Colonizzazione

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Mafia e politica secondo l'antimafia
di Giovanni Giovannetti

Parola chiave: colonizzazione: L'espansionismo mafioso al Nord si mantiene sottotraccia, così da non destare sguardi. Come denuncia il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone sul “Corriere della Sera” (24 marzo 2011), dal cono d'ombra vengono elargiti «pacchetti di voti per i politici, laute parcelle o buoni affari per professionisti o buracrati, capitali a buon mercato e ostacoli alla concorrenza per gli imprenditori e così via, […] senza mai interrompere il legame essenziale con la terra d'origine, a cui sono sempre rimesse le decisioni strategiche»: Pignatone rivela che un boss di San Luca si riproponeva di «concentrare tutti i voti controllati dalle cosche su sei candidati di assoluta fiducia, strategicamente scelti sul territorio, da far eleggere al Consiglio provinciale e da portare, dopo un'adeguata sperimentazione, prima al Consiglio regionale e poi al Parlamento nazionale, così da avere in quelle sedi uomini propri, superando la mediazione spesso troppo complessa o ritenuta poco affidabile dei partiti». Proprio come al Nord: l'operazione del luglio 2010 ha infatti evidenziato l'interazione mafiosa con 13 esponenti politici lombardi che, avverte il sostituto Procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri «seppur non indagati, avevano in modo più o meno consapevole beneficiato dei voti della 'Ndrangheta».
Alla colonizzazione della politica se ne affiancano altre: larga parte dell’economia italiana è ormai “sommersa” oppure è in mano alle mafie: un fiume di denaro – circa il 40 per cento del Pil – che preme sull’economia legale e condiziona il libero mercato. Tra i paesi dell’Ocse, l’Italia occupa il secondo posto dopo la Grecia, con un'incidenza del sommerso pari al 27 per cento, a fronte di paesi come Stati Uniti, Austria, Svizzera la cui incidenza non supera il 10 per cento; o di altri come Russia e Bulgaria collocati tra il 30 e 40 per cento (Nigeria, Thailandia, Bolivia superano il 70 per cento). Il “sommerso” italiano supera la media Ocse di oltre il 60 per cento. (fonte: Fondo monetario internazionale)
Secondo Eurispes, i valori sarebbero ancora più elevati: 549 miliardi di euro equivalenti alla somma del Pil di Finlandia (177 miliardi), Portogallo (162), Romania (117) e Ungheria (102), con una integrazione in “nero” del reddito familiare pari a circa 1.330 euro mensili.
Più di 5 milioni di lavoratori italiani e stranieri sono in nero e chi li sfrutta non versa i loro contributi. I lavoratori “sommersi” sono un angosciato esercito senza santi in paradiso che va a sommarsi alla disordinata massa del lavoro precario o a partita Iva, che la politica quasi ignora.
Intanto le mafie delocalizzano, diversificano gli investimenti, hanno molta liquidità, non pagano le tasse, non hanno bisogno di indebitarsi con le banche e pagano cash. Le Procure hanno invece le armi spuntate, perché la legge sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi può essere facilmente aggirata (ad esempio, intestando le proprietà a compiaciuti prestanome), mentre strumenti che potrebbero rivelarsi incisivi, come l’anagrafe dei conti correnti bancari, è disattesa da 18 anni.
Le mafie italiane inquinano le economie legali con una liquidità infinita: un fatturato di 175 miliardi di euro – l’11,1 per cento del Prodotto interno lordo, pari alla somma del Pil di Paesi come Estonia (25 miliardi), Romania (97), Slovenia (30) e Croazia (34) – (fonte: Eurispes) frutto di attività criminali che viene reinvestito nell’edilizia e nelle attività commerciali, o in operazioni finanziarie attraverso banche compiacenti. Il Fondo monetario internazionale stima in 118 miliardi di euro l'ammontare del denaro mafioso riciclato in Italia: «La mafia Spa è la prima azienda italiana per fatturato e utile netto e una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro anno. Così ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160.000 euro al minuto. La mafia è diventata una grande impresa multinazionale che opera nell’economia globale esattamente come una qualsiasi multinazionale. Non ha più bisogno di uccidere perché corrompe e compra» (la citazione è ripresa da Franco Archibugi, Alessandro Masneri, Giorgio Ruffolo e Elio Veltri, Mafie Spa, “Il primo amore” online – http://www.ilprimoamore.com/testo_2015.html).
Nelle sole regioni del Nord, oltre 8.000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, 180mila esercizi commerciali sono sottoposti all’usura, con tassi d’interesse in media del 270 per cento: un movimento in denaro di 12,6 miliardi che va a sommarsi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8), della contraffazione (6,3), dei rifiuti (16), dell’edilizia pubblica e privata (6,5), delle sale gioco e scommesse (2,4), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi di euro) interagendo con segmenti della grande distribuzione.(fonte: Sos impresa).
Edilizia privata. In Italia, in soli 15 anni il trasversale “partito del mattone” ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo – nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!) – il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
Cosa nostra ’Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita è evidente che godano di buone entrature e quindi, poco disturbate, potranno continuare a dare scacco all’economia legale.
La forbice si allarga: aumentano i profitti delle mafie e degli affaristi – industriali, finanzieri, palazzinari – e specularmente calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i nuovi poveri senza speranza di emancipazione e l’antipolitica cialtrona e autoreferenziale al potere: mero prolungamento nel sociale dei poteri economici e finanziari, imbavaglia la magistratura o la corrompe (alla faccia della separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario), lega le mani alle Forze dell’ordine, chiama l’esercito nelle strade a tintinnare le sciabole e a tastare il polso degli italiani. Nell’estate 2008, 3.000 militari dei reparti scelti sono stati messi a pattugliare le strade di alcune città italiane a «rischio criminalità». A fare che? Ad arrestare 9 borseggiatori al mese, equivalenti alla produttività di due agenti sopra una “volante”! (fonte: Siulp) Mentre al Governo giocano con i soldatini, nella sola Milano ogni giorno le mafie spacciano ai ragazzini 15 mila minidosi di cocaina, offerta in ‘promozione’ a soli 10 euro. Un business dai guadagni esponenziali: su 1.000 euro di cocaina la prima settimana i narcotrafficanti ne guadagnano 3.000, la seconda 9.000, la terza 27.000, ecc. In Italia, tra occasionali e abituali si contano più di un milione di consumatori, un fenomeno difficile da arginare perché, nonstante la repressione, «le cosche dispongono di personale umano inesauribile, non necessariamente associato, anzi, preferibilmente esterno». (il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, 25 febbraio 2010).
Perché continuano a raccontarci bugie? Zygmunt Bauman risponderebbe che il sistema di potere teme l’eccesso di paura, e allora lo indirizza su obiettivi innocui, enfatizzando la paura percepita: pur di vincere le elezioni, hanno spostato il conflitto dai problemi reali (la crisi, l'economia parassitaria illegale e criminale, l'evasione fiscale, ecc.) alla guerra tra poveri, e alla caccia alle streghe. Hanno persino trasformato zingari o stranieri “accattoni” in una minaccia aliena più drammatica dell'invasiva e colonizzante contaminazione delle mafie – che approfittando del vuoto si fanno Stato – e più allarmante della perdita di valore dei salari, o del progressivo aumento delle famiglie in difficoltà economiche. Hanno spacciato per interesse nazionale il loro tornaconto e quello degli amici degli amici.
Che fare? I beni consolidati delle mafie italiane vengono stimati 1.000 miliardi di euro. Secondo Elio Veltri, la loro confisca risolverebbe il problema del debito pubblico, «ma i sequestri vanno a rilento e costituiscono il 10 per cento dei patrimoni mafiosi e di questi solo la metà arriva a confisca. Il che significa che finora è stato confiscato solo il 5 per cento dei patrimoni, di cui una parte consistente non è stata nemmeno assegnata». Per Pietro Grasso «è evidente la sproporzione fra la ricchezza e la complessità delle leggi e i risultati effettivamente raggiunti sul terreno nevralgico della repressione delle accumulazioni finanziarie illecite e della loro utilizzazione a fini di infiltrazione dell’economia legale». Secondo il Procuratore nazionale antimafia, «la ricchezza di elaborazione normativa sembra quasi inversamente proporzionale alla dimensione dei risultati concretamente conseguiti».
Che fare, dunque? Le mafie vanno colpite al cuore, là dove tengono il portafoglio, con la confisca di beni immobili, partecipazioni nell'economia legale, titoli e quattrini da cercare anche nei paradisi fiscali. Ma va ridotto drasticamente il tempo elevato che separa il sequestro dalla confisca, spesso superiore a 10 anni. Per Veltri un contributo positivo alla soluzione del problema sarebbe «l’approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e il funzionamento a pieno ritmo della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”». Secondo l'economista Donato Masciandaro, «non servono complicate ingegnerie antiriciclaggio, basta che la parte “bianca”, trasparente, prevalga su quella oscura. E per farlo è necessario che tutti i movimenti di denaro siano tracciabili». Insomma, il divieto dei pagamenti in contanti.
Ma i correttivi serviranno a poco se contemporaneamente non si avrà la rigenerazione dell'etica in politica e nel sociale: uno sforzo culturale enorme per portare il Paese fuori dalla corruzione, dalle tangenti e dallo spreco del pubblico denaro. Ma uscire anche dalla cattiva società dei ceti immobili, del finto sviluppo senza progresso e delle diseguaglianze senza ascensore sociale.
Tutto fermo? Niente affatto. C'è un'Italia in cammino, capace di forza rigenerativa e prefigurazione. Un'Italia che vuole ridare contenuto a parole come salute, fervore, allegria, altruismo, libertà, amicizia, amore. Un'Italia dotata di forza interiore, capacità di sentimento e di pensiero. Come ha scritto Antonio Moresco, «ci sono delle lucine, molte lucine, in questo Paese buio. Bisogna farle crescere e farle incontrare, bisogna creare un piccolo vortice che si possa unire con gli altri piccoli vortici che già ci sono». Nonostante loro.

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