su una di esse c’era Moćko. Ci voleva un carrarmato, racconta vent’anni dopo, per farlo cadere. Dalla seconda barricata, quella costruita nel buio seminterrato dell’Arka, poteva toglierlo soltanto la morte, prometteva Moćko. È stato di parola.

Marian Mocko (1936-2000). «Sono abbastanza anziano da ricordarmi anche la protesta del 1970 contro l’aumento dei prezzi e i morti proprio davanti al cancello 2. Ho visto tutto, ero con loro, volevamo uscire dal Cantiere e la polizia ha sparato. Nell’80 le cose sono andate meglio. Abbiamo vinto, ma la situazione era cambiata, grazie al Papa polacco e all’attenzione su Danzica dei media di tutto il mondo. Ho lavorato ai Cantieri 34 anni.
Sono stato assunto nel 1958, assemblavo le navi. Nel 1992 sono andato in pensione.
Ricordo bene anche il colpo di stato del 13 dicembre 1981. Che qualcosa non andava lo si era capito già il giorno prima. Nei Cantieri c’era una conferenza di Solidarnosc e i telefoni hanno smesso di funzionare. Non era possibile alcuna comunicazione con Varsavia. Martedì 14 abbiamo scioperato. Il giorno dopo sono entrati coi carri armati. Hanno distrutto le nostre barricate; ero ferito e ho perso conoscenza. Più tardi ho incontrato Anna Walentinowicz nella sala mensa. Sono arrivati loro e l’hanno arrestata insieme a molti altri. Io l’ho scampata. Ero solo un operaio e non stavo nelle loro liste.
Oggi mi batto nell’ARKA, una associazione che vuole tutelare i lavoratori del Cantiere da un criminale imbroglio ai loro danni perché dal 17 dicembre 1990 il 40 per cento della proprietà è stata equamente ripartita tra le maestranze a titolo gratuito. Nel 1998 i Cantieri di Danzica sono stati ceduti ai Cantieri di Gdynia. Come? Minimizzandone il valore ed esagerandone i debiti. Ricordo che l’area dei Cantieri, 750.000 metri quadrati, sorge molto vicino al centro di Danzica e qui un metro quadrato vale 1000 zloty e agli ex dipendenti non è andato un bel niente. Noi vogliamo che i 7.605 operai azionisti dei Cantieri riabbiano i loro soldi. Ci siamo rivolti alla Magistratura.
Delle nostre lotte, delle nostre aspettative non è rimasto niente. Il Cantiere era la mia vita, la madre che mi dava la possibilità di mantenere la mia famiglia. Ho sette figli, il più giovane ha 32 anni, lavorano tutti per i privati e non sempre c’è lavoro: quando uno di loro perde il lavoro è la famiglia a provvedere. Un tempo dicevamo che non può esserci solidarietà senza libertà; ora dico che non c’è libertà senza solidarietà».

(ottava parte – continua)

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