La trilogia in fiamme

by

di Roberta Salardi

Ho partecipato all’acquisto di alcuni libri in vendita solidale seguito all’incendio doloso che ha avuto come oggetto, nella notte fra il 30 e il 31 dicembre 2012 a Pavia, la casa dell’editore giornalista scrittore Giovanni Giovannetti. Nel rogo sono andati in fumo molti libri del magazzino. Quell’incendio secondo gli inquirenti è da mettere in relazione con altre azioni intimidatorie compiute nell’ultimo periodo ai danni di attivisti politici che si battono da tempo contro la criminalità organizzata, la speculazione edilizia e il consumo del territorio nell’area pavese e lombarda.

Uno dei libri bruciacchiati, salvati e ritornati nel circolo delle letture grazie all’iniziativa della vendita solidale, è Accusata di Mariella Mehr, autrice svizzera d’origine zingara dalla vita travagliata e traumatica. Nella prima infanzia fu infatti strappata alla madre e affidata a famiglie diverse e orfanotrofi, per via di una legge tesa alla sedentarizzazione forzata che restò in vigore in Svizzera fra il 1926 e il 1972. Ci troviamo di fronte a un’autrice che è stata traumatizzata e psichiatrizzata.
Per combinazione, questo libro parla di una piromane, di una psicotica che fa il resoconto dei suoi delitti a un giudice istruttore e ad altri carcerieri/carceriere. Un monologo talvolta frastagliato che in alcune parti drammatiche diventa flusso di coscienza senza punteggiatura, altrove, seppur raramente, puro delirio.
Ecco alcuni brani interessanti per lo stile.
Nell’incipit il delirio è lucido, espresso in forma razionale e comprensibile, perfino saggia (di una sua propria forma di saggezza che deriva dalla profondità delle esperienze vissute):

Sono in stato di grazia. Uccido. Dunque sono.
Se riduco la mia vita a questa formula breve, posso considerarla pienamente riuscita. Come un’opera d’arte compiuta, cui non manca nessuna sfumatura e che è perfetta sotto ogni punto di vista. Che Lei ci creda o no, vi sono contenuti perfino i colori dell’amore. Persone come me sono considerate incapaci d’amare, com’è noto. A torto o a ragione, dipende dal modo da cui si guarda una vita.
Non si lasci ingannare dal mio aspetto giovanile. La mia vera età sta nelle azioni compiute. A sommare le mie azioni, anche solo quelle protocollate dal cancelliere, ne verrebbe un numero cospicuo, pari a qualche centinaio di anni di vita.

Qui invece il discorso si fa lirico, deragliante, ancora comprensibile ma carico di sensi impliciti e multipli:

Se disturbavo mia madre digrignando i denti, lei mi legava una benda intorno alla testa. Come fossi morta e non dovessi essere sepolta con la bocca aperta. Ma quando la bocca si ribellava lei me le suonava.
A volte mi sorprendo a parlare da sola.
La bocca di Kari, morta, dico io, Iokari e Io. Lei. Io. Lei. Chi?
La mia testa torna dentro alla benda. A casa, dice la testa, e subito sono morta di nuovo. Eppure ci provo, dice la testa, con me attraverso la benda…
Il cuoio capelluto si lacera, dico. Il sangue mi scorre tra i capelli e nell’incavo che si forma tra il collo e la spalla, ma la benda rimane bianca.
Dice la testa.
Soltanto la parete della cella ha una macchia scura in più.
Lei viene da fuori. Là fuori in questo periodo dell’anno fioriscono la gattaia e l’erba di san Giovanni. Dicono. Io me lo ricordo appena. Vedo le pareti bianche. Bianche come il materiale artificiale che c’è nella mia bocca.
Sulle mura intorno all’Istituto hanno messo da poco del filo spinato. Dicono. Forse una di noi ha tagliato la corda, chissà.
Tutte le fantasie che traboccano da queste mura segano via la vita, come fosse un ramo sul quale ci si è seduti molto tempo prima e solo per sbaglio.
Preferisco prendermi quel pezzetto di blu dalla finestra. Lo mastico a morte.

Mentre in queste righe il puro delirio, incomprensibile, è chiaramente rappresentato:

Sul lato della facciata trecce scure, capelli anche sul cornicione capelli, un edificio peloso, trasandato, anche se dentro tutto puzzava terribilmente di ordine.
Ma fuori si vedeva perfettamente tutto il disordine, che aveva qualcosa di audace, che non quadrava con il resto, che si sarebbe dovuto radere via. Un furore peloso che cadeva a ciocche sulla facciata della casa e sulla tettoia di plexiglas.

Il fuoco che mangia i libri, parole che mangiano parole e il loro senso, Kari che mangia l’azzurro del cielo intravisto dalla sua cella. Ciò che si desidera si distrugge in un gioco mortale di sopraffazione.
In questa logica di dolorosa ma inevitabile contrapposizione all’altro, l’unica amica è una figura immaginaria, Malik, che continuamente viene rievocata come compagna d’avventure inafferrabile. L’identità persino dei forti, degli assassini è seriamente compromessa, frammentata. Qui come negli altri volumi della trilogia.
Anche nel Marchio la realtà di fatti crudeli è rievocata con un linguaggio a tratti onirico e smembrato, da incubo. E anche qui l’unico elemento positivo sembra essere l’amicizia/amore, nata nell’emarginazione, fra due ragazze, una zingara e un’ebrea. Violenza sulle donne, violenza sui bambini, violenza contro gli emarginati, violenza dei genitori contro i figli, ma anche violenza restituita, identificazione con l’aggressore. Violenza come circolo vizioso da cui non si scappa.
Uno dei tratti originali del libro è il passaggio della voce narrante dalla prima alla terza persona, quasi che l’autrice con l’assunzione parziale della terza persona voglia creare un maggior distacco dal materiale doloroso di cui tratta, quasi uno schizzare improvviso, durante la narrazione, in un’altra identità che non sia quella delle protagonista di sventure ma di un semplice osservatore. Due esempi:

Sono Anna. Anna Priska Kreuz.
La morte. La morte non cessa di stupirmi. Non mi abbandona mai. Mi accompagna nei miei vagabondaggi attraverso la serra. Guarda con i miei occhi l’allegra attività di cattura dei meravigliosi ibridi.
Il dolore trovava la sua occasione. Tentava con ogni mezzo di dare una mano ad Anna. Guarda bene, bisbigliava, e le metteva sotto il naso la foto incorniciata. Spesso, Anna, le cose sono completamente diverse. Eccomi qua, il tuo dolore, rideva il dolore, lasciati guidare, non precipitarti incontro alle pallottole come un animale braccato.

L’identità risulta in conflitto con se stessa oltre che con gli altri, amici o nemici che siano:

Un tempo era più facile mettere Anna contro Anna. Adesso lei prende sempre più il sopravvento. E quanto più penetrerà in me, tanto più sarò sola. Non mi tratta certo con delicatezza. A suo tempo non trattò con delicatezza nemmeno Franziska. E tanto meno chiese il mio parere.
Naturalmente sono in conflitto con me stessa. Mi guardo per così dire da sopra le spalle e vedo un’Anna che vorrebbe occuparsi di Franziska. Ma contemporaneamente sto alle calcagna di Lodermann, prendo la strada che lui ha imboccato.

Ma torniamo ai volumi pubblicati dalla casa editrice Effigie. Un altro grande ustionato (e già ustionante di per sé per il contenuto) nell’incendio del magazzino di Effigie, sempre della stessa autrice, è Labambina, parte anch’esso della “trilogia della violenza”. Inizia così il romanzo:

Non ha nome, Labambina. Viene chiamata Labambina. O ragazzino, anche se è una ragazzina. Viene chiamata ragazzino, o monello, con tenerezza se le donne del villaggio ne hanno voglia. Anche monello insolente, se Labambina avanza delle pretese, o Accidentidiunabambina, puttanella, Sudiciamarmocchia.

Un altro dei suoi nomi è Poverabambina:

… Poverabambina, Poverabambina, così persa. Di chi sarà Labamina, chiedono [una notte che la trovano in un campo]. “Ma lei rimane muta e beve il latte. Si scalda appoggiata al grande seno della contadina. Non salta oltre l’abisso-parola, per arrivare, finalmente, a trovare un ordine. Labambina rimane senza casa nonostante il calore del locale e nonostante il latte, non è accessibile a nessuna tentazione, Labambina.

I pochi attimi di tenerezza che la piccola riesce a risvegliare nel villaggio, anch’esso senza nome, sono largamente sommersi da una violenza diffusa, che appartiene a tutti e pare l’unica forma di relazione, pure fra bambini.
Le ultime parole del romanzo sono queste:

Corre Labambina e passa sopra il corpo piegato del sagrestano, nasconde veloce e senza far rumore la fionda dietro il masso erratico rosso, accanto all’entrata posteriore della casa, passa tranquillamente accanto al roseto diretta verso il lato sud dello chalet, dove l’orto in questa stagione è a maggese, privo di protezione sotto le foglie secche e senza l’amarezza delle impietose giornate estive. Sopra il fianco orientale del Poggio ricoperto di abeti si aggira stridendo uno stormo di taccole, quelle strida attraversano l’orbita del silenzio.
Labambina ha trovato una pace.
Sorride di nuovo, Labambina.

A volte uno scrittore un poeta, si riconosce per la scelta di un solo vocabolo. Qui mi pare notevole l’espressione una pace. Ha trovato una pace, non la pace. Non la pace banale, qualunque che è alla portata di tutti. Una pace possibile, più modesta, più personale, più difficile appunto perché è una, è unica, la sua unica possibile pace.

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