Coltiviamo asfalto

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La Broni-Mortara-Stroppiana non è un’autostrada regionale
di Giovanni Giovannetti

Nel 2010 la Corte costituzionale ha giudicato illegittima una legge regionale ligure del tutto analoga a quella che in Lombardia dà modo a Formigoni e Abelli di manovrare in favore dell’ecomostro autostradale tra Broni e Stroppiana in Piemonte. La Regione Lombardia e la Regione Piemonte hanno stipulato una convenzione che attesta in maniera inequivocabile il carattere extraregionale dell’opera, la cui progettazione non può che ricadere sotto la potestà del Governo centrale.

Ci abbiamo pensato? L’agricoltura può tornare a essere fonte di occupazione, e rappresentare così una delle vie d’uscita dalla crisi. Specialmente quella a “filiera corta” e a “chilometri zero”, l’agricoltura dei prodotti tipici locali di qualità, quella alternativa alle filiere lunghissime, ai trasporti, alle monoculture produttive.
Ad esempio il vino. Sulle nostre colline, la frammentazione e la diversa natura dei territori sono punti di forza per numerose piccole aziende – creative e innovative – orientate all’alta qualità del prodotto. L’esempio sembra arrivare dagli Stati Uniti epicentro della crisi e dal Giappone: da Washington il Dipartimento dell’agricoltura enfatizza la nascita di 300mila nuove aziende agricole, favorite dalla detassazione e da finanziamenti agevolati per i giovani che vogliono darsi all’agricoltura, quella sostenibile e biologica; a Tokio il Ministero dell’agricoltura promuove uno stage per 800 disoccupati, per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. E noi? Noi coltiviamo asfalto.
Mangiare sano? Mangiare meglio? No, grazie. Il trasversale partito del bitume e del cemento vuole darci in pasto una bella autostrada: la Broni-Mortara-Stroppiana, un serpente d’asfalto destinato a massacrare la provincia con polveri sottili. Se ne discute da molto tempo. Politicanti come Formigoni, Abelli, Poma e l’assessore regionale Cattaneo l’hanno periodicamente spacciata per quel fondamentale collegamento tra l’Oltrepo il capoluogo e la Lomellina che ancora manca, quando invece per il traffico locale basterebbero una rete viaria più fluida dell’attuale tra l’Oltrepo e Pavia, un nuovo ponte sul Po dalle parti di Bressana, il raddoppio della linea ferroviaria Pavia-Mortara e piccoli accorgimenti come, ad esempio, migliori circonvallazioni: sarebbe un percorso senza oneri per chi ne fruisce e dal modesto impatto.
Invece l’ecomostro calamiterà in provincia da 650 a 700mila automezzi pesanti all’anno – con gravose conseguenze sulla salute di tutti – e impedirà ogni forma di agricoltura lungo il suo percorso, per una abbondante fascia di 400 metri. Oltre 4 milioni di metri quadrati di suolo agricolo saranno invasi da strade, svincoli e caselli (buoni tratti dei suoi 52 chilometri autostradali saranno rialzati tra 2 e 6 metri: cosa ci metteranno lì sotto?) L’autostrada costerà 1.078 milioni di euro di cui oltre 60 sono di contributo regionale (contemporaneamente 2mila chilometri di strade provinciali versano in condizioni pietose), con un pedaggio di 14,8 centesimi a chilometro, tre volte le tariffe ora in vigore; e ipotecherà a logistica e trasporti il futuro di Pavia e dintorni. Un saccheggio capace di rendere il territorio assolutamente invivibile.
L’esatto contrario di quello che amministratori volti al bene comune dovrebbero riproporsi, poiché la provincia non può fare a meno dell’agricoltura per il suo rilancio, e invece può rinunciare alle inutili “opere” faraoniche e dal taglio speculativo (l’85 per cento dei cittadini si dichiara contrario) già che il consumo del suolo è una delle più gravose ipoteche sul futuro delle generazioni a venire. Aumenteranno i gas tossici, peggioreranno la qualità dell’aria, la qualità della vita e la salute dei pavesi (l’inquinamento da pm10 ha ricadute su polmoni e sistema cardiocircolatorio; i gas di scarico di autoarticolati e automobili, di per sé ammorbanti, possono riservare anche diossina).
A destra, Lega e Pdl a parole decantano l’attività agricola come il vitale nonché privilegiato motore dell’economia territoriale e, nei fatti ma sottotraccia, operano a favore di un ecomostro autostradale che dell’agricoltura lomellina rappresenterà la pietra tombale, tanto da spostare il baricentro territoriale su logistica e trasporti – settori dallo scarso profilo occupazionale – proprio a danno dell’economia agricola, questa sì foriera di nuova occupazione.
Fare disastri a danno delle generazioni a venire sembra il trend del momento.
In Italia, in soli 15 anni il trasversale “partito del mattone e del bitume” ha urbanizzato quasi 4 milioni di ettari di suolo – nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!) – il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni ahinoi per anni governate dal centrosinistra, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato una risorsa bensì un intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.
In Lombardia si consuma suolo con una velocità media di 4,4 metri quadrati per abitante l’anno – 42.704.000 mq complessivi – equivalenti a 117.000 mq al giorno, sette volte la milanese piazza del Duomo! Sempre in Lombardia, la superficie utile sottratta alle funzoni alimentari, sociali, ecologiche ecc. e pari al 25 per cento dell’intera regione (media nazionale: 16 per cento). Nella provincia di Pavia in quarant’anni sono stati urbanizzati 13.085 ettari, equivalenti a 196.000 pertiche milanesi di terra agricola e forestale. Nell’arco di cinquant’anni lo spazio occupato da abitati e case è quasi raddoppiato, passando dal 3,4 per cento al 7,8 per cento del territorio. Nell’arco di poco meno di un cinquantennio le aree urbanizzate hanno invaso una superficie equivalente a 19.000 campi di calcio. Una velocità e una percentuale (9,3 per cento) superiore a quella che – negli ultimi 40 anni – ha riguardato le altre due province a vocazione agricola della bassa Lombardia (Cremona 8,1 e Mantova 8,9). Il fenomeno ha interessato principalmente i terreni agricoli della pianura, tra i più fertili del mondo, una risorsa ambientale, paesaggistica ed economica di valore strategico.
Insediamenti di ogni tipo invadono le aree agricole, mentre imponenti aree industriali dismesse giacciono inutilizzate e abbandonate al degrado. Ad alimentare il consumo di suolo, hanno scritto Giuseppe Camerini e Paolo Ferloni, «è una impostazione culturale figlia di un modello di sviluppo che ignora i limiti fisici dell’ambiente».
Mentre nel resto d’Europa le merci a lungo tragitto viggiano ormai su rotaia, in Lombardia e nel nord Italia si asfaltano autostrade che nessuno vuole. Ma intanto il progetto avanza, favorito dal vuoto pneunatico della politica silente.
In attesa di una qualche risoluta presa di posizione del nuovo presidente provinciale Daniele Bosone (l’amico di Poma, a parole elettorali si vorrebbe tra i più fieri avversari dello scempio), nelle scorse settimane la Regione ha inoltrato i 3.645 file del progetto di Sabrom ai Comuni attraversati (Sabrom è la società di scopo che lo propone, è partecipata al 40 per cento da Impregilo), sollecitando “osservazioni” entro il 19 marzo.
Un’impresa ardua, ma già si registrano significative prese di posizione. Una missiva della sezione pavese di Italia Nostra al Ministero dell’Ambiente pone l’accento sul carattere interregionale dell’autostrada e chiede che il Governo impugni la legge (la n. 8/4659 del 4 maggio 2007 che, fra l’altro, non prevede la valutazione d’impatto ambientale nazionale, obbligatoria per le autostrade) con cui la Regione Lombardia «ha fatto proprie le decisioni assunte dalla conferenza dei servizi che ha esaminato il progetto preliminare dell’opera» attivandosi affinché, tramite l’avvocatura dello Stato, la legge venga impugnata presso la Corte costituzionale.
Insomma, ogni decisione spetterebbe allo Stato. Come leggiamo, «La potestà legislativa della Regione Lombardia in materia di realizzazione di autostrade, data per assodata, è in realtà materia controversa». Lo testimoniano ben quattro ricorsi inoltrati al Tar (il Tribunale amministrativo regionale) da privati e associazioni. Perplessità anche da parte del Governo: il 18 dicembre 2006 la Direzione Generale per la Salvaguardia Ambientale del Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare avvertiva che «la procedura in corso da parte della Regione non può ritenersi legittima» chiedendo all’amministrazione regionale lombarda di «sospendere ogni valutazione in merito». Richiesta quest’ultima che la Regione Lombardia non ha voluto accogliere.
Italia Nostra porta ad esempio il ricorso della Presidenza del Consiglio alla Corte costituzionale (il n. 92 del registro 2009) contro una analoga legge in Liguria, sottolineando che «nonostante le Regioni abbiano competenza legislativa concorrente in materia di “governo del territorio”, la materia della disciplina delle infrastrutture, per i profili attinenti alla tutela dell’ambiente e per le “attività di progettazione” rientra nella competenza esclusiva dello Stato». Il ricorrente osserva che «la previsione secondo cui la Regione può definire autonomamente con il concessionario autostradale una specifica autonoma convenzione, oltre ad introdurre potenzialmente distorsioni nel mercato concorrenziale, sarebbe suscettibile di violare il principio di leale collaborazione (art. 118 della Costituzione), trattandosi di infrastrutture per i collegamenti a lunga distanza che vanno oltre l’interesse regionale». Nel 2010 la Corte costituzionale ha accolto quasi tutte le obiezioni governative, rimarcando l’illegittimità costituzionale degli articoli che consentivano alla Regione Liguria di provvedere «autonomamente allo studio di fattibilità, di compatibilità ambientale ed all’affidamento dell’incarico di redazione del progetto preliminare» nonché degli articoli che davano alla Regione l’arbitraria facoltà di agire in tema di «concessione avente ad oggetto la progettazione definitiva ed esecutiva nonché la realizzazione e la gestione delle autostrade».
Si aggiunga che nuove autostrade o tratte autostradali sono possibili «a condizione che siano inserite nelle scelte prioritarie del Piano generale dei trasporti» mentre – sottolinea Italia Nostra – «l’autostrada Broni/Stradella-Pavia-Mortara non figura nel Programma delle opere strategiche della cosiddetta Legge Obiettivo, a differenza di altre autostrade previste in Lombardia, come la “Bre-Be-Mi” e la Pedemontana».
Insomma, «nella documentazione progettuale depositata da Sabrom che è attualmente oggetto di pronuncia di compatibilità ambientale l’autostrada è impropriamente definita Broni-Pavia-Mortara. La denominazione corretta è invece autostrada Broni-Pavia-Mortara-Stroppiana, l’opera infatti non è configurabile come infrastruttura di carattere regionale, dal momento che è destinata alla connessione con l’autostrada A26 in località Stroppiana, in territorio piemontese».
Che la direttrice Broni-Mortara non sia a carattere regionale «è per altro dichiarato in modo inequivocabile nella deliberazione della Regione Piemonte n.116-3018 del 28 novembre 2011, che definisce l’autostrada Broni-Pavia-Mortara-Stroppiana “collegamento autostradale interregionale”, affidando alla Regione Lombardia il compito di progettare, realizzare e gestire anche quello definito come “tratto autostradale” ricadente in territorio piemontese, salvo riservare alla Regione Piemonte stessa – fra le altre – le competenze in materia ambientale».
Indietro nel tempo, del progetto autostradale da Broni a Stroppiana si parla una prima volta nel 1969. Lo presenta a Salice Terme l’allora presidente della camera di Commercio Walter Damiani, e con lui il rappresentante di una ditta neonata: Sabrom. Dunque, il carattere interregionale dell’ecomostro «era per altro connaturato fin dalle fasi di studio di prefattibilità e progettazione preliminare» quale segmento transpadano, quando non transeuropeo, del cosiddetto “corridoio 5” tra Lisbona e Kiev (al riguardo, si legga Denti di ferro, inchiesta di Irene Campari sul n. 3 della rivista “Il primo amore”). Ne è riprova il fatto «che la già menzionata nota della Direzione Generale per la Salvaguardia Ambientale del Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio – inviata il 18 dicembre 2006 al Presidente della Giunta Regionale della Lombardia, alla Regione Piemonte, al Ministero delle infrastrutture, all’Anas e all’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici – faceva rilevare come la procedura seguita dalla Regione Lombardia per la Broni-Pavia-Mortara fosse in contrasto con la stessa normativa regionale di cui si era dotata la Regione Lombardia (Legge regionale 9/2001) in quanto l’autostrada non si sviluppa nel solo territorio lombardo, ma riguarda il territorio di due regioni, richiedendo pertanto chiarimenti alla Regione Piemonte. Come la Regione Lombardia, anche la regione Piemonte ha sostanzialmente ignorato le obiezioni che venivano dal Ministero dell’Ambiente».
Riepilogando: i capisaldi della legge regionale della Lombardia sono del tutto analoghi a quelli giudicati illegittimi dalla Corte costituzionale in Liguria; la Regione Lombardia e la Regione Piemonte hanno stipulato una convenzione che attesta in maniera inequivocabile il carattere extraregionale dell’opera, la cui progettazione non può che ricadere sotto la potestà del Governo centrale.

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