Cemento, aquile e avvoltoi

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Prima parte. Un pavese in Abruzzo, anzi due
Dossier sulle infiltrazioni mafiose nel dopo terremoto, a cura di Libera

Oltre che direttore dei lavori ai chiacchierati cantieri “Carrefour” lungo la Vigentina e “Green Campus” al Cravino, l’ing. Gian Michele Calvi presiede a L’Aquila il Consorzio ForCase, a sua volta fautore del “Progetto C.a.s.e.” (Complessi Anti Sismici Ecocompatibili): 183 edifici, 4.449 appartamenti, 19 villaggi intorno al “cratere”; appalti per 809 milioni di euro, soldi elargiti dalla Protezione civile in qualità di committente. Il Consorzio vede la partecipazione della pavese Fondazione Eucentre – che fa capo alla Protezione civile ed è diretta dallo stesso Calvi – oltre a due imprese di costruzioni, la Icop (la ricordiamo a Pavia nel restauro del ponte della Becca) e la Damiani costruzioni (toh, la stessa impresa che sta costruendo il “Green Campus” al Cravino) a cui in Abruzzo è demandato l’acquisto dei materiali e il coordinamento dell’attività di cantiere. Progettazione e direzione lavori sono ben salde sotto la responsabilità e il coordinamento di Gian Michele Calvi («il mio compenso è stato di 46mila euro. Sono pochi, ma l’ho fatto per un impulso etico e morale»).
Il 24 maggio 2011 il Gup (giudice per l’udienza preliminare) del Tribunale dell’Aquila ha rinviato l’ingegnere a giudizio, e con lui gli altri sei componenti della Commissione “Grandi rischi”, accusati di omicidio colposo plurimo e lesioni: il 31 marzo 2009 – solo cinque giorni prima del devastante terremoto (309 morti e 1600 feriti) – i sette commissari avevano “tranquillizzato” la popolazione sulla sequenza sismica in corso, da mesi percepibile nel territorio aquilano, negando il rischio di un terremoto distruttivo o comunque di magnitudine superiore a quelle fino ad allora registrate. Nel capo d’imputazione si legge che «dopo la riunione sono state fornite informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione». Calvi è anche indagato per frode in pubbliche forniture nell’ambito dell’inchiesta aquilana sulla ricostruzione post-terremoto.
Gian Michele Calvi insegna meccanica strutturale all’Università di Pavia. Era tra i più ascoltati consulenti di Guido Bertolaso, il palestrato sottosegretario alla Protezione civile. Nell’estate 2008 – scrive Paolo Berizzi su “la Repubblica” (20 marzo 2010) – Bertolaso «lo spedisce alla Maddalena come “soggetto attuatore” del G8 al posto dello spendaccione Fabio De Santis (ora in carcere), “allontanato” perché stava appaltando a 600 milioni opere che dovevano costarne 300. Peccato che l’ingegner Calvi – figlio d’arte, studio da 30 dipendenti, famiglia vicina all’Opus Dei, un fratello, Gian Luca, che l’anno scorso rileva per 300mila euro la Tecno Hospital di Gianpaolo Tarantini – all’Aquila abbia splafonato, e non di poco, proprio nella costruzione delle new town. In 11 mesi, dall’aprile del 2009, con la sua task force di 119 tecnici è riuscito a far lievitare i costi del 40%: dai 570 milioni preventivati a 800. Non male per un’emergenza costata finora la cifra record di 1 miliardo e 431 milioni».
 A Pavia, per le case “Green Campus” al Cravino «è stata adottata la stessa tecnologia antisismica sperimentata all’Aquila dopo il terremoto» e gli appartamenti sono (illecitamente) venduti sul libero mercato a 2.700 euro al metro quadro. Stando a una perizia tecnica voluta dal consigliere regionale abruzzese Carlo Costantini (Idv),  è  la stessa cifra pagata a L’Aquila, tra dubbi e perplessità: la Procura nazionale antimafia e la Dda abruzzese stanno infatti indagando per accertare se i «2.700 euro a metro quadrato pagati sono rispondenti alla qualità delle realizzazioni».
Quello che segue è l’estratto di un documentato “Dossier Abruzzo” del 2010, a cura di Libera, sulle infiltrazioni mafiose negli appalti del dopo terremoto. L’ingegner Calvi e il suo “Progetto C.a.s.e.” emergono carsicamente, pagina dopo pagina. (G.G.)

L’Aquila e l’intera regione rischiano di precipitare nelle mani della criminalità organizzata e di cricche e comitati d’affari locali e nazionali. Quello che preoccupa è che l’Abruzzo, finora, non ha dato prova di essere attrezzato per fronteggiare fenomeni di questa natura. Fenomeni destinati ad accentuarsi a causa degli affari legati al post terremoto, come testimoniano le inchieste sugli appalti della Protezione civile, dal Consorzio Federico II ai puntellamenti, dai bagni chimici nelle tendopoli agli isolatori sismici del Progetto C.a.s.e.
A parlare per la prima volta di «corruzione endemica», nel gennaio 2010, è il magistrato antimafia Olga Capasso, quando manifesta le sue preoccupazioni per gli appalti per la ricostruzione che stanno per passare agli enti locali. Legami tra politica, amministrazione, mafie, massoneria, cricche e comitati d’affari locali e nazionali. Preoccupano anche le presenze della criminalità organizzata che, nella regione – è bene ricordarlo – sono precedenti al terremoto. A provarlo diverse inchieste di questi mesi, come ad esempio quelle della procura di Napoli sulla presenza dei casalesi o quella della procura di Reggio Calabria dove emerge un filone che conduce a contatti tra ‘ndrangheta e imprenditori aquilani. E poi i ritiri di alcuni certificati antimafia, come all’impresa Di Marco, il cui titolare era legato agli imprenditori di Tagliacozzo accusati di aver riciclato nella Marsica parte del tesoro di don Vito Ciancimino. Un caso che fa emergere un quadro allarmante sullo stato di penetrazione e sulle reti di relazioni stabilite, ben prima del sisma del 6 aprile, con imprenditori e politici del luogo. Nonostante tutti i segnali, a lasciare interdetti è la perspicacia con cui in questi anni le istituzioni e le forze politiche locali hanno negato – e in molti continuano a negare – il fenomeno, preferendo coltivare il sogno di Abruzzo isola felice. Questo atteggiamento è ancora più marcato in provincia dell’Aquila: forse non è un caso che quasi tutte le inchieste legate al terremoto siano state avviate da procure di fuori provincia, dalle segnalazioni del pool antimafia creato dalla Divisione nazionale antimafia (Dna) pochi giorni dopo il sisma oppure sono partite in seguito a inchieste giornalistiche. Poche le denunce di cittadini. Nell’ultimo anno, a l’Aquila e in Abruzzo, quando si discute sugli argomenti più vari, gli interlocutori si trovano spesso a distinguere tra il “prima del terremoto” e il “dopo il terremoto”. Il sisma del 6 aprile rappresenta, in maniera consapevole o no, un evento traumatico che ha segnato e segnerà la storia della regione per i prossimi decenni. E segnerà in maniera marcata anche la storia criminale e del malaffare. Così, anche in questo dossier, ci ritroviamo a fare questa distinzione: prima del 6 aprile e dopo il 6 aprile. Perché la scossa che alle 3.32 ha devastato l’Aquila non ha prodotto solo lutti e macerie. Ha spazzato via anche quel velo di ipocrisia che copriva chi si ostinava a parlare ancora di Abruzzo isola felice. E già nella prima emergenza e nei primi mesi del post terremoto, è emerso chiaramente che la regione è impreparata e disarmata per affrontare i nuovi rischi che gli si pongono davanti. La storia delle infiltrazioni criminali, delle cricche, dei comitati d’affari e della corruzione nel terremoto dell’Aquila sarà lunga ed è ancora tutta da scrivere.
Una cosa però è già chiara: il territorio sarà investito da ulteriori assalti che non possono più essere affrontati solo come un problema di polizia. La situazione è talmente grave che la società civile – sindacati, partiti, organi d’informazione, associazioni di categoria e di volontariato, parrocchie, singoli cittadini – dovrà decidersi a scendere in campo e concertare un’azione comune.
Come Libera, associazione nomi e numeri contro le mafie, pensiamo che per meglio comprendere quale sia la posta in gioco tra le montagne dell’Abruzzo interno, può essere utile descrivere lo scenario, fissare alcuni punti fermi, analizzare gli episodi emblematici, sensibilizzare la popolazione. Questo dossier, realizzato con il contributo e l’impegno del presidio Libera L’Aquila, è un primo passo in questa direzione.
Mentre vigili del fuoco, volontari, colonne regionali soccorrono e ricoverano le popolazioni colpite ed estraggono i morti da sotto le macerie, il presidente del Consiglio dichiara lo stato d’emergenza. Nel pomeriggio il Consiglio dei ministri nomina Commissario per il terremoto Guido Bertolaso e come nuovo prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli. Il Dipartimento nazionale di Protezione civile trasferisce nel cratere dirigenti e mezzi e, all’interno della Scuola della Guardia di finanza a Coppito, istituisce la Dicomac, la cosiddetta direzione di comando e controllo. Tale struttura viene utilizzata operativamente per la prima volta a L’Aquila: non è normata da alcuna legge e i suoi compiti e le sue funzioni sono regolate solo da ordinanze del Dipartimento. Sarà l’organismo che gestirà tutta la fase dell’emergenza e il Progetto C.a.s.e., con una spesa che supererà di molto il miliardo di euro.

(1 – continua)

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