Emergenza casa

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Durante il corteo del 25 aprile lo spezzone antifascista delle lotte sociali ha visto anche la partecipazione dell’assemblea per il diritto alla casa, che al termine della manifestazione ha organizzato una festa popolare nel quartiere di San Pietro. Per l’occasione è stato pubblicato un opuscolo sull’emergenza casa a Pavia. Di seguito alcune ulteriori riflessioni sulla questione (terza parte).

I privati

A partire dagli anni Settanta Pavia ha perso quasi ventimila abitanti, passando dagli 88.000 del 1971 ai 68mila di oggi. Il calo sarebbe ancora più vistoso se non venissero computati gli oltre 7.000 migranti oggi residenti in città. Ciononostante, nel corso di questi quarant’anni è continuato il consumo di territorio, specialmente di recente, ossia dall’adozione del PRG Gregotti. Il risultato conseguito: tra le 4.000 e le 5.000 case sfitte in città. Di queste, dato il calo (-20 per cento annuo) delle compravendite immobiliari a partire dall’inizio della crisi economica, circa un migliaio sono nuovissime, appena costruite.
Fino a qui, dati quantitativi. Ma occorre anche guardare alla composizione della popolazione: dei 37.000 nuclei familiari pavesi, infatti, quasi la metà sono composti da una sola persona, molte delle quali sono anziani. Altri dati da tenere in conto sono i flussi di migrazione interna: nel corso degli ultimi anni numerosissimi abitanti si sono spostati dal capoluogo verso i paesi limitrofi, spesso alla ricerca di un mercato immobiliare più abbordabile, così come si è assistito ad un analogo fenomeno in ingresso da Milano. Suburbanizzazione da un lato, pendolarismo verso la metropoli dall’altro: due fenomeni paralleli che hanno contribuito a ridisegnare il volto della città, ma accomunati dall’espulsione di strati sociali dalle rispettive aree di precedente insediamento. 
Ovviamente, in una città con 25.000 iscritti alla locale università, non si può prescindere da un brevissimo ragionamento sul ruolo degli studenti fuori sede. Pare che l’università incida sul PIL cittadino per il 10 per cento circa, buona parte del quale è generato dagli affitti che quegli studenti che non risiedono nei collegi universitari versano mensilmente ai loro padroni di casa, e che questi ultimi reimmettono in buona parte in circolo nell’economia cittadina attraverso i loro consumi. Tra le case affittate agli studenti, presumibilmente, alcune sono ufficialmente conteggiate come sfitte, ma in realtà, vuoi per evadere il fisco, vuoi per inagibilità dei locali (specie nel centro storico), affittate in nero. 
La sete di profitto di alcuni grandi affittacamere, unita alla disponibilità economica di molti studenti figli della buona borghesia lombarda (e abituati ai prezzi immobiliari di Milano) hanno contribuito ad un innalzamento dei prezzi delle stanze per gli studenti. Ciò ha contribuito a escludere da alcune fasce di mercato numerose famiglie di lavoratori. A questo processo si è accompagnata la gentrification del centro storico, con la riqualificazione di molte case antiche cadenti, e del quartiere, storicamente popolare, di Borgo Ticino. Professionisti, professori, medici e altre figure con disponibilità di capitali hanno acquistato appartamenti in queste zone, contribuendo alla contemporanea espulsione dei ceti popolari.
È stato infatti il mercato delle case di lusso, oltre a quello rivolto agli studenti, a trainare l’ultimo boom edilizio. Lo testimoniano i cinema cittadini, trasformati in appartamenti in vendita a 5.000 euro al metro quadro. La speculazione ha preso il sopravvento, anche grazie all’afflusso di capitali mafiosi riciclati. Ciò ha condotto anche al più esplicito abusivismo edilizio, come nei casi di Punta Est e Green Campus, dove su aree destinate a servizi universitari, dunque al massimo appartamenti da affittare a prezzi agevolati agli studenti, sono sorte palazzine con appartamenti venduti sul libero mercato.
La speculazione edilizia è pratica così diffusa in città che persino Policlinico San Matteo e Università, in qualità di proprietari, rispettivamente, di vaste aree agricole e di edifici centralissimi, hanno battuto cassa in Comune, chiedendo che nel PGT in corso di approvazione venissero modificate le destinazioni d’uso delle loro proprietà, allo scopo di realizzare delle vere e proprie speculazioni edilizie in grado di rimpinguare i bilanci in affanno. Il sistema dei partiti, detenendo la bacchetta magica della variazione di destinazione d’uso, garantisce profitti milionari ad amici e amici degli amici, magari in cambio di qualche briciola. Si tratta di un meccanismo ben oliato, saltato, forse, solo con l’esplosione della crisi, che, in una città già deindustrializzata come Pavia, ha colpito il business del mattone. La ridefinizione della destinazione d’uso ha ovviamente anche implicazioni di carattere sociale.
A monte, perché attraverso quella che è già stata definita “finanziarizzazione dei rom”, aree industriali dismesse, già oggetto di insediamenti abusivi di gruppi sociali espulsi dal mercato abitativo (rom, senzatetto, etc.) diventano oggetto di una vera e propria “emergenza”creata ad arte da istituzioni e media, per risolvere la quale i grandi padroni che hanno colpevolmente e volontariamente lasciato gli stabili in stato di abbandono possono richiedere a gran voce la conversione dell’area, in vista di una cosiddetta “riqualificazione”. Anche a valle la variazione di destinazione d’uso incide, influendo sulla dinamica delle classi sociali, vale a dire determinando in quali zone si devono insediare determinati soggetti sociali, e in quali altri; determinando di quali servizi queste i vari quartieri devono essere dotati e di quali privi; praticando, detto in estrema sintesi, una ghettizzazione dei ceti subalterni.

L’assemblea per il diritto alla casa

L’assemblea cittadina per il diritto alla casa è nata sulla base della centralità della lotta per la riappropriazione di reddito e contro il capitale finanziario, ossia, a Pavia, immobiliare speculativo. L’assemblea ha potuto poggiarsi sul patrimonio di esperienze pregresse; in primis quella dell’occupazione, insieme a una famiglia, nell’estate 2010, di un appartamento a Gambolò Remondò, che ha portato al conseguimento dell’obiettivo di trovare un tetto a una famiglia sotto sfratto. Secondariamente, la battaglia per uno studentato occupato condotta dal collettivo universitario durante il ciclo di lotte contro la riforma Gelmini: lo stabile universitario dismesso è stato sgomberato con la forza dal rettore nel febbraio 2011, non senza resistenza da parte degli studenti, che hanno trascorso 2 giorni sul tetto dell’edificio. 57 studenti hanno dovuto contrastare la macchina repressiva, affrontando un processo per occupazione conclusosi con 56 assoluzioni e una condanna per manifestazione non autorizzata.
Dopo un lavoro di analisi iniziale della questione abitativa, l’assemblea ha iniziato un percorso di costante presenza nei quartieri popolari della città, fatta di volantinaggi porta a porta e nei mercati rionali, presidi, dibattiti pubblici, monitoraggi delle case sfitte e delle condizioni degli immobili di proprietà dell’ALER.
Da questa presenza sul territorio è nato l’incontro con decine di famiglie, che si sono messe in contatto con l’assemblea tramite lo sportello antisfratto, a cadenza settimanale, e hanno iniziato a confrontarsi per provare a risolvere l’emergenza abitativa insieme e non, come vorrebbero speculatori e istituzioni, soli e isolati. Lo sportello fornisce ascolto, consulenza legale, un supporto nell’affrontare i vari passaggi burocratici e non che conducono allo sfratto.
Le soluzioni concrete agli sfratti fino ad ora individuate puntano sulla solidarietà reciproca: picchetti davanti alle case degli sfrattandi per impedire a padrone di casa, ufficiale giudiziario e polizia di buttare la famiglia in mezzo alla strada; organizzazione di banchi alimentari presso supermercati, con ripartizione dei viveri tra le famiglie sotto sfratto. Il richiamo ideale è allo strumento del mutuo soccorso, così come elaborato e messo in pratica dalle prime organizzazioni operaie a metà ottocento.
Ovviamente è stato affrontato dall’assemblea anche un piano strategico di rivendicazioni generali: essenzialmente si propongono una moratoria degli sfratti e l’assegnazione immediata di tutte le case di edilizia pubblica sfitte. Questa rivendicazione è stata portata avanti sia nei confronti dell’ALER che nei confronti del comune, specie con l’occupazione del consiglio comunale avvenuta nello scorso autunno, dopo l’esecuzione dell’ennesimo sfratto. Più che interrompere la discussione del consiglio o montare provocatoriamente una tenda al centro della sala consiliare, l’occasione è stata sfruttata per dare visibilità alla lettera aperta alla città, elaborata già in agosto, e nella quale sono sostenute le proposte della moratoria e delle assegnazioni.
Nel corso dei mesi di attività c’è stato un considerevole aumento della partecipazione: chi contatta l’assemblea ha deciso di vincere quel senso di vergogna che la società impone, di uscire dall’isolamento e di affrontare collettivamente il problema dello sfratto. Si rivolgono allo sportello anche molti cittadini che non hanno uno sfratto imminente ma sono stufi di dover aspettare anni in lista d’attesa per l’assegnazione della casa popolare cui hanno diritto.
In questa fase, l’assemblea per il diritto alla casa sta concentrando i suoi sforzi verso due obiettivi. Il primo è il blocco degli sfratti: mentre viene portata avanti la campagna per la moratoria, continuano i picchetti. Il secondo è l’assegnazione di tutte le case sfitte fino alla soluzione dell’emergenza abitativa, attraverso l’autorecupero degli appartamenti sfitti attualmente inagibili. Il raggiungimento di questo obiettivo non può né escludere né prescindere dall’occupazione di appartamenti vuoti. Per raggiungere questi primi (e parziali) risultati occorre estendere la solidarietà e organizzare la presenza nei quartieri popolari.

(3-fine)
[» prima parte] . [» seconda parte]

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