F-35 e Costituzione

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di Paolo Ferloni

L’8 gennaio 2012, il giornale in internet “Democrazia e Legalità” pubblicava una breve nota di chi scrive riguardante una commessa militare deliberata a suo tempo dal governo Berlusconi per l’acquisto di 131 nuovi cacciabombardieri F-35 (Pax Christi contro F-35, le armi dei re Erode di oggi). L’articolo prendeva le mosse dal sito del movimento Pax Christi (paxchristi.it) in cui il problema era stato sollevato da Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente del movimento ecclesiale, in un contesto religioso, oltre che morale, ispirato al racconto della visita dei Re Magi al Tetrarca Erode rievocata nella festa dell’Epifania, e della conseguente “strage degli innocenti”.
Gli interrogativi posti da Pax Christi e che si riprendono qui perché ad essi il cittadino italiano desidererebbe ottenere una risposta sostanziale e non formale sono, ad esempio, i seguenti:
-perché in un periodo di crisi economica e di tentativi di salvataggio dell’euro e dell’Europa il nostro governo dovrebbe acquistare dei cacciabombardieri a 150 milioni di euro l’uno? -per quale tipo di azione militare, cioè per bombardare e cacciare chi e dove?
-a quale costo per ogni azione, dove per costi si intendono non soltanto quelli militari ma anche quelli economici, politici, sociali per le popolazioni che vi siano coinvolte?
A corollario dell’ultima questione, non v’è cittadino che non veda con favore – tranne forse i militari dell’areonautica, ovviamente – la possibilità di avanzare ipotesi alternative di uso delle medesime risorse finanziarie in settori della vita civile del Paese o della cooperazione internazionale con Paesi più poveri, ad esempio nell’area mediterranea. Ci si chiede dunque:
-quali sono, in un ordine di priorità, spese più urgenti da prevedere nel bilancio dello Stato, rispetto alle spese di azioni militari, per di più di solito fuori dai confini dello Stato?
Si aggiunge a questo punto un modesto interrogativo proposto dal dubbio metodico che si insinua nella mente del cittadino semplice ogni volta che qualcuno gli dà dei numeri:
-saranno poi davvero 150 milioni di euro per ogni aereo? Non potrebbero essere o diventare di più, dal momento che nessuno si immagina seriamente che possano diventare di meno?
Quest’ultima questione deriva dal fatto che il cittadino, semplice ma assuefatto a semplici sospetti fin dai tempi del presidente della Repubblica Leone e del nomignolo “Antelope Cobbler” a lui affibbiato nelle intercettazioni di allora dagli americani, crede di sapere, magari a torto, che sui costi incerti vadano a gravare anche tangenti da erogare ai politici che facilitano certe transazioni statali aeronautiche al posto di altre. Nel corso del 2012 non sembra che il governo Monti abbia saputo rispondere con chiarezza in modo esauriente agli interrogativi sopra indicati, tant’è che l’11 dicembre 2012 “il manifesto” pubblicava un articolo di Manlio Dinucci sugli F-35 che vale la pena di riproporre integralmente: «Una schiacciante maggioranza bipartisan, modificando l’art. 81 della Costituzione, ha fatto dell’Italia una repubblica fondata sul pareggio di bilancio, in cui la sovranità appartiene al mercato. Lo Stato, recita il nuovo testo, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi del ciclo economico. C’è però un problema: come si fa ad assicurare l’equilibrio se si decide una spesa senza sapere a quanto ammonta? La domanda va girata agli onorevoli che hanno approvato la modifica della Costituzione, perché sono gli stessi che hanno approvato l’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Senza sapere quanto sarebbero venuti a costare.
Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c’era il trucco: era il prezzo dell’aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell’F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch’esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia.
Qualche Paese però (non certo l’Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35. Per l’acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d’arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell’anno scorso contro la Libia. Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati.
Per di più l’Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell’aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari. Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare. Non c’è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica».
Al semplice cittadino, la sequenza di numeri pubblicata da Manlio Dinucci appare come un indecoroso balletto di lustrini miranti a realizzare una colossale presa in giro. Prendere in giro la gente e la Costituzione doppiamente: una prima volta perché i cacciabombardieri non sono certo utili in “missioni di pace”, visto che l’art. 11 della carta costituzionale non prevede che l’Italia risolva problemi internazionali con azioni di guerra. In secondo luogo perché il pareggio di bilancio – il cui inserimento nella Costituzione già di per sé appare poco o nulla rispettoso sia della Costituzione che dell’intelligenza dei cittadini e di tutta la storia recente del Paese – sarebbe subordinato all’accettazione di costi non certi, improduttivi per il Paese, nebulosi e gonfiabili a piacere nelle transazioni tra fornitore e acquirente, nello stile peggiore del sottogoverno o del malgoverno.
Dal punto di vista infine dei costi sociali, culturali e morali, ci si limita qui a citare le parole di mons. Giovanni Giudici: «Anche per noi vale l’invito a intraprendere una strada diversa orientando ogni scelta alla via esigente e necessaria della pace. Per questo esigiamo un ripensamento di queste spese militari con un serio dibattito in Parlamento. I popoli che camminano nella tenebra di questa follia chiedono di cancellare questo progetto e ciò è ancora più necessario in un tempo di crisi che è già molto pesante soprattutto per le famiglie e per i più poveri e che non sembra invece toccare i grandi investimenti per le armi».

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