Sprofondo nord, atto terzo

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L’orbita del carcere

Quando una persona viene rinchiusa in carcere la ricaduta è gravosa non solo per chi si vede privare della propria libertà personale: cambia la vita anche per i suoi famigliari. Dopo l’arresto di Carlo Chiriaco, i parenti hanno fra l’altro dovuto riscontrare il progressivo defilarsi degli “amici” del congiunto – dal sindaco “formattatore” Alessandro Cattaneo all’onorevole Giancarlo Abelli, all’assessore Luigi Greco, già socio in affari del Chiriaco; da Dante Labate (fu lui a informarlo che era intercettato) a molti altri – gli stessi che fino al giorno prima l’avevano quale sodale nonché ascoltato consigliere. Scaricati dagli “amici”, ai parenti non sono rimasti che i “nemici”: gli autori dell’appello in favore degli arresti domiciliari a Chiriaco per gravi motivi di salute – forma di detenzione meno afflittiva, infine concessagli nel dicembre 2011. Di seguito concludiamo la pubblicazione dello scambio di missive fra i famigliari di Chiriaco e il “nemico” Giovanni Giovannetti – ripreso dalla nuova edizione di Sprofondo nord, Effigie, ora in libreria.

2 settembre. «Caro Giovanni, ti invio una prima trance di documenti, ne seguiranno altri. Questo è l’interrogatorio di mio padre davanti al Gip. Come vedrai, il magistrato non si è nemmeno scomodato. Gli è stata fatta sentire un’intercettazione dove lui parlava del processo Valle, ma omettendo di far sentire le altre quattro dove confuta quello che dice nella prima. A quale crediamo? A quella fatta in macchina con mio padre in compagnia di una scema, che fa comodo alla procura, o alle altre quattro, testimoniate poi dai fatti? Mah. E poi cosa c’entra, da quella storia sono passati vent’anni… L’altra è la famosa “io Neri e Pizzata eravamo i capi della ‘ndrangheta…”, dove lui stesso sottolinea che fu parte di un discorso generale che cominciava dicendo “da quando avevo la discoteca la procura è convinta che io Neri e Pizzata…” ecc., insomma parla di un assunto investigativo. Ti dico che dopo molti soldi, molto tempo, strane dimenticanze, quella intercettazione è arrivata… incompleta. Il maresciallo ci ha detto che si era guastato il nastro (proprio lì guarda un po’) ed è in corso una perizia per presunta contraffazione. Strano. Ti mando anche la decisione dell’ordine dei medici sull’unico reato esistente sulla fedina penale di mio padre, di cui dobbiamo ringraziare l’avvocato che, a fronte di una sicura innocenza e assoluzione, suggerì un patteggiamento per evitare la “gogna mediatica”. Che furbizia. E che sfiga».

13 settembre. «Sai Giovanni, mi sento come una bambina di 36 anni incapace di gestire l’uragano che ci sta seppellendo, ma con la stupida presunzione che ad ondate mi convince di saperlo fare. È che sono sola, e non mi è mai successo. Non ho amiche che possano capire, mia madre ha tanti pregi che io non so cogliere; mio marito è il ragazzo con cui sono cresciuta e fa quello che può dopo che l’ho trascinato in una faccenda che più lontano da lui non poteva essere. E, come sai, il resto della gente, giustamente, dopo un po’ si rompe anche delle disgrazie altrui. Mi sta prendendo l’angoscia. Non sai come mi manca mio papà, che mi risolveva tutti i problemi del mondo. Mi diceva stai tranquilla amore, e mi dava un bacio in testa. L’altro ieri mi ha scritto: “manda mia moglie a ritirare le cose”. “Mia moglie” uguale “tua madre”: non c’è più. Eppure anche così, se mi dicesse stai tranquilla, gli crederei.

Giovanni, da tutta questa storia mi piacerebbe, chissà, che ne venisse qualcosa di buono, e che fossi tu a portarlo avanti. Ho imparato a mie spese a non considerare i detenuti per forza catorci umani di serie B perché un padre, un fratello, un figlio, a tutti prima poi può capitare di trovarselo dove mai avresti pensato: a portare la tua, la sua “normalità” in quello che fino a prima era solo una lontana “diversità”, che non ci appartiene, che non ci importa, tanto mai a noi… e invece prima o poi succede. Succede che la variabile discriminante, quella specie di colpa nel meritarsi certe disgrazie che faceva sì che toccasse ad altri e non a noi, e che ci mette in pace col domani e fa tacere la coscienza caso mai ci disturbi troppo, non discrimini più e ci travolga. Anche ingiustamente, ma il risultato è uguale. E che ti ritrovi a vedere non più le differenze, ma quanto invece siamo uguali, di fronte al dolore e alla vita. Che rara banalità».

Il 5 ottobre Carlo Chiriaco viene trasferito dal carcere “punitivo” di Monza (dove era rimasto a lungo senza cure) a quello ancor peggio di San Vittore altrettanto privo di centro clinico, tenuto in un reparto psichiatrico come fosse psicotico, senza lenzuola né scarpe né altri effetti personali. Pazzo o depresso? Nonostante le numerose patologie organiche, lo hanno internato in quel surrogato dei vecchi manicomi criminali, sottoposto a umiliazioni, sedato a psicofarmaci. Solo nove giorni dopo troverà un letto nell’infermeria del carcere.

12 ottobre. A Pavia si tiene l’udienza finale del processo che vede imputati Chiriaco e l’ex assessore comunale al commercio Pietro Trivi: assolti «perché il fatto non sussiste», nonostante la pretesa del rito immediato, che presupporrebbe prove schiaccianti e la prospettiva della condanna certa. I due non si sono dunque macchiati della corruzione elettorale, né tanto meno vale qui l’aggravante mafiosa. Una sentenza giusta, l’epilogo di un dibattimento durato mesi senza che emergessero decisive prove in sostegno degli indizi.
Su Chiriaco pende tuttavia il concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il Giudice per le indagini preliminari Andrea Ghinetti, ad accusare Chiriaco sono «le sue stesse parole». E i fatti? Nelle carte dell’indagine “Infinito” si legge che l’odontoiatra «costituisce elemento di raccordo tra alti esponenti della ‘Ndrangheta e alcuni esponenti politici…», ma nessun politico tra i numerosi nella sua orbita è stato fino ad ora incarcerato o rinviato a giudizio (unico, l’ex consigliere provinciale milanese Antonio Oliverio, lo hanno assolto nientemeno che su richiesta dello stesso pubblico ministero); «…favorisce gli interessi economici della ‘Ndrangheta garantendo appalti pubblici e proponendo varie iniziative immobiliari…», ma dalle ricerche svolte dalla Commissione d’accesso prefettizia sull’Asl pavese non sembrano emergere comportamenti di rilievo penale (nel frattempo è anche decaduta l’aggravante mafiosa per l’appalto taroccato al Comune di Borgarello in favore della Pfp, società della sua costellazione); «…si presta a riciclare denaro provento di attività illecite degli associati», ma restano le parole (e solo quelle) di una conversazione senza seguito tra Chiriaco e Pasquale Libri; «…procura voti della ‘Ndrangheta a favore di candidati in occasione di competizioni elettorali comunali e regionali…», ma il Tribunale di Pavia lo ha assolto perché «il fatto non sussiste».
Fra l’altro, su Chiriaco ha gravato il sospetto di aver avuto parte nel ricovero alla Maugeri del narcotrafficante ‘ndranghetista Francesco Pelle detto “Pakistan”, ma il presunto favoreggiamento è stato smentito dagli stessi investigatori.
E abbiamo elencato fatti, non teoremi. Sappiamo che Chiriaco ha mantenuto rapporti con Pino Neri, Cosimo Barranca, i Valle e molti altri calabresi. Ma al di là delle sue inquietanti esternazioni, non è chiaro quando e come l’odontoiatra avrebbe favorito l’organizzazione mafiosa al punto da rivelarsi, come leggiamo a pagina 81 delle Richieste della Dda, «una risorsa insostituibile per la ‘Ndrangheta in Lombardia»: a queste parole e all’impianto accusatorio nel suo insieme noi abbiamo creduto e crediamo, e dunque restiamo in fiduciosa attesa di validi riscontri.
Dalle inchieste “Crimine” e “Infinito” (e “Ticinum”) emerge in modo chiaro la colonizzazione della politica da parte delle mafie. Un teorema assolutamente credibile nonché palpabile, che tuttavia non può specchiarsi in qualche “pesce piccolo” sovrastimato, da esibire in mancanza di altri elementi tali da poter dare l’assalto a quel potere politico-economico e forse criminale che trasversalmente – lo vediamo – occupa poltrone e territorio.

7 dicembre. «Giovanni, sono felicissima. Ieri, a sera inoltrata, ha chiamato il prete di San Vittore: “Venitelo a prendere tra mezz’ora”. Con mia madre siamo andati a prendere mio padre: arresti domiciliari. In una Milano stranamente silenziosa, in una notte che per noi era già quella di Natale, il più bello. Si è aperta la porta carraia, e sotto i neon dopo qualche minuto è apparso mio padre. Non quello che avevo, quello che ho ora. Impietrito, spaventato, incredulo, trascinato. Ci siamo trovati tutti e tre davanti alla macchina, e quando la porta carraia si è chiusa siamo scoppiati a piangere. E poi, tutto quello che non ho mai avuto il tempo di dire nei colloqui in questi 17 mesi, nelle telefonate di 10 minuti, me lo sono scordato. Ho stretto nella mia la sua mano ossuta, e siamo rimasti in silenzio tutti, fino a casa. Mia madre lo ha aiutato a spogliarsi e tutto quello che non ci siamo detti ce lo ha detto il suo corpo. Uno strazio. Lo vedessi, così scheletrico, e quella barba lunga che lo rende più simile a un barbone. Lo abbiamo anche pesato: 56,7 chili ma non importa. Ora è a casa e sono grata alla giudice Luisa Balzarotti per questo atto di giustizia e di umanità.
Giovanni, è il dolore che non ha parole. È la felicità che non ha parole. Stiamo vivendo e basta. Poi parleremo. Poi rideremo. Poi piangeremo. Poi ripartorirò mia figlia. E l’altra ricompirà sei anni e ancora sette. E i dentini… quelli caduti all’una e spuntati all’altra. E questo Natale avrà dentro l’altro Natale. E mia madre gli darà quella sberla e quel bacio che non gli ha più dato. E io non smetterò mai di esserti grata. E penserò a te e a tutti coloro che insieme a te ci hanno ridato speranza con quell’appello. Che hanno legittimato le nostre urla disperate, chiamandole giustizia e non solo amore. Ringrazio quelle mani che hanno scritto, firmato, sorretto, abbracciato, quelle mani che una per una come una catena hanno permesso di afferrare quella mano ossuta e di tenerla stretta nella mia. Grazie Giovanni».

(Sprofondo nord, atto terzo – la prima parte qui)

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