A respirare quel vento 2

by

di Giacomo D’Alessandro*

Manca un giorno alla partenza.
Mentre qui le giornate fioriscono di verde e passeggiate al sole, nel pieno della primavera prepotente, ci apprestiamo a guadagnare il nord, la Polonia. A circa un’ora da Cracovia, stanno i campi di sterminio fino ad ora conosciuti nei libri di storia, nei racconti e nei film, nelle parole grevi degli anziani.
Ad Auschwitz, c’era la neve… Così dice la canzone.
Al termine di un nuovo inverno, chissà se ne troveremo ancora, di neve. Chissà se ritorna ogni anno tentando di coprire ciò che era, ciò che è stato. Dev’essere neve bianca come le ossa, umida di sudore, del gusto del sangue.
Ad Auschwitz, tante persone… Si dice ancora.
Persone arrivate e mai più uscite, persone fuggite, persone sconvolte, persone sopravvissute. E oggi?
Persone che vanno, si fermano, posano lo sguardo attonito, e ritornano, oltre.
Ha ancora senso passare per questi luoghi, senza la voglia naturale di dimenticare, di rimuovere, di voltare pagina? Oggi che la memoria di chi ha vissuto quel tempo svanisce, sbiadisce, evapora come neve al sole di ghiacciai consumati dal tempo…
C’è un senso nella scelta dell’uomo di tornare nel luogo simbolo dell’insensatezza e dell’orrore umano?
Questo ci dirà, ancora una volta, il viaggio. Ce lo diranno i passi, i volti esposti al vento, là dove oggi stanno vecchie betulle, muri freddi, spazi vuoti.
E un solo, grande silenzio.
Vigilia della partenza, è sera tardi dopo una intensa giornata tra lezioni, scritture, letture e studi. Nel mio momento di riflessione a fine giornata, cerco di capire cosa ho dentro rispetto a questo viaggio, e appunto poche parole.
Sono sereno, un po’ in apprensione per il viaggio alle porte.
Cosa sarà? Come lo vivremo? Come ci troveremo, insieme?
Lo sto sottovalutando, forse non ho avuto molto la testa di immaginarmelo. Spero di essere all’altezza. […]
Sento che è tempo di riposare, e di aprire il mio cuore per questi giorni di Polonia alla porte. […]

Come spesso succede, ero partito convinto che avrei scritto molto nella permanenza a Cracovia, e non è stato così. Anzi, le riflessioni venute fuori sono parse a me per primo curiose, strane. Mischiano il divertimento e la spensieratezza che sentivamo tutti dentro e fuori, ma anche alcuni sguardi di contemplazione e preghiera molto personali, stimolati forse dall’estremo fervore del luogo e delle persone, e dall’essere là nei giorni d’inizio dell’ultima settimana di Quaresima. Ho riflettuto a lungo se omettere dal diario questo tipo di riflessioni. Potrei farlo, ma deformerei quello che è stato un percorso e un viaggio in tutti i suoi aspetti. Ho fiducia che chi legge condividerà come queste riflessioni non siano mirate a un discorso di fede o di credo, ma raccontino una contemplazione della «passione dell’Uomo». Se non ad Auschwitz, dove?
Si atterra ormai. Un viaggio veloce. Il clima che c’è tra noi da subito è promettente. Siamo pronti.
E’ possibile arrivare in un paese straniero nell’era di Internet e chiedersi in cinque: «Raga, ma qui hanno l’euro?» E chiederlo davvero alla prima che passa. E scoprire, ovviamente, di no.
Sloty – questa la parola che Arianna non imparerà nemmeno dopodomani – sono i danari polacchi. L’abbiamo scoperto oggi all’arrivo a Cracovia. Bell’inizio.
Cracovia è bella, il centro storico è molto tranquillo e dona sorprese come scorci romanici o cinquecenteschi. Bel momento di preghiera e visita alla chiesa di St. Mary. Raccoglimento che mi ha colpito, coinvolto, aperto ancora un po’ più in profondo al senso della Quaresima.
«Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione», su questo ho meditato un po’ oggi. Vegliare e pregare, due verbi di contemplazione ma anche azione, prima in se stessi e poi verso la realtà.
Di fronte alla grande angoscia e paura, «tutti lo abbandonarono e fuggirono». Mi commuove e abbatte sempre questa fine, questo tradimento, questa bruciante realtà che è l’impotenza e la limitatezza dell’uomo di fronte al dolore del mondo e all’ingiustizia.
I nostri giri per la città sono stati programmati al minimo, lasciati anche un po’ al caso, alla spensieratezza del muoversi insieme perché già quello era bello, divertente e pieno di sorprese. C’era di che parlare, di che scherzare, di che discutere anche.
Per più di due anni, in modo molto spontaneo, ci siamo dati appuntamenti settimanali o quasi, trascorrendo due ore a parlare di politica, attualità, cultura, attivismo, diritto, facendoci autoformazione sul funzionamento della rete, sulla storia contemporanea, l’ambiente… Ora in dieci, ora in quattro, ora in sei, ci siamo confrontati sui valori, i diritti e i doveri che dovrebbero essere alla base di una convivenza evoluta delle persone nella società.
Dall’Espressione di Pensiero del gruppo “Timbro Critico”: Siamo un gruppo di giovani che, condividendo una visione sul tempo in cui viviamo, si riunisce per lavorare insieme per i valori che abbiamo in comune. Attraverso i secoli donne e uomini hanno plasmato con le loro azioni il mondo in cui viviamo. Così come noi stiamo plasmando, consapevolmente o meno, il mondo in cui si troveranno a vivere i nostri figli e nipoti. Ci troveremo, prima o poi, a dover rendere conto a loro delle nostre azioni.

Noi sentiamo di dover partire, prima di tutto fra noi, nel riconfermarci uniti nel condividere questi principi basilari della convivenza umana.
Crediamo che ogni persona abbia dignità umana, ovvero diritto alla vita, all’integrità fisica, all’istruzione, al lavoro, a scegliere consapevolmente; che abbia libertà umana, ovvero diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di spiritualità, di opinione, capacità di informazione attiva e passiva, diritto all’arte e alla scienza per il bene comune; che abbia responsabilità individuali nell’agire e nel non agire».
Ci conoscevamo poco, tra noi.
Il viaggio si è rivelato uno spazio ben diverso, lontano dalla corsa giornaliera di ciascuno, da impegni e influenze pressanti, uno stare insieme senza tempi stretti e doveri impellenti, per tutti.
Il nostro legame, la nostra conoscenza reciproca, e anche le domande, i dubbi, i desideri accumulati nel tempo sui tanti argomenti, hanno potuto esprimersi serenamente, venire bene alla luce, prendere lo spazio e la cura che meritano.
La sera, soli avventori di una sorta di trattoria poco lontano dal centro, ci siamo cimentati coi menù polacchi, riuscendo a mangiare qualcosa di tipico, buono e sostanzioso. Tutti siamo diventati fan dei Pierogi, grossi ravioli ripieni di formaggio e patate o carne (e che Elisa ha ribattezzato Pieronji alla brasiliana – ma nessuno sa perché).
Non abbiamo molto capito i loro orari della cena. Siamo riusciti a chiedere anche questo, a una ragazza che volantinava per un locale, e che non ha capito la domanda per un paio di volte. Poi ha riso e ci ha dato una risposta evidentemente a caso – dato che comunque abbiamo sempre cenato in locali mezzi vuoti che aspettavano ce ne andassimo per chiudere.
Il pasto, in ogni caso, forse per il piacere dei piatti caldi dopo la giornata a camminare nel gelo polacco, ha visto subito nascere piccole discussioni e dibattiti anche molto fini e delicati su tante questioni.
Ho scritto ancora quella sera:
[…] …specie dopo il dibattito molto delicato e ampio di stasera sulla vita, l’aborto, la dignità umana.
Ho ascoltato con piacere Pietro porre la questione del «non giudicare», della cautela, del non perdere di vista la diversità delle esperienze umane. Quanto è difficile, delicato e complesso cercare un incontro e una comprensione, oltre all’obiettività giusta per decidere insieme come regolare la società su queste tematiche […].
Al ritorno in ostello, nel silenzio notturno, avevo un po’ di tempo per restare in pace, fermo, di fronte alla giornata passata e a me stesso. Guardavo gli altri prepararsi, ciascuno sistemare le sue cose, fare la spola dal bagno, leggere qualcosa o sentire un po’ di musica nello stendersi per il riposo.
Allora mi sedevo sul setto, mettevo accanto a me i libri e quadernetti che costituivano almeno un terzo del mio bagaglio a mano, sfogliavo con calma, assaporando qualche parola. Sono poche le parole giuste per questo viaggio, dove chiede spazio solo il silenzio. Ma alcune di queste è giusto farle risuonare, echeggiare dentro di sé, perché si comprenda nel profondo.
Prima di darci la buona notte, Guglielmo legge ad alta voce le prime pagine de La notte di Elie Wiesel. Un ragazzino ebreo alla ricerca della conoscenza e della pace di Dio. Deportato ad Auschwitz, a conoscere la guerra dell’uomo all’umanità.

…un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…
– L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori…
La voce gli si strozzava in gola.
– Papà, – gli dissi – se è così non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agonizzare per ore tra le fiamme.
Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per sé stessi.

* in viaggio con Guglielmo Cassinelli, Elisa Falco, Pietro Mensi e Arianna Sortino
(2- continua)
precedente [1]

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