Green Campus, il notaio Trotta e il compagno Oliva

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da Pavia, Giovanni Giovannetti

Tra i nomi che più ricorrono nelle carte di Green Campus spicca quello del notaio Antonio Trotta, marito dell’ex presidente del Tribunale pavese Maria Grazia Bernini. Suo è l’atto di compravendita dei terreni, il 30 dicembre 2009, tra Arturo Marazza (Arco srl) e Alberto Damiani (Green Campus srl), terreni venduti per l’importo assai elevato di 6.203.200 euro (solo 13 mesi prima Arco li aveva rilevati per “soli” 1.813.000 euro; una plusvalenza di oltre 4 milioni di euro).
Suo è soprattutto il parere «in ordine ai vincoli» quinquennali del Piano regolatore generale su quell’area (16 febbraio 2012): qui l’illustre notaio «afferma» che «l’unico vincolo esistente sugli immobili realizzandi» è quello «di destinazione derivante dal citato atto d’obbligo».
E che dice l’Atto dobbligo? Leggiamo che Green Campus srl «si impegna a mantenere la destinazione d’uso delle unità abitative a residenza universitaria, e pertanto ad affittare» leggiamo affittare «le unità immobiliari unicamente» a studenti, professori, visitatori e dipendenti dell’Università e dello Iuss.
Eppure «secondo tale atto – così lo “legge” il Trotta – gli immobili sono liberamente vendibili a terzi, che possono essere privati, associazioni enti privati/pubblici, società». E decreta: «Sul punto non vi è alcun dubbio».
Qualche dubbio lo ha manifestato la locale Procura il 5 marzo, ponendo l’area sotto sequestro preventivo: un atto «finalizzato alla confisca che non ha precedenti nella storia giudiziaria di Pavia», ha affermato il procuratore capo Gustavo Cioppa nel notificare gli avvisi di garanzia, fra gli altri, a Marazza e Damiani, i “clienti” del notaio.

I due sono accusati di lottizzazione abusiva, un reato assai più gravoso della illecita e truffaldina forzata variazione da case in affitto a studenti e professori a residenze per libero mercato, vendute a 2.800 euro il metroquadro.
Non pago, il Trotta così conclude: quando anche fosse, «non sono previste sanzioni per l’inadempimento; si può però ipotizzare un generico risarcimento danni da parte del Comune difficile da quantificare». Insomma, secondo l’illustre notaio, lorsignori possono starsene tranquilli: che eludessero pure il vincolo del Prg, tanto «non sono previste sanzioni per l’inadempimento»; al peggio toccherà loro «un generico risarcimento danni difficile da quantificare».
Il «parere» del Trotta era a supporto della richiesta urgente di Green Campus al Tribunale «con istanza di emissione di decreto Inaudita altera parte» («non udita l’altra parte») affinché ordinasse la cancellazione dalla rete delle nostre periodiche inchieste volte a denunciare il grave illecito.
Digiuna del dettato costituzionale, l’avvocato dei costruttori Maria Angela Ghezzi (già consigliere comunale del Partito democratico) «stante l’urgenza» chiede anche di «inibire a Giovanni Giovannetti di divulgare sul sito internet Direfarebaciare, sulla pagina autogestita del settimanale “Il Lunedì” o su qualsiasi altro mezzo di diffusione o di comunicazione affermazioni circa l’illegittimità civile, penale e amministrativa delle vendite immobiliari di Green Campus Srl e, in particolare, inibendogli l’accostamento al nome Green Campus Srl di vocaboli quali “truffa, illecito, immobili illecitamente venduti” o sinonimi». Insomma, Ghezzi chiede la censura preventiva (l’avvocato si rilegga almeno l’art. 21 comma 2 della Costituzione: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure», figurarsi se lo è alle “censure preventive”). E infatti il giudice unico Marcella Frangipani ha da subito replicato che le motivazioni non erano «tali da far ritenere la necessità di procedere», respingendo infine ogni loro pretesa.
Tra le pezze d’appoggio alla sua richiesta, troviamo vere e proprie chicche. Oltre alla informativa del Trotta, la Ghezzi allega la benemerita nonché remunerata perizia di parte a firma di Federico Oliva, il rimpianto ex assessore Pci all’Urbanistica nonché presidente dell’Inu, l’Istituto nazionale di urbanistica: a un certo punto il valente architetto cita l’articolo 24 comma 10 delle Norme tecniche di attuazione (Nta) del Piano regolatore generale (Prg) – in vigore dal 19 novembre 2003 – là dove si richiama il decreto ministeriale 2 aprile 1968 numero 1444 (art. 4 punto 5), norma che indica inequivocabilmente le aree universitarie come «attrezzature pubbliche di interesse generale» e dunque soggette a vincolo preordinato all’espropriazione (nel Prg sono contrassegnate U1, proprio come l’area su cui si sta consumando l’abusiva lottizzazione).
E qui sta il punto (a noi era sfuggito; si ringrazia sentitamente Oliva per averci instradato) già che il vincolo – non prorogabile – vale per cinque anni dall’entrata in vigore del Prg (art. 2 co.1 legge 1968/1187), e dunque è decaduto il 19 novembre 2008.
Ahiloro, il permesso di costruire – a firma dell’inossidabile Angelo Moro, lo stesso dirigente comunale indagato per Punta Est – viene rilasciato il 4 novembre, sì, ma del 2009, quasi un anno dopo. Sciatteria amministrativa imputabile all’ormai leggendaria incompetenza dell’onorato e prono dirigente? Un favore a qualcuno? Fatto sta che – al più – lì sopra era autorizzabile un ampio capanno per gli attrezzi del contadino mai superiore a 311 metriquadri, mentre la lottizzazione abusiva ne invade oltre 15mila. Insomma, un reato moooolto grave, per il quale, si diceva, è prevista la confisca degli edifici a beneficio del Comune (art. 44 Dpr n. 380/2001 e successive modifiche).
E ora, che si fa? Insieme per Pavia e Pavia Progetto Comune avanzano una proposta risolutiva; la propongono a tutte le forze politiche, nessuna esclusa, e alla Giunta comunale: a fronte di 892 famiglie cronicamente in attesa di una casa popolare, destiniamo a loro questi 327 alloggi abusivi, nell’interesse del Comune e di chi una casa non ce l’ha. Oppure a studenti. Sarebbe un gran bel passo avanti e un altrettanto chiaro messaggio a chi se ne fotte delle regole e privatizza i beni comuni.

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2 Risposte to “Green Campus, il notaio Trotta e il compagno Oliva”

  1. ggiovannetti Says:

    Green Campus e l’edilizia creativa
    di Stefano Pallaroni (La Provincia Pavese” online)

    A pensarci bene l’idea è geniale. Costruisci case in una zona caratterizzata della città, sfrutti il vincolo urbanistico per fissare un target e rendere quelle abitazioni esclusive, ovviamente puntando a guadagnarci tutto quel che è possibile ricavare. Perché se un terreno nel Piano di governo del territorio di una città è indicato a servizi e poi ci costruisci case private, anche gli oneri di urbanizzazione che devi versare in euro al Comune, le compensazioni insomma, potrebbe pure capitare di pagarle qualche cosa meno del dovuto. Poi inizi a vendere, forte del fatto che se gli affari dovessero procedere a rilento, c’è pur sempre la possibilità di vendere quelle che sono case come le altre (perché no?) sul libero mercato, contando sul sostegno di chi a poco a poco va a viverci e che magari non è molto contento di abitare in palazzoni semi-deserti; in più, a opera finita, potrai magari contare sulla benevolenza della politica, quella orientata a sostenere il mercato e ad andare incontro alle necessità degli imprenditori. Perché danno lavoro e – in fondo – bisogna solo ringraziarli, mica metter loro il bastone tra le ruote. Non so se per Green Campus, alla periferia nord occidentale di Pavia, è andata così. L’inchiesta è in corso e alle case sono stati apposti sigilli più che altro simbolici, visto che ci vive già non è stato fatto sloggiare. Sono partiti anche cinque avvisi di garanzia e l’ipotesi di reato è lottizzazione abusiva ed esecuzione di lavori su un’area sottoposta a vincolo paesaggistico. Ad esaminare a fondo la vicenda qualche punto di contatto con la nostra immagine iniziale però c’è. Perché stiamo parlando di un terreno che durante la giunta di centrosinistra capeggiata dal sindaco Piera Capitelli era stato classificato U1, dunque a servizi universitari. E quel terreno si trova al Cravino, l’area che lo sviluppo della città ha trasformato nella zona degli ospedali e dell’università, la medicina con studio e istruzione, ovvero quello che più qualifica Pavia. E a Pavia, da sempre, ci sono anche collegi e residenze universitarie. Che hanno un limite: le costruisci per un ente committente che paga poco e spesso nemmeno sai quando. Poi ci vanno a vivere solo gli studenti, che hanno poca cura dei locali, fanno chiasso e così rischi di giocarti in chiave di mercato pure le zone vicine. A Pavia così si sono inventati un qualche cosa a metà strada tra un collegio e un residence di lusso. Roba da vendere agli universitari, che è un sostantivo che va bene sia per le famiglie che comprano per i loro figli studenti, oppure per ricercatori e professori. Che se hanno qualche soldo da parte potrebbero persino farsi venire la tentazione di investire, di comprarne qualcuno di quegli alloggi e improvvisarsi locatori, gli imprenditori della casa magari tramite agenzia, che è poi tra i “lavori” più in voga in una città come Pavia, dove i patrimoni sono rendite e dove le rendite hanno la carne fatta di mattone e il denaro degli affitti per sangue. La Procura di Pavia ha pensato che per una cosa simile era più opportuno se la società Green Campus, invece di mettersi a vendere al dettaglio porzioni di quelle 5 palazzine, si fosse tenuta tutti gli appartamenti gestendoli in affitto. Che rompiscatole i magistrati quando si inseriscono in una filiera dove un terreno acquistato per 1milione 813mila euro da una società viene rivenduto a un’altra per 6milioni e 200mila. Perché quest’ultima quei soldi dovrà recuperarli, pure con gli interessi si presume. Un costruttore quando investe 12 miliardi di vecchie lire per un terreno quanto avrà in mente di intascare alla fine dell’affare? Lì al Cravino 32mila metri quadri di campi sono stati trasformati in cinque palazzine e 360 appartamenti, i più piccoli dei quali sono bilocali a partire da 38 metri quadri. Che sono stati messi in vendita a 100mila euro cadauno. Significa una realizzazione potenziale minima di 36 milioni di euro. Che non è di per sé un male. A patto che l’inchiesta non stabilisca che lì al Cravino costruire e vendere a quelle condizioni lì è contro la legge.

  2. ggiovannetti Says:

    Pavia manzoniana Tutti zitti, seduti alla tavola del convivio
    di Giorgio Boatti (“La Provincia Pavese”, 10 marzo 2013)

    Sopire, troncare. Troncare, sopire…”: fino alle recenti iniziative giudiziarie, Pavia e il suo territorio hanno avuto l’impressione di abitare nel capitolo XIX dei Promessi Sposi, dove il conte zio e il padre provinciale si incontrano a tavola per dirimere lo scontro che oppone, attraverso padre Cristoforo e don Rodrigo, non solo ambiti diversi.
    segue dalla prima pagina
    In estrema sintesi, uno scontro tra giustizia e arbitrio, bene e male. E, davanti al rischio che deflagri lo scontro fra opposti schieramenti, che esploda lo scandalo, ecco imporsi la parola d’ordine: “troncare, sopire…”. E’ vero: forse, in città, negli ultimi decenni, le potestà non sono state solo due. Forse le canizie non sempre erano tali poiché, ad ogni mutare di fase, nel novero dei chiamati a pronunciarsi sulle faccende in ballo potevano essere cooptati anche elementi nuovi. Nuovi sì, ma ammessi solo se portatori di interessi robusti e in grado di accettare il gioco del do ut des che vige a quella tavola. Fuori di metafora: declinata la valenza industriale e produttiva di questo territorio, agganciata Pavia all’espandersi del terziario pubblico e al crescere dell’università, soggiogata la carriera di uno spicchio non esiguo di suoi abitanti ai diversi feudi – Sanità pubblica e privata, dipartimenti accademici, enti locali, partite urbanistiche ed edilizie – che compongono il Principato di Pavia, è stato pressoché inevitabile che a poco a poco i confini tra i diversi settori sfumassero. Si mescolassero. La Sanità e l’Università – ovvero il Barone della Salute e la Marchesa del Sapere – per sopravvivere e crescere negli ultimi anni hanno bussato alla porta della politica. Nel primo caso la vicenda Maugeri ci ha spiegato come la cosa funzionasse in quell’ambito. Ora le vicende delle “residenze universitarie” illuminano un altro risvolto. Ovvero cosa succede quando alla porta del signor Comune bussano progetti edilizi privati capaci di indossare, più o meno legittimamente, connotazione universitaria. Chi è insediato a palazzo Mezzabarba, rappresentando l’intera comunità, dovrebbe stare lì per stabilire le regole comuni da rispettare. Non consentire, sulle aree, giochi di prestigio che beneficano pochi eletti con una cascata di dobloni. Però il signor Comune, davanti alla Marchesa del Sapere, a volte si confonde. Se si presenta qualcuno in abito accademico – magari affiancato dalla mezza dozzina di soggetti che in città hanno il monopolio del mattone, delle progettazioni nonché delle consulenze quanto a urbanistica, diritto e procedure amministrative – stupisce che gli si appanni la vista? Che dimentichi – attraverso i suoi funzionari – la destinazione di un’area? Che faccia confusione tra contratti, quelli sottoscritti tra costruttori e capi di dipartimenti universitari, e convenzioni – mai realizzate – con il Consiglio d’amministrazione dell’Università? Università che peraltro, magnificamente ignara, scopre solo dopo l’intervento della magistratura che le hanno piantato sotto il naso, a sua insaputa ovviamente, un folto boschetto. Non di alberi. Di residenze universitarie: qualche centinaio di appartamenti, un pochino a oriente (Punta Est) e un bel po’ di più a occidente (Green Campus). In realtà, ancora prima dell’intervento dei carabinieri, qualche allarme era salito: dai rappresentanti di “Insieme per Pavia” in Consiglio comunale, dal blogger-editore Giovannetti, da Walter Veltri che, guarda caso, si troverà l’auto in fiamme. Però, nonostante gli avvisi ai naviganti che procedevano nel mare dei mattoni, nessuno – né in Comune né in quella Pavia che siede nella sala del convivio dove si amministrano i dossier cruciali per la città – ha fatto una piega. “Sedare, sopire…”, appunto. Proprio come è successo nella primavera del 2009 quando la fondazione Nascimbene ha ceduto il proprio patrimonio edilizio, in via Porta, nel cuore della vecchia Pavia, a Eucentre, centro di ricerca operante nel campo della riduzione del rischio sismico. Eucentre è una creatura a quattro teste: i suoi fondatori sono infatti il Dipartimento della Protezione Civile, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’Università di Pavia e l’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Eucentre nell’affare dell’acquisizione Nascimbene ha quattro teste, tutte pubbliche, ma parla, lo ha scritto questo giornale in tempi non sospetti, con una sola voce: quella del professor Michele Calvi che dell’Eucentre è il presidente. Con in testa il tocco accademico, il professor Calvi tratta e acquista per l’Eucentre i beni della Fondazione Nascimbene che danno su via Porta e, un attimo dopo, toltosi quel cappello e ridiventato l’ingegner Calvi, compera assieme alla gentile consorte – sempre dalla Fondazione Nascimbene – l’attiguo edificio dell’ex-convento della Mostiola con annesso giardino e orto (lì era ubicato l’antico palazzo reale di Pavia medievale, per capirci) per farne la sua abitazione privata. Doppio cappello. Sovrapposizione di ruoli. E l’università? Tace. Sono le costanti nel “convivio” pavese all’insegna del “sedare,sopire” che coinvolge amministratori e funzionari pubblici, liberi professionisti, imprenditori, progettisti, docenti. Tutti allacciati in un minuetto in cui alla fine, a perderci, è la comunità dei cittadini che vede le regole valide per tutti calpestate dai soliti noti. Mentre i conflitti d’interesse – tra interesse pubblico e quello dei privati – esplodono a ripetizione anche se nessuno sembra avvertirli. Infatti coloro che, rappresentando le istituzioni pubbliche, avrebbero dovuto fermare le danze – a Punta Est, al Green Campus e anche alla Mostiola – sono stati zitti. Seduti alla tavola del convivio si sono comportati proprio come gli ospiti manzoniani del conte zio “i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alla frutta avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no”.

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