Emergenza casa

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Durante il corteo del 25 aprile lo spezzone antifascista delle lotte sociali ha visto anche la partecipazione dell’assemblea per il diritto alla casa, che al termine della manifestazione ha organizzato una festa popolare nel quartiere di San Pietro. Per l’occasione è stato pubblicato un opuscolo sull’emergenza casa a Pavia. Di seguito alcune ulteriori riflessioni sulla questione (seconda parte).

Il Comune di Pavia

Le domande per un aiuto allo sportello casa del comune sono state 890 nel 2012. I fondi a disposizione del Comune per erogare contributi per l’affitto, però, sono stati ridotti a un terzo di quelli disponibili nel 2011, con il risultato che su quasi 900 domande, solo quelle di 140 famiglie sono state accolte, a differenza delle 700 dell’anno prima. Si tratta di casi quasi disperati: nuclei familiari con un ISEE inferiore a 3.500 euro, che hanno ricevuto un bonus per l’affitto fino a un massimo di 1.200 euro a famiglia. Questo contributo, in realtà, non è null’altro che un finanziamento pubblico ai padroni di casa: il bonus viene infatti girato dall’inquilino al proprietario o erogato direttamente dal Comune al proprietario.
Esistono case comunali a canone moderato, ma spesso rimangono vuote perché la somma tra affitto e spese risultano persino più elevate di quelle che si riescono a spuntare sul mercato immobiliare.
Tutte le famiglie che si sono rivolte allo sportello dell’assemblea per il diritto alla casa sono passate, in precedenza, all’ufficio casa del comune o ai servizi sociali. A chi non si arrende dopo il continuo gioco al rimpallo tra un ufficio e l’altro vengono prospettate ipotesi quali: la casa comunità di via San Carlo, riservata alle madri con bambini (e quindi off limits per i padri, con il risultato di disgregare le famiglie); i dormitori comunali, cui si viene indirizzati benché sia notorio il fatto che sono perennemente pieni; strutture caritatevoli cattoliche come la Casa del Giovane o la Caritas, che possono offrire un posto letto temporaneo oppure un prestito. Il Comune di Pavia si è recentemente rivolto alle 24 parrocchie cittadine, piangendo per le sue casse vuote e confidando nell’elemosina del buon cristiano, perché “adottino” ciascuna una famiglia e si facciano carico della sua abitazione per un anno. 
In tutto questo il Comune ha chiuso e murato il centro di accoglienza, di sua proprietà, di Fossarmato; ha ristrutturato con fondi regionali alcuni appartamenti comunali, per poi lasciarli vuoti, forse in vista di alienazioni; ha sgomberato con l’intervento della forza pubblica chi ha cercato soluzioni di fortuna insediandosi in stabili o fabbricati abbandonati, senza peraltro fornire alternative. Questi sgomberi “al buio” sono stati effettuati ripetutamente, e l’assessore Galandra li ha rivendicati politicamente sostenendo di fornire in questo modo un determinante contributo alla sicurezza della città.
Qualche soluzione è stata trovata giusto per chi, in difficoltà, si è rivolto al Comune attraverso reti clientelari. Ma i tagli dei fondi disponibili per le politiche sociali degli enti locali hanno parallelamente sfoltito anche le clientele dei vari esponenti dei partiti presenti in consiglio comunale. L’assessore alle politiche sociali e alla famiglia, il cattolicissimo Assanelli, a chi bussa alla sua porta non può fare altro che dire, da dietro una finestra: «Arrangiati!», oppure suggerire di trasferirsi in un altro Comune, e ribadire che l’assessore riceve le famiglie al massimo una volta l’anno. Il suo operato, poi, genera l’effetto, curioso per un ciellino sostenitore della famiglia cattolica, di incentivare la separazione dei nuclei familiari.
Lo scaricabarile tra un assessorato e l’altro, e tra comune, ALER e regione, insieme all’appalto indiretto dei servizi sociali comunali alle pratiche caritatevoli delle organizzazioni cattoliche hanno determinato l’inazione delle istituzioni. In questo contesto si è venuta a creare una emergenza abitativa impossibile da tamponare con soluzioni una tantum caso per caso.
Persino il comune, quantomeno a parole, ha iniziato a considerare negli ultimi tempi l’ipotesi di una moratoria degli sfratti. Non si tratta tuttavia dell’accettazione della proposta avanzata dall’assemblea per il diritto alla casa già ad agosto 2012, ma dell’ennesima presa in giro: assessore, sindaco e prefetto cercano di concordare con gli ufficiali giudiziari dei rinvii degli sfratti fino… al termine delle scuole! Come se, una volta che i bambini hanno finito di andare a lezione, i loro genitori non avessero più il problema di un tetto sopra la testa; come se le famiglie senza figli in età scolare non fossero neanche degne di un rinvio. Recentemente si è fatta strada anche l’ipotesi che, almeno per chi è in lista d’attesa per le case popolari, la proroga dello sfratto venga estesa fino a settembre, allorquando l’assessore Greco pensa di poter ultimare le ristrutturazioni di alcune abitazioni ERP. Noi ci crediamo poco…

I sindacati

Il sindacato si è da tempo ridotto a terza parte nella gestione dell’emergenza abitativa. Non si batte per la difesa dell’inquilino, ma per tamponare assieme al Comune le situazioni arrivate all’estremo. Questa modalità di gestione conduce, in alcuni casi, a qualche “soluzione”: viene trovata una sistemazione temporanea per qualcuno. Tuttavia, questa modalità d’azione implica la rinuncia al ruolo di sostegno alle battaglie per il diritto alla casa. Significa gestire in maniera difensiva e accomodante tanti casi rispetto ai quali una presa di posizione forte verso ALER, comune e immobiliaristi porterebbe a dei passi in avanti. I funzionari sindacali sono invece troppo impegnati a non rovinare i rapporti con gli uffici del comune con cui si scambiano favori. Infatti, nel tavolo di gestione della morosità, in cui siedono con comune e ALER, i sindacati si ritrovano con il cappello in mano a chiedere un posto di fortuna in qualche dormitorio. Sicet-CISL e Sunia-CGIL fingono semplicemente di alzare la voce, attraverso interviste rilasciate ai giornali locali o“presidi” in prefettura composti da nemmeno una decina di persone, per dire “no agli sfratti”, senza proporre una soluzione alternativa. Attraverso questa pratica, che include la denigrazione dell’assemblea per il diritto alla casa e le pratiche da essa adottate, ottengono il duplice risultato di accreditarsi come interlocutori istituzionali e di spuntare accordi, sempre e rigorosamente al ribasso per gli inquilini. Sicet e Sunia sono parte del problema.

(2-continua)
[» prima parte]

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