Con gli occhi di un bambino

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di Simone Feder

la dipendenza dal gioco è una patologia come le tossicodipendenze, una servitù psicologica dagli elevati costi sociali (indebitamento, insicurezza diffusa, devianza giovanile, ecc.) su cui lucrano un po’ tutti, dalle mafie allo Stato. Al di là dell’incidenza economica, a rendere conto di quanto profonda e grave si riveli la situazione, basti questa toccante lettera del sociologo Simone Feder (Comunità Casa del Giovane) al quotidiano locale.

Ho riflettuto in questo periodo sul valore dell’affetto e fatico a quantificarne il costo. Ho incontrato Adriano. Ha dieci anni, una mamma Susanna e un papà Livio. Come altri bambini cerca di crescere, ma sono due anni che nella sua famiglia qualcosa si è rotto: suo papà è un giocatore d’azzardo. L’altro giorno l’ho incontrato e mi ha raccontato le sue paure e i suoi pensieri. Mi ha raccontato delle tensioni che vive in casa perché la mamma spesso piange. Mi ha raccontato di nonna Adele e di nonno Giuseppe che ogni giorno da circa 5 mesi telefonano a casa per sapere come va e come sta papà. Gli altri nonni invece non sanno niente di cosa sta succedendo a casa, non sanno che il loro figlio giocava a delle macchinette che si trovano ormai in tutti i bar e che tutte le volte che iniziava non si staccava mai… Mi ha raccontato delle sue difficoltà scolastiche perché sono troppi i pensieri che si affollano nella sua testa, della sua sempre maggior fatica a relazionarsi con i compagni perché fa fatica a parlare con loro e a raccontare che cosa sta succedendo a casa. Perché è qualcosa che lui stesso non riesce a spiegarsi, che fa paura, che a volte gli toglie la voglia di andare a scuola. Mi ha raccontato che mamma continua ad alzare la voce e spesso è al telefono con le amiche a raccontare le cose che fa papà e a dire che non riesce più a stare con lui in questa situazione. Mi ha raccontato che i soldi non ci sono, non bastano mai, perché papà Livio ha speso tutto. Il suo papà! Papà e mamma continuano a lavorare e i soldi non bastano mai! Papà esce di casa tutti i giorni, ma mamma dice che rischia di perdere il lavoro perché non si presenta… proprio lui,che è sempre così gentile e affettuoso, che è ‘un grande’… Mi ha raccontato che il papà da qualche settimana ha iniziato a frequentare un gruppo con un dottore e che la mamma dice che così guarirà. Il venerdì sera dopo l’incontro raccontano anche a lui che il gioco fa male e che porta la gente ad ammalarsi. E lui ha paura quando vede papà con la playstation, perché la mamma dice che ora che papà si sta curando non deve giocare a nessun tipo di gioco. Mi ha raccontato che continua a vedere nei bar le macchinette e non capisce perché, se fanno così male al suo papà, e ad altre persone, sono ancora lì e tanta gente le usa. Adriano ha necessità di capire e di essere rassicurato. Quante fatiche si trascina dentro questo bambino? E quanti altri componenti della sua famiglia con lui? E quante altre famiglie come loro? Potete voi dire quanto costa tutto ciò? È mai possibile quantificare il costo di un disastro affettivo come questo? Pensiamo a questo figlio e a questo mostro che lo accompagna nel suo diventare grande… A volte la semplicità disarmante dei bambini ci interroga e ci dà risposte così semplici e ovvie che sembra così ridicolo che il mondo dei grandi non le comprenda.

Simone Feder, Il costo effettivo del gioco? Chiedetelo a un bambino, “La Provincia Pavese”, 20 marzo 2013

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Una Risposta to “Con gli occhi di un bambino”

  1. Gianni associazione "cattiviragazzi" Says:

    Drammatico e toccante, la domanda è nella risposta: perchè se fanno così male sono li (le macchinette)? Mafie e Stato uniti nella lotta, stessi intenti stesso disegno criminale. De Gaulle (che non era certamente un pericoloso moralista comunista) si oppose fortemente alla schedina del totocalcio, diceva di ritenere immorale scommettere sui cavalli figurarsi sugli uomini, questa sua opposizione ha fatto si che la Francia sia uno dei paesi a più basso livello di gioco d’azzardo, anche li le cose stanno cambiando, ma la società percepisce il gioco come moralmente negativo, da noi regna l’indifferenza generala. Siamo troppo presi nella battaglia sullo stipendio dei parlamentari per pensare ad altro.
    Ci sono tuttavia molte dipendenze, per dieci anni ho militato in gruppi di automutuaiuto sul tema della prostituzione, la prima consapevolezza è arrivata scoprendo che la prostituzione non esiste, o almeno è una frangia statisticamente irrilevante, ma di tratta di esseri umani, su questo tema ho/hanno cercato di sensibilizzare la politica perchè mettesse in campo gli strumenti per contrastarla, deludente, una retata ogni tanto e le coscienze tornano pulite. Ma il fatto sconvolgente, dopo centinaia di uomini/clienti con cui ho avuto a che fare, è stato il prendere atto che si tratta di dipendenza, che nei maschi è, almeno al 90%, una patologia, i gruppi di automutuo aiuto non sono attrezzati per affrontare il problema e mi sono/ci siamo nei fatti arresi

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