Cemento, aquile e avvoltoi 4

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Progetto C.a.s.e.: preventivo 570 milioni. Ne sono stati spesi 800
Dossier sulle infiltrazioni mafiose nel dopo terremoto, a cura di Libera

Il 13 aprile 2009, giorno di Pasquetta, il presidio di Libera fotografa ruspe e camion che trasportano macerie dalla zona rossa (interamente militarizzata e chiusa anche agli abitanti) a Piazza d’Armi, zona militare interamente recintata. All’interno le macerie e ogni sorta di arredi ed effetti personali, vengono maciati dentro due macchine tritasassi che riducono tutto a ghiaia. Gli autisti dichiarano che le macerie provenivano dalla Casa dello studente e altri palazzi crollati in via XX settembre: sono gli stessi edifici per i quali la Procura di L’Aquila, due giorni prima, ha annunciato l’apertura di inchieste per crolli sospetti. Dopo le denunce sulla stampa, la triturazione viene bloccata, spariscono le tritasassi e la Procura sequestra quanto resta degli immobili. Il procuratore capo Rossini, che annuncia un’inchiesta su Piazza d’armi, dichiara esplicitamente: «Abbiamo il sospetto che qualcuno possa portare via ciò che resta degli edifici crollati. Apparentemente si tratta di macerie senza valore, ma per le nostre indagini potrebbero essere fondamentali». La Procura aprirà effettivamente un’inchiesta, ma sulla possibile presenza di amianto nel materiale triturato. Resta ancora da capire chi, in un’area della città interamente militarizzata, sia riuscito a prelevare indisturbato e macinare migliaia di metri cubi di macerie oggetto d’indagine. Il 22 aprile 2009, durante verifiche sulla radioattività e lo stato in cui versano le cave dismesse prima che vengano riempite, il presidio di Libera controlla vicino Paganica l’ex cava teges, inattiva da molti anni. Fotografa un’auto con i contrassegni del Servizio sisma Abruzzo e documenta i lavori di preparazione della cava per poter accogliere le macerie. In particolare, fotografa una macchina tritasassi. E una delle due che otto giorni prima era stata fotografata a Piazza d’Armi.
Il 25 aprile, “Sollevatiabruzzo” pubblica due foto con solo questa didascalia: «Paganica, discarica Teges: lavori in corso per ospitare le macerie». Immediatamente i lavori di preparazione si bloccano, la tritasassi rimane sul luogo almeno fino al 24 maggio, poi scompare dalla scena. Sempre a maggio la Protezione civile investe del problema macerie il Comune dell’Aquila, che assegna l’appalto per diverse decine di milioni di euro alla t&P srl: la ditta è inattiva, ed è proprietaria proprio della ex cava Teges. Scatta l’inchiesta – è la seconda sulle macerie –, il Comune revoca l’appalto e così la gestione dell’affare torna di nuovo nelle mani della Protezione civile, che affida la preparazione del sito al genio militare e ai vigili del fuoco: ad essere utilizzata, però, è sempre l’ex cava Teges. Tiriamo le somme: in ballo un appalto da decine di milioni di euro, due inchieste sullo smaltimento macerie invece di una, la stessa macchina tritasassi come filo conduttore, sempre la Protezione civile come primo attore, sullo sfondo l’ex cava Teges come unico elemento fisso.
Quello dello smaltimento macerie è un problema che ipoteca seriamente l’inizio della ricostruzione vera, senza risolverlo non può partire, tutto è fermo. L’Italia si accorgerà della sua esistenza quando esplode in tutta la sua drammaticità e crudezza. Il 10 febbraio 2010, migliaia di cittadini esasperati, violano la zona rossa ed entrano in centro storico, iniziando la rimozione delle macerie: inizia così quello che dai media verrà ribattezzato come il movimento delle carriole. Il governo li neutralizza promettendo di rimuoverle in poche settimane, ma oltre i proclami, i cumuli di pietre restano immobili e ancora non viene trovata una soluzione. Proprio il problema macerie è uno dei pochi casi, se non l’unico, per la cui soluzione la Protezione civile non ricorre ai suoi ampi poteri di ordinanza e lascia tutto in eredità agli enti locali.
Ma lo smaltimento è anche un affare colossale, da decine di milioni di euro e suscita gli appetiti di speculatori, comitati d’affari e criminalità. Anche la storia della ditta che detiene la proprietà della ex Teges, la T&P srl, contribuisce a far sorgere altre domande. Nel giugno 2009 la t&P vede l’ingresso di un nuovo socio con legami con diverse altre società, tra cui l’aquilana Abruzzo inerti srl, partecipata a sua volta dalla romana Sicabeton spa, grossa azienda con interessi in Italia e all’estero. Personaggi e società del gruppo Sicabeton sono stati indagati dai carabinieri di Palermo e figurano in un rapporto consegnato nel 1991 al giudice Falcone. Inoltre, la Sicabeton spa risulterebbe inserita nell’elenco delle imprese a rischio della Dna, mentre altre sue società collegate figurerebbero nei subappalti del Progetto C.a.s.e.

Gli strumenti di contrasto

Con il varo del decreto “Abruzzo” n. 39 del 28 aprile 2009 (poi convertito nella legge n. 77 del 24 giugno 2009), è già chiaro che i soldi per ricostruire la città e i centri storici non ci sono e non si vogliono trovare. Le soluzioni che si delineano per dare un tetto agli sfollati stravolgeranno il territorio e distruggeranno l’economia locale e le comunità. Su L’Aquila si creano così i presupposti per una speculazione edilizia senza precedenti che segnerà per sempre il futuro ambientale, economico e sociale dell’intero cratere. Con il decreto si avvia anche il più grande cantiere d’Europa e, in deroga alla legge nazionale sugli appalti, si innalza la percentuale delle opere subappaltabili dal 30 per cento al 50 per cento. Si prevedono, tra tante altre cose, anche alcuni strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. All’art. 16 comma 4, il decreto «dispone, al fine di prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata negli interventi per l’emergenza e la ricostruzione delle zone terremotate, permeanti controlli antimafia sui contratti pubblici e sui successivi subappalti e subcontratti aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture».
Al comma successivo dispone che «tali controlli siano da effettuarsi con l’osservanza delle linee guida indicate dal “Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere” – e che – per garantire l’efficacia dei controlli antimafia nei contratti pubblici e nei successivi subappalti e subcontratti aventi a oggetto lavori, servizi e forniture e nelle erogazioni e concessioni di provvidenze pubbliche, è prevista la tracciabilità dei relativi flussi finanziari». In merito a tale tracciabilità, per come espressa in ultimo dalle «Linee guida antimafia di cui all’articolo 16, comma 4» emanate dal ministero dell’Interno l’8 luglio 2009 (pubblicato nella G.U. della stessa data) si contempla pure l’obbligo, in capo alla Prefettura di L’Aquila, di realizzare, anche ai fini del raccordo delle informazioni con GICER e SDI, la «istituzione della white list delle “imprese oneste” cui possono rivolgersi i soggetti aggiudicatari per il conferimento di subappalti e altri affidamenti per l’esecuzione delle opere e dei lavori connessi alla ricostruzione». È evidente che detta white list rappresenterebbe un indubbio elemento di garanzia e di trasparenza anche per le ditte appaltatrici che sono costrette a subappaltare ad altre imprese fino al 50 per cento dei lavori a causa dei ristretti tempi di esecuzione delle opere così come fissati nelle gare di appalto. Questo quanto si decretava ad aprile, evidentemente non tutto è filato. Proprio su questi temi, a dicembre 2009 e quindi a lavori del Progetto C.a.s.e. quasi ultimati, l’onorevole Laura Garavini, membro della commissione antimafia, presenta alla Camera una interrogazione parlamentare a risposta scritta (n. 4-05378). La Garavini chiede al presidente del consiglio «quali siano i provvedimenti sinora messi in atto e quali si intendano prendere nel prossimo futuro, per celermente costituire, presso il Prefetto di L’Aquila, l’anagrafe informatica di elenchi di fornitori e prestatori di servizi, non soggetti a rischio di inquinamento mafioso, cui possono rivolgersi gli esecutori dei lavori oggetto del decreto Abruzzo, in ossequio all’art. 15., co. 5, di detto decreto; se tale compito non costituisca, nonostante le difficoltà applicative, una priorità per il Governo, anche perché consentirebbe di completare il quadro già offerto dal sito della Prefettura aquilana con il censimento delle ditte affidatarie dei lavori – invero di assai minore entità e rilevanza – in capo agli enti locali e al Provveditorato delle Opere pubbliche (cosiddetta “Operazione Fiducia”)». L’interrogazione, per cui era stato delegato a rispondere il 21 dicembre 2009 il ministro dell’Interno, malgrado un sollecito del giugno 2010, è ancora senza risposta. Per la cronaca, il decreto sulla tracciabilità dei flussi finanziari e la white list sono entrati in vigore solo nel settembre 2010, quasi un anno dopo la fine prevista dei lavori del Progetto C.a.s.e.. In tempo per l’Expo di Milano, ma non per il terremoto dell’Aquila.
Stessa sorte anche per una seconda interrogazione (la n. 4-05377) presentata sempre a dicembre 2009 dall’on. Garavini. In essa si chiede conto della costituzione della Sezione specializzata che dovrebbe operare a supporto del prefetto di L’Aquila, nonché della costituzione del GICER, ovvero il Gruppo interforze centrale per l’emergenza e ricostruzione. Il decreto Abruzzo di aprile, per questi due organismi, rimandava a un successivo decreto «da adottarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto». Tale decreto è stato emanato il 3 settembre 2009 ma almeno fino ad ottobre risulta giacente presso la Corte dei Conti per la registrazione e fino alla fine del 2009 non risultava ancora pubblicato sulla “Gazzetta ufficiale”, sebbene fonti di stampa e movimenti di personale ne attestassero la costituzione. La Garavini rende noto che «nei siti internet istituzionali del Ministero dell’interno come in quello della prefettura di L’Aquila, a oggi, non vi sia alcuno spazio dedicato ai due organismi, dei quali, in pratica, non si rinviene cenno – quindi chiede al Presidente del Consiglio – se detti organismi si siano effettivamente insediati e siano stati convenientemente provvisti di personale, mezzi e strutture in grado di renderli operativi ed efficienti per il contrasto ai paventati e allarmanti fenomeni di infiltrazione che sono istituzionalmente chiamati a combattere». La Garavini, e l’opinione pubblica, ancora attendono la risposta anche a questa seconda interrogazione

Progetto C.a.s.e.: soldi e cemento

A gestire il cantiere più grande d’Europa è il Dipartimento di Protezione civile: è la prima volta nella storia delle catastrofi italiane che la Protezione civile si occupa di ricostruzione, sostituendosi agli enti locali e alle popolazioni colpite. Il Progetto C.a.s.e. è già pronto e l’uomo giusto per gestirlo è già al lavoro dai primi giorni post sisma: Gian Michele Calvi, docente d’ingegneria strutturale a Pavia, capo dell’Eucentre. Quello degli alti costi del Progetto C.a.s.e. è un capitolo ancora aperto, non si hanno dati completi delle spese effettive e non vi è accordo sui costi reali da conteggiare. Differenze sostanziali tra il costo edilizio e quelli urbanistici, sociali e ambientali. Per il momento, il dibattito ruota tutto sui soli costi edilizi. Secondo la rivista “Progettazione Sismica” (diretta dallo stesso Calvi), l’importo totale è di soli 655 milioni di euro. Per la stessa Protezione civile, dati febbraio 2010, il progetto è già costato 778 milioni. In ogni caso, a giugno 2010, si apprende che la Procura nazionale antimafia e la Dda abruzzese stanno indagando per accertare se i «2.700 euro a metro quadrato pagati sono rispondenti alla qualità delle realizzazioni».
Ma anche sui soli costi edilizi, c’è chi contesta proprio la scelta di porre gli isolatori sismici su pilastri di acciaio, invece di poggiarli direttamente su cubi di calcestruzzo o di ricorrere alle tecniche antismiche più tradizionali. Scelte progettuali diverse che, a parità di sicurezza antismica, farebbero scendere i costi fino a un terzo di quanto speso. Nel Progetto C.a.s.e. gli edifici prefabbricati sono poggiati al di sopra di un sistema costituito, dal basso verso l’alto, da una platea di fondazione, da pilastri in acciaio, dagli isolatori sismici, dalla piastra superiore su cui poggiano gli alloggi prefabbricati. Tra le varie tecniche costruttive, a L’Aquila, si è scelta così quella più costosa. Si arriva cioè al paradosso che i costi degli alloggi provvisori sono molto superiori – secondo alcuni metodi di calcolo risultano quasi tre volte più alti – di quelli delle abitazioni definitive. Nell’estate aquilana, è quasi impossibile tenere sotto controllo quanto gira vorticosamente nel cratere, complice lo spopolamento e la militarizzazione del territorio e l’assenza quasi completa di trasparenza del Dipartimento, restio se non reticente nel fornire informazioni alla pubblica opinione, in particolare dati e nomi delle ditte subappaltatrici al lavoro nei blindatissimi cantieri del Progetto C.a.s.e.
Per il G8 tutto si risolve con l’apposizione del segreto di Stato sui lavori in corso nell’aeroporto di Preturo e nella Scuola della finanza, scelta come sede del vertice. Ma i cantieri aperti legati alla prima fase dell’emergenza sono moltissimi: 19 del Progetto C.a.s.e. (per un totale di circa 4.500 alloggi), 31 quelli dei Moduli abitativi provvisori (Map), 53 quelli dei Moduli uso scolastici provvisori (Musp): alla fine arrivano anche quelli dei Moduli ecclesiastici provvisori (Mep).
Per il Dipartimento, nel Progetto C.a.s.e., si sarebbero spesi 778 milioni, 232 per i Map, 80 per i Musp e 596mila euro per i Mep, ma queste cifre risulteranno alla fine sicuramente parziali e incomplete. Sarebbe superiore al miliardo e settecento milioni la cifra spesa solo per la gestione della prima fase dell’emergenza (per “il Sole 24ore”, a gennaio di quest’anno, il budget della Protezione civile è arrivato a 3,5 miliardi di euro).
Una montagna di denaro su cui in tanti provano a mettere le mani: criminalità organizzata, cricche e comitati d’affari locali e nazionali, speculatori. Ed è difficilissimo tenere tutto sotto controllo: con tutti i cantieri aperti, a fronte di un pugno di imprese che si aggiudicheranno gli appalti, si registrerà la presenza di oltre un migliaio di ditte al lavoro, che acquisiscono in subappalto e senza gara la metà dei lavori. Grazie anche all’innalzamento delle opere subappaltabili previsto con il decreto “Abruzzo” e agli strumenti di controllo non attivati per tempo, come il decreto sulla tracciabilità dei flussi finanziari o la white list.

Impresa Di Marco: a volte ritornano

Arriva a giugno 2009 il primo episodio che fa materializzare i timori sulla effettiva efficacia dei controlli nell’assegnazione degli appalti e dei subappalti. Nei pressi di Bazzano, lungo la statale 17 che da l’Aquila porta a Onna, si lavora giorno e notte per poter dimostrare ai grandi che durante il G8 percorreranno questa strada che la ricostruzione è finalmente partita. Ma è proprio il cartello per i «lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto 7S» ad attirare il 22 giugno l’attenzione del presidio di Libera. Il movimento terra è stato aggiudicato a diverse imprese marsicane riunite in Ati (associazione temporanea d’imprese). E alcune hanno un nome che non suona nuovo.
La capogruppo è la PRS Produzione e servizi srl di Avezzano, mentre le imprese mandanti sono la Idio Ridolfi e figli srl di Avezzano (che si è vista al lavoro anche per l’adeguamento dell’aeroporto di Preturo per il G8); la Codisab srl di Carsoli; la Ingg. Emilio e Paolo Salsiccia srl di Tagliacozzo e, infine, la Impresa Di Marco srl di Carsoli. Ed è proprio quest’ultima società a concentrare l’attenzione. All’inizio si pensa ad un caso di omonimia, ma un rapido controllo alla Camera di commercio toglie gli ultimi dubbi: l’amministratore unico è Dante Di Marco e la sede è a Carsoli, via Tiburtina km. 70, la stessa della Marsica plastica srl. Di Marco fa subito tornare alla mente l’operazione Alba d’oro, che gli stessi inquirenti definirono come il «primo caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo».
La notizia della presenza dell’impresa Di Marco fu rilanciata con grande evidenza da Attilio Bolzoni su “la Repubblica” del 29 giugno 2009, con l’articolo «L’Aquila, le amicizie pericolose all’ombra della prima new town». Alle porte del G8, mentre i grandi della terra stanno per arrivare nel cratere, l’incipit dell’articolo di Bolzoni smonta tutte le rassicurazioni sull’efficienza dei controlli nel più grande cantiere d’Europa: «nel primo cantiere aperto per ricostruire L’Aquila c’è un’impronta siciliana – e poi prosegue senza peli sulla lingua –. L’ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia. I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il “tesoro” di Vito Ciancimino. Comincia da questa traccia e con questa ombra la “rinascita” dell’Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009 ».
Ma le reazioni all’articolo di Repubblica sono ancora più sconcertanti: lo stesso giorno il prefetto Franco Gabrielli convoca presso la Dicomac una conferenza stampa. Lo scopo dichiarato è chiarire le notizie sull’impresa Di Marco. Il prefetto prova anche a difendere la ditta, spingendosi a sostenere che «i controlli che ha disposto avranno sicuramente esito negativo» e che la cifra appaltata alla ditta è talmente irrisoria che non può interessare la mafia: «Su 426 milioni di euro appaltati – scandisce – i lavori eseguiti dalla impresa Di Marco ammontano a soli 128mila euro». E così il prefetto, che aggiunge altri particolari sulla gestione degli appalti, invece di dissolvere le prime timide ombre finisce per far aumentare le domande. Dichiara che a essere state controllate, finora, sono solo le imprese che si sono aggiudicate gli appalti, mentre sulle ditte che si sono unite in associazioni temporanee di impresa, i controlli, devono ancora essere eseguiti. Il prefetto si è trovato in difficoltà proprio sulla scarsa trasparenza nei lavori di ricostruzione. Stretto all’angolo, rende noto che i controlli sui contratti e sui subappalti stanno avvenendo a lavori in esecuzione e che i contratti, relativi ad esempio alla Di Marco, non sono stati ancora firmati. E l’assenza in molti cantieri, o la sparizione e sostituzione – dopo gli articoli sulla vicenda – dei cartelli che per legge devono essere esposti con l’indicazione di tutte le ditte esecutrici, alimentano più di qualche dubbio sulla trasparenza. Alla fine, si dovranno aspettare 70 giorni, invece dei 40 canonici, prima che alla impresa Di Marco la prefettura ritiri il certificato antimafia. Intanto, uomini e mezzi dell’impresa, il 3 di agosto, sono ancora al lavoro nel cantiere di Paganica 2.
E il certificato antimafia è stato ritirato almeno a un’altra ditta componente l’Ati di cui faceva parte l’impresa Di Marco nel cantiere di Bazzano: si tratta dell’Impresa costruzioni ingg. Emilio e Paolo Salsiccia srl, di Tagliacozzo. Nel mirino i subappalti per la realizzazione dei lavori di urbanizzazione dei cantieri di Coppito 2, Coppito 3 e Roio di Poggio. E dubbi si addensano anche sulla PRS Produzione e servizi srl di Avezzano.
Gli intrecci sul caso Alba d’oro, ricostruiti e pubblicati nel 2007 da site.it, evocano altri nomi che rivedremo coinvolti negli affari del Progetto C.a.s.e. e della ricostruzione e che suggeriscono le relazioni sottili che legano, in Abruzzo, politica e affari. Dante Di Marco figura anche in un’altra società, la Rivalutazione trara srl: i soci sono Dante Di Marco, Esseci srl, Ermanno Piccone, Venceslao Di Persio e Domenico Contestabile.
Anche qui vanno fatte alcune precisazioni: la Esseci è interamente sotto il controllo dell’onorevole Pdl Sabatino Aracu, membro del Comitato giochi del Mediterraneo, finito sotto inchiesta, tra le altre cose, anche per la sanitopoli abruzzese. Ermanno Piccone è il padre del senatore Filippo, parlamentare, sindaco di Celano, coordinatore regionale del Pdl che avrà un ruolo fondamentale nella elezione a presidente della Provincia, nel marzo 2010, del compaesano Antonio Del Corvo. Destinatario a sua volta di sostanziosi subappalti nel Progetto C.a.s.e., attraverso la Korus, il nome di Piccone è recentemente spuntato anche nelle intercettazioni dell’inchiesta Re Mida per lo scandalo rifiuti, sospettato di brigare con altri politici per la realizzazione di un termovalorizzatore proprio nell’area della Rivalutazione Trara srl, di cui il padre è socio. Venceslao Di Persio, anche lui nel Comitato giochi del Mediterraneo, compare anche nella Iniziative commerciali del Mediterraneo srl, che a Celano doveva realizzare un grande centro commerciale, promosso da società palermitane e oggetto d’indagini. Infine Domenico Contestabile, figura come amministratore unico e socio di maggioranza nella PRS Produzioni e servizi srl, cioè l’impresa capogruppo che si è aggiudicata, in Ati anche con l’impresa Di Marco, l’appalto per il movimento terra nel cantiere di Bazzano e almeno quelli di Sant’Elia 2 e Paganica sud.
Con il clamore suscitato dal caso Di Marco, i senatori Mascitelli, Lannuti e Carlino, il 7 luglio 2009 presentano un’interrogazione (n. 4-01720) in cui citano gli intrecci societari pubblicati nel 2007 da site.it e chiedono al Presidente del consiglio e al Ministro delle infrastrutture di sapere: «quali siano i nomi delle società che hanno concorso per l’aggiudicazione degli appalti e subappalti per la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto in Abruzzo e se siano stati effettuati i dovuti controlli sulla compatibilità delle stesse. […] Se non ritenga urgente, alla luce di quanto emerso, intervenire nelle opportune sedi al fine di valutare la compatibilità della società Impresa Di Marco, con i lavori per la realizzazione della new town che sorgerà sotto la collina di Bazzano, opera prima della ricostruzione del dopo terremoto».

(4 – continua)

Capitoli precedenti [1].[2].[3]

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Una Risposta to “Cemento, aquile e avvoltoi 4”

  1. Anonimo Says:

    Con queste indagini i due fratellini avranno da preoccuparsi; nonostante questo, hanno proseguito nei loro intenti di controllo del territorio pavese e lombardo, non smentiscono le loro origini paterne, da Banca Romana, Ventriglia, Sindona, ecc.

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