Amici?

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di Giovanni Giovannetti

Dov’è sparito il consigliere comunale Dante Labate, che per Chiriaco era «come un fratello»? E il suo ex socio in affari, l’assessore Luigi Greco? E Luca Filippi? E Rosanna Gariboldi? E suo marito il “faraone”? Di fronte alle allarmanti condizioni di salute dell’ex direttore sanitario Asl hanno preferito il silenzio, né tanto meno registriamo la loro vicinanza umana alla famiglia.

L’appello per gli arresti domiciliari di Carlo Chiriaco (ora recluso nell’infermeria del carcere milanese di San Vittore) ha incontrato vasta eco locale e nazionale. Dopo la sua divulgazione, molti semplici cittadini hanno chiesto di poterlo sottoscrivere. Altri – da Ettore Filippi ad Antonietta Bottini, dal direttore de “Il Ticino” Sandro Repossi allo storico Giorgio Boatti – pur senza sottoscriverlo, ne hanno tuttavia rimarcato le buone ragioni umanitarie.
Non è così per tutti. Desta impressione l’assoluto defilarsi di ex amici quali Luigi Greco, Dante Labate, Luca Filippi e su su fino a Rosanna Gariboldi in Abelli e suo marito il Faraone.
Si può capire la prudenza o il pudore di un Pietro Trivi, che nel frattempo era stato rinviato a giudizio (una volta assolto, Trivi non ha mancato di ricordare l’amico sofferente incarcerato), ma da questi altri, nemmeno indagati, c’era forse da prevedere moti di solidarietà se non politica almeno umana, nonché vicinanza alla famiglia. Invece nulla.
Nel Pdl, tra i pochi decisi a condividere l’appello ricorderemo il consigliere comunale pavese Pietro Ferretti, il sindaco di Gambolò Elena Nai, il direttore generale dell’Asp Maurizio Niutta, il consigliere regionale Vittorio Pesato. Dietro a loro il silenzio è stato tombale. Un silenzio rotto dal rutto sincronizzato del consigliere comunale nonché ex presidente della commissione Territorio Dante Labate e del sindaco Cattaneo (caso raro, per una volta i due la vedono allo stesso modo) corali nel criticare chi tra i promotori dell’appello, «prima lo ha massacrato e ora lo difende» (e perché mai non lo hanno «difeso» loro, senza aspettare che intervenissimo noi, i “nemici”?).
Dante Labate lo ricordiamo socio dell’Immobiliare Vittoria insieme ad Antonio Dieni (indagato) e Teresa e Graziella Aloi, rispettivamente cognata e moglie dell’avvocato tributarista Pino Neri, ritenuto dagli inquirenti il capo della ‘Ndrangheta in Lombardia (Labate a Neri il 24 febbraio 2010: «ohhh!!! Pinuccio… mi ha detto mio padre che vi siete sentiti ieri»).
È pur vero che, stando alle carte dell’inchiesta “Infinito”, Neri si mostra «incazzato con Dante [Labate] perché aveva contribuito la prima volta a farlo eleggere [in consiglio comunale nel 2005] poi [dopo la vittoria del centrodestra nel 2009] chisto cane probabilmente chiedeva cose pesanti, cioè non fattibili››.
Alle elezioni amministrative 2009 l’avvocato tributarista proverà allora a puntare su Rocco Del Prete (un candidato, sottolineano gli inquirenti, «nella piena disponibilità di Pino Neri»), che sarà il primo tra i non eletti in Rinnovare Pavia di Ettore Filippi.
Quanto a Carlo Chiriaco, per lui Labate era «come un fratello» minore al quale passare utili consigli e preziose indicazioni operative, come l’esortazione a chiamare in città l’allora sindaco di Reggio Calabria Antonio Scopelliti (oggi governatore) per sostenere la sua campagna elettorale il 29 maggio 2009 («così scatta il meccanismo dell’identità calabrese»).
A quanto sembra, l’appuntamento pavese non esaurì l’agenda di Scopelliti al nord: come leggiamo sul “Fatto quotidiano”, dopo la visita al candidato sindaco Cattaneo, a Labate e ai calabresi locali, il primo cittadino reggino «incontra a Milano Paolo Martino, il boss della ’Ndrangheta legato alla cosca De Stefano». Martino (già latitante, precedenti per omicidio, fatti di mafia e narcotraffico) viene nuovamente arrestato per associazione mafiosa il 13 marzo 2011. Secondo gli inquirenti, è «diretta espressione» in Lombardia della famiglia reggina dei De Stefano – con cui è imparentato – e di Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, boss delle cosche di Africo. Interrogato dal Gip Giuseppe Gennari, Martino conferma di conoscere Scopelliti, nonché «suo fratello Francesco, che sta a Como e fa l’assessore. Io, signor giudice, conosco un po’ tutti».
E che ci faceva Labate a Gambolò nel luglio 2009, in visita ai depuratori finlandesi Clewer, di cui Chiriaco sembrava mirare alla “promozione”? Nella città lomellina ben ricordano l’odontoiatra in compagnia di Dante Labate e del futuro consigliere regionale della Lega nord Angelo Ciocca.
Dalle cronache del luglio 2007 riprendiamo infine la notizia dell’arresto in Calabria di Massimo Labate, fratello di Dante, consigliere comunale a Reggio, processato e infine assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (erano emersi i frequenti contatti tra Massimo Labate detto “Baccheggio” e Antonino Caridi, genero del boss Domenico “Mico” Libri).
Neanche una mail o, che so, un pizzino di vicinanza ai famigliari neppure dall’assessore comunale ai lavori pubblici Luigi Greco. E dire che il presunto mafioso Chiriaco lui lo ha avuto al suo fianco nella Melhouse, società che gestisce il ristorante-griglieria La Cueva in via Brambilla a Pavia, di cui l’assessore oggi è proprietario. Prima ne deteneva solo il 34 per cento mentre il residuo 66 era in quota a Monica Fanelli, moglie del costruttore Rodolfo Morabito, cugino di Chiriaco e tra gli indagati nell’inchiesta antindrangheta. Secondo gli inquirenti, Greco sarebbe stato «il titolare apparente» in quanto a finanziare l’acquisto, insieme a Chiriaco, avrebbe concorso Giuseppe Romeo. Quest’ultimo è nipote di Salvatore Pizzata, a sua volta condannato il 24 settembre 1997 a due anni e dieci mesi di galera per associazione mafiosa e di nuovo il 14 maggio 1998 per narcotraffico. Nel 1992 alcuni collaboratori di giustizia hanno segnalato una Locale della ’Ndrangheta a Pavia, indicandone i capi – già negli anni Settanta – in Neri e Pizzata.
Apprezzabile, al contrario, la sia pure tardiva nonché auto-assolutoria presa di posizione di Ettore Filippi che, sul “Mondo di Pavia”, sottolinea Chiriaco quale unico imputato “politico” dell’inchiesta Infinito, «così che rispetto alla costante aspettativa di raggiungere il “terzo livello”» gli investigatori sarebbero incorsi in «una delusione frustrante», tale da indurli a trasformare Chiriaco in un vero e proprio capro espiatorio.
Se indubbiamente il medico odontoiatra è l’unico “politico” incarcerato, altri figurano a vario titolo nell’inchiesta, o coinvolti o indagati: oltre allo stesso Filippi e ai citati Labate e Greco (non indagati), ricorderemo il brianzolo Massimo Ponzoni, ex assessore regionale all’ambiente, indagato per bancarotta e corruzione, già socio in affari con Rosanna Gariboldi coniugata Abelli nella fallimentare immobiliare “il Pellicano”, definito dal Gip Giuseppe Gennari «parte del capitale sociale della ’Ndrangheta». O Antonio Oliverio, dal 2005 al 2009 assessore provinciale milanese al turismo e alla moda nella Giunta Penati (centrosinistra), allora in quota Udeur, in seguito fiero sostenitore di Guido Podestà (centrodestra); Oliverio è accusato di corruzione e bancarotta (in rapporti con Salvatore Strangio, avrebbe fatto da tramite tra la politica e la ’Ndrangheta). Che dire poi del commercialista di Ettore Filippi, il massone Pietro Pilello da Palmi (Reggio Calabria), revisore dei conti di Asm Pavia e in altre 27 società, legato – secondo l’antimafia – da un «patto occulto» con il collega di Massoneria Pino Neri. Negli anni in cui “compare Pino” sconta la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due c’è stata una «compartecipazione» alle cause civili di cui si dividevano i guadagni in nero. In Asm Pavia il dottor Pilello viene chiamato il 29 giugno 2007 dal vicesindaco Filippi (centrosinistra); nel giugno 2010 viene ricandidato dal consigliere comunale Giovanni Demaria di Rinnovare Pavia, la lista di Filippi ora al centrodestra, lista a disposizione di Neri e Chiriaco. Pietro Pilello è noto alle cronache nazionali: nel 2007 insieme all’ex direttore di Raifiction Agostino Saccà, viene indicato tra i più risoluti nel reclutare parlamentari in svendita per far cadere il governo Prodi su mandato di Berlusconi (Saccà a Berlusconi: «Sto lavorando per far cadere il Governo e conto di riuscirci». Più recentemente, lo ritroviamo attivo nell’organizzare «cene elettorali con i boss»: ad esempio, la Richiesta del Dipartimento distrettuale antimafia al Gip narra la cena in favore di Guido Podestà, il candidato di centrodestra alla presidenza della Provincia di Milano: il 29 maggio 2009 «tale Pilello Pina» sorella di Pietro, a nome del fratello «chiama Cosimo Barranca, capo della locale di Milano, per invitarlo ad una cena organizzata presso il ristorante il Cascinale». Una mancanza di riguardo: Barranca declina l’invito e lo riferisce a Pino Neri. A sua volta, “Compare Pino” avverte Barranca «che ci sono dei giochetti di cui poi gli dirà». Le lamentele del boss procurano l’effetto sperato. Il giorno dopo Pietro Pilello chiama personalmente Barranca, si scusa e insiste per averlo alla cena (Barranca passerà giusto il tempo per conoscere i candidati). Subito il capo della ’Ndrangheta milanese nuovamente chiama Neri per riferire «la telefonata dell’amico Pilello, e delle sue scuse per aver delegato alla sorella le informazioni sulla cena di questa sera». Emergono così i vasi comunicanti tra il tributarista di Palmi e la malavita lombarda. Secondo gli inquirenti, «è significativo il fatto che Barranca si risenta per la circostanza che Pilello non lo ha chiamato direttamente ma attraverso la sorella e che poi costui si scusi con Barranca per “l’indelicatezza” ed insista molto per presentargli i candidati». Passa del tempo. In una conversazione del 30 gennaio 2010, tra Neri e Chiriaco, finalmente si disvelano i motivi del dissidio con Pilello. Si tratta appunto della compartecipazione in parti uguali sul dovuto per alcune cause civili, poiché l’incarcerato Neri era rimasto senza l’abilitazione: secondo il capo della ’Ndrangheta, «8.500 euro se li è fottuti lui. Fatturavo io e dividevamo in due, fatturavo come studio, ed a lui glieli davo in nero». Pilello fra l’altro è revisore dei conti alla Finlombarda Spa (la finanziaria della Regione Lombardia ai cui vertici siede il presidente dell’Asm pavese, il leghista Giampaolo Chirichelli) e presso Amicogas – compartecipata Asm – nonché all’Ente autonomo Fiera internazionale di Milano, alla Metropolitana milanese e all’Agenzia sviluppo Milano metropoli. Agli inquirenti non resta che domandarsi come possa un tale «soggetto pienamente inserito in strutture societarie di alto livello […] essere in una condizione di sudditanza nei confronti di Barranca».
Infine Desio. Nella cittadina brianzola, il locale coordinatore Pdl Natale Marrone (cugino dei fratelli Marrone, indagati per ricettazione e detenzione abusiva di arma da fuoco) aveva chiesto al boss ’ndranghetista Pio Candeloro (capo Società, il vice del capo Locale Annunziato Moscato) di “punire” l’assessore provinciale nonché dirigente dell’Ufficio tecnico comunale Rosario Perri. Candeloro rifiuterà solo perché «Perri è appoggiato da persone di evidente rispetto». Perri non pare uno stinco di santo (Saverio Moscato a Giuseppe Sgrò: «quell’altro prende un sacco di soldi… prende pure i soldi, Perri», soldi che a quanto pare Perri teneva nascosti nelle tubature di casa). Nell’inchiesta “Infinito”, dalle parti di Desio ritroviamo coinvolti anche il presidente del Consiglio comunale Nicola Mazzacuva e il presidente dell’Asl di Monza e Brianza PietroGino Pezzano (ora promosso alla presidenza dell’Asl Milano2).
Tornando a Filippi e allo stato di salute di Chiriaco, anche secondo l’ex poliziotto siamo ormai di fronte a «Un collasso evidente, non specioso, palpabile e certificato che sta demolendo giorno per giorno una persona per la quale la magistratura non ha ancora emesso un giudizio di colpevolezza e che rischia oggettivamente di morire in carcere, venendo sottoposto, così, ad una pena non prevista dal nostro codice». E non senza ragione Filippi si domanda: «Quale utilità sociale riveste il tenere pervicacemente in carcere una persona diventata fisicamente e psicologicamente un relitto umano alla deriva (lo dico senza alcuna intenzione di offendere, ma per rendere visivamente quello che intendo), che si sta lasciando andare (e sicuramente non per scelta processuale!)?» Argomentazioni che mi vedono concorde: «tenere in carcere in regime di custodia cautelare (e non di condanna) un cittadino italiano con quel quadro clinico certificato e nella situazione psicologica devastata (anch’essa accertata) potrà essere giustificato in base ad una interpretazione giustizialista della legislazione penale, ma è un vero e proprio scandalo etico», già che la serena valutazione «delle condizioni del cittadino, della sua personalità, di quanto sia socialmente pericoloso, di quanto la società debba continuare a guardarsi da lui vengono prima e sono, quindi, per il legislatore più importanti della ferrea applicazione delle norme che attengono alla attività della “Giustizia”. E Carlo Chiriaco, oltretutto, non è ancora un colpevole, così che sostenere che debba restare in carcere sarà legittimo, ma è assurdo. So perfettamente che questa mia lettera non servirà a cambiare nulla ma ritenevo corretto scriverla perché, a prescindere da quale sarà il destino giudiziario di Carlo Chiriaco, voglio dire ad alta voce che tenere recluso un cittadino in quelle condizioni potrà anche essere tecnicamente possibile ma è umanamente obbrobrioso».

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