Vecchietto è il nome di un paese

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di Giovanni Giovannetti

Pioggia torrenziale sopra un percorso accidentato. Le strade sono torrenti. Ci inerpichiamo per saliscendi spaccagambe, lungo sentieri infangati: Bibola, Vecchietto e ancora su, a colmare un dislivello di notevole entità. Lassù incontriamo la nebbia, ma sono le nubi del temporale viste da dentro.
Con Stella d’Italia oggi cammina Angelo, geometra in pensione, amante del Tibet e delle belle donne. È partito solitario da Fidenza e vuole arrivare a Roma. Il motivo del suo viaggio nemmeno lui sa dirlo. Resterà con noi, e una volta giunto alla sua meta promette di raggiungerci a L’Aquila.
Entriamo stremati a Sarzana. Solo 16 chilometri, eppure pioggia e fango e saliscendi ne hanno fatto quasi un’epica Odissea. Passiamo nei pressi del convento di San Francesco. L’anno scorso qui avevo raccolto la storia di Luigi, il cinquantenne macellaio disoccupato, costretto a chiedere l’elemosina e un letto al prete magnanimo, di nascosto da quell’altro, che lo aveva cacciato dalla sua borghese chiesa per benpensanti nel centro cittadino. A volte nemmeno la carità unisce.
Ma quante Chiese ci sono? Quel prete di certo non era a Cosenza il 30 settembre 2008, dunque non sapeva che il Cardinale Dionigi Tettamanzi in quella sede aveva messo in guardia dal rischio che «sia pure in buona fede, anche la Chiesa partecipi più o meno direttamente a questo processo di emarginazione dei più derelitti, dei più poveri o dei più indifesi. Ne sia un esempio il divieto sostenuto anche da alcune personalità del mondo della Chiesa di vietare l’elemosina e altri atteggiamenti tipici della povera gente».

E a quale Chiesa appartiene il Cardinale Raffaele Martino? Dalle pagine del “Corriere della Sera”, ha definito l’elemosina «un diritto» e la sua proibizione «inaccettabile» (8 agosto 2008). Lo stesso Cardinale avverte: «se in una città o in un quartiere ci sono persone che per sopravvivere hanno bisogno di chiedere l’elemosina o rovistare nei rifiuti vuol dire che in essi è a rischio molto di più che l’igiene o il decoro ambientale».

Né quel prete era a Roma il 16 febbraio 1997, quando Giovanni Paolo II avvertì che l’elemosina, lungi dal ridursi a qualche episodica offerta di denaro, è assunzione di un atteggiamento di condivisione e di accoglienza: «Basta “aprire gli occhi”, per scorgere accanto a noi tanti fratelli che soffrono, materialmente e spiritualmente».

Quel prete è sembrato insensibile persino alle parole di Benedetto XVI, in particolare all’incoraggiamento da lui rivolto alle «parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e – udite udite – l’elemosina» (messaggio per la Quaresima 2009).

Ma valga per tutti la parola dei Vangeli: «Ciò che avete fatto a uno di questi più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).


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