Oltre il ponte

by

di Riccardo Scanarotti

Dopo le divisioni e le due piazze dell’anno scorso, quest’oggi a Pavia la festa della Liberazione è tornata unitaria. Di seguito la sentita orazione di Riccardo Scanarotti, giovane membro dell’Anpi.

Cittadini e compagni antifascisti, buon 25 aprile a tutti. Mi è stato chiesto di parlarvi della Resistenza, ma non è una cosa facile, e non per il fatto di dover raccontare della storia della lotta partigiana; questo è tutto sommato semplice, la storia di quegli eventi si trova già scritta su importanti libri di storia e su romanzi di consolidata qualità letteraria, tanto che oggi si arriva a parlare di letteratura resistenziale.
La difficoltà, però, si incontra nel dover parlare di Resistenza in tempi difficili come questi, dove i “valori di aprile”, i valori della lotta partigiana sembrano scomparsi, assopiti, come diluiti in un’ormai troppo annacquata retorica, che può aprire le porte al pericoloso concetto di “memoria condivisa”.
Nessuno di noi ha fatto quella guerra. Oggi su questo palco dovrebbe esserci un partigiano, ma il naturale trascorrere del tempo ci pone davanti al dovere di prendere il loro posto, per difendere e portare avanti quegli ideali e quelle speranze che li hanno animati.
Da dove partire dunque per parlare della Resistenza? Solitamente dal 25 luglio ed ancor più dall’8 settembre, con l’armistizio tra il nostro Paese e gli Alleati.
Quest’anno, però, preme anche per ragioni di attualità, richiamare l’anniversario di un altro evento, evento spesso sottaciuto ma che ha avuto un ruolo fondamentale nella caduta del fascismo: gli scioperi della primavera del 1943.
Arrivati dopo oltre quindici anni di silenzio operaio, questi scioperi non avvengono casualmente. Da una parte giungono in Italia gli echi della vittoria di Stalingrado da parte dell’Armata rossa, e delle sconfitte italiane sul Don e in Egitto. Dall’altra la situazione del Paese dopo due anni di guerra è diventata insostenibile per il popolo. Le città sono costantemente sotto i bombardamenti aerei, il cibo scarseggia e le tessere annonarie non bastano per il sostentamento. I giovani vengono continuamente chiamati ad andare a combattere una guerra in cui non credono, mentre in patria gli operai devono lavorare sempre più ore, a fronte di un salario insufficiente.
È a seguito di tutto ciò e grazie all’organizzazione clandestina del partito comunista che il 5 marzo 1943 alla Fiat di Mirafiori i lavoratori incrociano le braccia. In pochi giorni lo sciopero si estende a tutta Torino, arrivando anche a Milano e a Genova, fino a coinvolgere Mestre e tutto il nord Italia. Non sono solo gli operai a scioperare. Qui nella nostra Lomellina anche le mondine impegnate nella monda del riso si fermano per giorni interi, assieme ai lavoratori del comparto calzaturiero. Questi scioperi, che per molti giovani lavoratori e lavoratrici furono la loro prima esperienza di lotta, furono scioperi contro la fame, contro la guerra, e diedero la prima vera spallata alla legittimità del Fascismo. Mussolini non fu in grado di gestire la situazione; si limitò a fare arrestare e far deportare qualche centinaio di lavoratori. Ma ormai il dado era stato tratto. Il movimento antifascista era uscito definitivamente da vent’anni di clandestinità ed iniziava ad ingrossare le sue fila. Il terreno di coltura su cui poi sarebbe sorta la Resistenza iniziò ad essere coltivato.
Da questi scioperi emerge un carattere di lotta di classe contro il fascismo, ma non è l’unico aspetto. La Resistenza ha avuto innanzi tutto un aspetto di guerra patriottica, imposta dalla feroce occupazione nazista e dal lugubre e solerte collaborazionismo degli aderenti alla Repubblica sociale. Da questo punto di vista, la scelta di migliaia di uomini e donne di partecipare al movimento partigiano ha rappresentato il riscatto morale del popolo italiano e della nazione. Perché non si doveva combattere a fianco di Mussolini e delle forze dell’Asse; semmai neutralizzarle. Ma non si poteva nemmeno assolvere il re e la famiglia reale, colpevoli di aver consegnato l’Italia nelle mani della barbarie e del fascismo, perfino nei suoi esiti più rivoltanti, e parlo della sciagurata campagna coloniale e delle leggi razziali; tradendo e abbandonando l’Italia a se stessa dopo l’8 settembre, lasciando in balìa della morte e della deportazione decine di migliaia di soldati e di civili. Il tutto mentre il re si trovava al sicuro nella parte d’Italia sotto il controllo degli inglesi e degli americani che, non bisogna dimenticare, non erano sbarcati nel nostro Paese per un amore innato verso il nostro popolo, ma per un mero interesse strategico. Il fatto che poi i nostri e i loro interessi fossero gli stessi fu solo una coincidenza.
Lo scontro nel nostro Paese di due eserciti stranieri non deve però nemmeno distogliere l’attenzione dal fatto che l’Italia stesse vivendo l’incubo di una guerra civile. Guerra civile: perché italiani combatterono contro altri italiani.
Parlare di guerra civile non vuol dire, però, confondere le parti in lotta, appiattirle sotto un comune giudizio di condanna o di assoluzione. Infatti, mai come in una guerra civile, la più feroce e la più sincera di tutte le guerre, le differenze fra i belligeranti sono tanto nette e irriducibili e gli odi tanto profondi. Ecco che allora se da una parte ci fu chi decise di stare con Mussolini, con Hitler, per il razzismo più radicale e con una spietata dittatura, i cosiddetti “ragazzi di Salò”; è altrettanto vero che ci furono i ragazzi della Resistenza, uomini e donne che scelsero di lottare per la pace, la libertà e la democrazia. E fu la scelta il discrimine fondamentale. La scelta di dire no, la scelta di ribellarsi.
Spesso si dice: «ma i partigiani furono pochi rispetto alla popolazione italiana». È vero, le forze combattenti furono circoscritte, come tutte le avanguardie che cambiano il mondo, e che per maggior coraggio e determinazione aprono il terreno alla trasformazione della società. Ma non bisogna dimenticare che se i partigiani hanno potuto combattere una guerra per due lunghi anni, è solo perché ci fu la simpatia, la solidarietà attiva, diffusa e capillare da parte della maggioranza della popolazione. Si trattava di piccoli gesti: nascondere i partigiani, rifornirli di cibo, di vestiti, informarli sugli spostamenti del nemico, non rivelare la loro posizione ai fascisti. Piccoli gesti di grande rilevanza.
Anche in questi piccoli segni di solidarietà è espressa la stessa scelta che hanno fatto i partigiani, senza la quale la Resistenza non sarebbe mai potuta avvenire.
C’è un ultimo tratto distintivo della lotta partigiana che va preso in considerazione, ed è il suo carattere di lotta di classe. Non bisogna dimenticare che il fascismo fece il salto di qualità, passando dall’essere una masnada di feroci picchiatori in camicia nera, a un partito capace di marciare su Roma e prendere il potere, grazie solamente ai numerosi finanziamenti e appoggi politici che ricevette dai grandi industriali, dai grandi latifondisti italiani, senza dimenticare il concordato con la Chiesa, di fondamentale importanza per il consenso e l’egemonia politica.
Non deve quindi sorprendere il fatto che una parte preponderante del movimento partigiano, oltre a combattere per liberare l’Italia dal fascismo, lottasse anche per un mondo diverso, un mondo migliore, dove l’uguaglianza, la libertà, la pace e la giustizia sociale fossero i pilastri portanti. L’orizzonte della trasformazione sociale era tutt’altro che estraneo ai combattenti delle brigate partigiane. Il più grande contributo alla Resistenza venne dalla classe lavoratrice e dai suoi figli, che si assunsero l’onere e la responsabilità pubblica di salvare la nazione intera dal fascismo.
Saranno proprio i sogni e la volontà del popolo che renderanno la Resistenza un punto di inizio, premessa per ulteriori avanzamenti. Al termine della guerra, le rivendicazioni del movimento partigiano furono la base di partenza per l’inizio di un cambiamento del nostro Paese, iniziato con la cacciata della famiglia reale e la proclamazione della Repubblica fino alla nascita della nostra Costituzione.
Fu l’avvio di un processo di democrazia sostanziale, dove per sostanziale si intende la partecipazione delle masse popolari in tutti gli ambiti della vita del Paese, dai luoghi di lavoro, alle piazze, al dibattito politico.
La partecipazione attiva del popolo a questo processo aveva anche una funzione di controllo, di garante della democrazia, come avvenne durante i fatti di Genova del 1960, quando l’ira popolare impedì la nascita di un governo democristiano appoggiato dall’allora Movimento sociale italiano, l’erede del disciolto partito fascista. D’altronde, la mancata epurazione, come già avvenuto durante il Risorgimento e negli altri Paesi responsabili dello scoppio della guerra, Germania e Giappone, attenuò il processo di defascistizzazione, condizione per una genuina rinascita della nostra società su basi nuove.
La vigilanza dovette continuare per molti decenni, e non solo per i fatti del luglio ’60, ma anche per il filo nero che lega tutta la impunita strategia della tensione, da Piazza Fontana alla strage di Bologna, che si è brutalmente radicalizzata dopo le lotte del ’68-’69.
Il panorama di questi giorni chiede una presenza dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, l’ANPI, più attiva, di fronte a una regressione ulteriore. Il revisionismo dilagante, la banalizzazione e l’assoluzione di alcuni aspetti della storia del fascismo hanno trovato sponda in alcune forze di governo, che non a caso hanno cercato di abolire la giornata del 25 aprile, o trasformarla in un momento di concordia nazionale. In particolare son da ricordare le sconfortanti esternazioni di un ex presidente del consiglio, sulle “cose buone” fatte dal fascismo, su Mussolini grande statista, fino ad arrivare al confino politico come luogo di villeggiatura.
Questa desolante posizione sottoculturale ha la sua radice, seppur lontana, nel dilagare delle politiche antisociali, caratteristica principale di questi ultimi vent’anni, che hanno modificato in modo incisivo la Costituzione materiale del nostro Paese e della stessa Europa, con addirittura un’accelerazione negli ultimi anni di crisi conclamata. Il tutto si potrebbe riassumere nella infausta formula che ha visto la politica essere clemente coi grandi capitali, col parassitismo finanziario e feroce con la povera gente ed il lavoro. Da qui anche il restringimento del perimetro della democrazia, delle forzature presidenzialistiche, e dello strapotere degli esecutivi.
A rischio in questo momento non è solamente la memoria della Resistenza, ma la stessa Repubblica italiana e la sua Costituzione, nate dalla lotta partigiana; a rischio di sospensione sono i diritti elementari, individuali e collettivi, sempre più prossimi a diventare privilegi: dai diritti sociali a quelli del lavoro; perfino il diritto alla casa viene oggi messo in discussione come diritto inalienabile.
Ci troviamo di fronte ad un fenomeno che non è esclusivamente italiano, ma anche europeo. Anche la Resistenza al fascismo è stata europea, e come nel nostro paese i movimenti di Resistenza portavano avanti rivendicazioni sociali. Pochi giorni fa correva l’anniversario della rivolta del ghetto ebraico di Varsavia, simbolo della riscossa di un popolo che ha pagato caro i progetti folli di Mussolini e Hitler. Eppure, mai come oggi, questa Europa è così lontana da quei desideri. Doveva essere l’Europa dei popoli, e invece è diventata l’Europa delle banche e della finanza.
Nel precipitare di questa crisi siamo coscienti che il rischio di esiti eversivi è moltiplicato; il lavoro quindi deve tornare a essere forza organizzata e di conflitto e il ruolo culturale dell’ANPI, come presidio della democrazia sostanziale, sarà fondamentale. Vi invitiamo tutti a darci una mano e ad essere al nostro fianco nel difficile futuro che ci aspetta, anche immediato.
Perché se c’è un messaggio positivo e sempre attuale che la Resistenza e i partigiani ci hanno lasciato, è che davanti alle ingiustizie si risponde con la partecipazione popolare. I nostri padri e i nostri nonni che salirono in montagna settant’anni fa fecero la loro scelta. Fu una scelta dura e che richiese sacrifici; oggi è il nostro momento: siamo chiamati a prendere una scelta e a decidere da che parte vogliamo stare.
Viva i partigiani, viva la Resistenza, viva il 25 aprile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: