Primo Maggio 2012

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Il primo canto è di lavoro
ma non di quello che nobilita
lavoro che sporca e fa puzzare
e tinge le maglie sotto le ascelle
e sbrindella le tute già rattoppate
come la carcassa di Arlecchino;
lavoro con le maniche rimboccate
che sputa sui calli prima di cominciare
lavoro di uomini tutti insieme
sotto il sole di luglio a mezzogiorno
che tirano in cadenza e gridano – oh issa!

Il primo canto è il più importante
perché è quello che avvia la trama
interminabile dei giorni
sempre uguali che si ripetono
e si accumulano e fanno anni e anni:
la trama che manda avanti tutta la storia
e lega intermezzi e digressioni
ed è presente in ogni pagina
anche quando rimane sottintesa.
Il primo canto è la chiave di tutto.
E in questo riprende le orme
dei poemi veri, con gli Eroi
attaccabrighe, e i puntigli delle Dee
dove tutto dipende dall’imbroglio iniziale;
e perciò bisogna fare ogni sforzo
per farlo bellissimo e solenne
e con tutto il necessario
perché non sfiguri al confronto.

E anzitutto ci vuole il paesaggio
e il paesaggio glielo facciamo
di capannoni tutti uguali
coi vetri rotti ai finestroni,
di ciminiere fuligginose
col parafulmine in cima,
di cumuli di rottami,
di distese di barilotti
di carburante, di carbone a colline
tutto quanto incorniciato
tra ricami in geometria
di graticci cavi e travature
profilati contro il cielo;
e come sfondo al panorama
torri nere di altiforni
a duemilaottocento gradi
mai spenti per vent’anni.

E poi ci vuole movimento
e il movimento glielo diamo
di montacarichi che salgono e scendono,
di decauville che vanno e vengono,
di altalene di pistoni nei cilindri,
di vortici di pale nelle turbine,
di fughe di vapore dagli stantuffi,
di giostre vertiginose di seghe a nastro
tra zampilli di trucioli e scorie;
e a cavallo di tutto il carro ponte
in viaggio sulla sua testa.

E poi ci vuole anche la musica
e la musica gliela suoniamo
con fanfare di lamiere
martellate dai magli
e rugghi di fiamme ossidriche
che mordono acciaio
e tuoni di colate
e ronzii di trasformatori
e bollori di ghisa nei crogioli
e frastuoni di motori d’aviazione
al banco di prova;
e come contrappunto
pezzi grezzi al graffio della smerigliatrice
che urlano come uomini al tavolo operatorio.

E infine tutto è pronto per la gesta
epica degli uomini che si arrampicano
lungo i fianchi dei transatlantici
nei bacini di carenaggio
mentre le grinfie d’acciaio
delle gru levano al cielo
come un’offerta le travi da una tonnellata
e ai portali di ferro alti venti metri
bussano invano i tonfi sordi
delle ondate che vengono a morire
ultimi aneliti della mareggiata
che infuria oltre i bastioni del molo;

o di quelli che si sparpagliano
lungo le vie sotterranee
delle miniere e attraverso i cunicoli
esigui dove si striscia carponi
con sulle spalle la cassetta
di dinamite gelata da posare piano
fino al budello dove alla luce rossigna
della lampada di sicurezza
un uomo rannicchiato dirige
contro la roccia il sussulto
frenetico della perforatrice
e il suo corpo seminudo
luccica e si stria di sudore
nel calore di fornace che cresce
man mano che ci si addentra
nel vivo del pianeta.

Così procede il primo canto
e ci dà dentro per otto ore
senza contare gli straordinari
sempre uguale e sempre daccapo
finché arriva l’altra squadra
per il turno successivo
e può smontare e se ne va
indolenzito
asciugandosi il sudore;
ma siccome non c’è specchio
non si accorge della ditata
di lubrificante sul viso.

[Giorgio Piovano, Poema di noi, canto primo]

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