Il giudice respinge e condanna…

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…Green Campus a rifondere le spese

Come è ormai noto ai lettori di questo blog, nel marzo scorso la società Green Campus ha preteso la cancellazione delle nostre inchieste sul clamoroso illecito al Cravino (327 appartamenti in vendita sul libero mercato invece che in affitto a studenti universitari, nonostante le chiare disposizioni del Piano regolatore generale). Il giudice Marcella Frangipani ha ora respinto ogni richiesta avanzata da Green Campus, condannandola anche a rifondere le spese. L’avvocato Maurici ringrazia. Di seguito, il testo integrale dell’ordinanza (G. G.)

Il giudice designato, a scioglimento della riserva formulata all’udienza del 18 maggio 2012, rileva quanto segue.
Parte ricorrente ha domandato distinti ordini e inibitorie che riguardano sia il sito internet gestito dal resistente, sia una pagina del settimanale “Il Lunedì”, sia «ogni altro mezzo di diffusione o di comunicazione».
I richiesti provvedimenti, pur accomunati dalla medesima finalità e riguardanti espressioni del resistente analoghe, meritano distinto esame, diverso essendo il quadro normativo che li riguarda.

Le richieste relative alle pubblicazioni a mezzo stampa

La Corte Costituzionale ha sin dal 1970 (Corte Cost. n. 122/1970) evidenziato come i poteri concessi al giudice dall’art. 700 c.p.c. incontrino «tutti i limiti desumibili da una sua interpretazione nel sistema vigente» e come la predetta norma «non consente, quindi, che siano adottate misure che risultino vietate da altre norme dell’ordinamento: a maggior ragione se sistratti di norme di rango costituzionale». Con preciso riferimento alla tutela costituzionale della libertà di stampa, la Corte Costituzionale ha dunque affermato che «il giudice, nonostante l’ampia discrezionalità attribuitagli, non può trovare nel predetto articolo la fonte di un potere che […] il terzo comma dell’art. 21 (della Costituzione n.d.r.) gli preclude».

Ne deriva che la riserva rinforzata di legge stabilita dal citato terzo comma dell’art. 21 della Carta Costituzionale consente al giudice civile, così come a quello penale, di pronunciare il sequestro di giornali o di altre pubblicazioni a mezzo stampa solo nei limiti stabiliti dalla legge sulla stampa (r.d.. n. 561/1946) e dunque solo a seguito di sentenza passata in giudicato ovvero in caso di pubblicazioni oscene (a prescindere dal sequestro probatorio di soli tre esemplari stabilito dal secondo comma dell’art. 1 del predetto decreto, che qui non si rileva).
Non vi è dubbio che le notizie riportate dal giornale “Il Lunedì” siano prive di contenuto osceno, così come manca qualunque sentenza passata in giudicato relativa ai fatti di cui si tratta; dunque la fattispecie che ci occupa, relativamente a tale giornale e relativamente alle altre manifestazioni di pensiero genericamente richiamate nella domanda di inibitoria, ove si ipotizzino attuate a mezzo della stampa, esula dal confine applicativo dell’art.700 c.p.c. come delimitato dalla richiamata denuncia della Corte Costituzionale e dalla successiva giurisprudenza di legittimità e di merito.

Le richieste relative al blog

Quanto invece al blog gestito dal resistente, pare corretto dare seguito al principio espresso dalla giurisprudenza di legittimità intervenuta sul discusso tema dell’assimilazione della comunicazione informatica, in particolare attraverso internet, alla stampa. È stato, infatti, con condivisibili motivazioni, osservato che «le garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa non si applicano agli interventi effettuati su un “forum” di discussione nell’ambito di un sito internet, in quanto non rientrano nella nozione di “stampato” o di “prodotto editoriale” cui è estesa, ai sensi dell’art. 1 L. n. 62 del 201, la disciplina della legge sulla stampa» (Cass. pen. n. 10535/2008). Il predetto principio, pur sancito in ambito penalistico, deve ritenersi valido anche sul piano della tutela civilistica, proprio in virtù della cennata sovrapposizione tra il perimetro applicativo del sequestro preventivo penale e quello del provvedimento ex art. 700 c.p.c.
Dunque potrà concedersi la tutela cautelare richiesta, prodromica a un’azione di merito che la ricorrente ha dichiarato di voler intraprendere ai sensi dell’art. 2043 c.c., qualora sussista il fumus del diritto risarcitorio per il comportamento doloso o colposo del resistente nel diffondere notizie false e lesive di diritti soggettivi della ricorrente e qualora emerga altresì il periculum in mora, nella particolare eccezione richiesta dal citato arti. 700 c.p.c.
quanto al fumus, deve dunque essere verificato se il diritto alla libera manifestazione del pensiero attraverso strumenti diversi dalla stampa, anch’esso tutelato dalla Costituzione, si sia o meno estrinsecato all’interno dei limiti ormai costantemente definiti dalla giurisprudenza di legittimità e di merito.
La ricorrente lamenta in particolare che i commenti di Giovanni Giovannetti apparsi sul blog hanno dipinto la vendita degli immobili siti nelle palazzine in costruzione come illegittima, tale da integrare addirittura una truffa e sostiene che a seguito della pubblicazione di tali commenti si sarebbe prodotta una turbativa nel mercato immobiliare, tanto che sarebbero già sfumate possibili vendite.
Per valutare la fondatezza del ricorso non è quindi possibile prescindere da un esame, seppure sommario data la cognizione tipica del giudizio cautelare, della legittimità o meno dell’operato della ricorrente in ordine alle costruzioni e alle vendite di cui si tratta.
Al riguardo non ritiene questo giudice, diversamente da quanto indicato da parte ricorrente, di dover disporre una consulenza tecnica, poiché gli elementi necessari per la valutazione del caso risultano dalla documentazione depositata da entrambe le parti in lite.
Deve in primo luogo essere escluso che la fattispecie vada esaminata con riguardo al tema della lottizzazione abusiva prospettato da parte del resistente con memoria di costituzione, poiché tale tema non è mai stato citato nei commenti sul blog e dunque risulta estraneo all’oggetto del contendere: è pur vero, come sostiene il resistente, che qualora la situazione ricada in tale fattispecie l’illegittimità del comportamento della ricorrente sarebbe evidente e particolarmente grave, tuttavia i commenti del resistente sul proprio blog non possono che essere esaminati nella prospettiva di chi li ha redatti, per verificare se sono state colposamente o dolosamente trasmesse agli utenti della rete informazioni fuorvianti e lesive dei diritti della ricorrente.
È pacifico tra le parti che l’intervento edilizio in questione ricada nella zona destinata dal P.r.g. A servizi per l’università (U1), tra i quali sono previste anche residenze universitarie.
Ritiene questo giudice che la natura pubblica del servizio in questione comporti l’applicazione del comma 21 dell’art. 24 delle norme tecniche di attuazione del P.r.g. (doc. 2 di parte ricorrente) e non invece dei successivi commi 22 e 23 invocati nel ricorso: infatti la qualificazione delle residenze universitarie come attrezzature di interesse generale discende dal comma 24 delle medesime norme tecniche. Ne deriva che, come sostenuto da parte resistente, ai sensi del citato comma 21 l’intervento edilizio di cui si discute avrebbe dovuto essere preceduto da una convenzione con l’Università «regolante le modalità e le forme di utilizzazione del servizio» (dunque la gestione delle residenze). Del resto anche nel parere del prof. Oliva depositato da parte ricorrente (doc. 5 pag. 4) viene fatto cenno alla convenzione prevista dalle norme del piano regolatore, anche se, peraltro con motivazione svincolata da precisi riferimenti normativi e priva di stringenti passaggi logici, nello stesso parere si sostiene che a causa del mutamento della disciplina normativa nazionale (con il passaggio dalla concessione edilizia al permesso a costruire) la necessaria convenzione avrebbe ceduto il passo all’atto d’obbligo unilaterale.
Del resto una convenzione che disciplini il servizio è certamente elemento qualificante del tipo di intervento in questione, proprio per raggiungere lo scopo di destinare realmente le palazzine a residenze universitarie che, come tali e come avviene notoriamente in ogni struttura residenziale universitaria, italiana o estera, devono essere gestite da un ente che amministra gli affitti dei locali e cura i servizi comuni.
Poiché è pacifico che nel caso di specie non venne redatta alcuna convenzione con l’Università in merito alle residenze di cui si discute (l’unica convenzione citata negli atti riguarda la costruzione delle strade di accesso all’area) si delinea un primo profilo di illegittimità delle costruzioni in corso di realizzazione.
Ma soprattutto le modalità con le quali sono state poste in vendita le unità abitative risultano tali da far ritenere che la rappresentazione dei fatti ricavabile dalla lettura del blog non sia frutto di una dolosa o colposa mistificazione della realtà.
Invero deve in primo luogo osservarsi che gli annunci delle società di intermediazione immobiliare incaricate della commercializzazione degli appartamenti prima della pubblicazione degli articoli e dei commenti di cui si tratta non contenevano alcun riferimento alla caratteristica di residenze universitarie delle costruzioni, che venivano invece proposte sul mercato come «complesso residenziale di nuova costruzione» o «monolocali e trilocali» (v. docc. 8 e 9 di parte resistente, peraltro risultanti anche dagli estratti dei blog depositati dalla ricorrente).
In secondo luogo la stessa ricorrente ha proposto, anche attraverso il deposito di un parere notarile (doc. 9), un’interpretazione dell’atto unilaterale d’obbligo che non può essere condivisa e che evidenzia come la finalità delle costruzioni non sia quella di garantire, come invece previsto dal Piano regolatore, un servizio all’Università attraverso l’offerta , turnaria, di alloggi riservati a studenti e a personale universitario, bensì quella di immettere sul libero mercato appartamenti di diverse metrature e tipologie, astrattamente appetibili da una serie indeterminata di compratori. Infatti, ancorché il contratto preliminare depositato da parte resistente riporti testualmente la clausola sulla destinazione d’uso degli alloggi, nel parere in esame si sostiene che anche l’acquirente che sia studente o dipendente dell’Università o dello IUSS potrebbe direttamente occupare l’unità immobiliare e si evidenzia come non vi siano sanzioni per l’inadempimento all’obbligo di mantenere la destinazione d’uso prevista, potendo solo ipotizzarsi «un generico risarcimento danni da parte del Comune difficile da quantificare».
La natura di servizio della residenza universitaria e la durata necessariamente temporanea del contratto di locazione impongono invece di ritenere che laddove l’atto d’obbligo (a prescindere dalla legittimità del medesimo in luogo della prevista convenzione) richiede alla costruttrice e ai suoi aventi causa l’impegno ad affittare gli alloggi, esclude che il proprietario vi abiti, indipendentemente dal fatto che egli sia o meno uno studente o un dipendente dell’Università: diversamente, si dovrebbe pensare che l’acquirente studente o dipendente possa occupare l’alloggio sino a che permane tale sua condizione e sia tenuto a lasciare l’alloggio rispettivamente dopo la laurea (o la specializzazione) o il pensionamento; non solo tale eventualità non è contemplata nel parere in questione, ma si verrebbe altresì a creare una figura del tutto atipica di diritto reale, essendo il diritto di proprietà subordinato alla temporanea condizione soggettiva del titolare.
Se poi si pone mente al fatto che nel parere è esclusa la possibilità di sanzioni nel caso di mancato rispetto della destinazione d’uso, prospettandosi solo un aleatorio risarcimento di danni richiedibile da parte del Comune, e se si considera altresì che il controllo sull’effettivo rispetto di tale destinazione può ragionevolmente ritenersi tutt’altro che agevole, pare corretto ritenere che la ricorrente abbia effettivamente mirato a mettere sul mercato alloggi potenzialmente appetibili da una vasta categoria di interessati, senza alcuna garanzia che venisse rispettato il vincolo urbanistico esistente sull’area.
Del resto, lo stesso amministratore della ricorrente ha ammesso, in udienza, che gli oneri di urbanizzazione pagati sono stati quelli delle residenze alienabili sul mercato laddove invece, come sostenuto da parte resistente, per gli immobili destinati a servizi universitari sarebbero stati dovuti inferiori oneri.
Né valgono a imprimere la natura di residenza universitaria le circostanze evidenziate dal medesimo amministratore di Green Campus in udienza, ossia il fatto che le unità immobiliari vengano vendute già arredate e le dimensioni e le caratteristiche degli alloggi, che sono stati rappresentati come inadatti «a un uso diverso da quello di residenze universitarie».
Quanto al primo aspetto, l’esistenza degli arredi non può costituire di per sé sola garanzia dell’utilizzo temporaneo e vincolato degli immobili, anche a prescindere dal fatto che dalla lettura del contratto preliminare depositato da parte ricorrente non emerge che l’esistenza dell’arredo sia elemento essenziale del contratto e pare dunque possibile che le parti nella loro autonomia contrattuale possano derogarvi all’atto della stipulazione del rogito, così come sono previste possibilità di richieste da parte del promissario acquirente di opere non contemplate nel capitolato dei lavori.
Quanto alla tipologia degli alloggi, le piantine depositate da parte ricorrente e la descrizione contenuta nella relazione del prof. Oliva evidenziano che tra gli appartamenti in vendita ve n’è una parte con due camere da letto e un’ampia zona giorno, dunque si tratta di alloggi del tutto adatti per l’uso di una famiglia; anche gli appartamenti a mono-locale, nei quali risulta ben distinta la zona-giorno dalla zona-notte, non risultano necessariamente rivolti all’uso da parte di studenti.
Sulla base delle considerazioni che precedono si deve ritenere che le notizie diffuse nel blog, pur esposte con particolare foga polemica e con riferimenti a molteplici e confusi interessi e situazioni, non possano essere considerate colposamente o dolosamente produttive di danno ai sensi dell’art. 2043 c.c.: invero il messaggio essenziale che emerge da tali notizie è quello della non conformità allo strumento urbanistico vigente dell’operazione immobiliare nel suo complesso e tale messaggio, per ragioni sopra esposte, deve ritenersi corretto.
Se nel blog si allude alla truffa, non può ravvedersi un legittimo esercizio del diritto di manifestazione del pensiero, perché a prescindere dal fatto che l’autorità giudiziaria possa o meno ravvedere tutti gli elementi costitutivi di tale reato, l’accezione comune del termine indica l’esistenza di artifici che possono indurre in errore: nel caso in specie, come risulta evidenziato dal riportato esame degli annunci pubblicitari, il compratore poteva essere indotto a ritenere erroneamente la piena conformità allo strumento urbanistico delle costruzioni in esame e della vendita a terzi delle medesime; inoltre dal contesto degli articoli si evince che il concetto di truffa è riferito a un comportamento, imputato alla ricorrente, di raggiro delle norme e degli interessi pubblici relativi al governo del territorio e quindi anche da tale punto di vista l’utilizzo delle espressioni presenti nel blog non può ritenersi contrastante con i limiti della libera manifestazione del pensiero.
Infine la mera circostanza che il rappresentante legale della ricorrente non risulti, alla data del 17 aprile 2012, indagato in alcun procedimento penale (doc. 16) non può essere sufficiente a escludere, come si sostiene nel blog, che il resistente abbia presentato una notizia di reato alla Procura della Repubblica (ben potendo essere aperto un fascicolo contro ignoti, qualora la medesima notizia di reato non contenga il nome del possibile autore dell’illecito).
Da quanto precede deriva che il ricorso deve essere respinto, in difetto di fumus del diritto che la ricorrente intende tutelare in via ordinaria, senza la necessità di esaminare il secondo requisito richiesto, ossia quello del periculum.
Le spese del procedimento, liquidate in dispositivo, devono essere poste a carico di parte ricorrente secondo il criterio di soccombenza. Non si ravvedono invece i presupposti per la richiesta condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c.

Per questi motivi, il giudice designato respinge il ricorso. Condanna parte ricorrente a rifondere a parte resistente le spese della presente procedura cautelare, che liquida in euro 950,00 per diritti, euro 1.500,00 per onorari, nulla per esborsi, oltre IVA, CPA e rimborso spese generali se e come dovuti per legge.

Pavia, 25 maggio 2012

il giudice designato, Marcella Frangipani

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4 Risposte to “Il giudice respinge e condanna…”

  1. Anonimo Says:

    Ride bene chi ride ultimo!

  2. ggiovannetti Says:

    Avviso di garanzia uno e due. Gommone solo andata per DUrazzo, caro il mio mollazzo. Baciolemani.

  3. ggiovannetti Says:

    Corruzione, sei avvisi di garanzia
    Ettore e Luca Filippi, due dirigenti del municipio, un architetto e un geometra indagati per fatti che risalgono a dicembre
    L’INCHIESTA»BUFERA IN COMUNE

    di Maria Fiore

    PAVIA Associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla truffa. Sono le accuse elencate nell’atto che è stato notificato ieri a sei persone, tra amministratori e dirigenti del Comune di Pavia. Un avviso di proroga delle indagini, per la precisione, che vale come informativa di garanzia. E che, oltre alle accuse, contiene i nomi delle persone coinvolte nell’inchiesta di cui, per il momento, non si riescono a definire i contorni. La sola certezza è che la procura di Pavia ha aperto, sei mesi fa, un procedimento penale a carico di Ettore Filippi, che è stato vicesindaco a Pavia e assessore al Bilancio fino al 2005, e del figlio Luca Filippi, che è presidente di Asm Lavori. L’indagine, per la quale sono stati chiesti altri sei mesi, riguarda anche il dirigente dell’Urbanistica del Comune Angelo Moro, Francesco Grecchi, dirigente del settore Lavori pubblici, l’architetto Vittorio Rognoni, tecnico dello sportello unico per l’edilizia del Comune (si occupa di condoni e idoneità degli alloggi), e il geometra Arturo Marazza. Sul contenuto dell’inchiesta, come pure sullo spunto da cui è partita, si possono solo fare ipotesi. In Procura si lavora con il massimo riserbo. Nell’avviso di garanzia non vengono indicati i fatti che hanno sollecitato l’attività degli inquirenti, ma solo una data – 14 dicembre dello scorso anno – in cui questi fatti si sarebbero verificati. Da dicembre a oggi, fra l’altro, la procura di Pavia ha già aperto diversi fronti di inchiesta, legati a presunte irregolarità in ambito urbanistico sul territorio di Pavia. Da un lato c’è la vicenda di Punta Est – con le residenze che erano destinate a studenti universitari ma che sarebbero state messe sul libero mercato – che vede peraltro indagato anche Moro. Ma la Procura indaga, per accuse che vanno dalla corruzione all’abuso edilizio, anche sul centro commerciale Carrefour sulla Vigentina. Il fascicolo, in questo caso, era stato aperto a partire dalla “soffiata” di un pentito, che aveva raccontato agli inquirenti vicende risalenti agli anni 2007. Sul tavolo del magistrato c’è anche la vicenda Green Campus, un’operazione milionaria su cui è stato presentato, qualche mese fa, un esposto che metteva sul tappeto presunte irregolarità urbanistiche. Un esposto che tirava in ballo anche Marazza. Gli avvisi di garanzia potrebbero essere riferiti a una di queste inchieste, ma non si esclude neppure – ed è l’ipotesi più probabile – che si indaghi su diversi fatti, collegati tra loro proprio dal reato di associazione per delinquere. La Procura, in altre parole, ipotizzerebbe un sistema di accordi illeciti, con scambi di soldi per ottenere favori e portare a termine affari nell’urbanistica. Fatto sta che la notizia degli avvisi di garanzia, subito trapelata, ha creato ieri subbuglio e agitazione in città. «A noi non è stato notificato nulla – sostengono i legali di Arturo Marazza, Fabrizio Gnocchi e Orietta Stella –. Quando questo accadrà faremo le nostre valutazioni e inizieremo la nostra attività difensiva». Lo stesso Ettore Filippi dice di non avere «ricevuto nulla». Non è stato possibile mettersi in contatto con Angelo Moro (che risulta essere fuori città e nell’indagine di Punta Est è rappresentato dall’avvocato Graziano Lissandrin), con Vittorio Rognoni e con Francesco Grecchi. Non sono esclusi, nei prossimi giorni, i primi interrogatori. Gli indagati hanno infatti cinque giorni di tempo per presentare opposizione, memorie difensive e per chiedere di essere sentiti.

    (“La Provincia Pavese”, 30 maggio 2012)

  4. Anonimo Says:

    La farà franca anche stavolta. Come si può credere che sia colpevole di qualcosa uno che è in un consiglio d’amministrazione a sua insaputa, che passa le sue giornate all’Urbanistica e non sa chi sia l’architeto Rognoni e che non conosce Marazza? E’ solo colpa del magistrato, di cui l’innominato dice un gran bene sulle pagine del suo giornale, ma che riempie invece di insulti di ogni genere quando parla con i suoi amici.

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