Motivazioni

by
di Giovanni Giovannetti

Assolti dall'accusa di corruzione elettorale «perché il fatto non sussiste». E ora le Motivazioni: secondo i giudici, «è difficile spiegarsi perché sia stata portata a giudizio un'accusa che, per metà, più che infondata è inesistente».
Insomma, manzonianamente il processo ai presunti corruttori Carlo Chiriaco e Pietro Trivi non era da fare. I giudici ora ne elencano i motivi: mancata o parziale esibizione di fondamentali intercettazioni che, se ascoltate interamente, scagionerebbero gli imputati invece di accusarli; trascrizioni a lume di naso – spacciate come veritiere nonché “dirimenti” dall'accusa – di cui sono stati accertati errori di “lettura” tali da ribaltarne il significato; testimoni dell'accusa – come l'investigatore Alessandro Farris dei Ros – che in aula ammettono di aver omesso di verificare in quale Comune fosse elettore il «corrotto» Cosimo Galeppi (dando per scontato che risiedesse a Pavia, mentre lui è iscritto nelle liste elettorali di San Martino); assoluta mancanza di prove sull'ipotesi che il «corrotto» Galeppi fosse al tempo stesso corruttore, già che «il capitano Farris – leggiamo nelle Motivazioni – ha schiettamente ammesso che furono fatti appostamenti per verificare l'effettiva consegna dei soldi a Galeppi, ma che non fu effettuato alcun accertamento successivo per vedere che uso avrebbe fatto costui della somma», a conferma «che l'iniziale ipotesi degli inquirenti fosse quella, infondata, della corruzione» del sindacalista Uil.
Del resto, come lo stesso Farris certifica, non è «stato individuato un qualsiasi elettore compensato o promissario di illecito compenso». Per il Tribunale sta a significare «non tanto che nessuno è stato identificato con nome e cognome, ma che non è stato verificato nessun tipo di incontro o di accordo con nessun elettore».
Come leggiamo, «tanto basterebbe per pronunciare l'assoluzione per mancanza di prova del fatto. Tuttavia, per completezza di analisi – scrive il giudice Beretta – si impone qualche altra osservazione»: in contrasto con quanto ha sostenuto l'accusa, le intercettazioni del 12 e 25 maggio 2009 tra Chiriaco e Galeppi e poi tra i due imputati, evidenziano che il sindacalista ha speso buona parte dei 2.000 euro a lui elargiti da Trivi tramite Chiriaco «per spese tipiche di campagna elettorale. La genuinità delle conversazioni, del resto ammessa dal Pm, è ovvia, trattandosi di colloqui svolti ignorando di essere intercettati, e dunque non certo pensabili come tesi difensive nate prima ancora del processo. Né il contrario può essere desunto da isolate affermazioni di Chiriaco, piuttosto ipotetiche e ambivalenti, quando non connotate da una sorta di autocompiacimento per le sue capacità». Ancora: conversando con Dante Labate il 13 giugno 2009, «Chiriaco dice che i voti erano venuti perché a Galeppi erano stati dati i soldi (Chiriaco: “io, se non ci dava euro 2.000, nonostante a cena che… u pranzu che ha fatto con Caltagirone e Galeppi e 40 sindacalisti”)»: secondo i giudici, la frase «costituisce riscontro alla dichiarazione di Galeppi relativa a questo episodio e al fatto che costui si era impegnato perché remunerato».
Della stessa conversazione si segnalano discrepanze nella trascrizione tra il perito e la difesa di Trivi: Chiriaco ha «comprato» o «contato» voti? L'ascolto diretto in aula ha fatto «ritenere che il verbo corretto sia “ho contato” e, ancora una volta, questa interpretazione è sorretta dalla logica con riferimento – osservano i giudici – al momento della conversazione, posteriore alle elezioni, quando non si trattava più, eventualmente, di “comprare”, ma piuttosto di contare i voti ottenuti per misurare il successo dei candidati, come dimostra l'espressione “sotto i 400 è una figura di merda” e come dimostra l'altra frase “spero supero 500”».
Quanto alle considerazioni di Chiriaco al cugino Rodolfo Morabito su ipotetici tariffari (25 maggio 2009: «…venti euro a quota cento ero su cinque voti, mille euro sono cinquanta voti, due mila euro sono cento voti. In questo caso valgono un po' di più, va bene? Secondo me… sì dieci euro a voto, io credo che centocinquanta voti lui li porta»), secondo i giudicanti le sue ambigue parole «sono talmente contraddittorie e confuse da far escludere che un qualcosa del genere sia avvenuto nella circostanza».
Concludendo, il presidente Cesare Beretta per l'appunto sottolinea che «è difficile spiegarsi perché sia stata portata a giudizio un'accusa che, per metà, più che infondata è inesistente»
Eppure Chiriaco e Trivi erano stati rinviati a giudizio con il rito immediato – atto che presuppone l'evidenza della prova – nonché l'aggravante «di avere commesso il fatto per favorire il sodalizio criminoso 'Ndrangheta».

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