Come corsari sulla filibusta 6

by

di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti

..

A conclusione della sua inchiesta, nonostante la mancata certificazione di sicari e mandanti, Vincenzo Calia scrive:

Dalle fonti di prova raccolte […] emerge che l’esecuzione dell’attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’Ente petrolifero di Stato. […] la programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono – quantomeno a livello di collaborazione e di copertura – un coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano. Tale coinvolgimento trova conferma nelle soppressioni di prove e di documenti, nelle pressioni, nelle minacce e nell’assoluta mancanza, in ogni archivio, di qualsiasi documento relativo alle indagini e agli accertamenti sulla morte di uno dei personaggi più eminenti nel quadro politico ed economico dell’epoca. […] È facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta – per la sua stessa complessità, ampiezza e durata – esclusivamente a gruppi criminali, economici, italiani o stranieri a “Sette […o singole] sorelle” o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente petrolifero di Stato, che hanno eseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o con il consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito vantaggi. [75]

Indagando sulla morte del presidente dell’Eni (nonostante l’accertamento del reato, l’inchiesta verrà archiviata per l’impossibilità di incriminare i colpevoli), Calia ha potuto constatare la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in Petrolio il degrado e la mostruosità italiana, identificando il burattinaio principale in Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Mattei era utopista e “statalista”.
Dopo la scalata dell’Eni alla Montedison (il colosso chimico privato acquisito con pubblico denaro) , nel 1971 Cefis ne diventa il presidente, lasciando l’Eni (a cui era alla guida dal 1967) al fido Raffaele Girotti. Come ironizza Steimetz, Cefis «si crede un semidio e trova fedeli osservanti in questo suo culto della persona. Se tutti gli danno retta, è ovvio che finisca per convincersi di aver perfettamente e abitualmente ragione. È saccente, tiene a distanza i villani, si lascia appena ossequiare. Ma in Italia lo applaudono ad esempio. L’economia del Paese – come avvertono gli studiosi e i politici seri – va piuttosto male, se non a rotoli, ma lui accantona miliardi senza faticare molto visto il numero di utili idioti che lo favoriscono». [76] Basterebbe aggiungere una bandana estiva, e il ritratto di Steimetz calza alla perfezione con quello di un altro Cavaliere. Chissà, forse Questo è Cefis lo si può trovare anche nella napoleonica villa San Martino di Arcore, acquisita nel 1972 dalla Edilnord – una società immobiliare in quel momento intestata a Mauro Borsani (zio di Berlusconi) e amministrata da Giorgio Dall’Oglio (cognato di Berlusconi) – per una ridicola cifra intorno a 250 milioni in lire (già all’epoca ne valeva 1. 700;oggi il suo prezzo salirebbe a 7, miliardi delle vecchie lire) completa di parco (1 milione di mq.) , di pinacoteca (Tintoretto, Tiepolo, Luini…) e biblioteca con oltre 10. 000 volumi (per la loro cura, venne assunto nientemeno che Marcello Dell’Utri) . [77]
Secondo un rapporto della Guardia di Finanza una delle società accomandanti della Edilnord Centri Residenziali di Umberto Previti padre di Cesare (già Edilnord sas di Silvio Berlusconi &c.) con sede a Lugano, curiosamente si chiama Cefinvest. Nel 1979 le Fiamme Gialle sottopongono Berlusconi ad indagine. Lui dirà che della Edilnord «è un semplice consulente», verrà creduto e l’indagine sarà archiviata. Il capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria che l’aveva condotta era Massimo Maria Berruti, che «negli anni Ottanta lasciò le Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti lavorò a lungo per conto del gruppo Fininvest» divenendo infine deputato di Forza Italia. [78]
Insomma, vent’anni prima di Berlusconi anche «Cefis sa quello che vuole e lo ottiene a qualsiasi prezzo, specie quando spende i soldi dello Stato, facendo funzionare gli ingranaggi con l’olio sottratto agli ingranaggi stessi. No, non è un ladro. Amministra fondi dello Stato, li investe, li dispensa come crede, autonomo come glielo garantisce, giustamente, la carica ricevuta». [79] Il presidente di Montedison «dispone inoltre di un esercito di funzionari, di mezzi di informazione, di centri d’opinione privati e di Stato, di occulte protezioni che lo sostengono e (magari a malincuore) lo riveriscono;si assicura favori e silenzio commissionando spazi pubblicitari». [80]
Secondo Massimo Teodori (radicale, membro della Commissione parlamentare sulla Loggia P2) il capo dell’Eni «diviene progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti». Insomma, Cefis corrompe tutto e tutti. Sono da antologia i quotidiani “mattinali” che il capo dei Servizi segreti Vito Miceli (tessera P2 n. 1605) quotidianamente inoltrava al presidente di Montedison, quasi che il Sid fosse una sua personale polizia privata. Lo riferisce un’inchiesta di Giuseppe Catalano, pubblicata da “L’espresso” il 4 e l’11 agosto 1974 (articoli che ritroviamo tra le carte di Pasolini al Viesseux) . Scrive Catalano:

Nel 1972 Cefis era già da un anno presidente della Montedison. Dopo essere stato alla presidenza dell’Eni per dieci anni esatti. In quel momento il problema princi
pale era proprio l’Eni perché, avendo contribuito a insediare come suo successore Raffaele Girotti ed avendo sperato che Girotti fosse una specie di suo fedele luogotenente lasciato di vigilanza in modo che Eni e Montedison non fossero altro che un unico gruppo guidato ovviamente da Cefis;viceversa in quei primi mesi s’accorse che Girotti dimostrava un’inconsueta e testarda autonomia. Non è da stupirsi se gran parte delle schede informative che il Sid passava a Cefis si riferivano a fatti e orientamenti concernenti l’Eni. Altre preoccupazioni e interessi del nuovo presidente della Montedison erano in quel momento conoscere esattamente cosa avveniva al vertice dei partiti e in particolare del partito socialista, posto che per quanto riguarda la Democrazia cristiana egli aveva fonti dirette e autonome di informazione. [81]

Attraverso spioni di Stato il presidente della Montedison monitorava politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Uno scenario inquietante, che entra in Petrolio. Come annota Silvia De Laude, «Pasolini riprende pressoché alla lettera» i “mattinali” del Sid reinventandoli narrativamente. [82]
Cefis è industriale di Stato e contemporaneamente imprenditore privato. «Quali sono dunque gli addebiti che muoviamo al dott. Eugenio Cefis? », scrive Steimetz: «Anzitutto il fatto di aver intestato alla sua segretaria privata un certo numero di società immobiliari e di partecipazione industriale e commerciale. In secondo luogo quello di essere entrato, attraverso alcune di tali società, in compartecipazioni con gruppi finanziari stranieri, i quali per dislocazione, tradizione e consuetudine puzzano di legale intrallazzo onde evadere il fisco (italiano)». [83] Insomma, «prosperano più i suoi affari privati che quelli affidati alle sue cure dallo Stato. Si noti inoltre che il brav’uomo finanzia i partiti e dispone pertanto di alleati in ogni posto chiave. In altre parole: nel’45 Cefis capitali non ne possedeva;oggi ha dei beni valutabili a miliardi»[84] In Questo è Cefis Steimetz elenca poi le società e indica i prestanome: sono i «feudi e vassalli del Gran barone» o, con Pasolini, «Il cosiddetto impero dei Troya».
Nel 1976, a soli 56 anni, improvvisamente Cefis abbandona la direzione di Montedison e si ritira a Lugano. In Svizzera coltiva l’ossessione di cancellare ogni traccia del suo passato: come ricorda l’ex dirigente Eni Mario Pirani, «Cefis appariva a tutti molto misterioso, quasi a volere confermare le proprie origini di ufficiale del Servizio informazioni militare (Sim) . Aveva persino proibito che apparisse la sua immagine o il suo nome sui giornali». [85] Come, del resto, Troya alias Cefis in Petrolio : «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare nell’ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire»[86] E Giorgio Bocca: «In genere, si atteggiava da agente segreto. Quando doveva incontrarsi con qualcuno, lo portava sulla sua Citroën Ds in aperta campagna. Non si fidava di nessuno: era un pessimo personaggio». Un’ossessione di cui quantomeno hanno fatto le spese libri come Questo è Cefis del misterioso Steimetz, e L’uragano Cefis (introvabile pubblicazione di un altrettanto misterioso Giorgio De Masi) e, verosimilmente, Petrolio.

La P2, da Cefis a Gelli

«Ma è possibile che facciano fuori uno scrittore? » La risposta di Calia: «Possibilissimo. E se vuole la mia opinione, io ne sono convinto». Pasolini non è stato ucciso da un “ragazzo di vita” poiché omosessuale, bensì da sicari armati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti, elementi e conoscenze che andavano forse ben oltre i mandanti della morte di Mattei. Quali? In un appunto del Servizio segreto militare (Sismi) rintracciato da Calia si afferma nientemeno che Cefis è il vero capo della P2:

Notizie acquisite il 20 settembre 198, da qualificato professionista molto vicino ad elementi iscritti alla Loggia P2, dei quali non condivide le idee […]. La Loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis che l’ha gestita sino a quando è rimasto presidente della Montedison. Da tale periodo ha abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli, per paura. Sono di tale periodo gli attacchi violenti (Rovelli della Sir) contro uomini legati ad Andreotti con il quale si giunse ad un armistizio per interessi comuni: lo scandalo dei petroli […] Alle 15, 0 di oggi, 21 settembre 1983, ho conversato telefonicamente con la nota fonte di New York che mi ha confermato. [87]

La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare;al contrario vuole consolidare un sistema che si muove con le bombe degli anni Settanta per arrivare con mezzi più subdoli alla presa del potere dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta in gran parte in Questo è Cefis e nel “visionario” e mutilato Petrolio : preannunciato di 2. 000 pagine, e destinato a rimanere incompiuto, Petrolio è anche un romanzo-verità sull’Italia del doppio boom, sviluppo e bombe. Bombe stragiste, piduiste e mafiose. Uno «Stato nello Stato» che nel 1962 ha tolto di mezzo Mattei, nel 1968 De Mauro, nel 1971 il giudice Pietro Scaglione e nel 1975, con ogni probabilità, lo stesso Pasolini. A loro va aggiunto il vice questore di Palermo Boris Giuliano, ucciso da Leoluca Bagarella il 21 luglio 1979.
La storia d’Italia è piena di capitoli oscuri che a decenni di distanza non sono stati ancora chiariti: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti, Mattei, De Mauro, Scaglione, Feltrinelli, Pinelli, Falcone, Borsellino, Giuliano, Rostagno, Ilaria Alpi, D’Antona, Biagi, Michele Landi, tutti i testimoni di Ustica… e la lista potrebbe continuare. A ogni morte un fascicolo distrutto, un memoriale scomparso, un computer manomesso. Anche l’omicidio di Pasolini è uno di quei capitoli bui?
Nel corso delle indagini siciliane sulla morte di Mattei, Boris Giuliano si ritrovò a indagare Vito Guarrasi. Secondo una nota del Sisde del 25 luglio 1979, «Da una ampia azione informativa e di sondaggio, sviluppata anche in collaborazione di alcune fonti “qualificate”, in ordine alle recenti uccisioni dell’avv. Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona, e del vice Questore Boris Giuliano, Capo della Squadra mobile di Palermo, sono emerse le seguenti indicazioni […] Si vocifera che il defunto vice Questore Giuliano si occupasse, quasi a titolo personale, cercando di evitare ogni indiscrezione, della scomparsa del noto giornalista Mauro De Mauro, eliminato – si afferma – per aver trovato il bandolo della matassa sull’incidente aereo che costò la vita al presidente Enrico Mattei. In proposito un magistrato della Procura di Roma, collegando l’intera vicenda, avrebbe confidato a persona amica che, secondo il suo giudizio, l’eliminazione di De Mauro, dell’On. Mattei e del vice Questore Giuliano, gli richiamere
bbe il nome dell’ex Presidente della Montedison Eugenio Cefis». Dopo la morte di Giuliano, a capo della Mobile di Palermo verrà nominato Giuseppe Impallomeni (tessera P2 n. 221) , che subito sopprime la sezione Antimafia e la sezione Catturandi della Mobile. [88] Questore del capoluogo siciliano fu nominato Giuseppe Nicolicchia, di cui venne rinvenuta la domanda d’iscrizione alla P2 nel 1981. L’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli, Umberto Ortolani e Elio Vito Rondanelli consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) , che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade, coinvolto nell’omicidio di Mattei) fonda Forza Italia. Non è nota la provenienza dei capitali che inaugurano l’“irresistibile” ascesa dell’uomo di Arcore.
La lucidità visionaria di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo. Così scrive Pasolini nel famoso articolo Il romanzo delle stragi (quello che inizia con «Io so. Io so i nomi…») , uscito il 14 novembre 1974 sul “Corriere della Sera”:

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. […] Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico […] Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno –come probabilmente hanno –prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono […] verità politica da pratica politica.

Come si è visto, Pasolini entra in possesso di Questo è Cefis a partire dalla fine
del settembre 1974, «almeno due settimane dopo che la cugina Graziella
Chiarcossi, su richiesta dell’autore, fece una fotocopia del dattiloscritto, per
paura che questo andasse perduto come precedentemente accadde a Primo Levi
per il furto dell’auto. Sappiamo allora che le accuse luterane del Processo ai
Nixon italiani furono speculari alla stesura delle pagine più politiche di Petrolio,
e che se di giorno Pasolini scriveva «di sapere ma di non avere le prove» di notte
stillava i nomi e i cognomi e i retroscena di quelle trame eversive che per più di
un decennio adulterarono la prassi democratica nel nostro Paese». [89]
A sinistra il Pci sa e ha le prove, ma sta a guardare. Il partito «pulito» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio”partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e immorale che continua a guidare il Partito democratico. [90]

(dall’introduzione a Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz, edito da Effigie nella collana Saggi e documenti)

[75] Richiesta di archiviazione, pp.425-26
[76] Qui, p.146
[77] Giovanni Ruggeri, Berlusconi. Gli affari del presidente (Kaos 1994, pp.79-90) ; si veda anche, di Autori vari, La Grande Truffa. Previti, Berlusconi e l’eredità Casati Stampa (Kaos 1998, p.127) . Parco e scuderia furono invece affidati a Vittorio Mangano, il pluriomicida «stalliere di Arcore» legato a Cosa nostra (secondo Paolo Borsellino, « Mangano era una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia») , che Berlusconi assume su consiglio dello stesso arcello Dell’Utri. Su Dell’Utri si rimanda alla nota n. 93 di questo testo.
[78] Luca Andrei, Tanto denaro dal nulla, in Berlusconeide, “Diario del mese” marzo 2001, p.112.
[79] Qui, p.122
[80] Qui, p.140
[81] Giuseppe Catalano, Cefis e il Sid. Il mattinale, “L’espresso”, 4 agosto 1974. L’inchiesta prosegue l’11 agosto con un secondo articolo di Catalano dal titolo E l’ammiraglio allora disse.
[82] Petrolio a cura di S. De Laude, pp.605-06
[83] Qui, p.197
[84] Qui, p.182
[85] Pirani a Calia il 20 febbraio 1996. Richiesta di archiviazione, p.399
[86] Appunto 22. Il cosiddetto impero dei Troya: lui, Troya, p.95
[87] Richiesta di archiviazione, p.404. Da un altro appunto del Sisde del 17 settembre 1982 si apprende che «Intensi contatti sarebbero intercorsi in Svizzera, fino al mese di agosto u. s., tra Licio Gelli ed Eugenio Cefis, presidente della ontedison International». Come ha scritto Gianluigi Melega, intorno a Cefis orbitavano molti personaggi nell’elenco della P2 «Albanese Gioacchino (tessera P2 n. 2210) . Entra nell’Eni come assistente al inistro delle Partecipazioni Statali. Nel 1966 ne esce per fare l’assistente al inistro delle Partecipazioni Statali, il democristiano di sinistra Carlo Bo. Rientra all’Eni come assistente di Eugenio Cefis con delega alle relazioni esterne e ai rapporti con la stampa. È uno dei tessitori della scalata Eni alla ontedison, poi dell’acquisto del “Messaggero” e del controllo indiretto del “Corriere della Sera” ai tempi di Angelone Rizzoli (tessera n. 1977) e Bruno Tassan Din (tessera n. 1633) , direttore Franco Di Bella (tessera n. 1887) . Dopo l’abbandono di Cefis, Albanese passa per pochi mesi nella direzione dell’impero edilizio di Mario Genchini (tessera n. 1627) , ma con l’arrivo all’Eni di Giorgio Mazzanti presidente (tessera n. 2111) e di Leonardo Di Donna potentissimo direttore finanziario (tessera 2086) ritorna alla grande come
vice presidente dell’Anic» ( “L’espresso”, 4 settembre 1997) .
[88] Impallomeni era stato allontanato dalla Mobile di Firenze per un giro di tangenti. Dal 309° posto della graduatoria dei vice questori aggiunti, era inopinatamente passato al 13° posto, fatto che gli consentì l’incarico alla Questura di Palermo.
[89] Antoniani, Contro tutto questo (saggio inedito) .
[90] Rimanendo all’inchiesta di Calia, una nota di Polizia del 18 marzo 1974 riporta quanto segue «Non è un segreto che, per tenersi buono il Pci, vi sono grossissime società private che, quando decidono di fare le loro campagne pubblicitarie a tutta pagina, includono nei loro budget anche la stampa comunista. Lo stesso criterio – per non essere accusati d’intolleranza – impiegano le grosse società di mano pubblica, quali l’Eni, l’Iri, la ontedison, ecc… Ciononostante, poiché tradizionalmente i quotidiani del pomeriggio sono ritenuti un cattivo veicolo pubblicitario, in rapporto ai quotidiani del mattino, “l’Ora” non ospita quasi mai grossi quantitativi di questo tipo di pubblicità, che normalmente viene pagata a tariffa piena (una pagina di pubblicità Spi costa attorno ai due milioni) . Per tale motivo, il quotidiano palermitano, ormai da diversi anni, non attende che sia la Spi a fornirgli la pubblicità, ma tenta d’acquisirla direttamente dalle Società e dagli Enti […] In proposito, si ricorda, che nel settembre scorso su “l’Ora” (che riprendeva integralmente gli articoli che apparivano sul confratello “Paese Sera”) apparve un’inchiesta sui petrolieri italiani condotta da Miriam Mafai. L’inchiesta passò al pettine l’origine e la natura delle fortune finanziarie dei petrolieri quali Monti, Moratti, Garrone, Rovelli, etc. Visti i sistemi con cui opera “l’Ora”, non si può escludere che i petrolieri e l’Unione petrolifera abbiano versato denaro contante al giornale o si siano impegnati in contratti pubblicitari, con pubblicità tabellare o redazionale. Si sa per certo, ad esempio, che dopo un periodo di polemica con la Sir dell’ing. Rovelli, “l’Ora”, da alcuni mesi, marcia in perfetto accordo con l’industriale segno che avrà cominciato a intrattenere “rapporti” concreti con lui». (Richiesta di archiviazione, p.346)

(6 – continua)

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