Calce, martello e quel tocco verdelega

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dalla via Emilia a Punta Est

Il sacco di Pavia sembra non avere avuto limiti né confini, né distinzioni tra presunti “credo” politici. È quanto sta emergendo sempre più chiaramente dalle numerose indagini che la Procura va conducendo sulla criminalità urbanistica cittadina. Nessun freno inibitorio è mai bastato a contenere gli esponenti comunali, di destra e di sinistra, intenti a legittimare gli affari di lorsignori (in cambio di cosa?); nessuna riserva morale nel dare luogo ad un così criminoso assalto al bene comune. Dopo Snia, Carrefour, Greenway, Punta Est, Green Campus ne è ora un fulgido esempio l’affaire via Emilia, con l’assessore Fabrizio Fracassi che, dal quotidiano locale, al solito scarica ogni responsabilità sulle passate amministrazioni «calce e martello» ignorando – o meglio, fingendo di ignorare – quelle leggi nazionali e regolamenti locali che lui stesso (e non solo i predecessori) è solito violare, in ossequio alla continuità affaristica che localmente ha reso indistinguibile questa “destra” da questa “sinistra”.
Cambiato il suonatore, dicevamo, nel 2009 non è cambiata la musica: bastino, ad esempio, la “sanatoria” dei plinti abusivi di via Emilia, a firma del dirigente Ambiente e Territorio ing. Francesco Grecchi il 12 giugno 2009 – amministrazione Cattaneo; o la successiva autorizzazione al completamento e all’ampliamento del capannone esistente rilasciato il 9 febbraio 2010 dal momentaneo successore del Grecchi, il sempre più indagato dirigente Angelo Moro, sopra un’area che a tutti gli effetti appartiene al Parco della Vernavola e dunque è soggetta al vincolo paesaggistico. Lo hanno segnalato alcuni cittadini residenti lì di fronte con un esposto del 24 settembre 2009 al sindaco Cattaneo. Ovviamente ignorati. Il comitato spontaneo nel luglio 2010 si è allora rivolto alla Procura, che, dopo accurate indagini – in questi giorni ha disposto il sequestro del cantiere. Per il giudice Rizzi, «sono tutte opere da considerarsi costruite con un permesso illegittimo e quindi da disapplicare»; per l’assessore Fracassi «tutto era a norma». Fracassi, era tutto «a norma»?

Di seguito si ripropone la cronistoria dell’affaire via Emilia, così come l’hanno tratteggiata – illusoriamente al sindaco e successivamente alla ben più attenta Procura – i benemeriti Vincenzo Prisinzano, Giovanni Chiesa, Fabrizio Sacchi, Cinzia Capra, Stefano Asole, Mirella Raviola e Marina Alfieri. Una bella pagina di azione popolare. (G. G.)

Nel progetto originario del 1999, presentato dalla Pavia Car S.R.L. (all’epoca proprietaria dell’area), era prevista una costruzione bassa ad una sola elevazione, la cui vista rimaneva mitigata dalla scarpata alberata a margine della via Emilia. Questo progetto, peraltro approvato, veniva completamente stravolto dalla variante in DIA del 20 dicembre 2002, presentata dalla Duomo Case SRL, che nel giugno 2001 acquistava e lottizzava l’area alla vigilia della entrata in vigore del piano regolatore del 2003 che veniva a triplicarne i parametri di edificazione. Gli elementi della speculazione edilizia c’erano tutti, tanto più che l’area veniva ri-venduta, nel giugno 2002, dopo neppure un anno, alle società Pavia Ponteggi e Mottadelli e Carini.
Con la variante in DIA del 2002, in violazione alle norme paesaggistiche e ad ogni elementare criterio di buon senso, si dava luogo alla costruzione di due capannoni a due elevazioni fuori terra, ad ingenti sbancamenti di terreno, alla elevazione di un muro di sostegno alto 7 metri che non ha precedenti nel panorama pavese. Era inoltre previsto l’abbattimento della scarpata alberata a margine della via Emilia. La variante veniva motivata da false dichiarazioni rese dal progettista nella relazione tecnica ma approvata in tempi brevissimi dalle commissioni al paesaggio / edilizia. Il provvedimento finale è a firma dal dirigente dell’epoca Roberto Alessio il 13 gennaio 2003.
Una volta iniziati i lavori, con esposto del 22 dicembre 2004, gli scriventi denunciavano l’impatto devastante sul territorio di un siffatto organismo edilizio e lo stravolgimento operato dalla cosiddetta variante (in realtà un altro progetto), sollevando dubbi sull’iter autorizzativo e sulla legittimità dell’intervento. Venivano così alla luce ben 500 mq di solaio abusivo ed altri gravi non conformità al progetto che portavano alle dimissioni del direttore dei lavori Arch. Sergio Bruschi, lo stesso che, in palese conflitto di interesse perché allo sesso tempo membro della commissione edilizia, risultava presente nella seduta del 19 dicembre 2002 che approvava la variante. Di fronte all’evidenza, il Comune decretava la sospensione lavori in data 17 febbraio 2005.
Dopo le denunce di rito rese dalla Polizia Locale all’autorità giudiziaria e al presidente della Regione in data 11 e 23 marzo 2005 a carico delle Società Mottadelli e Carini S.N.C. e Pavia Ponteggi S.N.C. (che nel 2002 acquistava l’area dalla Duomo Case S.R.L.), l’abuso edilizio veniva spudoratamente sanato in data 8 giugno 2006, nonostante ricorressero gli estremi per la demolizione, da funzionari comunali senza scrupoli (Praderio e Company) con provvedimento peraltro illegittimo perché rilasciato senza alcuna motivazione e senza che fosse individuato l’arco temporale in cui l’abuso era stato compiuto (come disposto dal DPR 380/2001). Nondimeno L’arch. Bruschi era ancora presente alle 2 sedute delle commissioni edilizia ed al paesaggio, tenutesi in data 8 febbraio 2006, che preludono alla sanatoria.
Si ribadiva così, da parte del Comune, la volontà di autorizzare a tutti costi una variante gravata da molteplici ed acclarate irregolarità nella fase esecutiva, dal devastante impatto sul Parco della Vernavola e sulle vicine abitazioni, dal dubbio iter procedurale e fondata su false dichiarazioni in fase di progetto.
Non contenti di ciò, nel marzo 2008, veniva presentato, da parte della Pavia Ponteggi (progettisti Signorelli / Cavanna), un’altra variante di ampliamento con l’aggiunta di un corpo laterale di ben 10 m di lunghezza. Ciò porterebbe il fronte del capannone a complessivi metri 50 per una profondità di metri 25. Veniva noltre reiterato l’abbattimento della scarpata alberata in violazione del codice del paesaggio (D. L. 42/2004).
Gli scriventi si opponevano con dettagliato ricorso (anche in Procura) del 23 maggio 2008 alle commissioni Edilizia e Paesaggio dell’epoca. Quest’ultima, finalmente risvegliata da un sonno pluriennale, nella seduta del 23 settembre 2008 «chiede di aumentare la zona alberata … mantenendo l’altezza della scarpata esistente», rinviando «l’esame del progetto al fine di valutare una diversa soluzione … che recepisca quanto richiesto», accogliendo così in parte le deduzioni degli scriventi.
Il 14 ottobre 2008 vniva ripresentato il progetto modificato ove, pur mantenendo l’altezza della scarpata, veniva reiterato con motivazioni per nulla attendibili, l’ampliamento laterale di 10 metri del capannone.
Con esposto del 20 novembre 2008 i sottoscritti denunciavano la presenza, sul lato est del capannone, di una decina di plinti di fondazione abusivi, perfettamente allineati alle file dei pilastri esistenti. In ragione della loro ubicazione conformazione, era evidente che trattavasi di plinti già messi in opera (presumibilmente nel 2004) in previsione dell’ampliamento che si veniva ora a chiedere. È la prova ulteriore di un disegno inquietante, perseguito nell’indifferenza o con la compiacenza degli organi autorizzativi e di controllo che, attraverso una serie di varianti al progetto e al Prg, perseguiva la costruzione di un mostro edilizio al confine del parco della Vernavola. Inoltre, sulla parte a est della scarpata, era stato già aperto un varco di accesso in linea con la variante di ampliamento, non autorizzato e tuttora visibile ma non rilevato (per quanto è dato sapere) dagli organi di controllo comunali.
L’esistenza dei plinti abusivi veniva sancita dai rilievi effettuati dalla polizia locale con verbale n. 36 del 10 dicembre 2008 a seguito del quale il Suap, in data 17 dicembre 2008, disponeva la sospensione del procedimento autorizzativo.
La zona oggetto dell’intervento è soggetta a vincolo paesaggistico ex legge 29 giugno 1939 n. 1497, posto dalla Commissione Provinciale di Pavia per la Tutela delle Bellezze Naturali con deliberazione n. 1 lettera C dello stesso. Costituisce zona di protezione esterna dei parchi ai sensi dell’art. 157 comma 1 lettera C dello stesso. Costituisce zona di protezione esterna dei parchi ai sensi della legge 431/1985 e del DL 42/2004, di cui gli articoli 142 comma 1 lettera F e 157 comma 1 lettera F bis, come modificati dal DL 157 del 2006 rispettivamente agli articoli 15 e 25.

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