Sprofondo nord, atto terzo

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È in libreria la terza edizione aggiornata di “Sprofondo Nord”, libro inchiesta di Giovanni Giovannetti su cultura mafiosa e affarismo a Pavia. La riscrittura aggiunge temi quali il gioco d’azzardo e l’urbanistica creativa, con notizie anche inedite. Per la prima volta viene infine pubblicato il carteggio tra Giovannetti e la famiglia di Carlo Chiriaco – all’epoca in carcere – che un anno fa portò all’appello per la concessione degli arresti domiciliari all’ex direttore sanitario dell’Asl pavese, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e gravemente malato; carteggio qui di seguito riproposto.

13 agosto 2011. Nella quiete della Pieve non c’è brezza, solo il silenzio interrotto dal frinire delle cicale. Il computer segnala un messaggio, una e-mail sorprendente: «Sono disperata. Mio padre è arrivato a 60 kg, dagli 85 che era, ed è sulla sedia a rotelle. Se la sua è, come mi auguro, un’umana offerta di aiuto o anche solo di consigli su cosa fare, io l’accetto volentieri. Eva Chiriaco». La figlia trentaseienne di Carlo scrive al “nemico”.
Non era la prima volta. Sere prima c’era stata una sua decisa telefonata mentre ero in diretta presso una tv locale («Lei racconta bugie… in galera dovrebbe andarci lei per tutte le calunnie che butta addosso alle persone..», eccetera). E ancora il 2 agosto, commentando sul mio blog: «…Non so se il proverbio sui disagi dei padri che scontano i figli sia riferito a me, ma se lo fosse, non si dia pena. Preferisco avere un padre come il mio – che non ha mai preso una mazzetta, che avrà sparato delle gran cazzate, che ha aiutato tanti poveri cristi senza mai pretendere – che uno come lei, uno che finge di impegnarsi per giuste cause, ma che non ha un briciolo di umanità. Lei che diffonde odio e cattiverie e quasi si duole se poi vengono smentite, se il marcio non esiste. Lei che mi prende in giro nel suo articolo, sulla pagina autoprodotta, riportando la telefonata di Telepavia e affibbiandomi continuamente la frase “al mio papà, del mio papà…” come se fossi una povera cretina. Le dico una cosa, che non comprenderà perché la sua comprensione del dolore comincia e finisce nel gesto eclatante dell’ospitare venti rom in casa, ma non le auguro, per quanto non la stimi, che gli capiti mai quello che è successo a noi, di vedere un uomo ridursi ingiustamente in questo modo. Mio padre sta pagando ciò che non ha fatto, e anche se alla fine avrà giustizia, questo debito di affetti, di tempo, e di salute non sarà più recuperabile. Infine, ho trovato veramente di cattivo gusto la sua richiesta di amicizia nel mio profilo di facebook, che trova probabilmente la stessa ragione d’essere delle sue ciabatte in televisione».

Le rispondo. «Cara Eva Chiriaco, no, il riferimento ai figli che scontano le pene dei padri non è a lei, forse l’unica, insieme a sua madre, per cui provo un misto di pena e sincera stima, e a volte anche umana solidarietà. Pena per la legittima nonché imbarazzante parzialità che la spinge costantemente a negare persino l’evidenza (l’episodio televisivo della fedina penale “immacolata” o giù di lì ne è forse la migliore sintesi); stima per la profondità del vostro disperato sentimento (da questo punto di vista, suo padre è uomo davvero fortunato), tale da rendervi entrambe giustamente impermeabili alle molte inquietanti verità (non ci sono solo quelle giudiziarie) che via via sono emerse dalle intercettazioni; umana solidarietà perché, dipendesse da me, suo padre, così conciato, sarebbe già da tempo agli arresti domiciliari e in affido a voi due. Nonostante i capi d’accusa, nonostante tutto quanto. Detto questo, il libro prova ad andare oltre il singolo Chiriaco e ciò che lui dice di essere o rappresentare: tenta un affondo entro il livello illegale/affaristico (per l’appunto i mazzettari, poco sondato dalla locale Procura), a cui si dedica almeno per i due terzi. Dunque, ben oltre il livello “criminale”, sia pure per come emerge dalle Richieste e dalle Ordinanze di Gip e Procura antimafia. Quanto alla richiesta di amicizia in Facebook – che lei trova di cattivo gusto – era volta a stabilire un qualche punto d’incontro e magari di scambio privato di opinioni, non diverso da quello decisamente più pubblico ora in corso, sul che fare per favorire gli arresti domiciliari».
Lo stesso giorno Carlo Chiriaco viene trasferito dal carcere di Torino a quello “punitivo” di Monza, un istituto di detenzione privo di centro clinico. Ha già perso 25 chili e altri ancora ne lascerà nei giorni che seguiranno già che, affetto da numerose patologie organiche e psicologiche, sarà tenuto senza cure per oltre 50 giorni, nonostante le disposizioni del Tribunale milanese e le indicazioni, il 4 agosto, del perito di Stato Marco Scaglione. Secondo Scaglione, il padre di Eva «assume scarso cibo non tanto per sua volontaria decisione quanto per un disinteresse» per la vita e per la propria persona. «Il diabete che lo affligge necessita di trattamento con farmaci, e gli stessi sono impostati per una alimentazione “normale” […] Concretamente, devesi in qualche modo interrompere tale china per la quale egli rifiuta (seppur non coscientemente) il cibo e conseguente dimagrimento». Il perito rileva altresì che, rispetto alla sua precedente visita, il quadro patologico che lo affligge «abbia avuto una evoluzione in pejus», con la «fondata impressione che il quadro emerso sia assolutamente genuino». Oltre al diabete e alla profonda depressione, Chiriaco è anche affetto da tumore al colon, glaucoma ad entrambi gli occhi, protrusioni delle vertebre che hanno ormai intaccato il midollo esponendolo al rischio di paralisi. L’ulteriore dimagrimento – da 85 a 57 chili – ha ormai intaccato la massa magra. Correttamente la perizia segnala ai giudici il progressivo peggioramento di Chiriaco, indicando «con forza» le cure urgenti, cure tanto indispensabili quanto disattese dai carcerieri.
Posto il problema, la conclusione di Scaglione è laconica. E l’8 agosto il giudice del Tribunale estivo «respinge» proprio ribadendo la posizione assunta dal perito: «Alla luce di quanto esposto – scrive Scaglione e ripetono i giudici – si ritiene che le attuali condizioni di salute del signor Chiriaco Carlo non siano tali da controindicarne in assoluto la prosecuzione del regime carcerario all’interno di un carcere».
Ne consegue la disperata invocazione della figlia; disperata e sola: scaricata dagli “amici” non le restano che i “nemici”.
Quanti altri incarcerati versano nelle stesse condizioni di Chiriaco? E quanti tra loro sono in attesa di giudizio? Il singolo caso di un malato in carcere sarà un granellino di sabbia nel deserto, ma questo granellino sta sotto i miei occhi e non posso fare finta di non vederlo.

«Cara Eva Chiriaco, sì. La prima cosa pratica che mi balza in mente è un appello a firma di singole persone del tutto estranee alla vicenda, persone mai state in rapporti con suo padre, in appoggio alla concessione degli arresti domiciliari per motivi umanitari. Posso avere copia dell’opposizione all’ultima richiesta inoltrata dal suo avvocato? Servono anche informazioni aggiornate sul suo stato di salute».

14 agosto. «Le invio una parte della perizia richiesta dal Tribunale. I rischi, attuali, legati ad un dimagrimento così importante, sono di tipo cardiovascolare, con aritmie cardiache anche fatali. Inoltre il dimagrimento ha interessato la massa magra, con astenia e costante perdita funzionale della deambulazione, oltre al peggioramento delle protrusioni della colonna che già aveva e che, se non curate, sono destinate a diventare invalidanti senza possibilità di recupero. L’aspetto più preoccupante è quello psichico, di cui il disinteresse per il cibo è una diretta conseguenza. Glaucoma ad entrambi gli occhi, carcinoma al colon operato nel 2008, adenoma alla prostata, diabete. Mi chiedo come in un carcere si possa curare: come possa fare fisiokinesiterapia, se non hanno nemmeno una sedia a rotelle (oggi al telefono abbiamo dovuto chiudere prima dei 10 minuti concessi perché non riusciva più a stare in piedi e non aveva una sedia a disposizione) e se è costretto a passare 24 ore al giorno in una cella (in tre persone, di cui una più giovane che si è offerta di dormire a terra). Dall’ingresso in prigione, 13 mesi fa, mio padre non ha mai fatto l’ora d’aria (lo spazio aperto del carcere gli crea ansia). Mi domando come si possa curare una depressione reattiva da carcerazione con colloqui di due minuti e con dosi di farmaci tali da ridurre un uomo a un vegetale; e rallegrati dalla vista, tra le sbarre, di un altro detenuto che dopo essersi impiccato viene rianimato da due poveri sprovveduti ragazzi extracomunitari, che tentano invano di trovare una vena. Alla richiesta di mio padre di aiutare (lui è medico) gli hanno chiuso anche lo sportellino del blindato. Il detenuto è poi morto, così come altri quattro a Torino nel giro di due mesi). Ho delle lettere al riguardo che vorrei farle leggere. Nell’ultima settimana ha perso ancora più di due chili e sono comparsi ematomi su braccia e gambe, non presenti alla valutazione del perito e di cui siamo ancora in attesa di capirne l’origine avendo richiesto esami ematochimici. E stiamo parlando di una custodia cautelare. Con un processo già avviato, indagini concluse. Le dico con sincerità, e non immagina con quale dolore, che non abbiamo molto tempo. È al limite, e francamente mi chiedo perché, di fronte ad una realtà di salute così evidente e (forse lei non condividerà) ad una genesi processuale che si sta in qualche modo disvelando, permanga questa ostinata chiusura: non è un segreto, posso dirle che, in risposta alla Cassazione, il Tribunale di Milano ha tolto definitivamente l’articolo 7 dell’aggravante mafiosa dal procedimento di turbativa d’asta a Borgarello ed anche il 12 quinquies, l’intestazione fittizia dei beni: nessun legame mafioso; e tutto il resto che lei sa. Le risposte che mi vengono in mente (a seguito della secretazione dell’indagine Asl, e della sovraesposizione mediatica di mio padre che, usato come locandina di questa operazione, quasi unico su tutti i 300 accusati a vario titolo di essere i boss, di omicidi, estorsioni, traffico d’armi e droga, è quello con accusa minore) non mi piacciono affatto, e soprattutto hanno poco a che fare con la giustizia. La saluto. Eva Chiriaco»

«Cara Eva, a dispetto delle conclusioni, i contenuti della perizia a me sembrano agghiaccianti e ben volentieri vedrei le lettere. Resto in attesa di quanto sostengono i magistrati nell’ultima opposizione. Non si abbatta, trasmetta la sua determinazione a suo padre e a sua madre. G.»

15 agosto. «Caro Giovanni, non mi abbatto, non posso. Lo devo a mia figlia e ai suoi occhi lucidi ogni volta che finge, sorridendo, di credere che il nonno è all’estero a lavorare e che prima o poi tornerà. Ma a sette anni purtroppo credo che in qualche modo la cattiveria o l’innocenza della gente abbia svelato l’arcano. Lo devo all’altra, che ho trasportato dentro di me nelle file interminabili a Torino, nutrendola di odio, di rancore, di tristezza e disperazione, e che è nata, a dispetto di tutti e della vita, sana e allegra più che mai. Lo devo a mia madre, che nonostante tutte le vicende a cui lei si riferiva – extragiudiziali e personali – dopo 36 anni di litigi ha ammesso quello che ha sempre saputo: che mio padre nonostante tutto lo si può solo amare. A mio padre, che nonostante quel tutto, rimane una persona dall’animo pulito, e che merita, glielo assicuro, il nostro amore disperato sopra tutto.
Lei è stato per un certo periodo tra le persone che ho più odiato. Per le cose che ha scritto, per gli insulti. Dolore al dolore. Non per la vergogna, ma per l’ingiustizia e l’impotenza di non sapere come difendersi, di fronte a tutto quello che lui sembra essere. Mio padre non è un santo, ma non è il demonio che tutti hanno cercato di dipingere, dietro cui si sono nascosti anche gli “amici” per approfittare in tutti i modi di questa situazione. Non è un ‘ndranghetista o come si scrive, è un uomo pieno di idee che forse cercava affari al limite della liceità ma non certo illegali. Conosceva calabresi poco raccomandabili, con cui però i politici pavesi si intrattenevano in conversazioni d’affari (se contiamo le telefonate di mio padre a Pino Neri e le confrontiamo con quelle di “altri” c’è da stupirsi…) e certo non partecipava o favoriva alcuna organizzazione criminale. Non siamo mai stati ricchi, mai avuto case al mare né macchine di lusso. La famosa Cadillac di cui hanno parlato i giornali in realtà vale 25mila euro, faccia lei. Ci hanno attribuito beni di ogni genere, addirittura l’immobiliare di un povero cristo, che si chiama Bivio Vela, perché lui in un’intercettazione ha nominato il bivio Vela. Non parliamo delle società. Ma su questo e anzi su tutto, sono ben disposta se vuole ad avere uno scambio di opinioni e informazioni. Comunque mai avrei pensato che lei in qualche modo mi avrebbe aiutato. O forse sì, l’ho pensato. Man mano che si mostrava la falsità degli amici, ho intravisto la lealtà di un nemico. Le invio poi la lettera di cui le parlavo. Ne ho molte altre. Buon Ferragosto. Eva»

16 agosto. «Caro Giovanni, sono stata oggi in carcere a Monza. Mio padre ha perso ancora peso. Per quanto riguarda l’ordinanza del Tribunale con cui l’8 agosto è stata rigettata la richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere, l’avvocato ha avuto modo solamente di leggerla oggi in cancelleria, e gli verrà probabilmente notificata nei prossimi giorni. A mio padre era invece già arrivata venerdì. Quando ne avrò copia gliela girerò. Mi ha riferito che si tratta di una decisione apparente, priva di qualsivoglia motivazione. È arrivata anche oggi la risposta del Ministro Maroni, che risponde negativamente alla richiesta di accedere alla relazione Asl, asserendo che è sufficiente la conclusione pubblicata già da alcuni giorni sulla gazzetta ufficiale. Andremo doverosamente avanti nella richiesta di atti che vanno resi pubblici. Resto in attesa. A presto, Eva»

«Cara Eva, dalle due persone a cui ho potuto raccontare e chiedere ho avuto altrettante risposte positive: Paolo Ferloni è ordinario di chimica fisica all’Università di Pavia; Carla Benedetti insegna letteratura italiana all’Università di Pisa. Intendo sottoporre il testo dell’appello ad alcuni giornalisti e scrittori amici, come Gianni Barbacetto, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Mino Milani. Conto sull’adesione di autorevoli pavesi quali don Tassone, Irene Campari, Elio Veltri e Franco Osculati (sto appuntando i nomi via via che mi vengono in memoria) o di figure altrettanto autorevoli come il genovese don Gallo, il torinese don Ciotti, il “napoletano” padre Zanotelli, l’attore e consigliere regionale Giulio Cavalli, il sociologo Luigi Manconi. Ma anche altri: ad esempio, la Benedetti si mantiene in contatto con Saviano… Insomma, l’unico documento che mi rimane da consultare è per l’appunto l’ultimo rigetto del Tribunale estivo. A presto, G.»

Scrivo allora l’appello:

Siamo giornalisti, scrittori, studiosi, preti, operatori che in questi anni non hanno fatto mancare il loro sostegno all’operato della Magistratura e in particolare a chi è schierato in prima linea sul fronte dell’antimafia.
Dal 13 luglio 2010 il sessantunenne Carlo Antonio Chiriaco è in carcere, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Chiriaco è in pericolo di vita. È dimagrito di oltre 27 chili (passando da 85 a 58) e continua a perdere peso, è diabetico, è affetto da glaucoma ad entrambi gli occhi oltre che da carcinoma al colon e da adenoma alla prostata. Ormai non si regge in piedi se non aiutato dalle stampelle, e per gli spostamenti deve usare una sedia a rotelle.
Notoriamente, i pericoli ascrivibili ad un dimagrimento così rilevante sono per lo più dovuti a problemi cardiovascolari, con elevato rischio di aritmie cardiache, a volte fatali. Pericoli rimarcati anche dal dott. Marco Scaglione, il perito nominato dal Tribunale che, nella sua ultima relazione di agosto, segnala il progressivo allarmante peggioramento delle patologie di cui soffre Chiriaco.
Una deriva sempre più accentuata. Ma ciò che più inquieta – ammette il dott. Scaglione – è il quadro psichico (Chiriaco pativa la depressione anche prima di entrare in carcere), a conferma degli insistiti avvertimenti già letti nella perizia “di parte” dello psichiatra e psicoterapeuta prof. Adolfo Francia (9 dicembre 2010).
Secondo Scaglione, Chiriaco «assume scarso cibo non tanto per sua volontaria decisione quanto per un disinteresse», così come «è altrettanto vero che il diabete che lo affligge richiede il trattamento con farmaci: e gli stessi sono impostati per una alimentazione “normale”». Scaglione infine segnala che, in questo caso, «la farmacoterapia non è più aumentabile».
Insomma, siamo posti di fronte a un circolo vizioso che occorre al più presto fermare, come sollecita lo stesso perito del Tribunale quando invita a «interrompere in qualche modo una tale china».
Gentili Magistrati, restiamo convinti che il principio di giustizia debba nutrirsi anche di umanità, la stessa che ci porta a sentire ormai giunta – se non varcata – la soglia oltre la quale, anche per Chiriaco, la detenzione è da ritenere assolutamente incompatibile con il regime carcerario; e più che mai urgente il passaggio a misure meno afflittive, come a noi paiono gli arresti domiciliari.

Dalla Comunità genovese di San Benedetto il 25 agosto mi risponde don Andrea Gallo: «Caro Giovanni, aderisco “in toto” al vostro appello. “Restiamo Umani!”. Ciao. Don Gallo Andrea». Lo ricordate? Era l’“adagio” rivolto a noi da Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano ucciso in Palestina nell’aprile scorso. Aderisce anche lo scrittore Mino Milani: «da vecchio (e spero buon) liberaldemocratico avrei firmato un appello del genere in favore di chiunque, dalla estrema destra alla estrema sinistra» già che, sottolinea Milani, è questione «di dignità civile e carità cristiana». Oltre al sacerdote ligure, allo scrittore pavese, a Carla Benedetti e a Paolo Ferloni hanno infine sottoscritto l’appello letterati come Teo Lorini e Tiziano Scarpa; giornalisti come Marco Brando ed Enrico Rotondi; docenti universitari come l’economista Franco Osculati e la storica Marina Tesoro; sacerdoti come il pavese don Franco Tassone e il missionario comboniano padre Alex Zanotelli; attivisti dei diritti umani come Irene Campari, Mimmo Damiani e Luigi Manconi.

23 agosto. «Caro Giovanni, torno ora da Monza. La situazione sta velocemente volgendo al peggio. Questa settimana ha perso ancora due chili. Questo carcere, rispetto agli altri è terribile. Sarebbe utile che qualcuno andasse a fargli visita per rendersi conto della situazione. Sono contenta delle adesioni. Conosco per fama alcuni di loro, in particolare don Gallo; la sua adesione al tuo appello, quell’appoggiarlo “in toto”, insieme a ciascuno degli altri ugualmente importanti sottoscrittori, svela a me una realtà di sostegno umanitario e cooperazione che credevo fosse solo utopia. Grazie Giovanni per tutto ciò che stai facendo, non lo dimenticherò. Un abbraccio. Eva».

Fine prima parte (continua)

2 Risposte to “Sprofondo nord, atto terzo”

  1. Anonimo Says:

    era stato un gesto nobile da parte di uno che la pensa come te. Renderlo pubblico e mercificarlo ti riporta al livello abituale

  2. Anonimo Says:

    Quello che “la pensa” come me è tale Ettore Filippi Filippi, l’amico di Pino Neri e Pietro Pilello attualmente indagato per associazione a delinquere e corruzione. Almeno firmati, pirla.
    G.

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