La Resistenza è finita?

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di Paolo Ferloni

In occasione della ricorrenza del 25 aprile sarebbe facile pigrizia unirsi al coro dei “memorialisti”, cioè di tutti coloro che per ossequio ai propri ruoli istituzionali o burocratici hanno cercato e sono riusciti per quasi settant’anni a farne una tranquilla giornata della memoria.
È giusto che una città depositi corone d’alloro a tutte le lapidi esistenti e tenute pulite o ricomposte e rimesse in ordine dopo assurdi vandalismi. Così però si mettono assieme in un’unica commemorazione i caduti di ogni guerra e si trasforma la celebrazione in un rituale compatibile con l’ordine di cose esistente e con un bel sole di primavera, dove c’è.
Se lasciamo in ombra il riferimento al grande conflitto della Seconda Guerra mondiale ed alla tragica guerra civile che ha insanguinato l’Italia, cosa ci rimane in cuore di una festa della Resistenza? Se ne indebolisce il contenuto, guardando ai numeri dei resistenti e non al valore dei loro ideali e delle loro azioni. Ne impallidisce il significato che può avere qui e oggi.
È possibile invece fare di questa data una giornata di consapevolezza?
Ricordare la Resistenza ora non significherebbe forse riprenderla dal punto in cui è stata interrotta?
Si può provare a ripartire cioè dal momento in cui le forze dei partigiani, tra le quali in particolare il PCI di Togliatti, conformandosi all’indirizzo staliniano, coinvolsero la resistenza dei lavoratori nelle scelte istituzionali del governo Badoglio adeguandosi con successo alla restaurazione dell’ordine preesistente, quello stesso ordine che fino a qualche mese prima aveva sostenuto il regime fascista e ne aveva tratto profitto a danno della classe lavoratrice e del Paese intero.
Sì, la pace, con vero sollievo dei cittadini, ha poi garantito la ricostruzione economica. Ha permesso un ritrovato assetto politico nella Repubblica formata attorno ai principi fondanti della Costituzione, elaborata con fatica rifiutando gli ordinamenti fascisti e prospettando un sistema di contrappesi e controlli democratici.
Allora la Resistenza è finita? O non appare oggi come una rivoluzione rimasta incompiuta?
È vero che da un lato il ventennio fascista ha rappresentato una lunga fase di distruzione dei partiti e dei sindacati del movimento dei lavoratori, con la quale il grande capitale italiano ha perseguito i propri interessi in Italia oltre a lanciarsi in avventure militari criminali e in delitti contro l’ umanità. D’ altro lato, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e lo scioglimento dell’URSS nel 1991 con la fine del suo preteso socialismo, in realtà capitalismo di Stato, l’affermazione globale del capitalismo nel mondo sta producendo insieme lo sfruttamento selvaggio delle risorse e lo sfruttamento dei poveri a vantaggio delle classi dominanti più aggressive e meno coscienti.
Per questo è impossibile slegare il ricordo della lotta antifascista di ieri dalla lotta anticapitalista di oggi. Chi lo fa è un ipocrita o un incosciente. Tanto più nel mezzo di una devastante crisi del sistema capitalista stesso, che non sa vedere i limiti del pianeta, né distribuirne in modo equo le risorse, né utilizzarle in modi rispettosi e sostenibili.
Fin quando l’economia del mondo perseguirà un modello fondato sullo sfruttamento inconsulto e l’esclusione sociale per la stragrande maggioranza delle popolazioni, rimarrà sempre un pericolo fascista: il pericolo di una reazione della classe dirigente alle pretese e alle lotte dei ceti subalterni.
Lo si vede in Paesi vicini a noi come Grecia, Ungheria, Olanda. Ma anche in altri Paesi più lontani, come i “pacifici” paesi scandinavi e la Russia, dove qualcuno favorisce e finanzia movimenti neofascisti e neonazisti. È il pericolo della reazione del sistema contro le opinioni e le lotte di coloro che vogliono giustamente abbatterlo. È un pericolo che mette radici nell’odio per il diverso, nel razzismo e nell’intolleranza nazionalistica e religiosa, e strumentalizza antiche tradizioni in visioni contraffatte di una modernità violenta e criminale. Si presenta e attecchisce dovunque si pretende di far prevalere un consumismo illimitato, e si calpestano i diritti universali dell’uomo, in particolare nei Paesi governati da dittature più o meno mascherate dietro riti elettivi in apparenza democratici. Contro questo pericolo, resistiamo: restiamo umani!

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