La Storia di Milani

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di Giovanni Giovannetti

C’è chi la storia la racconta in libri autoreferenziali, al più scritti male e grondanti note, e chi le stesse cose sa restituirle quasi fossero la trama di un avvincente romanzo. E solo i più dotati tra i divulgatori arrivano a incidere su coscienze, immaginario e senso comune.
Ieri sera ero alla libreria Feltrinelli di Pavia con Mino Milani a presentare il suo ultimo libro Dall’impero alla Repubblica, quasi 1500 anni di storia italiana narrati con penna e sguardo dello storico militare. Storie di élite politiche e culturali: «scrivo sempre tenendo presente il pubblico – ha detto Milani al quotidiano locale – sia come romanziere che come saggista. Essere comprensibili e piacevoli è fondamentale, specie quando si tratta di argomenti importanti come questi che devono essere patrimonio di tutti». È il filo rosso che lega più di un libro di Milani. Penso alla biografia di Giuseppe Garibaldi, ora riproposto da Mursia, o – ancora per Mursia – Vita e Morte di Nino Bixio e Romanzo Militare, di cui è protagonista il pavese nonché garibaldino Gaetano Sacchi (con Garibaldi fin dai tempi della Legione italiana Uruguay), poi entrato nell’esercito piemontese e dopo l’unità nazionale sceso a combattere il brigantaggio meridionale. Senza dimenticare Risorgimento Pavese, riproposto un anno fa da effigie in occasione del 150° anniversario dell’unità nazionale. A settembre sarà poi in libreria Storia di Tundra, Tiziano Marchesi da Lungavilla detto “Tundra”, dimenticato eroe della Resistenza al nazifascismo.
Insomma, divulgatori si nasce. E Milani lo nacque. E tale si conferma in questo suo nuovo libro dedicato alla grande storia politica e militare del nostro tormentato Paese. Non è un testo del tutto inedito: lo ricordiamo pubblicato a puntate su “Storia Illustrata” tra il 1977 e il 1980, ma ora è completamente riscritto.
Riscrivere un romanzo al più significa limare parole, perfezionare o aggiornare la forma. In saggistica le cose possono cambiare col tempo, con nuove fonti tali da ingenerare una diversa lettura degli eventi, a volte opposta a quella di partenza.
Milani parte dalla latinità: «Roma – scrive – vive questi anni estremi in una sorta di nebbioso abbandono. Ha cessato di essere capitale d’Occidente, e non è più che l’ombra della città di un tempo. Ha conservato parte delle sue ricchezze, certo, il suo carattere cosmopolita, conta circa quarantaseimila case e milleottocento palazzi: ma i suoi abitanti superano di poco i duecentomila, e vivono intesi solo alle loro quotidiane vicende. Ciò che accade nel palazzo del Senato, o dalla lontana reggia di Ravenna, non interessa più». Gli fa eco Beppe Benvenuto nella sua bella prefazione: «È il via libera a una frattura senza precedenti fra società e individui, fra ristrette élite che tutto possono e tutto hanno e il grosso della popolazione tagliata fuori da qualsiasi relazione con ogni potere o sfera superiore» che reca in triste dote la separazione «gravida di conseguenze fra alto e basso che attraverserà i secoli nevrotizzando i nostri riti collettivi rendendo tremula e cianciata ogni nostra forma di identità comunitaria».
1500 anni e sembra ora. Con una differenza: nel frattempo gli italiani sono ormai 60 milioni, tanto quanto – amara dissertazione – il costo della corruzione politica, ma declinato in miliardi: 60 miliardi l’anno (fonte: Corte dei Conti), mille euro a cranio neonati inclusi, quasi tre manovre del governo Monti. E questo è un punto fermo del Paese che ci tocca, di cui il pessimista Milani non vuole «parlare per scelta», già che «la nostra è una storia di disunione più che di unità».
Stando così le cose, come non condividerne il suo pessimismo: per lui, umanista e storico di “destra”, non deve essere tollerabile il sacco di un’Italia che vede il suo patrimonio storico-artistico cadere in rovina, mentre in soli 15 anni si è registrato un sempre più esponenziale e poco limpido consumo del suolo agricolo. Meno grano, più cemento e affarismo: quasi quattro milioni di ettari dati in pasto alla lobby delle betoniere, equivalenti alla superficie di Lazio e Abruzzo insieme, nonostante la stagnazione demografica. E infatti l’ultimo censimento segnala 2milioni e 700mila case sfitte, mentre 71mila famiglie vivono in roulottes o in luoghi di fortuna (erano 21mila dieci anni fa), e ormai non sono solo zingari o immigrati (fonte: Istat).
Benvenuto scrive “al passato” di «fratture senza precedenti» e di «separazione gravida di conseguenze fra alto e basso» che rende «tremula e cianciata ogni nostra forma di identità comunitaria». Al passato un corno: è la cupa immagine dell’Italia di oggi, della povertà culturale di un Paese corrotto, clientelare e in crisi di identità, che non mostra rispetto per se stesso, per i propri riti, per i propri miti.
Segni tangibili di questo decadimento li ritroviamo anche nella Pavia di oggi. Si pensi ai luoghi in cui nel febbraio 1525 è stata combattuta la Battaglia di Pavia tra Francesco I di Francia e Carlo V di Spagna, decisiva per l’Europa. Quel fatto d’armi ebbe quale teatro il Parco Visconteo intorno a Mirabello, una zona di alto valore storico e naturalistico che andrebbe salvaguardata quale patrimonio dell’umanità e invece la troviamo stretta d’assedio dalle politiche urbanistiche rapaci di pubbliche amministrazioni indistintamente di destra e di sinistra. Si pensi a via Pavesi, che taglia in due il campo di battaglia, separando il castello di Mirabello dal suo contesto.
Allora dobbiamo ritrovarci, tornare a essere comunità solidale cementata da moralissimi sentimenti condivisi così come sta scritto nella Costituzione, per sperare di poter consegnare ai nostri figli un Paese che offra a loro una qualche possibilità futura.
Il riscatto o la rigenerazione nazionale non può che passare da un sussulto delle coscienze, come già in epoca comunale (la «nuova, splendida fase della civiltà italiana: un risorgimento spirituale, economico, sociale e politico», scrive Milani) e poi nel Rinascimento, nel Risorgimento e ancora l’altro ieri, con la lotta di Liberazione nazionale.

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