Non luoghi

by
di Giovanni Giovannetti

Carlo Chiriaco non è più internato nel braccio psichiatrico di San Vittore; finalmente l'hanno spostato nell'infermeria del carcere. Un ravvedimento benemerito, forse suggerito da chi lo ha preso in cura, già che altri, dal carcere punitivo di Monza, nonostante le numerose patologie organiche, lo avevano scaricato in quel surrogato dei vecchi manicomi criminali tra psicotici e malati di mente. Sono cose che capitano, sì, ma in pellicole come Gothika di Kossovitz o Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman, o in qualche remoto pertugio di mondo dove la vita umana conta poco o punto. E invece siamo in Italia, Paese in cui un tale trattamento inumano e discrezionale sembra ormai inquietante consuetudine in quelli che Salvatore Verde, nel suo libro Il carcere manicomio, definisce “i non luoghi istituzionali”; e «tra i luoghi più oscuri e degradati vi sono proprio queste sezioni o repartini psichiatrici che, ancor più dell'indecenza dei manicomi giudiziari, rappresentano talvolta una vera e propria eclissi di civiltà per il carcere di questo Paese».
E dire che dopo le lotte per il rispetto dei diritti costituzionali dei carcerati negli anni Settanta, si era fatto fronte al disastro depenalizzando alcuni reati e ponendo mano a leggi innovative come la Gozzini del 1986 (permessi premio, affidamento al servizio sociale, detenzione domiciliare per i condannati a pene sotto i tre anni e per i carcerati con meno di due anni da scontare; semilibertà per le pene detentive non superiori ai sei mesi o per gli ergastolani che abbiano già scontato almeno venti anni di carcere e 3 mesi l'anno di sconto della pena a chi avesse mantenuto un comportamento corretto in carcere, ecc.)
Negli anni che seguono sconteremo scelte politiche di segno opposto (come il taglio dei fondi per il lavoro, la formazione, la manutenzione dei fabbricati, l'assistenza e il sostegno psicologico ai detenuti) e normative «securitarie» come la “Bossi-Fini” (2002), che ha trasformato in delinquenti i numerosi stranieri “clandestini”, fino a ieri perseguibili con una semplice ammenda. O come la “Fini-Giovanardi” che, dal 2005, sostanzialmente ha posto sullo stesso piano spacciatori e consumatori, criminalizzando i “tossici”, deportandoli in carcere. O come la “ex-Cirielli” (2005), che ha sospeso le attenuanti generiche ai recidivi, allungando la detenzione e dunque la permanenza nel circuito carcerario (modifiche sconfessate dallo stesso primo firmatario, il senatore Salvatore Cirielli).
Sono leggi malfatte e dal dubbio profilo costituzionale, leggi fuorilegge volte a eludere problemi sociali – come le tossicodipendenze – da affrontare fuori dalle aule dei tribunali, o dinamiche mondiali come la globalizzazione degli umani: nel sistema penitenziario i tossicodipendenti sono 16.600, il 25 per cento (ma nel 2010 per le carceri ne sono passati ben 24mila!) e gli stranieri – 25.000 – sono il 37 per cento (fonte: Censis). A conti fatti, l'80 per cento dei detenuti mantengono un basso indice di pericolosità. Che dire poi dei reclusi in attesa di giudizio: sono il 40 per cento. Anche la carcerazione preventiva, da eccezione, si sta ormai rivelando inquietante regola.
Affollamento, negazione dei diritti, violenze… Le carceri italiane sembrano così sfuggire ad ogni ordinamento penitenziale e costituzionale, al punto che nel solo primo semestre 2011 hanno già perso la vita oltre 100 detenuti.

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