Se la Lega riempie le carceri

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di Manila Filella

L’inclusione nel sistema dei diritti di chi oggi è marginalizzato e/o straniero è forse la grande scommessa del nostro tempo. Una questione ineludibile, già che non pare arginabile la pressione esercitata da chi fugge da una guerra, dalla miseria o dalla carestia alla ricerca o nel miraggio di un riscatto esistenziale oltre che economico. Tuttavia – a destra così come a sinistra – si tende a guardare ai quattro milioni di nuovi immigrati come braccia, muscoli a cui ancorare in parte la “salvezza” economica di un Paese alla deriva (in Italia i lavoratori stranieri  hanno un tasso di attività del 75 per cento – 12 punti più elevato degli italiani – e concorrono per il 9 per cento alla creazione del Pil, equivalenti a 3,7 miliardi di euro in gettito fiscale). Facciamocene una ragione: i nuovi venuti non sono mera forza lavoro ma, detto in estrema sintesi, una decisiva occasione di interazione e scambio, di reciproco arricchimento tra esseri umani. (G.G.)

Il tema del sovraffollamento degli istituti penitenziari è un problema strutturale di estrema gravità nel nostro Paese e va risolto, utilizzando, per i reati minori, strumenti alternativi alla pena detentiva. Le nostre carceri sovrabbondano di stranieri, provenienti da nazioni al di fuori dell’Unione Europea, i quali, nella maggior parte dei casi, sono stati condannati solo per aver commesso il reato di clandestinità, in conseguenza della mancata ottemperanza nei termini ad un’ordine amministrativo.
Tutta la normativa sull’immigrazione, voluta fortemente dalla Lega Nord, presenta profili di illegittimità costituzionale ed incompatibilità con la normativa europea ed internazionale, oltre a porsi in contrasto con i diritti fondamentali della persona umana e l’intolleranza e la continua criminalizzazione tout court dello straniero, ed oltre ad essere discriminatoria, distoglie tempo, uomini e risorse economiche che dovrebbero essere impiegate per contrastare i fenomeni di criminalità organizzata, quelli sì, reati di maggior rilievo, non collegati ad un’etnia, e ad oggi il vero vulnus della Lombardia.
L’attuale impianto legislativo sull’immigrazione è complesso e la macchina burocratica determina continui ritardi nei rinnovi del permesso di soggiorno agli stranieri lavoratori regolari o addirittura dinieghi,spesso ai limiti della discrezionalità, sicché si diventa clandestini, perdendo il posto di lavoro e la dignità, ma non è concesso ad alcuno sostenere che in Italia tutti gli stranieri irregolari delinquono, stuprano, spacciano, perché questa è una pericolosa equivalenza, frutto di slogan propagandistici e demagogici.
Intasare le carceri di clandestini non vuol dire risolvere il problema, né sottoporli tutti a processi penali solo per essere entrati nel territorio italiano in modo non conforme ad una legge dal retrogusto xenofobo, né tantomeno è corretto rimpatriarli in blocco in condizioni degradanti, come è appena successo nella vicenda dei respingimenti libici, situazione nella quale abbiamo subito l’ennesima condanna dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo.
È necessario ripensare la normativa sull’immigrazione, semplificando e razionalizzando le procedure di rimpatrio, per stabilire quali stranieri possano rimanere in Italia regolarmente, ricordando che il nostro pil è anche merito e frutto dei loro lavori, spesso snobbati da noi italiani, e che nonostante le leggi regionali osteggino l’inserimento delle etnie diverse da quella italiana, i profumi, gli odori, le abitudini ed i cibi stranieri sono entrati a far parte anche della nostra tradizione, a partire dagli esercizi commerciali che propongono il kebab. A questo proposito, di recente mi è capitato, in un’iniziativa del Pd, di presentare, a Pavia, un libro molto interessante sul tema, curato da Antonello Mangano, autore anche del testo Gli africani salveranno l’Italia.
Nel titolo è già riassunta l’essenza e l’errata direzionalità delle nostre paure «Sì alla lupara, no al cous cous». Mentre la Lega vietava il kebab, la ‘Ndrangheta si mangiava la Padania. Mi auguro non vogliate unirvi al desco.

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